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I
migliori che abbiamo
di
Giorgio Maimone
Lunghissima
è la storia d'amore tra Bielle e i Sulutumana. Non
sappiamo ancora né se sia reciproca, né se
si concluderà con un matrimonio: fatto sta è
che "dal fosco fin del secolo morente" erano giunte
voci sulla bravura di un gruppo che operava nelle campagne
brianzole, sperse tra i laghi e i primi monti. E che le
voci si confermarono tutte, prima al Club Tenco e quindi
con l'uscita, nel 2001, del primo disco del gruppo: "Danza".
Un'esordio folgorante. Ancora adesso a distanza di tempo
non si può restare indifferenti davanti alla bravura,
alla competenza, alla classe mostrata dai "magnifici
sette" in quel breve disco d'esordio. Sì, erano
solo 35 minuti, ma in esso erano stipati, come in una sorta
di antologia, tutte le magie che la musica d'autore in Italia
aveva prodotto nella sua storia ormai cinquantennale: c'erano
Paolo Conte e Fossati, De André e Gorni Kramer, il
melodramma e il café chantant, le esperienze di musica
popolare e Guccini. Di tutto un po', sotto il cappello di
un nome solo: Sulutumana, Facile pronosticare a quel punto
un bel cammino roseo per la band di Eupilio e dintorni:
il successo non poteva mancare. Erano bravi, giovani (al
momento dell'esordio avevano un'eta media poco sopra la
trentina), apprezzati dalla critica, facevano musica gentile:
cosa mai poteva mancare? Poteva mancare un oscuramento mediatico
di rara entità: ma c'è da stupirci? Non tanto
se consideriamo che lo stesso procedimenti viene praticato
nei confronti di Lolli o di Max Manfredi, tanto per fare
i primi due nomi di qualità che ci vengono in mente.
Quasi che faccia paura o dia fastidio che, in Italia, si
possa produrre musica di tale fattura. La stampa tratta
anche bene i "Sulu", le radio meno, per le televisioni
non esistono. La passione per Michele, Giamba, Nadir, Andrea,
Francesco, Angelo e Samuel è quindi costretta a restare
in un ambito di culto, molto attivo e attento, molto passionale
(esiste anche una mailing list sui Sulutumana su yahoogroups),
ma limitato appunto a fenomeno di culto.
Temi
e stilemi dei Sulutumana
Le
canzoni dei Sulutumana non sono canzoni semplici: in un
lungo colloquio avuto con Giambattista Galli (autore dei
testi, cantante e fisarmonicista del gruppo) in occasione
degli spettacoli al Piccolo Teatro, ci ha precisato che
quasi sempre il lavoro di composizione dei Sulu è
collettivo e che non è mai detto cosa influenzi più
una cosa dell'altra: a volte si parte da un testo scritto,
altre da una musica, altre ancora solo da un'idea o da una
suggestione, un clima, un'atmosfera.
Ma
di cosa parlano le canzoni dei Sulutumana? Molto spesso
di luoghi, di luoghi concreti e comuni, di posti in genere
collocati in Lombardia: che siano Milano o Canzo o Caslino
d'Erba. Descrizione di ambienti sono evidenti nel "Pomeriggio"
("Pomeriggio adesso tace il tosaerba
/ ed è già partita la trivella della cava
/ e sono colpi che svuotano per sempre / anche la mosca
è tornata puntuale, meno male, / qualche fastidio
ogni tanto ci vuole"), ma anche ne "Il frigo"
("Una notte di febbraio / dentro al ventre di Milano
/ una luce sfida il buio / di un interno a pian terreno")
e in Cussesumaiami ("Si sta stretti
nei viali / della cittá di Milano / Mi sembra di
venire / da molto piú lontano"), ma anche
questa frase, che pure non richiama immediatamente un luogo,
è assolutamente descrittiva: "Dentro agli
odori di un bar-ristorante, /
nei sorsi di festa da sabato sera" ("Sarà
di più"). Sembra di esserci in quel
bar ristorante il sabato sera, così come sembra di
essere su quei vagoni infami delle Ferrovie Nord che ti
infilano nel corpo esausto "ferri di treni".
