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Luigi Maieron: biografia critica

Massimo Bubola

"Luigi Maieron è una forza della natura. Lui, friulano, non solo, ma carnico di lingua ladina. Minoranza di una minoranza. Che vive su in montagna, sotto il passo delle Tre Croci. L’ho conosciuto perché era un mio fan. E lui canta solo dei grandi temi della vita: vita, morte, il tempo che passa. Le grandi questioni di cui nessuno più si occupa".

"Siamo in un ‘epoca di minimalismo culturale, dove si parla solo di “quella tequila”, la “lampada sul comodino”, piccole e piccolissime cose. Maieron invece ha la forza di parlare di quello che costituisce il nocciolo della nostra vita. Nel nuovo disco canta alcune canzoni in “toscano”, per lui è stato particolarmente difficile, ma sono convinto che sarà un grosso risultato. Penso che la miglior definizione di Gigi l’abbia data Gianni Mura: è un albero che canta!
(segue)


Lino Straulino

"Posso anche dare ragione a Gigi perché il friulano si presta senz’altro più a spiegare fenomeni naturali che non un trattato scientifico, però c’è una questione di fondo che è proprio quella del modo di vedere il mondo e la vita. C’è una filosofia dietro una lingua".

"Quando parlo in friulano, attraverso questa lingua, mi avvicino alla realtà. Ho un mio modo di vedere il mondo che difficilmente è paragonabile ad altri modi. Il discorso è sui contenuti che una canzone può esprimere. In qualsiasi lingua la canzone ha un vocabolario ristrettissimo. Una canzone non deve avere per forza un numero eccessivo di parole. Certo che poi “Chiaroggiule” è un termine che non puoi mettere in una canzone!” (ride)

Cosa significa?

“E’ uno slittino per bambini. Ha un suono che è come un mattone. Io lo dicevo a Gigi e si restava a parlarne per ore. Non puoi metterlo! Ma dal punto di vista musicale! Anche in inglese ci sono parole che non suonano. Ha più a che fare col ritmo musicale che col significato. Insomma “Chiaroggiule” in una canzone non puoi proprio metterlo! Ecco sotto questo punto di vista il friulano si avvicina molto all’inglese: l’importanza del suono, la scelta delle parole giuste che suonino anche bene in una determinato punto, con una determinata musica. Nella lingua italiana un po’ si è andato perdendo questo gusto del suono. C’è meno bisogno della musicalità di un testo. Si sta iniziando forse a recuperare qualcosa adesso, ma spesso è stato ritenuto più importante un testo per i contenuti che veicolava, per l’argomento che si affrontava. E non per la musicalità dell’insieme. In friulano mi accorgo subito se un testo suona o non suona. In effetti molti anni fa quando lavoravamo molto assieme io e Gigi avevamo confronti-scontri di questo tipo. Io voglio esprimere il mondo di oggi col friulano: parlare di televisione, di automobili, del mondo, delle cose che vedo e che ascolto”.


Gianni Mura



"La lingua friulana ha una poeticità insospettata, è già musica.
La prima impressione che mi ha fatto sentir cantare Luigi Maieron, era che cantava come canterebbe un albero.
Se c’è nella musica italiana un vento dell’est, lui ne fa parte a pieno titolo".


