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| In
un giorno di pioggia
Addio, addio e un bicchiere levato al
cielo d'Irlanda e alle nuvole gonfie.
Un nodo alla gola ed un ultimo sguardo alla vecchia Liffey
e alle strade del porto.
Un sorso di birra per le verdi brughiere e un altro ai
mocciosi coperti di fango,
e un brindisi anche agli gnomi a alle fate, ai folletti
che corrono sulle tue strade.
Hai i fianchi robusti di una vecchia signora
e i modi un po' rudi della gente di mare,
ti trascini tra fango, sudore e risate e la puzza di alcool
nelle notti d'estate.
Un vecchio compagno ti segue paziente, il mare si sdraia
fedele ai tuoi piedi,
ti culla leggero nelle sere d'inverno, ti riporta le voci
degli amanti di ieri.
E' in un giorno di pioggia che ti ho conosciuta,
il vento dell'ovest rideva gentile
e in un giorno di pioggia ho imparato ad amarti
mi hai preso per mano portandomi via.
Hai occhi di ghiaccio ed un cuore di terra,
hai il passo pesante di un vecchio ubriacone,
ti chiudi a sognare nelle notti d'inverno e ti copri di
rosso e fiorisci d'estate.
I tuoi esuli parlano lingue straniere, si addormentano
soli sognando i tuoi cieli,
si ritrovano persi in paesi lontani a cantare una terra
di profughi e santi.
E' in un giorno di pioggia che ti ho conosciuta,
il vento dell'ovest rideva gentile
e in un giorno di pioggia ho imparato ad amarti
mi hai preso per mano portandomi via.
E in un giorno di pioggia ti rivedrò
ancora
e potrò consolare i tuoi occhi bagnati.
In un giorno di pioggia saremo vicini,
balleremo leggeri sull'aria di un Reel.
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Per
motivi vari non abbiamo interviste dirette di Bielle
ai Modena City Ramblers (rimedieremo). Per ora quindi
pubblichiamo quanto i Mcr stessi hanno detto in altre
occasioni sulla rete.
Ti
faccio una domanda generica. Quanto è importante
la dimensione del viaggio nel lavoro del tuo gruppo?
Il viaggio
è fondamentale per noi; nel senso che siamo nati
da un viaggio fatto in Irlanda e da allora non ci siamo
più fermati. Abbiamo conosciuto il nostro paese,
la nostra terra, l’Italia intera, l’Europa,
abbiamo conosciuto il Sud America, abbiamo conosciuto
l’Africa. Piccole parti, piccole conoscenze, piccole
gocce di conoscenza, e continueremo a viaggiare. Non
ci fermeremo mai. Io dico sempre che il giorno in cui
ci fermeremo in questo viaggio, smetteremo di suonare.
Perché è da lì che nascono tutte
le nostre riflessioni, tutte le nostre idee.
In
“Riportando tutto a casa” (primo album dei
Modena) voi dite anche che il viaggio è anche
ciò che vi ha permesso di restare in Italia,
riuscendo a conoscere le tradizioni, i popoli, tutto
ciò che a volte sembra sepolto.
Perfetto.
Hai detto una cosa che non sono mai riuscito a dire.
Dal viaggio in Irlanda sono riuscito a conoscere il
mio paese, nel senso che io ero pronto ad andare a vivere
in Irlanda, e invece mi sono costruito, tra virgolette,
una mia Irlanda in Italia. E ora sono fiero di quello
che abbiamo costruito negli anni.
Dove
avete scoperto le ultime influenze musicali o tradizioni
che vi hanno affascinato?
Non
c’è un posto in particolare, noi siamo
affascinati da varie culture. Quella africana, per esempio,
è una cultura molto forte, anche dal punto di
vista musicale. Penso a musicisti come Ali Farka Toure,
al Mali in generale. Ma non andiamo lì a rubare
la musica, a fare la cartolina africana, cerchiamo di
metabolizzare le cose che vediamo, che sentiamo, per
farle nostre e poi riproporle alla maniera nostra alla
gente che ci vuole ascoltare. (Alfredo
Pulvirenti - La Grande Famiglia)
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C'è
un libro che rappresenta una sorta di bibbia per tutti
i membri de "La Grande Famiglia", come si autodefinisce
il "popolo" dei concerti dei Modena. Ed è
"Combat Folk - L'Italia ai tempi dei Modena City
Ramblers" scritto da Paolo Ferrari e Paolo Verri.
E' un libro del 1999, quindi non più facilissimo
da reperire in commercio, ma la descrizione che fa della
"Grande Famiglia" è ancora valida: "Una
specie di "popolo" nella città. Si riconoscono
tra loro, parlano del gruppo e di politica, degli scioperi
a scuola, di Che Guevara, Cisco, Albertino (non il Dj!
