Non ha paura di mostrare l'anima Lalli, di raccontare
tutte le piccole cose che possono cambiare la vita:
storie di luoghi, di incontri musicali e letterari,
di momenti passati, ma che rimangono vivi nella memoria
e importantissimi.
Le sue storie Lalli ce le ha raccontate in una sera
di dicembre, poco prima di salire sul palco del Matatu
per la rassegna AcrobaticiAnfibi.
Una chiacchierata delicata e preziosa. Intonata a
lei e alle sue canzoni.
Tempo
di vento è del 98, all’improvviso nella
mia stanza è del 2003, quindi passerà
ancora parecchio tempo prima di avere un nuovo disco…
Beh, io spero di poterlo realizzare entro la fine
del 2005.
Ho letto che avevi intenzione
di fare un disco di cover dal vivo, sarà questo?
Mmm, ci sarà un disco dal vivo, però
non è detto che sia questa la prima uscita.
Sto registrando, abbiamo cominciato a registrare alcuni
concerti, quindi mi sto potando avanti col lavoro,
come si suol dire.
Quindi il disco dal vivo sta
andando avanti ma prima ci sarà forse qualcos’altro.
Stai già scrivendo? E sempre con Salizzoni?
Sì, ci stiamo lavorando. Scrivo con Pietro,
anzi credo che il disco uscirà con i nomi di
Lalli e Pietro, perché è giusto così,
quando i progetti nascono insieme, vengono portati
avanti insieme, insomma.
In effetti anche all’improvviso
nella mia stanza è nato così, è
il disco di una coppia in realtà. Diviso verticalmente,
tu tutti i testi e Pietro le musiche o ci sono degli
scambi?
Finora il lavoro di base è stato così,
io mporto un testo, lui una musica e le cuciamo, insieme,
come dei sarti, come degli artigiani. Anche se poi,
quando è il momento di chiudere ci si confronta
vicendevolmente. Lui mi sottolinea qualche frase che
non lo convince, io gli faccio notare qualche passaggio
che non mi piace tanto…insomma, ci sono degli
scambi
Invece in tempo di vento avevi
fatto tutto tu, anche se Pietro era già in
qualchemodo presente anche in Tempo di vento?
Sì, Tempo di vento è tutto mio. Pietro
è presente in una canzone sola, Aria di Buenos
Aires, in cui suona il contrabbasso, che non è
affatto il suo strumento… L’incontro con
Pietro per me è stato molto molto bello; io
avevo affidato la produzione artistica a Mario Congiu.
Nel vestire queste canzoni abbiamo visto che ci mancava
un bassista, o un contrabbassista, non sapevamo bene.
Mario mi dice io conosco uno che è molto bravo.
In effetti è un chitarrista, ma possiamo chiedergli
se per l’occasione ha voglia di impegnarsi in
questa avventura. Mi ricordo benissimo di quel giorno.
Non lo scorderò mai. Ci siamo visti a pranzo
e Pietro ha detto io non ho nessuna velleità
di suonare a qualunque costo; lo faccio perché
ho piacere di suonare con te. E questa è una
grande lezione di umiltà. Per me è stata
fondamentale e mi ha in qualche modo cambiato la vita.
Nel giro di poco tempo è poi diventato fondamentale
continuare a suonare con lui e abbiamo anche cominciato
a scrivere canzoni assieme. Testa storta è
stata la prima.
Come
mai hai deciso di dire basta alle musiche? Perché
lui è più bravo? (ride)
Beh, questo sicuramente è fuori di dubbio,
per prima cosa (ride), poi perché il fatto
che lui sia più bravo0 e venga da una scuola
più “nobile”, ossia più
classica e meno rock che è l’ambito più
naturale da cui provenivo io, mi ha obbligato a fare
un lavoro più accurato anche sui testi. Grosso
modo fino a tempo di vento i testi rimanevano quelli
scritti non dico di prima gettata ma quasi; con Pietro
c’è invece un grosso lavoro di…
anche di buttare via molto perché nel momento
in cui ti trovi a fare i conti con una struttura musicale
melodica precisa, sei obbligata a scrivere una cosa
di cui devi essere sicura. Ed è una fatica,
ma il risultato si vede. Ed era una cosa che io cercavo
da tempo. Tra l’altro già al tempo –
e scusa il gioco di parole – di Tempo di vento
– mi sarebbe piaciuto trovare qualcuno con cui
fare questo tipo di lavoro. Solo che primo c’era
davvero troppa urgenza, perché Tempo di vento
è un disco che per me segna la svolta di un
angolo. Perché con quel disco io volevo raccontare
10 anni di silenzio miei e dire perché era
andata così.