E che dire di questo magnifico quadro d'ambiente, venuto
osservando il paese dal balcone di casa propria: "squilla
una voce al telefono / verdure a fette cadono in pentola
/
acque salate bollono in pentola" (La canzone
preferita). Per finire anche questa frase de "L'eclissi"
sembra riferirsi a un posto ben preciso: "Conosco
un posto dentro ad un agosto di pioggia battente / dentro
a un mare di dolore e sole che ti brucia il volto",
Treni, metropolitane e aerei
L'immaginario dei Sulu comprende quindi un buon numero di
treni e di metropolitane, ma non solo. Non mancano i mezzi
di trasporto via mare, come "La piccola veliera",
ma soprattutto il tema fisso è il volo. Che viene
raccontato per esteso in "Marisa Puchenia"
("Sai domani alle nove sarò in cielo ma / non
perché sarò già morto, non se dio vorrà
/ Mi hanno offerto di gettarmi con un paracadute / molto
piccolo, ma molto utile"), viene ripreso nel "Volo
di Carta" ("Venghino signori venghino,
si vede l'uomo volante sul foglio gigante, che e' un numero
sensazionale!!!"). Ma non è finita: il
tema del volo ritorna anche ne "L'aquilone"
("Sono disteso dipinto nel vuoto e sento
la tua mano / tirare il filo e liberarmi nel vento",
ma anche "Da queste altezze ascolto mute conversazioni
/ da qui posso vedere la pioggia ritornare") e
peraltro affermano anche, come congiunzione tra i due mondi,
che assieme a Ines "ho visto i
pesci volare / correre insieme a te / nel profondo del mare".
Infine, se vogliamo, anche nella conclusiva "A
testa in giù", pur se così parca
di parole, appare evidente che per essere finiti a testa
in giù, almeno un poco bisogna essere stati in grado
di volare.
La carta
Tra le ricorrenze più costanti nei testi
dei Sulutumana fa scalpore la carta. La parola carta, intesa
non nel senso di carta da gioco, ma di foglio di carta,
compare ben 13 volte, quasi alla pari con parole di uso
molto più normale nelle canzoni (sole, vento e amore)
che compaiono un uguale numero di volte: se poi si aggiunge
che la parola "foglio" (di carta) compare una
volta e quattro volte nella variante "fogli".
Se ci aggiungiamo le due volte della "matita"
e gli innumerevoli colori citati (indaco, blu bulgaro, nero,
giallo, rosso, arcobaleno, bianco, grigio, viola, oro, rosa,
azzurro) fanno pensare a una propensione al disegno che,
in realtà, la musica dei Sulutumana può sollecitare.
Anche per i toni "pastello" di cui sono cariche
molte canzoni. Significativa è anche l'antinomia
"silenzio/musica", termini, se
si vuole antitetici, ma citati quasi lo stesso numero di
volte, con un valore che va quasi a sommarsi: se non deve
essere musica, sia almeno silenzio, Si taglino fuori i rumori
quotidiani, i suoni "brutti", il baccano dei pollai
o gli echi di fiera. Musica o silenzio. E non dimentichiamo
che "ci vuole un bel tacere per ascoltare tutto".
Il minimalismo dei Sulutumana
Una delle (piccole) critiche che, nel corso degli
anni sono state portate ai Sulutumana è il minimalismo
delle storie raccontate: che sono storie piccole piccole,
di persone altrettanto
piccole, prese peraltro in un momento qualsiasi della propria
vita e non alla vigilia o in procinto di un gesto eroico.
Un modo di trattare la materia umana che è fondamentalmente
riconoscibile nella corrente del minimalismo americano,
quello che da Raymond Carver, giù
giù per li rami, è sceso fino a Daniel Leavitt
e a Susan Minot. Considerazione che, in particolare, è
valida per il primo album: già molto meno per il
secondo e, a sentire dalle anticipazioni e dalle dichiarazioni
di Giamba, sarà ancora meno avvertibile nel terzo
disco. Ma anche il minimalismo sarà poi stato un
difetto quando è servito per dar luogo a gioiellini
come "Pomeriggio" o "Sarà di più"?
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