Il parere della rete



Al suo terzo lavoro (l’esordio, “Anime Femine” era del 1998), Luigi Maieron suscita emozioni con dieci composizioni di folk cameristico che aggirano in modo convincente l’idea riduttiva di “canzone d’autore”, avvicinandolo più alla tradizione di certe ballads angloamericane che al frusto cantautorato italico rinvenibile a un ascolto solo superficiale. Cantato in dialetto carnico, scabro idioma delle montagne, “Si Vif” racconta i sentimenti della gente comune, tra umili distillati di saggezza (“Non si cresce mai abbastanza senza buoni ricordi/ si vive comunque, ma costa un po’ di più…”), concordanze con la natura (la descrizione della nebbia in “Ce ch’a è?”), descrizioni di luoghi della memoria (“”Foglie, foglie cadono/ sul prato, cadono/ i fuochi d’autunno l’aria di neve/il mio paese che piano batte sui ricordi”), confessioni disarmanti (“Sono fatto per vivere in due/ma sto troppo con me/ho un carattere leggero che trema con poco/un carattere normale che si basta da solo…”) che sembrano estratte dalle alchimie verbali del Fernando Pessoa dell’Inquietudine. Il verso sciolto rende i brevi testi vere poesie in musica (Maieron è anche autore della raccolta poetica “Orepresint”), con la voce dalla grana grossa impostata sul registro basso, che srotola pigramente le parole con levità zen. Un “recitar cantando” madrigalistico, depurato da ridondanze di accenti e virtuosismi, disposto a un delicato rapporto con la parola, resa ora intimo sussurro, ora adagio confidenziale. Prodotto da Massimo Bubola, un grande album di musica tradizionale italiana che appena pubblicato ha già la statura del classico. (Lucaferrari.net)

"Ci sono momenti che non si ha tempo o almeno non si sa di averlo, non si sa ciò che finisce e c'è un domani che non ritorna". Con questo pensiero dedicato al tempo che scorre si apre Si vîf, seconda prova discografica di Luigi Maieron, cantautore e autore friulano dalla fine ed intensa poetica. Nel corso della sua carriera come cantautore ma anche come autore di teatro Gigi Maieron, è diventato una sorta di rompighiaccio per la diffusione della musica tradizionale e della lingua friulana, Si Vif segna dunque l'apice artistico della scelta di utilizzare la lingua friulana (carnica, per essere precisi) come mezzo espressivo. Tutto il disco è pervaso da un costante richiamo allo scorrere del tempo, alle stagioni che si susseguono, alla vita che invecchia, che cambia tutto ma non i sentimenti più puri. Tutto ciò spesso ha portato a paragonare Gigi Maieron al grande poeta William Wordsworth che consigliava a chi desiderasse scrivere poesie a rivivere l'emozione nella tranquillità, lui fa lo stesso, infatti tratta le emozioni con un un tono mai eccessivo o troppo sentimentale, trattando anche i sentimenti più brucianti con uno stile poetico misurato, mai eccessivo o, peggio, sentimentalistico. (Maggie’s Farm)

Le emozioni sono trattate da Maieron con un tono mai eccessivo o troppo sentimentale: riprendendo così una tipica caratteristica del popolo carnico, capace di emozionarsi nel profondo, ma sempre con un nobile pudore verso le manifestazioni esteriori troppo plateali.Prodotto da Michele Gazich, che ci ha messo il suo violino, e da Massimo Bubola, il disco è piacevolissimo: gli arrangiamenti intimi ed essenziali seguono una linea acustica ricca di armonie. L’autore friulano prosegue con decisione nella scelta del dialetto come mezzo artistico, e in questo ha precedenti illustri: il riferimento quasi obbligato va al De André dialettale di Creuza de Mar, ma anche alle canzoni emiliane di Pierangelo Bertoli.
Voto Artistico: 9 Voto Tecnico: 8

Renato Trevisani (Suono.it)

L'autore friulano ha anche altri precedenti illustri, e il riferimento quasi obbligato va al De Andrè dialettale di Creuza de Mä e de Le Nuvole, ma anche alla genuinità delle canzoni emiliane di Pierangelo Bertoli. Il CD è prodotto da Massimo Bubola, una garanzia in fatto di musica e letterarietà in forma di canzone, e da Michele Gazich, che ha messo al servizio di Si Vif il proprio violino. Le atmosfere raccolte e ruvide ricreate dalla voce di Maieron ricordano effettivamente la vocalità suadente e un po' dimessa dello stesso Bubola. Il disco suona benissimo: gli arrangiamenti intimi ed essenziali seguono una linea acustica di eccellente qualità, ricca di armonie, senza rimaneggiamenti e con le interpretazioni di Maieron che tessono emozioni autentiche. C'è il pudore della poesia e la forza della terra: un miracolo, di questi tempi. Si Vif è sicuramente un lavoro di "tradizione d'autore".