Perché silenzio? Non
scrivevi in quel periodo?
Silenzio nel senso che negli anni precedenti
– dalla fine dei Franti a Tempo di Vento –
ci sono stati mille progetti, mille rivoli, mille
cose, ma per me non erano il racconto del momento
che stavo vivendo
Ma tu scrivevi i testi anche
prima?
Sì, ho scritto dei testi per i Franti e per
gli Ishi, che era il mio primo gruppo a cui ho lavorato
in prima persona, nel senso che ho messo insieme i
componenti. Lì scrivevo testi e musica, ma
non era a fuoco, era prematuro, in divenire.
Quindi in Tempo di vento racconti
di te per la prima volta e avevi l’urgenza di
raccontare di te, della tua storia. In All’improvviso
nella tua stanza avevi invece l’esigenza di
raccontare storie. Adesso a che punto sei?
Penso che le cose siano sempre molto mescolate. Che
tipo di storie sono penso che si possa vedere solo
a posteriori; è lì che puoi fare una
lettura. La mia tendenza è quella di scrive
storie piccole. Questo l’abbiamo pensato già
con Pietro per All’improvviso nella mia stanza.
C’è questa sorta di paura, ci raccontano
delle storie grandi che poi a ben vedere sono fatte
da tante storie piccole che sono fondamentali, ma
che poi si perdono nel nome della storia grande. E
questa è una cosa che a me da fastidio; è
una forma di ingiustizia, credo.
E questa è una delle
molle che ti fanno scrivere. Il fatto che questo patrimonio
non venga disperso?
Sì, indubbiamente è così. “All’improvviso,
nella mia stanza” nasce proprio dal bisogno
di raccontare delle storie piccole con l’urgenza
e la paura che vadano perdute.
Tu scrivi anche poesie?
Io scrivo… Il mio primo istinto è farla
diventare una canzone, non mi sono mai vista come
scrittrice e basta. Forse da ragazzina, quando ero
adolescente sì… Allora ho scritto poesie
sui miei nonni, ho scritto poesie su Torino, però
è una cosa che penso facciano praticamente
tutti gli adolescenti. Poi come diceva De André
citando a sua volta qualcun altro, a 18 anni o si
smette o si è cretini. Ossia o si pianta lì
e si fa un’altra cosa o se continui lo devi
prendere fra le mani e giocartela, in qualche modo.
De
Andrè è una delle tue grandi fonti d’ispirazione,
no?
Tra quelle italiane sicuramente è la più
grande, la prima, sì.
Questo dal punto di vista della
scrittura. Dal punto di vista dell’esecuzione
ci sono delle figure femminili importanti per te?
Di cantanti donne ne ho ascoltate sempre tante. Prima
ancora di cantare, fin da giovanissima. C’era
un negozio di dischi abbastanza distante da dove abitavo
e tutti i pomeriggi mi facevo una bella scarpinata
perché mi dava la possibilità di ascoltare
i dischi senza comprarli. Allora si poteva fare, era
normale- Per molto tempo non c’è stato
più nessuno che ti dava questa possibilità,
anche se adesso sta tornando, meno male. Dal punto
di vista dei suoni, diciamo che l’incontro con
Pietro è stato una manna dal cielo, perché
il fatto di rendere tangibile quello che io da sola
non riuscivo a fare, che era il riportare nel disco
– che è la fotografia del momento - i
suoni quotidiani, normali. Per esempio, non è
stata un’operazione ideologica quella di usare
gli strumenti folklorici del bacino del mediterraneo;
è stata una scelta che è venuta da sé.
Noi siamo partiti dall’idea che le canzoni debbano
stare in piedi voce e chitarra, ed essere leggere
come l'aria. Poi piano piano arrivano gli strumenti
a dar colore. E allora si mette quella tromba lì
perché dà quel certo tono, quell’intensità
quella forza, e il banjo turco là, per quel
suo senso di malinconia… Ma non sono stati suoni
scelti a tavolino, sono venuti così, assolutamente
“normali”. Non mi piace usare questa parola,
ma pensando che Torino è una delle città
più “arabizzate” d’Italia,
questi sono i suoni che quando esci e vai al mercato
a fare la spesa senti attorno a te normalmente.
