| Battisti
il fascista
di Leon Ravasi
Si
è sempre detto, si è sempre pensato che Battisti
(e Mogol, ma più propriamente Battisti) pencolasse
a destra. Di sicuro non era di sinistra. Al di là
delle battute per cui era impossibile che Lucio desse dei
soldi a Ordine Nuovo perché troppo tirchio, al di
là delle leggende come la foto con la mano destra
alzata in forma di saluto romano, quando invece stava solo
dando il via all'orchestra, al di là delle polemiche
sulle braccia alzate sulla copertina de "Il mio canto
libero" che solo con la malafede di allora si possono
scambiare per saluti fascisti (i piedi dell'interno copertina
cosa sono allora?), al di là delle periodiche affermazioni
di appartenenza provenienti dalla destra (poveretti! Chi
avevano loro allora? Lando Buzzanca e Battisti, per l'appunto.
Non come ora che hanno dalla loro personaggioni come Anna
Kanakis e Marco Masini!), al di là di tutto ... resta
poco. Nessuna prova diretta, solo sospetti, ma con i sospetti
anche tentativi assolutori. Tipo che anche le BR o i militanti-militonti
più duri, persino i "katanga" della Statale
di Milano nel privato ascoltassero Battisti e non gli Inti
Illimani (avete presente la grande verità che spara
Vecchioni in una delle sua canzoni più contestate,
"Donne con le gonne", quando definisce una sua
compagna "noiosa come le canzoni degli Inti Illimani").
Ma questo assolve Battisti? E lo assolve poi da che cosa?
Sinceramente interessa a qualcuno? No, a me no. E' evidente
che, non Battisti, ma Mogol, nelle sue storie parlasse sempre
di una "piccola borghesia molto piccola" che si
barcamenava tra spese al supermercato, pranzi da cucinare,
qualche gita in montagna, al limite un "cine"
ogni tanto. Piccole cose, piccolo mondo, piccola borghesia.
Ma non crediate che chi stava dall'altra parte venisse in
fondo da un mondo molto diverso. In alcuni casi "grande
borghesia", in altri ancora peggio. E il presidente
Mao ce lo insegnava "spesso, quando marciamo, il nemico
marcia alla nostra testa!" Noi lo ripetevamo ma, in
fondo, non lo capivamo. Battisti di destra? Battisti qualunquista?
E un chi se ne frega non lo vogliamo sprecare?
La
sospensione
In molti, da molto tempo ci chiediamo quale sia
il vero segreto di Lucio Battisti. Non è facile capire
l'alchimia particolare che si è scatenata, soprattutto
a cavallo tra i '60 e i '70. Però ho letto qualcosa
sul bel libro di Luciano Ceri che mi ha fatto pensare. La
"sospensione"! Lucio Battisti era abilissimo nel
creare un effetto-attesa che inevitabilmente ti trascinava
con sè, vittima e schiavo di una musica che non era
dato gestire, nè prevedere. Le parole di Mogol erano
piane, "quasi televisive" le definisce Jachia,
ma la musica, la musica no. La musica ti portava sempre
altrove e soprattutto, prima di portarti, ti lasciava a
lungo in sospensione, in attesa degli eventi. Musica molto
rarefatta in alcuni momenti che poi, improvvisamente, recupera
forza energia e grinta.
Band
aid: un piccolo aiuto dagli amici
Suona sempre e solo con gruppi fatti, come band leader,
capo complesso. Nell'ordine abbiamo i Dik Dik, i Ribelli,
la Pfm e la Formula Tre. Lucio in realtà voleva forse
suonare in un gruppo. Ma non voleva suonare dal vivo. Il
suo regno era la sala di incisione, dove era capace di passare
le giornate intere. Anche solo per passione.
L'iconografia
Niente
foto, quasi niente in assoluto. Solo da Caesar Monti, ossia
Cesare Montalbetti, fratello di Pietruccio dei Dik Dik e
autore di tutti gli scatti di tutte le sue copertine, fino
ad arrivare a quelle "pannelliane" dove l'immagine
di Lucio sparisce e si passa alle immagini disegnate da
Lucio.
A Battisti si addice il jazz
Se "il lutto si addice ad Elettra", il jazz si
addice a Battisti. Io ho una particolare predilezione per
i tributi fatti in vita, senza aspettare che l'ggetto del
tributo sia defunto. Non so perché ma mi sembrano
tributi dettati da principi meno macabri e funerei. Purtroppo
avviene quasi sempre il contrario. E' per questo che quando
ci si trova davanti a un "Canti randagi" o "Disertori"
o a un disco come questo si può sorridere ed evitare
di scadere in bassi maneggi della destra economica al fine
di scongiuro. Di "Ci ritorni in mente" si può
forse dire di tutto, ma non che sia un disco tetro. Un po'
aiutano le canzoni di Battisti (e in questo caso quasi mai
anche di Mogol. Nel senso che spesso è solo musica)
e molto le esecuzioni, tutte senza timor accademico alcuno.
Potrebbe pure essere che il fatto di accostare un nome della
cosiddetta "musica leggera" (ma ricordatevi che
"è tutta musica leggera, la dobbiamo imparare")
abbia sciolto le briglie della fantasia. Può anche
darsi che i grandi nomi impegnati invece credessero nella
struttura armonica e armonicamente felice delle canzoni
di Battisti. Se togliamo le interpretazioni al femminile,
tutte molto valide, ma tutte mineggianti, anche se non in
modo fastidioso, l'approccio generale è molto interessante
e intenso. Stranamente la cifra comune che risalta da queste
canzoni asciugate, disidratate, ridotte ai minimi termini
e poi rivestite è una malinconia di fondo molto più
forte che negli originali. (segue)
Ma anche il classico si addice a Battisti?
Da un'idea di Franco Zanetti un disco che ho tenuto nel
cassetto almeno un anno prima di decidermi a sentirlo. Oddio,
un ascolto distratto gliel'avevo dato. E mi aveva annoiato.
Ora, in occasione della pubblicazione delle pagine su Battisti
su Bielle mi sono deciso a dare al cd una seconda occasione.
Non ho speso male il mio tempo. L'approccio è originale
e l'esito, a gioco lungo, è positivo. Siamo nell'ambito
di un tributo abbastanza eclettico a Lucio Battisti: la
scommessa è stata quella di prendere le canzoni del
periodo panelliano (infatti il sottotitolo è canzoni
di Lucio Battisti e Pasquale Panella) e riproporle per trio
vocale e strumenti ad arco. Ci credereste mai? Le canzoni
ci guadagnano.
Già da qualche tempo il repertorio Battisti dell'era
Panella è oggetto di revisione e di ascolto più
attento. Intendiamoci: restano dubbi. Soprattutto sulla
poetica di Panella che ricorda spesso l'avanspettacolo e
i giochi di parola alla Nino Taranto, ma anche sulla "sbornia
elettronica di Battisti" dopo Mogol. Forse se non ci
fosse stata in contemporanea la totale sparizione di Battisti
dall'orizzonte massmediologico, non ci sarebbe stata neanche
una rimozione così totale del suo repertorio. Perché,
in fin dei conti, non meritava di essere cancellato. Battisti
è stato un genio musicale: balzano come tutti i geni
e gli artisti, al limite della paranoia o forse oltre, ma
indubitabilmente un genio. E qui lo si riscopre. (segue)

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