| Angelo
Ruggiero è stata una delle maggiori sorprese dell'annata
2005. Ci ha cercato lui, per mail, scrivendoci all'incirca: "ho
visto che vi occupate di canzone d'autore. bene, io penso di scrivere
canzoni d'autore. Volete ascoltarle?" Le abbiamo ascoltate
e confermiamo: Angelo scrive grandissime canzoni che si svolgono
attorno a temi tutt'altro che banali, ma che indagano sui misteri
della vita di tutti i giorni, sui quei piccoli e grandi misteri
inconfessabili che ci portiamo dietro o dentro e senza i quali,
forse, non riusciremmo a vivere. Sentire le canzoni di Angelo e
trasportarle nella mia realtà è stato un attimo. Quando
qualcuno, parlando di sè, parla a molti si può dire
che abbia raggiunto lo scopo.
Caro Angelo, a noi. Come ti avevo promesso ecco le domande per un’intervista.
Il mezzo scelto (l’e-mail che so che non ti entusiasma) ha
il vantaggio di un rapido utilizzo una volta ricevuta la risposta.
In caso contrario bisogna aspettare i nostri lunghissimi tempi di
sbobinatura
Volentieri
e controvoglia (per il mezzo) mi accingo a rispondere alle tue domande
ringraziandoti per i rinnovati complimenti. vista la loro quantità,
ti numero le risposte per non perdere il filo, anche se mi sento
come un matematico al supermercato.
Procedo
con ordine: Allora, la prima domanda è cosa può succedere
che tenga un artista dodici anni lontano dalla sua professione?
Ovvero, posto che la professione vera sia un’altra (tu sei
professore, come Claudio Lolli o Roberto Vecchioni per citare illustri
precedenti, o come veniva chiamato, senza esserlo Guccini), cosa
tiene lontano da una passione? Se ci pensi bene questa domanda è
ancora più atroce … Può anche essere, in realtà
che tu non abbia mai smesso del tutto. Ma questo, dal lato della
domanda, cioè dal nostro, è impossibile da appurare.
Effettivamente
neanche per me è semplice rispondere, ma questi 12 anni non
sono stati affatto di silenzio perché ho continuato a scrivere
e a suonare (anche se in posti piccoli magari solo con la chitarra
o il piano): sarebbe impossibile per me il contrario, anche a costo
di avere come palcoscenico il balcone di casa. Il fatto è
che dopo Recanati un po’ di aspettative sono andate deluse,
ingenuamente credevo ancora che il lavoro di un artista fosse quello
di scrivere cose interessanti e non quello di promuoversi e soprattutto
svendersi o "scrivere per il mercato", entrambe cose che
evidentemente non mi riescono bene. Se ci aggiungi una certa indolenza
e il fatto che non vorrei fare l'emigrante, una risposta alla mia
assenza c'è: è molto difficile oggi fare il cantautore
in Italia, figuriamoci vivendo a Bari! Ci provo caparbiamente comunque,
proprio perché questa specie di malattia che tu chiami passione
non ha mai conosciuto giorni di vacanza, è la mia vita. Il
mestiere di professore, invece, è solo un modo per non dormire
sotto i ponti. Sai com'è, diceva un mio amico che a fare
il poeta si e no dopo morto cominci a vedere qualche lira!
Dopo
tutto questo silenzio esci con undici canzoni nuove, quasi una per
ogni anno di silenzio. E sono canzoni che potrebbero far rumore,
in primo luogo perché sono di elevato livello artistico e
poi anche per i temi trattati che non sono mai banali né
consueti. E’ un album frutto del lavoro di undici anni di
ripensamenti o è nato di getto? E quanto materiale è
rimasto ancora nei cassetti? Sei autore prolifico o avaro di sé?
Ho scritto
molto, ho materiale per i tre o quattro successivi (speriamo) dischi,
per cui le 11 canzoni sono solo alcune, scelte fra molte e non perché
siano le migliori. Solitamente quello che scrivo lo scrivo di getto
e più che col cuore con lo stomaco; avviene poi che la stesura
finale di un brano possa richiedere tempi anche molto lunghi. nello
specifico del disco molta attenzione e molto tempo sono stati spesi
per la ricerca di suoni e atmosfere soddisfacenti.
