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Lucio Battisti - Piccola Biografia Critica


Per farsi una piccola idea delle canzoni
di Lucio Battisti, ascoltandole:

Era
Dolce di giorno
E penso a te (Enrico Rava)
Don Giovanni (EquiVoci)
Respirando (Terramare)

Pensieri e parole
di Mogol-Battisti

Che ne sai di un bambino
che rubava
e soltanto nel buio giocava
e del sole che trafigge i solai
che ne sai
e di un mondo tutto chiuso
in una via
e di un cinema di periferia
che ne sai della nostra
ferrovia che ne sai

Conosci me, la mia lealta'
tu sai che oggi morirei
per onesta'
conosci me il nome mio
tu sola sai
se e' vero o no
che credo in Dio

Che ne sai tu di un campo
di grano
poesia di un amore profano
la paura d'esser preso per mano
che ne sai
l'amore mio
e' roccia ormai
e sfida il tempo e sfida
il vento e tu lo sai

Davanti a me
c'e' un'altra vita
la nostra e' gia' finita
e nuove notti e nuovi giorni
cara vai o torna con me
davanti a te
ci sono io
dammi forza mio Dio
o un altro uomo
chiedo adesso perdono
e nuove notti e nuovi giorni
cara non odiarmi se puoi

Conosci me
quel che darei
perche' negli altri
ritrovassi gli occhi miei
che ne sai di un ragazzo
che ti amava
che parlava e niente sapeva
eppure quel che diceva chissa'
perche' chissa'
adesso e' verita'

Davanti a me
c'e' un'altra vita
la nostra e' gia' finita
e nuove notti e nuovi giorni
cara vai o torna con me
davanti a te
ci sono io
dammi forza mio Dio
o un altro uomo
chiedo adesso perdono
e nuove notti e nuovi giorni
cara non odiarmi se puoi




dai libri che parlano di Lucio ...



Edmondo Berselli
(da "Canzoni - Storie dell'Italia leggera")

Ermeneutica di Lucio: agli esordi si presentava con i capelli lunghi ed elettrificati e per qualche tempo anche un paio di baffetti che avevano del posticcio. All'unica edizione del Festival a cui aveva partecipato come esecutore era apparso in palcoscenico in una delle numerose versioni del Contadino o del Provinciale con la giacchetta strettissima e un maxi-foulard bianco e impossibile,. gambotte corte e gluteo pimpante. Si capisce che doveva essere nella intenzioni una sintesi tra l'Italia post-rurale e un accenno di flower power, avendo saltato, con una trasvolata provvidenziale, tutto il fordismo e la grande industria. ... L'orgoglio di Battisti ha lasciato queste operine progiose e distanti che contengono minuetti dance, rondò funk, sferragliamenti della metropolitana, oltre che tesori melodici che pochi hanno voluto conoscere".



Paolo Jachia
(da "La canzone d'autore italiana")
E' facile rinoscere al centro del lavoro di Mogol-Battisti una coompiuta descrizione (una "fenomenologia") dei rapporti tra uomini e donne contemporeni e più in generale del rapporto di coppia. Non solo. Era necessario trovare un modo nuovo per narrare una favola antica, questo voleva dire che c'era bisogno di un modo nuovo per parlare d'amore e di sentimenti ed ecco, assieme alla musica di Battisti (uno splendido mix di rock, musica nera, soul e melodia italiana) il linguaggio quotidiano di Mogol, un italiano di immediata compensibilità, quasi televisivo e con una fortissima impostazione cinematografica (dialoghi, flashback, immagini incisive ed icastiche).

Gianni Borgna
(da "Storia della canzone italiana")

La rivoluzione di Battisti: un ruolo di fonfine tra beat e pop, tra le fresche utopie degli anni Sessanta e il senso di disfacimento e crisi tipico dei Settanta. Non si può dire che agli inizi Lucio Battisti abbia riscosso le simpatie dei critici. Quando uscirono i suoi primi dischi più di un critico arricciò il naso. Mentre i ragazzi impazzivano per lui. Si era in pieno sessantotto e canzoni che parlassero solo d'amore e non dilotta venivano guardate con estrema diffidenza. Ma Battisti la sua rivoluzione la stava facendo, solo che la sua, come era giusto che fosse, riguardava solo la musica.