marco.novaro@tin.it - La stampa

Col tempo il tempo diventa di seconda mano
di Giorgio Maimone

Il tempo è una variabile non trascurabile nella vita e nella poetica di Luigi Maieron. Tempo e parole potrebbero essere i due cardini su cui si appoggia l'intera struttura poetica di Gigi. Che è una struttura poetica complessa. Un po' perché lavora a cavallo tra due lingue (italiano e friulano) e molto per i temi che tratta che non sono mai temi di "picciol momento". Maieron tratta, con particolare sofferenza e delicato pudore i temi massimi dell'esistenza: l'amore, i rapporti, i pensieri, il comunicare, le ragioni profondi del vivere, sospesi su un crinale che non resterà crinale per sempre.

Il tempo emigra

Il rapporto col tempo emerge un po' in tutte le su canzoni, ma in "Si vif" è chiaro come non mai: "Col tempo si nasce si cresce si resta a metà / col tempo il tempo diventa di seconda mano" ... "Si vive di strade belle e di qualche ponte caduto / di tempo che verrà, di tempo che intanto ti si cuce addosso". Ma il tema ritorna invariato in "Foes": "Foglie, foglie cadono / sul prato cadono / i fuochi d'autunno, l'aria di neve / il mio paese che piano batte sui ricordi". Oppure, ancora, in "Ce ch'a è?": Cos'è questa memoria che va in baldoria / questa vita di marmo se ha negli occhi un campo? / Una foglia quando nasce non la sente nessuno / ma si riesce acapire ciò che dice col tempo". Ancora in "La to vos": "La musica che ti piace, che aspettavi di sentire / da quelche parte è incominciata, io ti chiedo di ballare / ti chiedo cos'è che fa del tempo un'eccezione? / Era domenica, era d'estate, una ltro giorno da incominciare". Proseguiamo? C'è "Semence" che dice: "si vive di muri e di finestre alte / di tempo che tutto porta via /come acqua di fiume che da sempre va / e da sempre resta lì". Per arrivare all'apoteosi temporale degli "Ultims pensirs", quelli che si fanno di sera, al calar della notte, fuori dall'uscito di casa, quando a tutti è capitato di pensare: ""sono ore che girano e il tempo che sta fermo" oppure "C'è sempre qualcosa del passato che non finisce" o ancora: "sono lunghi gli anni in due, sono lunghi gli anni da soli / e non c'è mai tempo abbastanza / non c'è mai tempo in più". Ma non è solo un tema di "Si vif", perché anche in "Anime femine" si dice "A quell'età non sapevamo di essere il cielo e al tempo / abbiamo dato in pegno noi stessi" ("Il timp dai omens") o anche "Vorrei avere delle certezze, ma so che il tempo non mi aspetterà" ("L'aghe grande")

Le parole "buone"

Altro tema rilevante, oltre al tempo, sono le "parole buone" o meglio le "peraule buine", che ritornano in due canzoni e in almeno una poesia di Maieron. "Ho sentito una parole vera, ho sentito una parola buona / ho sentito che faccio fatica in amore, che tengo lontato ciò che ho più vicino" ("Peraule buine"). "I cir peraules buines / e la me vous a tas" ("Cerco parole buone / e la mia voce tace" - "Scolte le cjere") . "Capisce le mie parole / sente i miei pensieri e mi lascia" ("L'om ch'al vif ta strade"). "Per noi che pensiamo che il pensiero si muova solo a parole / per noi che cerchiamo il sicuro e dentro siamo lacrime calde/ per noi che siamo fatti di silenzio e viviamo di mercato" ("Semence"). E se non sono le parole buone, che lo sia almeno l'aria: "l'aire buine da binore / a si puarte via le not" ("L'aria buona del mattino / si porta via la notte" ("L'aire buine"). La parola insomma vista come ancora di salvezza, come riscatto, la parola magica, la parola schiamanica che può far guarire.

