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Sulutumana: Piccola biografia a-critica

Suludeandré
di Silvano Rubino

"E' un mondo popoloso e sempre in movimento, quello degli omaggi, delle serate ricordo, degli eventi legati al nome di Fabrizio De Andrè. Attorno al nome del cantautore scomparso si muove un universo di cover band, cantautori, compagnie teatrali, guitti e saltimbanchi. Il nome di Fabrizio richiama sempre pubblico, una serata omaggio, in qualunque parte d'Italia si svolga, avrà sempre uno stuolo di "orfani" pronti a precipitarsi, a volte imbattendosi in nuovi talenti, altre volte finendo per uscire disgustati, arrabbiati, delusi. Perché non sempre la qualità degli artisti in campo è eccelsa e l'intento cristallino. Inutile imbarcarsi su una disquisizione su quanto di opportunistico vi sia nella scelta di percorrere quella strada. Non è questo il punto. Il punto è che nella proliferazione di serate omaggio, nella quantità si rischia di perdere di vista la qualità. E magari si finisce per farsi sfuggire qualche vera perla. (segue) .



I Sulutumana e il Prinsi Raimund
di Laura Bianchi

Una sala piccolissima. Una trentina di spettatori. Niente palco, ma cinque leggii. Un clima da serata di altri tempi, quando la cultura si viveva sulla pelle, in pochi spazi intimi.. E, in questo clima, due attori che cantano e tre musicisti che recitano, in un incrocio di ruoli che prima spiazza, poi avvince. La storia di Prinzi Raimund e di una sfida fra gli abitanti della valle e quelli della collina a colpi di canzoni popolari è il pretesto, riuscitissimo, per un viaggio nella musica tradizionale e popolare italiana, di cui vengono colti, con grande finezza, analogie e intrecci, musicali e tematici. (segue)



I Sulutumana al Dynamo
di Laura Bianchi

Si sta stretti nei viali della città di Milano, in una zona dal posteggio selvaggio e, poco più in là, villette e chalet di altissimo design, dalla casa eclettica medievale all'igloo. Questo per dire cosa? Che anche l'impatto visivo col Dynamo è una folgorazione. Piano terra, bar-ristorante-cantina (e già lì … una cantina al piano terra … non deve stare in cantina?). Piano-cantina ( appunto), una tavernetta. Ma proprio di quelle original anni '80, con la sfera pseudostroboscopica in mezzo alla sala, i séparés per gli infrattati dopo il quarto d'ora di lenti, e soprattutto il trono del dj in un angolo, sopraelevato sulla pista, luogo di desiderio per decine di ragazze … un salto indietro di vent'anni … per chi aveva vent'anni vent'anni fa. (segue)


Sulutumana in poesia

Pa
ni di musica
si fanno le tue mani
quando si posano
sopra le mie spalle
e con il primo Sol
scendono sui fianchi,
flauti dolcissimi
sono le mie dita.
(segue)


Non darò una mano a chi si perde i Sulutumana!
di Leon Ravasi

No, non darò una mano a perderveli, perché non lo meritano. Come avrebbe detto Fabrizio De Andrè: “sono i migliori che abbiamo”. E suonano a Milano. Ancora due volte nei giorni a venire. Questa sera replicano al Dynamo di Piazza Greco (dove li ho visti ieri) e il 19 suonano al Gimmìs di Via Cellini. I Sulutumana sono un gruppo di sette musicisti (fisarmonica, piano, violino, chitarra, contrabbasso, flauto e mini-percussioni, batteria) impegnati sul versante della canzone d’autore. (segue)

I migliori che abbiamo
di Giorgio Maimone

Lunghissima è la storia d'amore tra Bielle e i Sulutumana. Non sappiamo ancora né se sia reciproca, né se si concluderà con un matrimonio: fatto sta è che "dal fosco fin del secolo morente" erano giunte voci sulla bravura di un gruppo che operava nelle campagne brianzole, sperse tra i laghi e i primi monti. E che le voci si confermarono tutte, prima al Club Tenco e quindi con l'uscita, nel 2001, del primo disco del gruppo: "Danza". Un'esordio folgorante. Ancora adesso a distanza di tempo non si può restare indifferenti davanti alla bravura, alla competenza, alla classe mostrata dai "magnifici sette" in quel breve disco d'esordio. Sì, erano solo 35 minuti, ma in esso erano stipati, come in una sorta di antologia, tutte le magie che la musica d'autore in Italia aveva prodotto nella sua storia ormai cinquantennale: c'erano Paolo Conte e Fossati, De André e Gorni Kramer, il melodramma e il café chantant, le esperienze di musica popolare e Guccini. Di tutto un po', sotto il cappello di un nome solo: Sulutumana, Facile pronosticare a quel punto un bel cammino roseo per la band di Eupilio e dintorni: il successo non poteva mancare. Erano bravi, giovani (al momento dell'esordio avevano un'eta media poco sopra la trentina), apprezzati dalla critica, facevano musica gentile: cosa mai poteva mancare? Poteva mancare un oscuramento mediatico di rara entità: ma c'è da stupirci? Non tanto se consideriamo che lo stesso procedimenti viene praticato nei confronti di Lolli o di Max Manfredi, tanto per fare i primi due nomi di qualità che ci vengono in mente. Quasi che faccia paura o dia fastidio che, in Italia, si possa produrre musica di tale fattura. La stampa tratta anche bene i "Sulu", le radio meno, per le televisioni non esistono. La passione per Michele, Giamba, Nadir, Andrea, Francesco, Angelo e Samuel è quindi costretta a restare in un ambito di culto, molto attivo e attento, molto passionale (esiste anche una mailing list sui Sulutumana su yahoogroups), ma limitato appunto a fenomeno di culto.


