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Le Bielle interviste

Lalli: le piccole storie che fanno la storia grande
di Giorgio Maimone - foto di Viola Berlanda tratte dal sito di Lalli

Non ha paura di mostrare l'anima Lalli, di raccontare tutte le piccole cose che possono cambiare la vita: storie di luoghi, di incontri musicali e letterari, di momenti passati, ma che rimangono vivi nella memoria e importantissimi.
Le sue storie Lalli ce le ha raccontate in una sera di dicembre, poco prima di salire sul palco del Matatu per la rassegna AcrobaticiAnfibi.
Una chiacchierata delicata e preziosa. Intonata a lei e alle sue canzoni.


Tempo di vento è del 98, all’improvviso nella mia stanza è del 2003, quindi passerà ancora parecchio tempo prima di avere un nuovo disco…
Beh, io spero di poterlo realizzare entro la fine del 2005.

Ho letto che avevi intenzione di fare un disco di cover dal vivo, sarà questo?
Mmm, ci sarà un disco dal vivo, però non è detto che sia questa la prima uscita. Sto registrando, abbiamo cominciato a registrare alcuni concerti, quindi mi sto potando avanti col lavoro, come si suol dire.

Quindi il disco dal vivo sta andando avanti ma prima ci sarà forse qualcos’altro. Stai già scrivendo? E sempre con Salizzoni?
Sì, ci stiamo lavorando. Scrivo con Pietro, anzi credo che il disco uscirà con i nomi di Lalli e Pietro, perché è giusto così, quando i progetti nascono insieme, vengono portati avanti insieme, insomma.

In effetti anche all’improvviso nella mia stanza è nato così, è il disco di una coppia in realtà. Diviso verticalmente, tu tutti i testi e Pietro le musiche o ci sono degli scambi?
Finora il lavoro di base è stato così, io mporto un testo, lui una musica e le cuciamo, insieme, come dei sarti, come degli artigiani. Anche se poi, quando è il momento di chiudere ci si confronta vicendevolmente. Lui mi sottolinea qualche frase che non lo convince, io gli faccio notare qualche passaggio che non mi piace tanto…insomma, ci sono degli scambi

Invece in tempo di vento avevi fatto tutto tu, anche se Pietro era già in qualchemodo presente anche in Tempo di vento?
Sì, Tempo di vento è tutto mio. Pietro è presente in una canzone sola, Aria di Buenos Aires, in cui suona il contrabbasso, che non è affatto il suo strumento… L’incontro con Pietro per me è stato molto molto bello; io avevo affidato la produzione artistica a Mario Congiu. Nel vestire queste canzoni abbiamo visto che ci mancava un bassista, o un contrabbassista, non sapevamo bene. Mario mi dice io conosco uno che è molto bravo. In effetti è un chitarrista, ma possiamo chiedergli se per l’occasione ha voglia di impegnarsi in questa avventura. Mi ricordo benissimo di quel giorno. Non lo scorderò mai. Ci siamo visti a pranzo e Pietro ha detto io non ho nessuna velleità di suonare a qualunque costo; lo faccio perché ho piacere di suonare con te. E questa è una grande lezione di umiltà. Per me è stata fondamentale e mi ha in qualche modo cambiato la vita. Nel giro di poco tempo è poi diventato fondamentale continuare a suonare con lui e abbiamo anche cominciato a scrivere canzoni assieme. Testa storta è stata la prima.

Come mai hai deciso di dire basta alle musiche? Perché lui è più bravo? (ride)
Beh, questo sicuramente è fuori di dubbio, per prima cosa (ride), poi perché il fatto che lui sia più bravo0 e venga da una scuola più “nobile”, ossia più classica e meno rock che è l’ambito più naturale da cui provenivo io, mi ha obbligato a fare un lavoro più accurato anche sui testi. Grosso modo fino a tempo di vento i testi rimanevano quelli scritti non dico di prima gettata ma quasi; con Pietro c’è invece un grosso lavoro di… anche di buttare via molto perché nel momento in cui ti trovi a fare i conti con una struttura musicale melodica precisa, sei obbligata a scrivere una cosa di cui devi essere sicura. Ed è una fatica, ma il risultato si vede. Ed era una cosa che io cercavo da tempo. Tra l’altro già al tempo – e scusa il gioco di parole – di Tempo di vento – mi sarebbe piaciuto trovare qualcuno con cui fare questo tipo di lavoro. Solo che primo c’era davvero troppa urgenza, perché Tempo di vento è un disco che per me segna la svolta di un angolo. Perché con quel disco io volevo raccontare 10 anni di silenzio miei e dire perché era andata così.

