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Le canzoni di Max Manfredi

di Giorgio Maimone
Se normalmente si esaminano gli album, questa volta abbiamo voluto riservare una particolare attenzione alle canzoni di Max Manfredi, valutandole una per una. Ma trattandosi di Max il giudizio non poteva riassumersi in stellette o palline. Abbiamo allora inventato il giudizio in "cattedrali"! Cinque cattedrali il massimo di gradimento, una cattedrale il minimo. Ovviamente sono giudizi del tutto personali che non inficiano in alcun modo il lavoro di Max e le preferenze personali di chiunque altro.

Fado del dilettante
Prima pubblicazione in Itinerari

Cinque cattedrali senza dubbio. E' una canzone che ormai per me serve a identificare Genova (e il parallelo con Lisbona dove dire che vince e mi avvince). Anche se Max dice che le canzoni che partono con un'anafora come "Genova città così, Genova città cosà" gli sembrano cose vecchie, Fado del dilettante compare tre volte in tre dischi diversi. Forse non sono il solo a cui piace. Tra parentesi: da qualche parte dentro di me persiste una passione ancestrale per il Fado.

La frase: Città da cantautori
Per i ciclisti è micidiale
Se pisci sulle alture
Mezzo minuto e si inquina il mare.

Danza composta
dall'Intagliatore di Santi

Le cinque cattedrali non si discutono neanche qui. In primo luogo per la maestria dei giochi verbali tra gli "alamari di calamari" e i "cocci di vasi di cocco". Un fuoco di artificio di allitterazioni, un gioco di prestigio, una serie di immagini come un fuoco d'artificio, servito da una musica che ancora al fuoco di artificio riporta. Calda, con echi mediterranei, da orchestrina di bordo che suona impazzita prima dell'inevitabile naufragio. Una goduria.

La frase: Tra le luci della notte e le fiamme della controra
Certe volte venivi meno, certe volte, ancora e ancora

L'intagliatore di santi
Da L'intagliatore di Santi

"Non la eseguono quasi mai dal vivo. Mi sembra venuta perfetta così, su disco". Parola di Max. E Parola di Bielle pure. L'intagliatore non ha bisogno di niente di più né niente di meno: sono 3'56", più una coda musicale di 1'50" di alta poesia testuale e musicale. Siamo completamente fuori dal tempo e dal mondo. Siamo in un altrove popolato di artigiani che trafficano e lavorano all'ombra delle cattedrali. Il mandolino è assoluto protagonista di una canzone che non necessariamente si deve però collocare in Italia. Non so, Praga è il luogo dei sogni che L'intagliatore mi evoca. E al sogno all'intenzione mi affido.

La frase: "I santi e le sante hanno facce di paese in paese diverse"

Coriandoli d'acqua
Da "Live in blu"

Distrattamente ascoltata potrebbe pure sembrare una canzone d'amore e mi piace pensare che sia così e che stia lì, questa antica canzone di Max (è una delle più vecchie) a raccontare questo. Senza ironie, senza il distacco del disagio di dover essere saggio e vissuto e quindi cinico e disincantato. "Lei poi poteva avere sedici anni" e magari lui non molti di più, tanto da prendere autobus diversi (al ritorno da scuola?). Fatto sta che è una delizia e anche la musica non si perita di evitare una deriva sentimentale di grande effetto a cui anche il canto cerca, una volta tanto, di aderire. Sembra una canzone personale. E qui sta tanta della sua bellezza.

La frase: "L’inverno abbottonerà la tua camicia
"

La fiera della Maddalena
Da Max

Da Max, perché è la versione con Fabrizio De André e ancora qualcosa vuol ben dire. Tra l'altro è una delle più indovinate tra le poche ospitata di Faber. La Fiera della Maddalena vale di per sé, come dimostrano anche l'edizione contenuta in "Live in blu". Sarà il "lichene nei capelli" che non è per tutti, come pure non è semplice tenersi il levante tra i medesimi. Ma non è solo il testo, estremamente ricercato: è questo andamento musicale, ancora una volta estraneo alle circostanze esterne e alla contemporaneità. E' stata per me la chiave di volta per l'ingresso nel macrocosmo maxmanfrediano e continuo a pensare di essere entrato dalla porta principale.

