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Tutte
le storie hanno un lato triste. Così Amilcare,
dalle sopracciglia aggrottate e e dalla cicca in bocca,
il 4 novembre 1995 se ne va nel sonno. Anche se l’istinto
immediato fu di chiudere baracca e burattini, come
scrive Enrico de Angelis nel suo ricordo di Amilcare
pubblicato sul sito del Club "Ma l’abbiamo
sentito subito che da non so dove Amilcare si stava
incazzando. “Ragazzi, piantatela e datevi da
fare” diceva. Così siamo andati avanti,
e lui è sempre lì che sorveglia, con
gli occhiali scuri e la sigaretta in mano". Amilcare
era insostituibile, perciò per rimpiazzarlo,
racconta de Angelis, c'è stato bisogno di farsi
in quattro, anzi, in cinque...
Adesso siete
un comitato direttivo e poi ci sono i soci, ma non
c’è un presidente, vero?
Quando è morto Amilcare nessuno di noi si è
sentito di nominare un altro presidente Prima c’erano
lui e due o tre vice-presidenti, ma nessuno ha voluto
sostituirlo allora c’è un comitato esecutivo
di cinque persone che svolgono pariteticamente la
funzione di presidenti. Siamo io, Sergio Sacchi,
Giorgio Vellani – che è un commercialista
e cura anche gli aspetti legali - Roberto
Coggiola, Antonio Silva che è subentrato
a Mario De Luigi. Poi c’è un comitato
direttivo di nove membri. Poi ci sono i soci che si
riuniscono in assemblea ogni due anni.
Come è
cambiato il ruolo del Club Tenco in questi anni?
La trasformazione più grande è che quando
abbiamo cominciato i cantautori non avevano spazio,
ora ce l’anno. Per carità, uno spazio
relativo, ma c’è. Ci siamo chiesti se
il nostro ruolo fosse esaurito, poiché abbiamo
raggiunto quello che volevamo: i cantautori sono una
“razza riconosciuta”. Però proprio
perché i cantautori si sono moltiplicati e
hanno un seguito, va individuata la qualità
sulla quantità. Quindi, anche se la proposta
di un darci un termine non è stata del tutto
accantonata, il club ha ancora una sua funzione, anche
se leggermente diversa dall’originale.
Ma cantautore
e canzone d’autore non sono esattamente sinonimi…
No, Canzone d’autore può farla anche
un non cantautore. L’essenziale è che
ci siano le parole. La canzone è per definizione
parole e musica. Da qui non si scappa.
Il club Tenco
è più Premio Tenco o Targhe Tenco?
Né l’uno né l’altro. Per
me personalmente è tutto il cast, ossia le
targhe che sono scelte dai giornalisti e tutti gli
altri, ossia i Premi e gli ospiti che scegliamo noi.
Ed è lì che lavoriamo noi, perché
i risultati delle targhe ci arrivano e sono quelli.
Il vero lavoro della rassegna lo facciamo con gli
altri. Poi cosa sia il Tenco nell’immaginario
della gente… non lo so. La Targa Tenco è
più un fenomeno discografico. E’ l’industria
discografica che poi pompa se un disco vince la targa
Tenco. E’ proprio una chance commerciale.
E non ti
pesa essere il “responsabile” per la collettività
di qualcosa che in realtà non scegli tu?
Devo dire che quasi sempre le scelte si sono rivelate
abbastanza giuste. E anche tra noi cinque abbiamo
i nostri begli scazzi…E capita che a volte ci
sia qualcuno che io proprio non avrei votato, ma da
qui a parlare di “responsabilità”…
Parliamo
dei premi. Scorrendo la lista colpisce una cosa: a
fianco di nomi giganteschi come Ferré, Brassens,
Brel, Leonard Cohen eccetera si trovano personaggi
che tuttora rimangono degli illustri sconosciuti come
Colette Magny, Arsen Dedic… Come va ‘sta
cosa? Cercate di dare una panoramica completo di tutto
ciò che succede nella canzone d’Autore
internazionale?
L’ecclettismo è una nostra cratteristica
che ci è stata anche contestata. Anche nel
cast degli artisti che invitiamo ci sono in a volte
filoni diversi se non contrastanti. Ci hanno anche
contestato di non fare serate omogenee, di non avere
una tendenza precisa. Però a noi questo fatto
di mettere insieme cose differenti piace. Quindi continuiamo
così. La prima cosa che posso dire è
questa: noi vogliamo sostenere che la canzone d’autore
è caratterizzata dalla qualità e non
dal linguaggio, dallo stile eccetera. Può andare
dal cabaret e far ridere alla musica etnica. Poi dobbiamo
un po’ sgombrare il campo dei primi anni, che
sono stati un po’ così approssimativi,
nel senso che eravamo all’inizio. Abbiamo avuto
Leo Ferré che viveva già
in Italia ed era un grande amico di Gino Paoli, il
secondo anno Vinicius de Moraes era
in Italia e abbiamo beccato anche lui. Poi in realtà
non poté venire e il Premio gli fu consegnato
a Milano da Amilcare che salì sul palco durante
un suo concerto. Dopodiché noi non pensavamo
neanche di poter portare questi grandi da noi. Ancora
adesso mi chiedo come facciamo: per me ogni anno è
un miracolo, anche tenendo conto del fatto che non
paghiamo un cachet. Allora, pensando inverosimile
il fatto di poter portare dei grandi, abbiamo dato
dei premi ideali A Brassens, Brel e Cohen.