Perché silenzio? Non scrivevi in quel periodo?
Silenzio nel senso che negli anni precedenti – dalla fine dei Franti a Tempo di Vento – ci sono stati mille progetti, mille rivoli, mille cose, ma per me non erano il racconto del momento che stavo vivendo

Ma tu scrivevi i testi anche prima?
Sì, ho scritto dei testi per i Franti e per gli Ishi, che era il mio primo gruppo a cui ho lavorato in prima persona, nel senso che ho messo insieme i componenti. Lì scrivevo testi e musica, ma non era a fuoco, era prematuro, in divenire.

Quindi in Tempo di vento racconti di te per la prima volta e avevi l’urgenza di raccontare di te, della tua storia. In All’improvviso nella tua stanza avevi invece l’esigenza di raccontare storie. Adesso a che punto sei?
Penso che le cose siano sempre molto mescolate. Che tipo di storie sono penso che si possa vedere solo a posteriori; è lì che puoi fare una lettura. La mia tendenza è quella di scrive storie piccole. Questo l’abbiamo pensato già con Pietro per All’improvviso nella mia stanza. C’è questa sorta di paura, ci raccontano delle storie grandi che poi a ben vedere sono fatte da tante storie piccole che sono fondamentali, ma che poi si perdono nel nome della storia grande. E questa è una cosa che a me da fastidio; è una forma di ingiustizia, credo.

E questa è una delle molle che ti fanno scrivere. Il fatto che questo patrimonio non venga disperso?
Sì, indubbiamente è così. “All’improvviso, nella mia stanza” nasce proprio dal bisogno di raccontare delle storie piccole con l’urgenza e la paura che vadano perdute.

Tu scrivi anche poesie?
Io scrivo… Il mio primo istinto è farla diventare una canzone, non mi sono mai vista come scrittrice e basta. Forse da ragazzina, quando ero adolescente sì… Allora ho scritto poesie sui miei nonni, ho scritto poesie su Torino, però è una cosa che penso facciano praticamente tutti gli adolescenti. Poi come diceva De André citando a sua volta qualcun altro, a 18 anni o si smette o si è cretini. Ossia o si pianta lì e si fa un’altra cosa o se continui lo devi prendere fra le mani e giocartela, in qualche modo.

De Andrè è una delle tue grandi fonti d’ispirazione, no?
Tra quelle italiane sicuramente è la più grande, la prima, sì.

Questo dal punto di vista della scrittura. Dal punto di vista dell’esecuzione ci sono delle figure femminili importanti per te?
Di cantanti donne ne ho ascoltate sempre tante. Prima ancora di cantare, fin da giovanissima. C’era un negozio di dischi abbastanza distante da dove abitavo e tutti i pomeriggi mi facevo una bella scarpinata perché mi dava la possibilità di ascoltare i dischi senza comprarli. Allora si poteva fare, era normale- Per molto tempo non c’è stato più nessuno che ti dava questa possibilità, anche se adesso sta tornando, meno male. Dal punto di vista dei suoni, diciamo che l’incontro con Pietro è stato una manna dal cielo, perché il fatto di rendere tangibile quello che io da sola non riuscivo a fare, che era il riportare nel disco – che è la fotografia del momento - i suoni quotidiani, normali. Per esempio, non è stata un’operazione ideologica quella di usare gli strumenti folklorici del bacino del mediterraneo; è stata una scelta che è venuta da sé. Noi siamo partiti dall’idea che le canzoni debbano stare in piedi voce e chitarra, ed essere leggere come l'aria. Poi piano piano arrivano gli strumenti a dar colore. E allora si mette quella tromba lì perché dà quel certo tono, quell’intensità quella forza, e il banjo turco là, per quel suo senso di malinconia… Ma non sono stati suoni scelti a tavolino, sono venuti così, assolutamente “normali”. Non mi piace usare questa parola, ma pensando che Torino è una delle città più “arabizzate” d’Italia, questi sono i suoni che quando esci e vai al mercato a fare la spesa senti attorno a te normalmente.