- Ndr). Hanno bandiere rosse e sono un po' perplessi su
dove si debba scendere (dal tram - Ndr). A differenza
dei fans dei Marlene Kuntz non sono morbosi. Rispetto
a quelli dei Mau Mau, che certo apprezzano, paiono più
direttamente politicizzati. Diversamente da quanto farebbero
i seguaci della 99 Posse non si accendono una canna appena
scesi. Sono più giovani dell'armata che segue i
Nomadi. Non vestono con lo "stile" di chi ama
i Casino Royale. Sono semplici e diretti come la band
che suona stasera, al ritmo della musica alzeranno i pugni,
balleranno e sventoleranno bandiere per due ore, senza
escludere nuovi amori con le ragazze e i ragazzi arrivati
sotto il palco da altrre direzioni. Tutti insieme, tutti
intorno, tutti nel loro insieme parte dei Modena City
Ramblers". |
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| I Modena
City Ramblers nascono nel 1991 come gruppo di folk irlandese,
senza alcuna pretesa di suonare per un pubblico che non
fosse quello di amici e parenti. Nel 1993, stupiti del calore
con cui è accolta la loro mistura di punk, celtic
folk e canti della resistenza italiana, incidono lo storico
demotape COMBAT FOLK. Nel marzo 1994 esce il primo album,
RIPORTANDO TUTTO A CASA, per l'etichetta indipendente romana
Helter Skelter. E' un disco con cui i Modena City Ramblers
rivendicano la loro identità meticcia, fatta di Irlanda
ed Emilia, dei racconti sulla Resistenza e gli anni Settanta
(che loro, per ragioni anagrafiche, non hanno “vissuto”
pienamente), di viaggi e di lotte. L'album funziona, e,
in pochi mesi, stringono rapporti con un management (Mescal)
e una major discografica (PolyGram). Il disco viene quindi
ripubblicato nel novembre dello stesso anno dalla Blackout-Mercury.
Nel marzo 1996 arriva nei negozi un secondo album, LA GRANDE
FAMIGLIA, tutto dedicato al pubblico che si va stringendo
attorno alla band. Il suono comincia a cambiare, e il folk
(fin dall'inizio suonato con attitudine punk) a indurirsi,
contaminandosi con il rock. La formazione, configurata dagli
inizi come “gruppo aperto” con una line-up variabile,
si consolida dopo alcuni abbandoni intorno ad un nucleo
fisso di musicisti. I Modena ora sono:
Stefano "Cisco" Bellotti: voce solista, chitarra,
mandolino
Arcangelo “Kaba” Cavazzuti: tastiere, batteria,
percussioni, chitarra, mandolino, cori
Franco D'Aniello: tin whistle, flauto, tromba, cori
Massimo “Ice” Ghiacci: basso, chitarra baritono,
cori
Francesco “Fry” Moneti: chitarra, violino, mandolino,
cori
Roberto Zeno: batteria, percussioni, tastiere, mandolino,
cori
E si avvalgono
della collaborazione di:
Daniele Contardo:
fisarmonica, organetto, plettri
Luca “Gabibbo” Giacometti: bouzouki, mandolino,
chitarra, banjo
Sito ufficiale:/www.ramblers..it/
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¡Viva la vida, muera la muerte!
Universal/
BlackOut, gen. 2004
Viva
la Vida / El Presidente / Ramblers Blues / I Cento
Passi / Mira Niño / Ebano / Stelle sul Mare
/ Lontano / Al Fiómm (versione 2) / Il Testamento
di Tito / Altri Mondi / La Fòla ed la Sira.
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Appunti Partigiani
Universal/
BlackOut, apr. 2005
Bella
Ciao / Auschwitz / Oltre Il Ponte / I Ribelli Delle
Montagna/ La Guerra Di Piero / Al Dievel / All You
Fascists / Notte Di San Severo / Il Sentiero / Il
Partigiano John / L'unica Superstite / Spara Jurij
/ La Pianura Dei Sette Fratelli / Pietà L'è
Morta / Viva L'italia
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La
resistenza ai tempi
dei Modena City Ramblers
di
Diego
Giachetti

La sera del 2 maggio 2005, alla baracca recuperata del Campo
di Fossoli a Carpi, durante l’incontro con i Modena
City Ramblers (MCR) per parlare di storia e memoria della
Resistenza, organizzato dall’Istituto Storico di Modena
nell’ambito delle iniziative 60 volte Resistenza,
con manifesta soddisfazione e orgoglio, Stefano Bellotti,
in arte Cisco, cantante del gruppo, annunciava che il loro
ultimo lavoro, Appunti partigiani, uscito il 22 aprile stava
già esaurendo le circa 30 mila copie prodotte e s’impossessava
del quarto posto nella classifica della vendita dei cd.