Temi e stilemi dei Sulutumana

Le canzoni dei Sulutumana non sono canzoni semplici: in un lungo colloquio avuto con Giambattista Galli (autore dei testi, cantante e fisarmonicista del gruppo) in occasione degli spettacoli al Piccolo Teatro, ci ha precisato che quasi sempre il lavoro di composizione dei Sulu è collettivo e che non è mai detto cosa influenzi più una cosa dell'altra: a volte si parte da un testo scritto, altre da una musica, altre ancora solo da un'idea o da una suggestione, un clima, un'atmosfera.

Ma di cosa parlano le canzoni dei Sulutumana? Molto spesso di luoghi, di luoghi concreti e comuni, di posti in genere collocati in Lombardia: che siano Milano o Canzo o Caslino d'Erba. Descrizione di ambienti sono evidenti nel "Pomeriggio" ("Pomeriggio adesso tace il tosaerba / ed è già partita la trivella della cava / e sono colpi che svuotano per sempre / anche la mosca è tornata puntuale, meno male, / qualche fastidio ogni tanto ci vuole"), ma anche ne "Il frigo" ("Una notte di febbraio / dentro al ventre di Milano / una luce sfida il buio / di un interno a pian terreno") e in Cussesumaiami ("Si sta stretti nei viali / della cittá di Milano / Mi sembra di venire / da molto piú lontano"), ma anche questa frase, che pure non richiama immediatamente un luogo, è assolutamente descrittiva: "Dentro agli odori di un bar-ristorante, /
nei sorsi di festa da sabato sera"
("Sarà di più"). Sembra di esserci in quel bar ristorante il sabato sera, così come sembra di essere su quei vagoni infami delle Ferrovie Nord che ti infilano nel corpo esausto "ferri di treni". E che dire di questo magnifico quadro d'ambiente, venuto osservando il paese dal balcone di casa propria: "squilla una voce al telefono / verdure a fette cadono in pentola /
acque salate bollono in pentola"
(La canzone preferita). Per finire anche questa frase de "L'eclissi" sembra riferirsi a un posto ben preciso: "Conosco un posto dentro ad un agosto di pioggia battente / dentro a un mare di dolore e sole che ti brucia il volto",


Treni, metropolitane e aerei

L'immaginario dei Sulu comprende quindi un buon numero di treni e di metropolitane, ma non solo. Non mancano i mezzi di trasporto via mare, come "La piccola veliera", ma soprattutto il tema fisso è il volo. Che viene raccontato per esteso in "Marisa Puchenia" ("Sai domani alle nove sarò in cielo ma / non perché sarò già morto, non se dio vorrà / Mi hanno offerto di gettarmi con un paracadute / molto piccolo, ma molto utile"), viene ripreso nel "Volo di Carta" ("Venghino signori venghino, si vede l'uomo volante sul foglio gigante, che e' un numero sensazionale!!!"). Ma non è finita: il tema del volo ritorna anche ne "L'aquilone" ("Sono disteso dipinto nel vuoto e sento la tua mano / tirare il filo e liberarmi nel vento", ma anche "Da queste altezze ascolto mute conversazioni / da qui posso vedere la pioggia ritornare") e peraltro affermano anche, come congiunzione tra i due mondi, che assieme a Ines "ho visto i pesci volare / correre insieme a te / nel profondo del mare". Infine, se vogliamo, anche nella conclusiva "A testa in giù", pur se così parca di parole, appare evidente che per essere finiti a testa in giù, almeno un poco bisogna essere stati in grado di volare.

La carta

Tra le ricorrenze più costanti nei testi dei Sulutumana fa scalpore la carta. La parola carta, intesa non nel senso di carta da gioco, ma di foglio di carta, compare ben 13 volte, quasi alla pari con parole di uso molto più normale nelle canzoni (sole, vento e amore) che compaiono un uguale numero di volte: se poi si aggiunge che la parola "foglio" (di carta) compare una volta e quattro volte nella variante "fogli". Se ci aggiungiamo le due volte della "matita" e gli innumerevoli colori citati (indaco, blu bulgaro, nero, giallo, rosso, arcobaleno, bianco, grigio, viola, oro, rosa, azzurro) fanno pensare a una propensione al disegno che, in realtà, la musica dei Sulutumana può sollecitare. Anche per i toni "pastello" di cui sono cariche molte canzoni. Significativa è anche l'antinomia "silenzio/musica", termini, se si vuole antitetici, ma citati quasi lo stesso numero di volte, con un valore che va quasi a sommarsi: se non deve essere musica, sia almeno silenzio, Si taglino fuori i rumori quotidiani, i suoni "brutti", il baccano dei pollai o gli echi di fiera. Musica o silenzio. E non dimentichiamo che "ci vuole un bel tacere per ascoltare tutto".

Il minimalismo dei Sulutumana

Una delle (piccole) critiche che, nel corso degli anni sono state portate ai Sulutumana è il minimalismo delle storie raccontate: che sono storie piccole piccole, di persone
altrettanto piccole, prese peraltro in un momento qualsiasi della propria vita e non alla vigilia o in procinto di un gesto eroico. Un modo di trattare la materia umana che è fondamentalmente riconoscibile nella corrente del minimalismo americano, quello che da Raymond Carver, giù giù per li rami, è sceso fino a Daniel Leavitt e a Susan Minot. Considerazione che, in particolare, è valida per il primo album: già molto meno per il secondo e, a sentire dalle anticipazioni e dalle dichiarazioni di Giamba, sarà ancora meno avvertibile nel terzo disco. Ma anche il minimalismo sarà poi stato un difetto quando è servito per dar luogo a gioiellini come "Pomeriggio" o "Sarà di più"?

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