I tre massimi, ma ovviamente nessuno pensava che venissero
a ritirarlo. Ci siamo andati vicino con Brassens,
ma i primi sono dati un po’ sulla carta e basta.
Poi arriva Lluis Llach, che era completamente
sconosciuto in Italia, ma è un grande nome.
Tieni conto che nel gruppo dirigente del Tenco ci
sono varie anime: c’è chi sa tutto della
canzone spagnola e portoghese, chi sa tutto della
musica dell’est, chi del Sudamerica…io
stesso non conoscevo Lluis Llach. Abbiamo sempre ignorato
che questi grandi fossero o no conosciuti in Italia.
Per noi questa cosa era irrilevante. L’importante
era che avessero una storia dietro. Quindi cominciammo
a chiamare questi personaggi come Lluis Lach,
Atahualpa Yupanqui …un mito, però
chi lo conosceva in Italia?
E comunque
Zulfu Livaneli io continuo a non sapere chi sia…
Va bene… ma fidati! Se l’abbiamo premiato
ti garantisco che ne valeva la pena! Posso riconoscere
che Livaneli non sia come Brassens o Brel, ma guarda
che sono tuuti dei grandi! Livaneli è uno dei
più grandi artisti turchi, ma al principio
non lo conoscevo nemmeno io... Quando l’abbiamo
chiamato nel ’99 aveva 30 album al suo attivo
e aveva fatto anche del cinema come regista. Insomma,
il “pedigree” era notevole. E tra l’altro
mi è piaciuto anche a posteriori, mentre ad
esempio personalmente sono rimasto più freddino
su Arsen Dedic, che è il più
grande cantautore della ex-Yugoslavia. Ma se ne avessi
parlato con Paoli o con Endrigo avresti sentito un
parere molto diverso dal mio.
Ma
l’idea di fare accoppiate come Livaneli e Cockburn
– ossia uno molto famoso e uno pressoché
sconosciuto, è voluta?
No, quella in particolare è stata del tutto
casuale. Dopo Brassens, Brel e Cohen, ossia da Lluis
Llach in avanti, il nostro tentativo è stato
di acchiappare chi fosse di passaggio. Però
non vorrei che di noi si pensasse che siamo come il
Festivalbar che venerdì sera si vede chi c’è
l’indomani e il sabato mattina si fa la conferenza
stampa in cui si comunica chi ha vinto. E’ vero
che cerchiamo i premi tra quelli che sono disposti
a venire, ma è anche vero che sono pur sempre
artisti di altissimo livello. Non è che prendiamo
uno qualunque che è lì che gira e gli
diamo il Premio Tenco. Ne parliamo sempre molto a
fondo tra di noi cercando di soppesare tutte le possibilità.
E siamo solo in cinque ma ti assicuro che sono sempre
delle belle discussioni! Quindi alla fine ogni scelta
è meditata e tormentata. Anche Aute non sapevo
chi fosse. La prima volta che lo ascoltai non mi piacque
nemmeno: lo trovavo troppo tradizionale. Dopo qualche
anno Sacchi – che si occupa soprattutto di Spagna
e Portogallo lo ripropone.
Un'ultima cosa, quali sono i "colpi"
di cui sei particolarmente fiero?
Oltre ai già citati ce ne sono molti... il
fatto che Paolo Conte sia partito dal Tenco per conquistare
Parigi, l'esordio di Pino Daniele, lo sguardo sul
panorama musical-culturale mondiale... E ancora l'apertura
al filone teatral-umoristico di qualità e agli
interpreti di classe, o il duetto Tom Jobim- Caetano
Veloso, o ancora il set acustico di Vasco Rossi. Per
non parlare di Patti Smith, Chico Buarque, John Cale,
Randy Newman, Joni Mitchell o Laurie Anderson...
Manca solo Bob Dylan...
Già... Una volta gli avevamo anche scritto,
ma ora che viene più spesso in Italia sarebbe
forse il caso di ricontattarlo...
Intervista
effettuata tra settembre 2005 e agosto 2006
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