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"SULUTUMANa in concert"

SuluDeandré
di Silvano Rubino

"E' un mondo popoloso e sempre in movimento, quello degli omaggi, delle serate ricordo, degli eventi legati al nome di Fabrizio De Andrè. Attorno al nome del cantautore scomparso si muove un universo di cover band, cantautori, compagnie teatrali, guitti e saltimbanchi. Il nome di Fabrizio richiama sempre pubblico, una serata omaggio, in qualunque parte d'Italia si svolga, avrà sempre uno stuolo di "orfani" pronti a precipitarsi, a volte imbattendosi in nuovi talenti, altre volte finendo per uscire disgustati, arrabbiati, delusi.

Perché non sempre la qualità degli artisti in campo è eccelsa e l'intento cristallino. Inutile imbarcarsi su una disquisizione su quanto di opportunistico vi sia nella scelta di percorrere quella strada. Non è questo il punto. Il punto è che nella proliferazione di serate omaggio, nella quantità si rischia di perdere di vista la qualità. E magari si finisce per farsi sfuggire qualche vera perla. Domenica 1 febbraio 2003, a Piacenza, al Circolo Arci Bartolomeo, è andata in scena una delle serate di Nel Segno di Faber, ciclo organizzato dall'Arci Emilia-Romagna.

Sul palco non c'era una cover band, né un gruppo che avesse alle spalle precedenti deandreiani di alcun tipo. C'erano i Sulutumana. E qui sta il merito degli organizzatori della rassegna: aver capito che per rendere omaggio a De Andrè si deve alzare lo sguardo al di là di chi si limita a riproporre, rielaborare, reinterpretare (quando non scimmiottare) il repertorio del maestro e guardare anche a chi, in Italia, ne ha assorbito al meglio la lezione, coniugandola con altre, trasformandola in una ricetta originale e innovativa.

I Sulutumana sono molto deandreiani per tanti aspetti: per l'attenzione alle radici e agli strumenti della tradizione, per l'amore per le storie marginali, nel loro caso quelle della provincia, per la cura certosina negli arrangiamenti e nei testi. E allora era giusto e bello che fossero su quel palco quella sera, con tutto il loro pudore nell'avvicinarsi a un maestro riconosciuto, scusandosi di accostare il loro repertorio a quello di Fabrizio. Hanno proposto sei canzoni di De André (Geordie, Fiume Sand Creek, Via del Campo, Amore che vieni amore che vai, Le acciughe fanno il pallone, La ballata dell'amore cieco), a nostro parere, in maniera ineccepibile ed emozionante. Ma le hanno "mischiate" all'interno del loro consueto concerto, accostate alle loro canzoni.

Esperimento ardimentoso, ma - udite udite - riuscito. Non strideva, quell'accostamento. Il pubblico (in maggioranza deandreiani di stretta osservanza) non fremeva di impazienza in attesa della cover successiva, ma ascoltava, apprezzava e applaudiva. Come a dire, bravi, voi sì che avete raccolto un piccolo frammento di quella "goccia di splendore". Fabrizio non ce lo restituirà mai nessuno, ma è bello che ci sia qualcuno che della sua lezione ha fatto così bene tesoro. I surrogati non servono. E nessuno, al Circolo Arci di Piacenza, ne ha sentito la mancanza.

Piccola postilla: la rassegna aveva il patrocinio della Fondazione De André. Ci sarebbe piaciuto vedere qualcuno della Fondazione, al concerto dei Sulutumana. Perché mettere un timbrino non basta, sarebbe bello e utile anche andare a scoprire se, in mezzo ai tanti omaggi, finisca per esserci del talento che vale la pena di promuovere. I Sulutumana se lo meritano."

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I Sulutumana e il Prinsi Raimund

di Laura Bianchi

Una sala piccolissima. Una trentina di spettatori. Niente palco, ma cinque leggii. Un clima da serata di altri tempi, quando la cultura si viveva sulla pelle, in pochi spazi intimi.. E, in questo clima, due attori che cantano e tre musicisti che recitano, in un incrocio di ruoli che prima spiazza, poi avvince. La storia di Prinsi Raimund e di una sfida fra gli abitanti della valle e quelli della collina a colpi di canzoni popolari è il pretesto, riuscitissimo, per un viaggio nella musica tradizionale e popolare italiana, di cui vengono colti, con grande finezza, analogie e intrecci, musicali e tematici.