Il marchio speciale di speciale disperazione

Eh sì, perché è tanta la voglia di non farci caso che spesso non ci pensiamo. Ma tutta l'opera di Luigi Maieron è un grido alto contro la disperazione del vivere e dell'essere uomini. Un grido che però non si abbandona mai allo sconforto, al lasciarsi andare, ma anzi si carica di tossine esistenziali, quasi come una molla che si comprime per poter ripartire. Gigi si ferma spesso sul limitare dell'infinito, ma questo infinito lo sente urgere dentro di sè: "Si vive di tempo e di un tremare eterno ... Si vive di ali lunghe e di momenti leggeri". "Le lacrime vere si muovono presto / raccontano i vuoit di tante giornate" ("Las agrimas"). "Nel silenzio della tua casa / tra i muri del tuo essere / quando l'anima ha paura / respira insieme a te" ("Ultim pensirs"). "Ci sono momenti di solitudine che amo" ("Scolte le cjere"). "Sono come un bambino orfano / come un soldato lontano e solo / Chi se ne va lascia il vuoto di non aver detto di più ... / Vorrei ... viverecin me stesso senza la paura di ogni giorno" ("L'aghe grande"). Ma il senso di vuoto, la solitudine, l'immensità e il dolore sono resi davvero con grande pudore. E senza tracciare diagrammi finali incontrovertibili. Maieron del dubbio. O del giudizio sospeso.

Spesso nelle sue canzoni è impietoso verso se stesso. E' forse il cantautore che si "ama di meno", in quanto non perde occasione di "farsi le pulci addosso" e non se ne lascia passare liscia nemmeno una: nell'amore è colui che si è allontanato o non riesce a esprimere tutto il bene che prova. L'infanzia e la giuventù erano momenti belli, ma lui, errando, ha perso il treno della vita e nelle giornate normali "vivo così nascosto da non esserci / vivrò sempre di un amore non ricambiato / Ascolto le mie debolezze, sono catene di ore sulla mia strada / tra ciò che sono e ciò che posso essere" ("La strade di miec"). Non c'è indulgenza, c'è piuttosto voglia di espiazione e penitenza. Ma tutto il discorso non tocca mai versanti pietosi o pietistici: Maieron vola alto, sospinto dal suo lirismo. E i temi si allargano quasi sempre a una visione universale e non (solo) personale. Quindi identificazione e non distacco.

La natura

Non si può finire quella che è una breve disamina sul corpo poetico maieronense senza accennare al suo rapporto con la natura o meglio alla presenza della natura nelle sue canzoni e poesie. Una natura tratteggiata e delineata con amore e con rispetto, ma mai oleografica o di cartolino. Una natura viva, a volte matrigna, altre volte tramite con i pensieri di assoluto. Ce l'avevo quasi fatta, fino alle ultime righe a non parlare di Luigi come il poeta-montanaro, perché è un'immagine che non gli corrisponde. Certo che vive sulle montagne, certo che gli è consueto parlare di neve e di picchi imbiancati, ma Gigi parla del vivere e vivere è uguali in riva al mare o sotto le Dolomiti. Così come il vino è sempre vino, ma sa di umori diversi per i terreni diversi in cui è cresciuto. Il rapporto con la natura si vede già dai titoli "Foes" (Foglie), "Om o furmie" (Uomo o formica) , "Semence" (Seme), "I voi dal bosc" ("Non racconta la paura di un animale / nè può raccontare una corsa che non gli servirà / Corre portando con sé il perché di un fucile / Non racconta la paura di un uomo / né può raccontare una corsa che non gli servirà"). Ma addirittura "Ai miei di cjase" di Maieron e Straulino, finisce con una sorta di testamento: "La mia anima mi porta alla semina / lascio le mani ai campi / gli occhi ai boschi / il mio corpo tra vento e terra si dissolve per ritornare uomo". Ma siamo appena all'inizio. Aspettiamo il terzo disco.