La
qualità della scrittura dei testi fa pensare a una cura particolare
e anche, in alcuni casi, a materiale nato sulla carta prima che
in canzone. Scrivi anche in altre forme? Poesie, racconti?
No, scrivo
quasi ed esclusivamente canzoni.
Al
tuo riguardo ho citato nella recensione una serie di mostri sacri
da far tremare le vene ai polsi: Tom Waits, Leonard Cohen, Lou Reed,
Claudio Lolli, Mimmo Locasciulli e quant'altri ancora. Quali sono
in realtà i tuoi referenti musicali? A quali autori ti senti
più vicino o a chi pensi di dover qualcosa per la tua ispirazione?
In quanto ai
riferimenti musicali sottoscrivo quelli citati da te, tranne Locasciulli,
ma aggiungerei come più importanti Dylan , Lou Reed e De
Andrè: mio nonno suonava le canzoni napoletane, ma non vedo
a chi potrebbe interessare.
Ho
parlato anche di suoni “curiosamente” sixty nella tua
musica. Tra Santo & Johnny, tra il kitsch e la citazione d’epoca.
A cosa dobbiamo il “twang twang” così presente
nella tua musica, quando ci si aspetterebbe magari un piano o una
chitarra classica? Potrebbe anche essere una pura questione di carenza
di mezzi. Oppure una scelta estetica?
Le sonorità
del disco sono ovviamente una scelta estetica proprio per evitare
sonorità che, ahimè, nell'ambito anche della canzone
d'autore si stanno (pur)troppo uniformando. certo sarebbe stato
più facile dare ai brani del disco un abito folk, acustico,
ma anche molto più scontato. Le chitarre poi più che
a Santo e Ciccio (o Franco e Johnny?) contengono forse qualche riferimento
a Morricone e agli amati Velvet Underground. Credo che aggiungano
un senso di vago, di indeterminatezza temporale che, me ne rendo
conto, può anche spiazzare al primo ascolto.
E
veniamo al tema precipuo dell’album, partendo dal titolo:
“L’amore che non si può dire”. Messo sull’avviso
da un articolo di un quotidiano pugliese, riportato nel tuo sito,
che suggeriva che lo spunto venisse da una frase di Oscar Wilde
mi sono messo in caccia sui libri e sul web ed ho trovato questa:
“L’omosessualità è l’amore che non
osa pronunciare il suo nome”. Ma davvero in questi anni non
si può parlare di omosessualità? Ed è poi questo
il tema del disco?
Cosa intendo
per "amore che non si può dire"? Ho preso da Wilde
solo il tema, ampliandone il significato ed il senso: alludo alle
piccole e alle grandi storie inconfessabili che non sono appannaggio
di questa o quella categoria, ma degli esseri umani in genere e
delle maschere che tutti dobbiamo indossare. Mi piace pensare che
sia una canzone che ognuno può adattare a sé per cui
quello che intendo io forse non ha importanza o forse nemmeno lo
so. Può essere una passione artistica, l'amore tra Romeo
e Giulietta, quello edipico per il genitore o la genitrice, per
la donna di un altro, una mucca o un cane. . . Insomma tutto quello
che spesso le convenzioni, i costumi, i modelli e le imposizioni
etiche e sociali ci costringono a nascondere e a soffocare.
C’è
pure un’altra ipotesi e in questo caso sì che non si
potrebbe pronunciarne il nome. E’ un’idea che mi hanno
suggerito. E se l’amore che non si può dire fosse quello
per il mondo infantile? La pedofilia per uscire d’equivoco?
In questo caso l’album sarebbe molto più maledetto,
un oggetto da maneggiare con cautela, ma mi accorgo di farti una
domanda alla quale comunque sarebbe impossibile rispondere. Infatti
è possibile non rispondere.
L'ipotesi alternativa:
ma come vi è venuta in mente una cosa del genere? E’
proprio vero? Comunque sia diciamo che a tutti capita un attimo
di smarrimento e vi perdono. :-)) L'amore che non si può
dire è anche e certamente amore per la propria infanzia,
ma non per gli"infanti", e che cazzo!
Intervista
effettuata via e-mail il 22 settembre 2005
|