Felice Liperi
(da "Storia della canzone italiana")

La rivoluzione pop di Lucio Battisti: Battisti non tralasciava nessun particolare delle sue canzoni, dimostrando una mentalità ed una cura del prodotto da musicista internaizonale, simile a quella dei gandi produttori americani e inglesi presenti a Abbey Road. Ma è sul terreno della melodia che Battisti è riuscito subito nella prova più importante, cioè proprio nel campo in cui si è costituita la storia della canzone italiana: è riuscito a far convivere le forme della ballata e della romanza con il ritmo della musica afroamericana.

Battisti il fascista
di Leon Ravasi

Si è sempre detto, si è sempre pensato che Battisti (e Mogol, ma più propriamente Battisti) pencolasse a destra. Di sicuro non era di sinistra. Al di là delle battute per cui era impossibile che Lucio desse dei soldi a Ordine Nuovo perché troppo tirchio, al di là delle leggende come la foto con la mano destra alzata in forma di saluto romano, quando invece stava solo dando il via all'orchestra, al di là delle polemiche sulle braccia alzate sulla copertina de "Il mio canto libero" che solo con la malafede di allora si possono scambiare per saluti fascisti (i piedi dell'interno copertina cosa sono allora?), al di là delle periodiche affermazioni di appartenenza provenienti dalla destra (poveretti! Chi avevano loro allora? Lando Buzzanca e Battisti, per l'appunto. Non come ora che hanno dalla loro personaggioni come Anna Kanakis e Marco Masini!), al di là di tutto ... resta poco. Nessuna prova diretta, solo sospetti, ma con i sospetti anche tentativi assolutori. Tipo che anche le BR o i militanti-militonti più duri, persino i "katanga" della Statale di Milano nel privato ascoltassero Battisti e non gli Inti Illimani (avete presente la grande verità che spara Vecchioni in una delle sua canzoni più contestate, "Donne con le gonne", quando definisce una sua compagna "noiosa come le canzoni degli Inti Illimani"). Ma questo assolve Battisti? E lo assolve poi da che cosa? Sinceramente interessa a qualcuno? No, a me no. E' evidente che, non Battisti, ma Mogol, nelle sue storie parlasse sempre di una "piccola borghesia molto piccola" che si barcamenava tra spese al supermercato, pranzi da cucinare, qualche gita in montagna, al limite un "cine" ogni tanto. Piccole cose, piccolo mondo, piccola borghesia. Ma non crediate che chi stava dall'altra parte venisse in fondo da un mondo molto diverso. In alcuni casi "grande borghesia", in altri ancora peggio. E il presidente Mao ce lo insegnava "spesso, quando marciamo, il nemico marcia alla nostra testa!" Noi lo ripetevamo ma, in fondo, non lo capivamo. Battisti di destra? Battisti qualunquista? E un chi se ne frega non lo vogliamo sprecare?

La sospensione

In molti, da molto tempo ci chiediamo quale sia il vero segreto di Lucio Battisti. Non è facile capire l'alchimia particolare che si è scatenata, soprattutto a cavallo tra i '60 e i '70. Però ho letto qualcosa sul bel libro di Luciano Ceri che mi ha fatto pensare. La "sospensione"! Lucio Battisti era abilissimo nel creare un effetto-attesa che inevitabilmente ti trascinava con sè, vittima e schiavo di una musica che non era dato gestire, nè prevedere. Le parole di Mogol erano piane, "quasi televisive" le definisce Jachia, ma la musica, la musica no. La musica ti portava sempre altrove e soprattutto, prima di portarti, ti lasciava a lungo in sospensione, in attesa degli eventi. Musica molto rarefatta in alcuni momenti che poi, improvvisamente, recupera forza energia e grinta.