”Una vita contadina, di montagna, dove le lacrime servivano a pulire gli occhi per vederci meglio…e dove la musica era un modo popolare di trasferire la tristezza nell’allegria…C’era anche la loro terra dentro a quelle note, e le montagne e il loro vino e c’era il cielo …”. (da "La neve di Anna")


"Il Confine invisibile" - Un articolo di Maieron

(grafite su carta di Pedro Scassa)

"Lo scopo di un confine è quello di circoscrivere una zona, definire il territorio di una stato o di una regione. Ha diverse forme: cippo, filo spinato, staccionata, muraglia, insomma ha molte facce, diverse possibilità. Penso sia capitato a tutti di temere un posto di controllo ad una frontiera.
Chi scrive prova disagio ogni volta che ne deve attraversare una! Durante il controllo dei documenti, avverto sempre un disagio, una sorta di timore, quasi fosse una prova da superare. "Sarà tutto a posto?" "Avrò i requisiti?" Poi, finalmente, ... la sbarra si alza, un sospiro e via, fino al… prossimo:"Alt".
La mia poca voglia di viaggiare, le frontiere aperte, i muri abbattuti, hanno risolto gran parte delle mie fisime, ma il confine ha ormai una serie infinita di ‘competenze’ e un giorno, mentre definivo un testo poetico che spiegava la difficoltà al dialogo, ho concluso il versetto con le parole: "confine invisibile".
E’ vero, un confine ha molte forme, infinite, tanto che può essere persino invisibile! Ma che tipo di confine è questo?
E’ il confine delle distanze, il confine che ci chiude nello 'stato del nostro "io"', che ci rende distanti, a volte irraggiungibili. E’ il confine dello "Stato individualista", dove il senso dell’insieme è sostituito dal "io" che, troppo occupato di sé, non riesce più a capire l’altro, a capire il diverso! La corsa incontro al progresso non si ferma, guai se succedesse. Il progresso è sinonimo di benessere, di bisogni da soddisfare, di corsa in avanti, di futuro, ecc. ecc… ma…
Perché nonostante tutte queste buone qualità ci lascia un senso di disagio, perché è così facile arrivare alla divisione, a stadi di distanza, a vivere di solitudine?
E’ il tempo che pianta i suoi confini? E' crescendo che ci isoliamo?
Giacomo Leopardi diceva che: "I bambini trovano il tutto nel nulla e i grandi vedono il nulla nel tutto!"
E’ così? O è sottrazione al senso dell’insieme. Individualismo uguale restringimento in se stessi… sottrazione al senso comune. Ci sottraiamo? Togliamo qualcosa alla comunità con il nostro restringimento?
Non lo so! Certo è che troppo spesso il confine marca e divide, isola ed impedisce, toglie possibilità.
La vita sta prendendo una curiosa forma "a confine" e, noi che l’attraversiamo, troviamo naturale adeguarci alle sue forme a punta.
Il confine pretende un lavorio incessante di equilibri e superamento del forte senso dell'"io" che ogni società materialista pretende. Forse è vero che per il progresso si paga un poco in umanità, ma un confine non può e non deve dividere mai del tutto, perchè non siamo in lotta con i nostri simili, ma con il tempo".
(Luigi Maieron su
Alpinando)


Si Vif: "The Making of"
raccontato da Michele Gazich

Parliamo del disco di Maieron. Ho come la sensazione che il tuo lavoro in quel disco sia stato essenziale. Certo, si sente anche la mano di Massimo, ma tu, in particolare, hai suonato, hai arrangiato, hai dato un “colore”, una nuance alle note che forse prima non avevano. E’ proprio questa la domanda. Quanto è cambiato Maieron tra quando è arrivato da voi e quando è uscito il disco? Cosa ha portato lui, oltre a degli ottimi testi, e cosa hai aggiunto tu? Il suo primo disco “Anime femine” suona molto diverso da “Si vif” che, invece, è un capolavoro.