La frase: "Son brividi di ragnatela sul volto pallido della luna,
son brividi lungo la schiena sotto le reti della calura"

Tabarca
Da "Live in blu"

Siamo ancora alla vigilia di un viaggio all'interno del Mediterraneo, di quel catino di culture e di suoni e di anime e di passioni in cui, come brodo primordiale, siamo maturati. Tabarca, isola al largo delle coste tunisine, colonia genovese, anzi peglina dove fioriva il commercio del corallo. Per impedire l'eccessiva crescita demografica a un certo punto vengono impediti i matrimoni. Dopo alterne vicende i tabarchini si spostano a Carloforte in Sardegna, anche per potersi sposare. E' una delle poche canzoni narrative di Max, sempre col filtro della trasfigurazione lirica.

La frase: "
Sudore, salsedine.
Martello, incudine,
torpore, torpedine
Passione, inquietudine
"

Va a dormire, poeta
Da "Le parole del gatto"

Poco conosciuta, mai sentita in concerto, forse dimenticata anche da Max. Eppure ha un fascino non male. Una strumentazione fascinosa con arpa, percussioni, tin whistle, violino, piano e chitarra classica a cui si aggiunge l'inconfondibile voce di Lucilla Galeazzi nei cori e una lunghezza "eccessiva" per una canzone del 1990. Sono 5 minuti e mezzo in cui si parla di alpini, di grappa, di trincee. In cui già compaiono "le guglie" e il "freddo" e le osterie, tutti topos letterari del futuro sviluppo del giovane Max.

La frase: "A cantare in coro c'è sempre il gusto che uno può stonare"

Freddo
Da "L'intagliatore di Santi"

Quando ho sentito in pre-ascolto l'Intagliatore di santi e ho sentito che iniziava con "Freddo", mi sono venuti prima brividi freddi. Poi ho pensato come pare abbia pensato a suo tempo Fabrizio De André ascoltando "Luna persa": "Questo è uno stronzo, perché si sente che non fa nulla per avvicinarsi al pubblico", secondo quanto riporta Max. "Freddo" è una canzone scostante e tristissima. Iniziare così l'album del ritorno dopo sette anni di silenzio può equivalere a un suicidio. E invece Freddo ha una sua adamantina bellezza e un inciso da favola. Ma bisogna lasciargli tutto il tempo per entrare dentro di te.

La frase: "
mi vedevo cadere con la diaria e il mestiere di un cavallo a Cinecittà"

Caterina
Da "L'intagliatore di Santi"

Quasi perfetta per tuttta la canzone con un finale buttato via. Dopo averla giocata in punta di dita per tutto il brano, Max lo chiude con "
L 'altra sera ho venduto per andarmene al cine / il mio fuoco di paglia e la mia casa di spine / Sono entrato che il film era quasi finito. / chi baciavi nel buio, non I'ho mica capito / se era solo un amico, se era il volto di un dio / vuoi vedere che invece chi baciavi era io ?". La persona della canzone passa all'improvviso dalla terza alla seconda e il finale sembra appiccicato a forza. Credo che successivamente sia stato tolto, ma su disco rimane e fa l'effetto di una stonatura. Peccato per la grazia della canzone e la genialità dell'arrangiamento.

La frase: "Caterina e' una ragazza, una ragazza che da' sul mare,
abita in una piazza, in una casa tutta da sposare"

Natale fuori corso
Da "Live in blu e Max"

Questa volta Genova è scenario più che mai, fino alla moquette rossa del caffè Klainguti, i jingle arabi nei vicoli e gli evergreen di Natale che suonano anche fuori dalla Upim. Scrive Federico Sirianni sul suo blog che sia a lui che a Max vengono naturali canzoni sul Natale, tanto da accarezzare l'idea di fare prima o poi un disco natalizio a quattro mani che avrà grande successo. "Natale fuori corso" è delicatissima, come una trina nel gelo invernale, come una decorazione di Natale di una città dove gli autobus dormono, sognando le corse di domani. Il Natale però (e Max pure) è fuori corso.

La frase: "
Strana luce, porta neve
e la gente porta i lupi
invadendo il centro barbaro
"

Via G. Byron, poeta
Da "Le parole del gatto""

E' la canzone che mi piace di più all'interno della gamma delle canzoni di Max che non mi fanno impazzire. Canzoni di ubriachezza molesta, di degradazione e contemporaneamente enorme trip intorno all'ego. Ma "Via G.Byron, poeta", oltre ad avere avuto l'indiscutibile pregio di far vincere il Premio Recanati, ha nelle sue corde quel tanto di verità in più che la fa apprezzare. Su un tappeto strumentale fondamentalmente simil-blues il 34 enne Max racconta le sue pene e il suo peregrinare, con anticipo di anni su Capossela e consimili (ma non su Tom Waits). Riproposto in "Live" il brano regge ancora.