Un gran risultato, se si ricorda il senso del disco: un
progetto speciale ideato per celebrare i sessant'anni dalla
Liberazione sfidando revisionismi e strumentalizzazioni
di quella storia, rispondendo ad essi con quindici canzoni
“resistenti” (tra le quali Bella ciao, Auschwitz,
Oltre il ponte, I ribelli della montagna, La guerra di Piero,
Spara Juri, Pietà l’è morta, Viva l’Italia)
e con aiuti “partigiani” di prestigio. Infatti,
hanno collaborato al cd Goran Bregovic, Francesco Guccini,
Moni Ovadia, Bandabardò, Piero Pelù, Coro
delle Mondine di Novi, Billy Bragg, Casa del vento, Bunna
(Africa Unite), Fiamma, Paolo Rossi, Gang, Ginevra Di Marco
e l’ex partigiano Germano Nicolini.
L’idea degli Appunti Partigiani – si può
leggere nel loro sito www.ramblers.it
- non nasce solo dalla voglia di ricordare e celebrare
i sessant’anni della liberazione dell’Italia
dal nazifascismo, difatti le canzoni riprodotte non appartengono
tutte al repertorio popolare dell’epoca della Seconda
Guerra Mondiale. Ci sono anche brani composti in tempi recenti
o comunque successivi alla liberazione perché si
è voluto ripercorrere “sessant’anni di
musica resistente” nella convinzione che non sia proprio
il caso di scrivere e cantare l’ennesimo “epitaffio
sulla lapide di un periodo morto e sepolto”, ma di
ribadire concetti e idee portanti su cui le generazioni,
e non solo quella che ha vissuto la guerra, devono formare
i loro principi e valori morali. Così – scrivono
i MCR - ricordare e raccontare le piccole e grandi storie
dei partigiani, di chi ha lottato a rischio della propria
vita e delle vittime innocenti, deve contribuire alla costruzione
di una società con una forte coscienza civile, di
libertà e solidarietà.
Gli appunti, infatti, si prendono per ricordare cose essenziali
e importanti e per poterle sviluppare e trattare in seguito.
Non sono qualcosa di definitivo e compiuto, ma rappresentano
gli elementi di un discorso da costruire. Un concetto che
Marino Severini dei Gang ha sintetizzato così: “La
memoria della resistenza innerva la lotta per cambiare il
mondo d’oggi”. Non si è trattato quindi
della produzione di una colonna sonora per le manifestazioni
in calendario per le celebrazione di 60° anniversario
della Liberazione, ma di un investimento per il futuro,
un gruppo di appunti in parole e musica per stimolare la
ricerca rispetto al bisogno di liberazione che serpeggia
oggi tra le popolazioni globalizzate.
La resistenza in musica non è un monumento al passato,
vuole essere ed è un discorso vivo, che sprigiona
energia nuova perché non è rimasto bloccato
nella sue forme precedenti. I valori sono riletti, rimusicati
e ricantati seguendo le evoluzioni dei suoni, innestandoli
su ritmi nuovi; e anche quando si utilizzano le parole “vecchie”
della tradizione esse, attraverso la musica nuova, diventano
consone al tempo presente, attuali. La resistenza musicale
di oggi affonda le sue radici nel rock, nei generi con esso
confinanti e si propone attraverso gruppi che nei devastanti
anni ottanta hanno scelto il campo dell’antifascismo
e dell’antirazzismo, hanno opposto resistenza all’omologazione
culturale, musicale e politica del pensiero unico globale.
È sorprendente costatare come una serie di gruppi
musicali nati negli anni novanta, in pieno revisionismo
storico, abbiano ripreso e interpretato una memoria resistenziale
riaggiornandola musicalmente e facendosi in questo modo
portatori di memoria e coscienza storica, come direbbero
gli storici di professione. La musica ha per i giovani una
potente funzione formativa nell’ambito dell’identità
culturale, e allo storico non può sfuggire come essa
e le canzoni possano diventare “produttrici di senso
comune”, di coscienza, di memoria. Sorge a questo
punto un interrogativo che Stefano Pivato ha posto con tono
provocatorio nel suo libro La storia leggera. L’uso
pubblico della storia nella canzone italiana (Il
Mulino, 2002). Sarebbe il caso di domandarsi se nell’ambito
della comunicazione di massa e dei linguaggi giovanili hanno
fatto opinione storica e civile “Renzo De Felice,
Ernesto Ragionieri, Paolo Spriano, Rosario Romeo e tutta
la generazione degli storici negli anni sessanta e settanta,
oppure Jovanotti, Manu Chao, Francesco De Gregori e Paolo
Conte” e, nel nostro caso, I MCR. (segue)
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