In una tua intervista ho letto una lista di artisti
che ti piace ascoltare, ma devo dire che non ne ritrovo
echi in quello che fai. Ben Harper, Belle & Sebastien,
Yo la Tengo, Dmien Rice… Quindi un conto è
ascoltare altro conto è realizzare?
Non sono mai riuscita a pensare di fare canzoni all’interno
di un genere, e credo che lo stesso discorso valga
anche per Pietro. Non so, adesso dico una stupidaggine:
mi piace Bruce Springsteen – che mi piace veramente,
tra l’altro – allora faccio tutte canzoni
alla Bruce Springsteen o mi piace il reggae allora
faccio una canzone reggae...ecco questo non ci è
mai passato per la mente. Ciò non toglie però
che ci siano delle cose che girano nell’aria
nel momento in cui tu la devi creare, una canzone.
Ecco, gli ascolti forse possono rientrare in quella
forma lì, funzionano per il lavoro che si fa
insieme. Voglio dire, quando si scrive in coppia il
fatto di avere, che so, 20 dischi in comune permette
di potersi capire al volo.
Tu sei una di quelli che riescono
a campare di musica o devi fare anche un altro lavoro?
No, assolutamente… Non ce la fa quasi nessuno.
Non sono mai stati tempi felici per chi fa musica,
scrive o fa teatro, ma credo che questi ultimi tempi
siano proprio molto cupi. Molto bui.
E
riesci a fare lavori che hanno a che fare con la musica
o ti occupi di tutt’altra cosa?
No, faccio l’impiegata in Regione da 25 anni.
Mi occupo di patrimonio linguistico e minoranze.
Cosa pensi si possa fare per
farsi conoscere? Tu cosa cerchi di fare per diffondere
la tua musica? Concerti?
Concerti sì, anche se negli ultimi 3-4 anni
abbiamo cercato di “ottimizzare il livello”.
Non nel senso di andare a suonare solo in certi posti,
ma di distinguere molto tra le situazioni. Mi spiego
meglio: se riesco a suonare in un teatro cerco di
portare 8 musicisti sul palco e nello stesso tempo
cerco di mantenere la stessa qualità anche
quando andiamo a suonare in due o in tre in posti
più piccoli, studiando delle soluzioni diverse
per le diverse tipologie di spettacolo. Ad esempio,
la scorsa estate abbiamo fatto una due concerti bellissimi
al Festival de la Cité di Losanna ed eravamo
in 4: io Pietro e la sezione d’archi; violino
e violoncello. È stato bellissimo... gente
che non ci conosceva la prima sera si è fermata
e poi, sputo che la sera seguente avremmo suonato
nello stesso posto è ritornata. E evidentemente
ha sparso la voce, perché la seconda sera in
quella piazzetta c’era una marea di gente. Persone
che erano venute apposta a sentirci perché
si erano passate parola… è stato molto
divertente, molto bello.
Tu credi ancora nella funzione
del disco in quanto opera complessiva o pensi che
in quest’epoca distratta sia destinato ormai
ad una mera funzione di contenitore?
In generale non so dire. Noi in qualche modo non riusciamo
a far finta che non ci sia nient’altro che una
raccolta pura e semplice di sette, 12 o 15 canzoni.
Non è così per noi. Anche All’improvviso
nella mia stanza, che sembrava nato così –
io porto delle parole, tu porti della musica e ci
lavoriamo – alla fine ha una sua omogeneità
di fondo, un discorso, un trait d’union grande.
Nostro malgrado. Se riusciamo a lavorare nella direzione
che ci siamo prefissi, io e Pietro, per il prossimo
disco credo che ci sia veramente un’idea forte
di partenza da sviluppare poi nelle canzoni. Come
vedi sono assolutamente fuori moda, come sempre. Ma
non ci spaventiamo per quello.
Stasera con il tuo concerto
presenti un libro di Margherite Duras, C’est
tout, ma non solo, anche All’improvviso nella
mia stanza è una canzone che cantava Marguerite
Duras. È una passione di lunga data? Ti ha
aiutato anche a scrivere?
Forse sì. Mi ha cambiata, mi tolto delle paure.