La frase: "Quei tuoi occhi da gatta svendimeli per saldo
dammi un palo d'abisso, complottiamone a caldo"

Tra virtù e degrado
Da "L'Intagliatore di Santi"

Meriterebbe anche di più. Ma non abbiamo previsto le "mezze cattedrali!". E' una canzone solare, dove la virtù e il degrado sembrano lievissime smagliature nelle possibilità della vita. Più che altro è vita. E poi contiene "Parola di Max" che merita di essere un must. Credo sia l'unico caso di cantautore che si autocita come garante all'interno di una sua stessa canzone. Trombe e violini portano a spasso per la giornata questa sorte di Ulisse Bloom, impegnato a trascinare le ore.

La frase: "
D’estate senti frinire il fax di qualche ufficio assorto
Ansia o maccaja nella zona buia di un angiporto"

La Usl non passa l'amore
Da "Max""

Anche qui compartecipazione con Marco Spiccio per la musica, ma qui la musica è molto bella. Lo svolgimento della storia riporta un po' alla mente il Gaber pre-teatro: ma la frase "dottore mi fa male il sistema" è da cult e il dialogo medico-paziente alla Asl/Usl/Saub/Mutua insomma è retto molto bene. Il paradosso affiora a ogni angolo, ma con graffiante ironia su un sustrato nobile e la versione che è riportata in Live in blu è illanguidita al punto giusto dagli interventi orchestrali.

La frase: "Se la porti in concorsi di vento dove eleggono miss Stella Maris"

Il molo dei greci
Da "Live in blu"

Queste tre cattedrali stanno troppo strette a una bella canzone. Diciamo che il giudizio risicato segue un po' l'andamento del brano che inizia molto piano e a poco a poco entra sotto pelle e inizia a parlarti di magie e malie, a partire dall'inciso, per finire con il ricordo del Maestro Taraffo (anzi, il Mago Taraffo). E' una canzone tutta gettata in un passato prossimo e approssimativo, dotato di radio a galena e amache sul ponte, di legge Merlin, casini chiusi e freddo a Natale (ci risiamo!).

La frase: "
Perchè abbiamo amato il vapore dei bar nel mattino""

I segni della fine
Da "Max""

E' l'ultima canzone di Max che ho conosciuto. Per motivi vari non mi era mai capitato di ascoltarla fino ad oggi. La trovo veramente geniale e forse, con più ascolti, sarei costretto anche ad aumentarle il numero delle cattedrali. Per ora restano tre, livello di eccellenza, per una canzone dal testo magico e dalla musica intensa che ti porta a spasso per il Mediterraneo. E' la canzone apocalittica di Max: lui la definisce "un pugno nelle balle". Non è vero. E' triste e vagamente post-atomica. Samuel "Max" Beckett.

La frase: "E urla di cani ciechi negli occhi in fiamme delle vetrine / c'erano tutti i segni della fine / .. forse erano echi"

Il coro dei ranocchi
Da "Max"

Vale il discorso fatto per la sua dirimpettaia, qua di fianco. "Il coro dei ranocchi" è stata un'altra sorpresa dell'ultimo momento. Lenta e sospesa, tenera e spezzata, "Il coro dei ranocchi" (un titolo che non rende l'idea della canzone, peraltro) sa di quel vento d'autunno che solleva coriandoli d'acqua per buttarteli negli occhi. La si ascolta sospesi, si pensa e ci si ricorda. E che importa se i nostri ricordi sono differenti da quelli di Max? Questa, in fondo, è arte!

La frase: "
Sono suonato come un carillon" ... "Se tu esistessi ti telefonerei/ da una cabina che va a tocchi / e piove in grande sui cavoli miei / sulla rumenta e il coro dei ranocchi"



Centerbe
Da "Le parole del gatto"

Per Max Manfredi è una delle sue canzoni più belle. Per me è una delle meno riuscite.E' solo un esercizio di stile, ma il Centerbe, liquido imbevibile e dalle tendenze velenose (si capisce che non mi piace nemmeno il liquore) è quasi incolpevole soggetto. Qui siamo all'interno di un trop di onnipotenza del dotatissimo Max che potrebbe con altrettanto facilità sonorizzare le pagine gialle. Fatto sta che pagine gialle (e centerbe) restano tali. Ossia soggetti su cui è inutile fare canzoni.