"E’ stato un insieme di scelte e di circostanze fortuite. Io ho sempre amato i dischi che procedevano per sottrazione o dove comunque non ci fosse molto attorno alla voce e ai testi del cantante. E questi testi meravigliosi di Maieron in fin dei conti sono, al di là della nota diatriba poesia-canzone, dei testi di un altissimo valore poetico. A me pareva che nel disco precedente ci fosse troppa roba attorno a lui, e avevo avuto la stessa impressione anche la prima volta che avevo sentito un suo concerto, che Maieron fosse a disagio, quasi in ostaggio di musicisti che usavano le sue canzoni per fare improvvisazioni free-jazz che con lui non c’entravano nulla. Io l’ho sempre percepito come un poeta rurale, essenziale. Va poi detto che c’è stata un’intuizione iniziale di Massimo (Bubola) che ha detto a Gigi di cantare un’ottava più bassa, e questa è stata un’intuizione obiettivamente fondamentale, dopodiché Massimo, che tra l’altro collaborava con me da molto poco - era il 2001 ed erano pochi mesi che suonavamo assieme - mi ha fatto sentire le sue canzoni, ed io ho subito pensato che erano bellissime, e che volevo assolutamente fare qualcosa con quest’uomo. Massimo mi dice va bene. Vai e fai. Lui ha dato questo input: abbassate la voce di un’ottava, dopodiché mi ha lasciato assolutamente carta bianca. Così abbiamo lavorato in studio e Massimo è nuovamente intervenuto solo nel missaggio finale dove ha sistemato qualcosa. Ovviamente è stato tenuto costantemente aggiornato sul progetto e ha dato consigli, però ci ha lasciati notevolmente liberi di agire. Io avevo questa idea di fare una cosa con pochi strumenti e così abbiamo fatto. Avevamo anche pochi soldi, così ho coinvolto il mio migliore amico, un fisarmonicista che si chiama Luca Ferraboli - che sul disco si fa chiamare Luca Ferro - Elena, mia moglie al flauto e basta, essenzialmente. Io ho suonato tutte le varie parti di archi, gigi si è ingegnato con la chitarra, abbiamo fatto delle pseudo percussioni in un pezzo - Peraule buine - prendendo dei pezzi della batteria e suonandoli così.
Il disco è stato fatto veramente in pochissimi giorni ma con le idee estremamente chiare. Abbiamo fatto qualche concerto prima, facendo si vif da capo a fondo, così siamo andati in studio preparati. Io ci tenevo che suonasse molto essenziale, molto “povero”, insomma, questo è ciò che ho fatto io.

Ho trovato questo in rete: sono parole tue: “Ho conosciuto prima il Maieron musicista del Maieron poeta, ma leggere il poeta mi ha confermato tutto ciò che la sua musica già mi aveva suggerito. Ma cos'è la musica di Maieron? Banalmente, si potrebbe dire "canzoni", ma in realtà è qualcosa di assai più particolare. Il suo cantato si potrebbe avvicinare al "recitar cantando" dei primissimi operisti italiani, il cui massimo esponente fu Monteverdi”. Anche la poesia di Maieron ti affascina in egual modo?

"Questa cosa che hai letto appartiene alla postfazione di un libro di poesie di Maieron che si chiama "Orepresint" e in effetti mi sono piaciute queste poesie che hanno l’essenzialità dellle sue canzoni. Io sento una forte continuità, insomma, tra il maieron poeta e il maieron cantante. Ovviamente sono di fazioso, e ho una preferenza per il Maieron musicista, ma forse solo perché è con il musicista che ho collaborato. Non è una boutade quella sugli operisti, Monteverdi eccetera, perché in effetti Monteverdi è stato quel genio che è passato dallo scrivere le cose a cinque voci - in cui non si capivano i testi, non si capiva niente - a scrivere per una voce sola con un accompagnamento strumentale. E’ come passare , se mi permetti il paragone un po’ strano e ardito, da Anime Femine a Si Vif. Lui è l’uomo che nella sua vita ha cambiato tutto a un certo punto. E a me piace molto questo Maieron essenziale che è come quest’ultimo Monteverdi".

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