I due attori cantanti sono bravi; bravissimi i tre Sulutumana, Andrea al violino, Giamba alla fisa e Michele alla chitarra. Tre strumenti classici della musica suonata e cantata dalla gente comune, che qui ritrovano il loro senso più autentico, forse. E il canto si fa spiegato, la passione si fa quasi palpabile, i grandi temi della vita, l'amore, il dolore, il lavoro, la morte, la guerra, diventano cori, stornelli, racconti in musica, cantilene, filastrocche, ninnenanne, fino a sfiorare la dignità epica di un popolo che non si è mai piegato, che ha sempre mantenuto intatta la propria voglia di sognare e cantare.

Chi c'era l' ha provata, la bella emozione di vivere in un'epoca senza tempo, e insieme la sensazione che la vera poesia non ha davvero tempo, è passato, presente, futuro. Come la vera vita. Ancora una volta, grazie anche ai tre Sulutumana per aver contribuito a questa emozione. (dalla ML dei Sulutumana)

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I Sulutumana al Dynamo

di Laura Bianchi

Si sta stretti nei viali della città di Milano, in una zona dal posteggio selvaggio e, poco più in là, villette e chalet di altissimo design, dalla casa eclettica medievale all'igloo. Questo per dire cosa? Che anche l'impatto visivo col Dynamo è una folgorazione. Piano terra, bar-ristorante-cantina (e già lì … una cantina al piano terra … non deve stare in cantina?). Piano-cantina ( appunto), una tavernetta.

Ma proprio di quelle original anni '80, con la sfera pseudostroboscopica in mezzo alla sala, i séparés per gli infrattati dopo il quarto d'ora di lenti, e soprattutto il trono del dj in un angolo, sopraelevato sulla pista, luogo di desiderio per decine di ragazze … un salto indietro di vent'anni … per chi aveva vent'anni vent'anni fa.

Quattro lampade che sembrano i cappelli dei raccoglitori di riso vietnamiti, e qualche faro (di cui uno puntato su Nadir) completano l'arredamento (?). Ma poi iniziano a suonare i Sulutumana. E tutto cambia. Lo spazio si allarga, i sorrisi pure, e la musica riempie i cuori e dà senso al nostro essere qui, e al nostro essere tout court. Loro suonano senza palco (c'era un palco nelle tavernette anni '80? No, quindi…). Siamo al loro livello, ma solo in senso fisico.

Loro si librano, divertiti e sorridenti, leggeri, persi nell'universo della loro musica, rilassati, rapiti da un silenzio davvero insolito per un club. E ti sparano lì un concerto coi fiocchi, intervallato da battute e sostenuto, come un soffice tappeto, da un clima che più dolce non ricordo. Blu Bulgaro, Viola, Carlina Rinascente (e la scaletta sparigliata è già una bella sorpresa), poi una Aquilone da brivido, con un intermezzo da quartetto classico. E via, Il ribes, La danza ( mi piace sempre di più l'intro di Giamba), e Pomeriggio, e Hasta sempre, e Il frigo ( mai come stasera intensa … eh beh … siamo a Milano), e Piccola veliera, e una trascinantissima Donna lombarda, poi I pèss, A testa in giù, L'eclissi. A questo punto, un gruppo di fans-amici decide di placare la sete dei sette, ignorata dai baristi nonostante i ripetuti appelli e arrivano le birre!! Notevolmente ritemprati, riprendono a suonare, e fanno Marisa Pucheria, Il volo di carta, ma soprattutto una Cussessummaiami … tutta in uptempo, stravolta e migliorata rispetto all'originale.

Ma non è ancora finita: mancano La canzone preferita (come mi piace la fisa di Giamba quando si apre tutta in questo pezzo; sembra che respiri) e L'ultima onda. I nostri si rifugiano nel bagno (!) in attesa dei bis: La ballata dell'amore cieco, El carretero, e Sarà di più ( che viene interrotta e ripresa all'inizio…e meno male, così tutti la possono gustare in completo raccoglimento. Ma c'è un coro maschile sul fondo; lo so, gli uomini sotto sotto sono dei romanticoni).

Il libro con gli accordi, i complimenti, gli abbracci, la promessa di rivedersi venerdì 19 con tre di loro per il bis di Prinsi Raimund alla Piramide in Piazza Cavour (chissà come viene in un grande spazio quella perla di spettacolo?) e un ritorno a casa fra i viali della città di Milano. Dove tutto, dalle case igloo alla tavernetta anni '80, acquista un senso più pieno, adesso.

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Sulutumana in poesia
Pani di musica
di Ida

Andiamo ancora come l'altra sera
Ad ascoltare musica gentile
E parole semplici d'amore,
a stendere le braccia sui divani
per lasciare cosi' le melodie
risalire sinuose verso i centri,
mentre leggero un ritornello scende
e modella di suoni i polpastrelli.
Pani di musica
si fanno le tue mani
quando si posano
sopra le mie spalle
e con il primo Sol
scendono sui fianchi,
flauti dolcissimi
sono le mie dita.