Band aid: un piccolo aiuto dagli amici

Suona sempre e solo con gruppi fatti, come band leader, capo complesso. Nell'ordine abbiamo i Dik Dik, i Ribelli, la Pfm e la Formula Tre. Lucio in realtà voleva forse suonare in un gruppo. Ma non voleva suonare dal vivo. Il suo regno era la sala di incisione, dove era capace di passare le giornate intere. Anche solo per passione.

L'iconografia

Niente foto, quasi niente in assoluto. Solo da Caesar Monti, ossia Cesare Montalbetti, fratello di Pietruccio dei Dik Dik e autore di tutti gli scatti di tutte le sue copertine, fino ad arrivare a quelle "pannelliane" dove l'immagine di Lucio sparisce e si passa alle immagini disegnate da Lucio.

A Battisti si addice il jazz

Se "il lutto si addice ad Elettra", il jazz si addice a Battisti. Io ho una particolare predilezione per i tributi fatti in vita, senza aspettare che l'ggetto del tributo sia defunto. Non so perché ma mi sembrano tributi dettati da principi meno macabri e funerei. Purtroppo avviene quasi sempre il contrario. E' per questo che quando ci si trova davanti a un "Canti randagi" o "Disertori" o a un disco come questo si può sorridere ed evitare di scadere in bassi maneggi della destra economica al fine di scongiuro. Di "Ci ritorni in mente" si può forse dire di tutto, ma non che sia un disco tetro. Un po' aiutano le canzoni di Battisti (e in questo caso quasi mai anche di Mogol. Nel senso che spesso è solo musica) e molto le esecuzioni, tutte senza timor accademico alcuno.

Potrebbe pure essere che il fatto di accostare un nome della cosiddetta "musica leggera" (ma ricordatevi che "è tutta musica leggera, la dobbiamo imparare") abbia sciolto le briglie della fantasia. Può anche darsi che i grandi nomi impegnati invece credessero nella struttura armonica e armonicamente felice delle canzoni di Battisti. Se togliamo le interpretazioni al femminile, tutte molto valide, ma tutte mineggianti, anche se non in modo fastidioso, l'approccio generale è molto interessante e intenso. Stranamente la cifra comune che risalta da queste canzoni asciugate, disidratate, ridotte ai minimi termini e poi rivestite è una malinconia di fondo molto più forte che negli originali. (segue)


Ma anche il classico si addice a Battisti?

Da un'idea di Franco Zanetti un disco che ho tenuto nel cassetto almeno un anno prima di decidermi a sentirlo. Oddio, un ascolto distratto gliel'avevo dato. E mi aveva annoiato. Ora, in occasione della pubblicazione delle pagine su Battisti su Bielle mi sono deciso a dare al cd una seconda occasione. Non ho speso male il mio tempo. L'approccio è originale e l'esito, a gioco lungo, è positivo. Siamo nell'ambito di un tributo abbastanza eclettico a Lucio Battisti: la scommessa è stata quella di prendere le canzoni del periodo panelliano (infatti il sottotitolo è canzoni di Lucio Battisti e Pasquale Panella) e riproporle per trio vocale e strumenti ad arco. Ci credereste mai? Le canzoni ci guadagnano.

Già da qualche tempo il repertorio Battisti dell'era Panella è oggetto di revisione e di ascolto più attento. Intendiamoci: restano dubbi. Soprattutto sulla poetica di Panella che ricorda spesso l'avanspettacolo e i giochi di parola alla Nino Taranto, ma anche sulla "sbornia elettronica di Battisti" dopo Mogol. Forse se non ci fosse stata in contemporanea la totale sparizione di Battisti dall'orizzonte massmediologico, non ci sarebbe stata neanche una rimozione così totale del suo repertorio. Perché, in fin dei conti, non meritava di essere cancellato. Battisti è stato un genio musicale: balzano come tutti i geni e gli artisti, al limite della paranoia o forse oltre, ma indubitabilmente un genio. E qui lo si riscopre. (segue)