La frase: "che il mare nei giorni di pioggia è un brivido di stagnola
ci nuotano i cocktail di scampi e i cuori della gente sola".

Otto topi
da "L'intagliatore di Santi"


Mutato quello che si deve mutare vale il discorso già fatto per la canzone di sopra. In questo caso il divertissement è co-firmato da Marco Spiccio, il ritmo di fondo è sempre un blues. E tutto sommato potrebbe anche passare per la canzone più socialmente impegnata di Max, quand'anche in tempi di G8 Genova si è pensato che gli otto topi alludessero papale papale agli otto tipi tristi che partecipavano alla blindatura della città. Ma trattasi di canzonetta, divertente, ma minore.

Frase: "Città che scava scava la metropolitana alla faccia dei topi, figli di ... pantegana"

Notti slave
da Max

Pezzo divertente e ideale da concerto, in genere per chiudere o per i bis, grazie al finale travolgente. ma contrariamente ad altri pezzi di Max non morde, non incide. E l'immaginario di cui si nutre questo sogno di notti slave è un po' "qualunque", come può uscire da letture di libri d'ambiente. Ma questi libri ogni tanto rischiano di essere più "Michele Strogoff" che non "Delitto e castigo". Samovar, Ninotckha e Zar e Pietroburgo, Molotov e Rasputin si trovano un po' dappertutto. Un sussulto solo per lo knut.

La frase: "Ci vogliono balalaiche, ma anche balle laiche / e voli sulle troiche di laggiù".

L'uomo del tango
da "Le parole del gatto"

Non ha niente che non vada, sennonché rientra nella gamma di canzoni ombelicali del Max, quelle che a me non fanno sangue. A mio parere Max, che è un grande artista, riesce a dare il meglio quando allarga lo sguardo oltre la sue persona e riesce a coinvolgere altri pezzi di umanità nelle sue canzoni. Qui siamo al solipsismo. Peraltro è suonata bene e cantata con verve, un po' sulle solite e attese quattro battute blues che virano in tango. Scritta molto bene, forse necessitava di uno "scatto" musicale in più.

La frase: "Cantami fazzoletti ubriachi d'addio ... Obliterami bimba che oggi si viaggia gratis"

Le storie del porto di Atene
da "L'intagliatore di Santi"


Questa meriterebbe anche di più. Non ha proprio niente che non va, ma all'interno di "L'intagliatore dei Santi" è un capitolo leggermente minore. Facile in un disco che allinea una manciata di capolavori, per un brano che è solo "normale" fare la figura del parente povero. Molto gentile e di tema non ombelicale, è una canzone che ha il suo momento migliore nell'intermezzo strumentale. Un po' troppo poco.

La frase: “Adesso che abbiamo imparato quanto poco vale silenzio e parola, adesso tra parola e silenzio non dovremo più fare la spola”.


A casa a piedi
da "Le parole del gatto"



Canzone bizzarra, quasi un simil-rap con accompagnamento vagamente dance. Max con tastiere, programmazioni, bassi elettronici. Non sembra lui. Però non è male l'effetto straniamento, completato da un parlato napoletano di Ezio Zaccagnini. Lo spaccato notturno che ne emerge non è privo di interesse, i suoi sono, per allora, "a la page" e c'è da scommettere che sia stato un garbato invito della casa discografica e iniziare con qualcosa di un po' diverso da "Freddo".

La frase: "In un'ombra d'ambra, nel tinello afghano, Lady Astarte (spacco da dea)
scioglie il reggicalze fatto a talismano"

La vera storia di Jan di Leyda
da "Max"



Non è una canzone semplice, ma più che altro sembra un brano pensato per una ipotetica (o realizzata?) messa in scena. Canzone di impianto teatrale, che parte da un episodio storico. La cantabilità è un altro cosa. ma non la si può ascoltare senza interesse. Molto bello il prologo parlato che la annuncia su "Max".