Sostiamo insieme nelle grandi stanze,
tuffiamoci nei quadri e negli specchi
tracce, visioni, immagini, stazioni
cotte nel forno della consistenza.
E viaggiamo su una viola o su una curva,
assecondando i movimenti sciolti
dei nostri corpi già surriscaldati:
sara' che si sussurra per parlare …
Pani di musica
si fanno le tue mani
quando si posano
sopra le mie spalle
e con il primo Sol
scendono sui fianchi,
flauti dolcissimi
sono le mie dita.

Qualche cosa si muove piano sotto pelle,
un piccolo contatto e si sprigiona
molto odorosa, carnosa, incontinente,
la nebbia antica della seduzione.
Pani di musica
si fanno le tue mani
quando si posano
sopra le mie spalle
e con il primo Sol
scendono sui fianchi,
flauti dolcissimi
sono le mie dita.
Nella lanugine dietro la tua nuca,
dove lasciano note delicate.


Non darò una mano a chi si perde i Sulutumana!
di Leon Ravasi

No, non darò una mano a perderveli, perché non lo meritano. Come avrebbe detto Fabrizio De Andrè: “sono i migliori che abbiamo”. E suonano a Milano. Ancora due volte nei giorni a venire. Questa sera replicano al Dynamo di Piazza Greco (dove li ho visti ieri) e il 19 suonano al Gimmìs di Via Cellini. I Sulutumana sono un gruppo di sette musicisti (fisarmonica, piano, violino, chitarra, contrabbasso, flauto e mini-percussioni, batteria) impegnati sul versante della canzone d’autore.

A costo di ripetermi vale la pena di citare che nei loro pezzi si ritrovano le tracce di tutti i padri più nobili della canzone d’autore: Fossati, Conte, De Andrè, Guccini, Max Manfredi, Jannacci (forse la presenza meno avvertibile nella loro produzione è De Gregori). Ma sono tracce, segni, infilati a infiorare una produzione musicale assolutamente personale, spruzzata di musica popolare, con echi di flamenco e reminiscenze classiche.

I Sulutumana fanno anche poesia: testi di ottima qualità al servizio delle due voci conduttrici: Giamba Galli e Michele Bosisio, che poi sono stati il nucleo fondatore della formazione che ha sede nell’alta brianza, tra i corni del lago di Como e di Lecco. “Sultumana” è voce dialettale che significa “sul divano, sull’ottomana”, ma il dialetto non rientra poi per altri versi nei brani proposti, ad eccezione della splendida Viola e di qualche “e” un po’ troppo aperta nella dizione.

Il concerto di ieri sera al Dinamo non si è discostato dagli schemi già seguiti in recenti appuntamenti: la proposizione del loro unico album per intero, intervallata da un pugno di cover di grande spessore (da “Aguaplano” di Paolo Conte a “Geordie” di De Andrè, a “Un altro giorno è andato” di Guccini a “Vengo anch’io, no, tu no” di Enzo Jannacci), alcune canzoni in lingua spagnola e un piccolo, ma molto valente, gruppo di nuove proposte. “Il funerale”, “La canzone preferita”, “La piccola veliera”, “Avorio e oro”, più, se non mi sbaglio una proposta del tutto nuova.

Pubblico molto caldo e partecipativo, ma formato in buona parte di amici. E poi il Dynamo si riempie in fretta (non arriva ai 100 posti). Però, alla quarta volta che li sentivo in meno di un anno, non ho trovato crepe nè cedimenti. Ottimo il gioco delle voci (tutte e due interessanti, a cui si aggiunge anche Angelo “Pich” Galli nei cori, e molto espressive), decisamente delizioso il gioco degli strumenti. Musica “bene educata”, per ascoltatori non distratti, disposti a cercare di capire che scrivere versi come:

” Ora la notte batte al vetro opaco
il buio sale su per la finestra,
il buio scende su tappeti d'orchestra
che fanno luce e colore di fuoco.
Conosco il mondo dai tuoi dipinti,
dalla tua bocca, dai suoi racconti
e l'universo l'ho visto celarsi
dietro la seta di un abito nero.”
(Mia cara Ines)

non è la stessa cosa che scrivere
“Sei il tuo guaritore/ Sei nel tuo mondo/
Dammi tre parole/ Sole cuore e amore”.

Per tutti quelli che stanno scorgere almeno tre differenze tra i due testi: non esitate. Sulutumana on tour!
Leon

 

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