In una tua intervista ho letto una lista di artisti che ti piace ascoltare, ma devo dire che non ne ritrovo echi in quello che fai. Ben Harper, Belle & Sebastien, Yo la Tengo, Dmien Rice… Quindi un conto è ascoltare altro conto è realizzare?

Non sono mai riuscita a pensare di fare canzoni all’interno di un genere, e credo che lo stesso discorso valga anche per Pietro. Non so, adesso dico una stupidaggine: mi piace Bruce Springsteen – che mi piace veramente, tra l’altro – allora faccio tutte canzoni alla Bruce Springsteen o mi piace il reggae allora faccio una canzone reggae...ecco questo non ci è mai passato per la mente. Ciò non toglie però che ci siano delle cose che girano nell’aria nel momento in cui tu la devi creare, una canzone. Ecco, gli ascolti forse possono rientrare in quella forma lì, funzionano per il lavoro che si fa insieme. Voglio dire, quando si scrive in coppia il fatto di avere, che so, 20 dischi in comune permette di potersi capire al volo.

Tu sei una di quelli che riescono a campare di musica o devi fare anche un altro lavoro?
No, assolutamente… Non ce la fa quasi nessuno. Non sono mai stati tempi felici per chi fa musica, scrive o fa teatro, ma credo che questi ultimi tempi siano proprio molto cupi. Molto bui.

E riesci a fare lavori che hanno a che fare con la musica o ti occupi di tutt’altra cosa?
No, faccio l’impiegata in Regione da 25 anni. Mi occupo di patrimonio linguistico e minoranze.

Cosa pensi si possa fare per farsi conoscere? Tu cosa cerchi di fare per diffondere la tua musica? Concerti?
Concerti sì, anche se negli ultimi 3-4 anni abbiamo cercato di “ottimizzare il livello”. Non nel senso di andare a suonare solo in certi posti, ma di distinguere molto tra le situazioni. Mi spiego meglio: se riesco a suonare in un teatro cerco di portare 8 musicisti sul palco e nello stesso tempo cerco di mantenere la stessa qualità anche quando andiamo a suonare in due o in tre in posti più piccoli, studiando delle soluzioni diverse per le diverse tipologie di spettacolo. Ad esempio, la scorsa estate abbiamo fatto una due concerti bellissimi al Festival de la Cité di Losanna ed eravamo in 4: io Pietro e la sezione d’archi; violino e violoncello. È stato bellissimo... gente che non ci conosceva la prima sera si è fermata e poi, sputo che la sera seguente avremmo suonato nello stesso posto è ritornata. E evidentemente ha sparso la voce, perché la seconda sera in quella piazzetta c’era una marea di gente. Persone che erano venute apposta a sentirci perché si erano passate parola… è stato molto divertente, molto bello.

Tu credi ancora nella funzione del disco in quanto opera complessiva o pensi che in quest’epoca distratta sia destinato ormai ad una mera funzione di contenitore?
In generale non so dire. Noi in qualche modo non riusciamo a far finta che non ci sia nient’altro che una raccolta pura e semplice di sette, 12 o 15 canzoni. Non è così per noi. Anche All’improvviso nella mia stanza, che sembrava nato così – io porto delle parole, tu porti della musica e ci lavoriamo – alla fine ha una sua omogeneità di fondo, un discorso, un trait d’union grande. Nostro malgrado. Se riusciamo a lavorare nella direzione che ci siamo prefissi, io e Pietro, per il prossimo disco credo che ci sia veramente un’idea forte di partenza da sviluppare poi nelle canzoni. Come vedi sono assolutamente fuori moda, come sempre. Ma non ci spaventiamo per quello.