La frase: "Erano tempi contundenti / nascevano bambini a due teste / e c'era il diavolo in tutti i conventi / c'erano croci sulle finestre"

Strade che non portano a Roma
da "Max"



Un dato positivo è che non sia ambientata a Genova, come lascia intendere il titolo. E' interessante, con un aggressivo sottofondo elettrico e un parlato che sa di talking, con coro centrale a mo' di ritornello. Valida, ma minore.

La frase: "L'impresario col Borsalino / pensò io questi li assumo / io gli presento /nero su nero / un contratto di lavoro / senza badare a spese / alle spese ci badino loro"

Le altre avanzate mi piacciono tutte, a livelli diversi e leggermente inferiori alle canzoni riportate nella parte sinistra di questa tabella: diciamo che sono giudizi che variano tra le due cattedrali e mezzo e le tre meno meno. Iniziamo con le più antiche:

Sottozero
da "Le parole del gatto"
½
Canzone giovanile (e si sente) che chiama in causa la "Befana sottozero, dopo un Natale povero" e anche la casa di Spiccio "con la caldaia gelata". La scrittura è vivace e il ritratto d'ambiente, che ricorda sempre quello del viaggio del giovane artista nei romanzi di formazione (un po' il Paul Auster dei Taccuini rossi), è centrato e ficcante.

La frase: "E amori riscaldati in un bar boreale / e bimbe desolate bevono whisky lisci ... quando vivevo a Disneyland passavo le mie notti / nei pub di Paperopoli, losca e levantina"

Le rime di Sampiardarena
da Max

½

Anche questa dà un po' l'idea di rima giovanile, di storie d'amore sui banchi. Insomma, se uno inizia a 13 anni a scrivere canzoni, qualcosa gli rimarrà bene attaccato, no? Questo sembra il Manfredi più antico, un po' come Coriandoli d'acqua. Con meno ispirazione lirica.

La frase: "i tuoi occhi suoi loro fianchi larghi.
Il loro dolce autunno: una cipolla
da sfogliare, a occhi chiusi, nei letarghi".


The show must go on
da "Le parole del gatto"
½

Altro topos: il mondo dello spettacolo, cinico e baro, ma descritto con tenerezza e un po' di dolce mestizia. Il clima è giustamente fané, appena decadente e il tocco jazzato del piano di Alessandro Gwiss (ascoltato di recente con Marcello Murru) è appropriato per la storia raccontata.

La frase: "Luna luna luna blu (blue moon) / L'orchestra che si strina col suo jazz"

I botti di San Silvestro
da "Le parole del gatto"
½

Canzone intimista, ritratto dedicato a un marginale come tanti che "girava e vendeva gli articoli e molti aggettivi / e lottava con l'angelo del ketchup". Originale per Max il tema. Frasario particolarmente brillante.

Frase: "se i miei angeli son pesi piuma danzanti tra corde e quadrato / e io sono il fesso che gli fa coraggio, gli fa da allenatore".

Azulejos
da L'intagliatore di Santi

¾

La passione di Max per il Portogallo che ritorna. "Azulejos", si diceva, potrebbe anche essere il titolo del prossimo album di Max. Ma sono voci non confermate. Il brano è intenso e sentito, con una scansione ritmica vivace, dominata dalle percussioni.

La frase: "Per chi vive sotto un cielo d'ardesia / che per esser cobalto si fa un po' pregare"

Cattedrali
da Itinerari

¾

Canzone manifesto, forse residuo di un disco-fantasma dallo stesso titolo, come scrive sul suo sito Giampiero Orselli. Oscura e tenebrosa, vagamente gotica, inquietante, come forse un po' può sembrare anche il personaggio Max. Siamo ancora a bordo di una macchina del tempo che ci porta in un altrove e in un allorquando di difficile definizione. I piani temporali si mischiano, presente e passato, Genova e Parigi, artigiani, stroleghi e artisti.

La frase: "“La notte risuona come cori e navate di cattedrali, e anche i diavoli sono spariti dietro i loro cappelli di vecchi giornali”.


Canzone di striscio
da L'intagliatore di Santi

¾

Questa mi piace. E' canzone delicata e tenue, da ascoltare con attenzione. Canzone che non si impone, ma che ti striscia addosso fino a reclamare la sua attenzione, il suo posto a tavola. Ma in questa gentilezza di approccio traccia un suo itinerario peculiare, a cui la voce di Max e la sua interpretazione sentita dà una carica in più.

La frase: "Le tue amiche si son perse tra tisana e temporali / o toccandosi dietro il vetro che alle cinque appanna inverno"