Ricordo che avevo visto in vetrina alla Librerie Francaise
di Torino un libro che raccoglieva gran parte della
sua opera in edizione originale. L’ho comprato
e ho iniziato a leggere la prefazione in cui venivano
riportate alcune sue frasi. In una diceva che le è
venuto più facile ad un certo punto accettarsi
come persone che scrive quando non ha più avuto
paura di aver paura di scrivere. Questo mi ha dato
coraggio, perchè adesso se ho paura la capisco
e cerco di non farmi più del male, di non insistere
quando non viene. So che scrivere non si può
fare a comando e la pagina bianca non è più
una nemica, ma qualcosa di amico che mi aspetta, che
quando sarà il momento sarà lì
ad attendermi...
”All’improvviso, nella mia stanza”
era il ritornello di una vecchissima canzone francese.
Marguerite Duras andava in giro per le campagne o
sul lungomare della Normandia con Andreas Steiner
e cantavano sulla loro macchinetta questo vecchio
ritornello: “All’improvviso, nella mia
stanza ci sei tu…all’improvviso,nella
mia stanza in questo buio ci sei tu…”.
Ho cercato anche di trovarla questa canzone, ma non
sono mai riuscita a risalire all'originale…
La tua storia di spettacolo
è lunghissima: sono più di 20 anni che
calchi le scene…
Eh, infatti anche la mia età è lunghissima…
(ride) non si può dire. Ma no si può
dire eccome, ho 48 anni. Ho iniziato nell’82
con i Franti.
Ma del periodo dei Franti non
parli volentieri… o adesso lo hai metabolizzato?
No, non è che non ne parlo volentieri! L’esperienza
Franti è stata fondamentale per quello che
io oggi sono. Senza quell’esperienza sarei sicuramente
una persona diversa, non sarei qui. Franti era un
progetto musicale che nasceva da delle idee ben precise,
e non solo musicali. Da una parte c’era l’idea
che veniva un po’ più da lontano, da
cantautori che ci avevano preceduti, che la musica
può avere un impatto sociale, può ancora
cambiare il mondo, dall’altra quella che riappropriarsi
di un pezzettino della merce musica fosse andare a
rimettere insieme dei frammenti che solitamente sono
separati. Il collante era il fatto che con l’esperienza
punk che stava nascendo in Italia in quel periodo
si potevano unire le due cose. Oggi non c’è
forse niente che possa assomigliare a quel periodo
lì. Non voglio né mitizzare l'allora
né demonizzare l'oggi, ma adesso si suona in
maniera diversa, si canta in maniera diversa, si fa
musica in maniera diversa. Tutto l’aspetto più
politico di quello che era il fare musica di quel
tempo non esiste più, e se esiste, ne è
rimasta solo una minima parte che non rispecchia quello
di cui la gente ha bisogno. Questo era quanto. Quindi
non è che io non parli volentieri di quell’esperienza,
anzi, ma è che diventa difficile rendere bene
cos’era, quanto fosse diverso allora suonare.
O forse sono io che non sono tanto capace a farlo.
Era diverso anche tutto il
contorno…
Sì, era il contesto che lo richiedeva, infatti
poi ho avuto bisogno di quei famosi 10 anni che si
sono concretizzati musicalmente in Tempo di vento
per elaborare un’idea diversa che non fosse
solo “o tutto o niente”, o solo quel progetto
musicale lì oppure non suono più oppure
suono a SanRemo. Dovevo capire quale fosse la mia
strada, il mio sentiero, se mai c’era. Perché
non davo niente per scontato.
Adesso sembra che ci sia, e
hai avuto delle ottime recensioni per i tuoi lavori
che si sono concretizzate anche nella richiesta di
collaborazioni.
C’è sicuramente. Sì, ho cantato
nel disco di Zamboni, ho fatto questa parte di attrice
nel film di Daniele Gallianone, un regista torinese.
Questo film si intitolerà “Nemmeno il
destino” è tratto da un romanzo breve
di Gianfranco Bettin, ed è la storia dell’amicizia
di tre ragazzini di diciassette anni di una periferia
del mondo. Il film è ambientato ai Torino,
ma credo che vi si possa riconoscere la periferia
di qualunque città dalla mancanza di prospettive,
di sogni.
Ultima curiosità: Lalli
è un cognome, un soprannome…
Lalli è il mio nome da bambina. Lo inventò
un mio cuginetto, che si era stufato che tutte le
volte che chiamava Lella rispondessimo io, che mi
chiamo Marinella, mia zia Marcella e mia cugina Antonella.
Lui diede ad ognuna di noi tre un nomignolo diverso
e da lì in poi sono rimasta Lalli