Stasera con il tuo concerto presenti un libro di Margherite Duras, C’est tout, ma non solo, anche All’improvviso nella mia stanza è una canzone che cantava Marguerite Duras. È una passione di lunga data? Ti ha aiutato anche a scrivere?
Forse sì. Mi ha cambiata, mi tolto delle paure. Ricordo che avevo visto in vetrina alla Librerie Francaise di Torino un libro che raccoglieva gran parte della sua opera in edizione originale. L’ho comprato e ho iniziato a leggere la prefazione in cui venivano riportate alcune sue frasi. In una diceva che le è venuto più facile ad un certo punto accettarsi come persone che scrive quando non ha più avuto paura di aver paura di scrivere. Questo mi ha dato coraggio, perchè adesso se ho paura la capisco e cerco di non farmi più del male, di non insistere quando non viene. So che scrivere non si può fare a comando e la pagina bianca non è più una nemica, ma qualcosa di amico che mi aspetta, che quando sarà il momento sarà lì ad attendermi...
”All’improvviso, nella mia stanza” era il ritornello di una vecchissima canzone francese. Marguerite Duras andava in giro per le campagne o sul lungomare della Normandia con Andreas Steiner e cantavano sulla loro macchinetta questo vecchio ritornello: “All’improvviso, nella mia stanza ci sei tu…all’improvviso,nella mia stanza in questo buio ci sei tu…”.
Ho cercato anche di trovarla questa canzone, ma non sono mai riuscita a risalire all'originale…

La tua storia di spettacolo è lunghissima: sono più di 20 anni che calchi le scene…
Eh, infatti anche la mia età è lunghissima… (ride) non si può dire. Ma no si può dire eccome, ho 48 anni. Ho iniziato nell’82 con i Franti.

Ma del periodo dei Franti non parli volentieri… o adesso lo hai metabolizzato?
No, non è che non ne parlo volentieri! L’esperienza Franti è stata fondamentale per quello che io oggi sono. Senza quell’esperienza sarei sicuramente una persona diversa, non sarei qui. Franti era un progetto musicale che nasceva da delle idee ben precise, e non solo musicali. Da una parte c’era l’idea che veniva un po’ più da lontano, da cantautori che ci avevano preceduti, che la musica può avere un impatto sociale, può ancora cambiare il mondo, dall’altra quella che riappropriarsi di un pezzettino della merce musica fosse andare a rimettere insieme dei frammenti che solitamente sono separati. Il collante era il fatto che con l’esperienza punk che stava nascendo in Italia in quel periodo si potevano unire le due cose. Oggi non c’è forse niente che possa assomigliare a quel periodo lì. Non voglio né mitizzare l'allora né demonizzare l'oggi, ma adesso si suona in maniera diversa, si canta in maniera diversa, si fa musica in maniera diversa. Tutto l’aspetto più politico di quello che era il fare musica di quel tempo non esiste più, e se esiste, ne è rimasta solo una minima parte che non rispecchia quello di cui la gente ha bisogno. Questo era quanto. Quindi non è che io non parli volentieri di quell’esperienza, anzi, ma è che diventa difficile rendere bene cos’era, quanto fosse diverso allora suonare. O forse sono io che non sono tanto capace a farlo.

Era diverso anche tutto il contorno…
Sì, era il contesto che lo richiedeva, infatti poi ho avuto bisogno di quei famosi 10 anni che si sono concretizzati musicalmente in Tempo di vento per elaborare un’idea diversa che non fosse solo “o tutto o niente”, o solo quel progetto musicale lì oppure non suono più oppure suono a SanRemo. Dovevo capire quale fosse la mia strada, il mio sentiero, se mai c’era. Perché non davo niente per scontato.

Adesso sembra che ci sia, e hai avuto delle ottime recensioni per i tuoi lavori che si sono concretizzate anche nella richiesta di collaborazioni.
C’è sicuramente. Sì, ho cantato nel disco di Zamboni, ho fatto questa parte di attrice nel film di Daniele Gallianone, un regista torinese. Questo film si intitolerà “Nemmeno il destino” è tratto da un romanzo breve di Gianfranco Bettin, ed è la storia dell’amicizia di tre ragazzini di diciassette anni di una periferia del mondo. Il film è ambientato ai Torino, ma credo che vi si possa riconoscere la periferia di qualunque città dalla mancanza di prospettive, di sogni.

Ultima curiosità: Lalli è un cognome, un soprannome…
Lalli è il mio nome da bambina. Lo inventò un mio cuginetto, che si era stufato che tutte le volte che chiamava Lella rispondessimo io, che mi chiamo Marinella, mia zia Marcella e mia cugina Antonella. Lui diede ad ognuna di noi tre un nomignolo diverso e da lì in poi sono rimasta Lalli

Intervista rilasciata il 4 dicembre 2004
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