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| 29 settembre
di Mogol-Battisti
Seduto in quel caffè
io non pensavo a te.
Guardavo il mondo che
girava intorno a me.
Poi d'improvviso lei sorrise
e ancora prima di capire
mi trovai sottobraccio a lei
stretto come se
non ci fosse che lei.
Vedevo solo lei
e non pensavo a te.
E tutta la città
correva incontro a noi.
Il buio ci trovò vicini
un ristorante e poi
di corsa a ballar sottobraccio a lei
stretto verso casa abbracciato a lei
quasi come se non ci fosse che,
quasi come se non ci fosse che lei.
Mi son svegliato e
e sto pensando a te...
Ricordo solo che,
che ieri non eri con me.
Il sole ha cancellato tutto
di colpo volo giù dal letto
e corro lì al telefono
e parlo, rido e tu,
tu non sai perché,
t'amo, t'amo e tu,
tu non sai perché...
parlo, rido e tu,
tu non sai perché...
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Mogol
su Battisti
Era la malattia degli anni Settanta. Tutto era politica,
tutto era protesta. Se non contestavi non esistevi.
Si finì per contestare i contestatori. Aggredirono
anche De Gregori, anche i cantautori che salivano sul
palco con il pugno alzato. Nei teatri si alzava uno
a insultarti e gli altri, anziché zittirlo, gli
andavano dietro. Fu allora che consigliai a Lucio di
non fare più concerti. Lui mi diede retta: la
sua sparizione cominciò così, per sottrarsi
ai prepotenti. Anche se in realtà tutti ascoltavano
le nostre canzoni, magari di nascosto». L'ha scritto
Lidia Ravera su l’Unità. «Mica solo
lei: nel covo di Mario Moretti in via Gradoli trovarono
tutta la collezione dei dischi di Battisti». Ma
lui non parlava di politica? «Mai. Non mi risulta
andasse a votare. Era un individualista. Credeva nella
libertà, nel merito ». (Intervista
al Corriere della Sera)
Albarita
Battisti (sorella)
"Lucio voleva l'assenza e quindi riempirla non
è la cosa che vorrebbe. Anche se -spiega la sorella
del cantautore- era una scelta fatta per una parte della
sua vita. Forse Lucio avrebbe cambiato idea, quello
che ti sembra giusto quando hai 30 anni poi magari ti
appare sbagliato. Se fosse vissuto di più, chissà,
avrebbe cambiato atteggiamento. Purtroppo non ha avuto
tempo". L'ultimo pensiero di Albarita è
per la musica di Lucio: "Mi dà un po' fastidio
quando sento dire che era un cantautore, mi pare riduttivo.
Era un musicista completo, profondo, un innovatore.
Quando ascolto brani attuali, anche stranieri, mi pare
di ritrovare cose che lui faceva 30 anni fa. La sua
canzone preferita? A me piacciono le cose meno commerciali
che ha fatto: l'ultimo periodo ma anche qualche brano
che si sente di meno". (da RaiNews24)
Mogol
su Battisti
Lucio scriveva solo la musica ,veniva da me e la suonava
continuamente,per ore ,finchè non avevo composto
il testo.i l mio era quasi un atteggiamanto medianico;ascoltavo
la musica e rovesciavo fiumi di patole sulla carta .a
volte ,quando avevo terninato ,mi chiedevo:ma dove sono
andato a finire?Mi sembrava di essere andato fuori tema
perchè ogni testo non era collegato a quello
precedente.Spesso però era lo stesso Lucio chre
mi diceva :"ti sbagli,hai scritto delle grandi
cose". Mi ricordo "I giardini di marzo"
:ero convinto di avere perso il filo del discorso andando
per boschi.fiumi e praterie poi mi sembrava di essere
tornato senza sapere il percorso che avevo compiuto.Ero
stordito ,smanioso,ma fu proprio Battisti ,in quel caso
a dirmi che avevo scritto grandi versi. (dal libro
"Mogol :umanamente uomo" di Giammario Fontana)
Gigi
Vesigna (Tv Sorrisi e Canzoni)
Lucio è Lucio e Mogol è il suo profeta,
dicono in Galleria del Corso per esemplificare il complesso
rapporto di stima, d'amicizia e di collaborazione che
lega Battisti a Mogol. Autodidatta, vede la musica non
la legge, tanto timido da diventare agressivo, complessato
più di quanto Freud avesse previsto per un solo
uomo. Lucio vive a Milano in un appartamentino pochissimo
arredato . Studia le stelle facendo l'alba, quando il
tempo milanese lo consente, sul suo terrazzino, disegna
"strip" a fumetti che sono divertentissime
e solo gli amici possono leggere, va a caccia. Ogni
tanto sparisce dalla circolazione e nessuno ( tranne
Mogol ) sa dove sia. Parla a lungo , quando concede
un dialogo a un estraneo , e la sua conversazione è
sempre precisa e consapevole. Non ama interviste e fotografie
Pasquale
Panella
"Ecco, io credo che gli piacesse molto la mia volontà
assoluta di mettere dentro i testi la materia, le cose,
la metropolitana, il ferro, l'ancora. Una metafisica
all'incontrario che mi divertiva molto".
Perché finì?
"Non pretenda troppo da me. Io sapevo a malapena
chi fosse Battisti. Oggi non conosco i cantanti più
popolari, mi fa orrore il ridicolo circolo della canzone
e se proprio vuole possiamo parlare a lungo di Orietta
Berti, le uniche canzoni che hanno senso per quanto
demoliscono l'idea stessa di un pensiero..."
Ma senza la tragedia, la malattia e la morte, lavorereste
ancora insieme?
"Nemmeno per sogno. Anche Hegel, l'ultimo disco,
era già in più". (Intervista
ad Antonio Dipollina per il Venerdì di Repubblica)
Fabrizio
Zampa
"Se un dilettante, un cantante non gia' famoso,
si fosse presentato da qualsiasi produttore con un pezzo
come 'Hegel' lo avrebbero cacciato fuori a calci".
Mogol
su Battisti
Lui era un'intelligenza verticale: in qualunque cosa
si applicasse ci riusciva in un modo straordinario.
Di qualsiasi congegno avesse in mano scopriva il perché
e il per come. Lui è andato a fare windsurf e
per poco non diventava il campione italiano. Era un
mostro di verticalità. Gli dicevo sempre 'Se
tu fai un buco nella terra, arrivi al centro'. (Intervista
a Radio Capital)
Pietruccio
Montalbetti (Dik Dik)
Lui:
un genio, uno pieno di tutte le contraddizioni del mondo,
ma alla fine perfetto. Perfetto nella musica, che conosce
alla perfezione, perfetto nel sodalizio con Mogol. Aveva
capito subito che era perfetto così. Insieme
a lui avevamo inciso una sua canzone, musica e testo.
Era un orrore. Mogol cambiò tutto, era perfetto
anche Mogol. E ora...". Orso, scontroso, e poi?
"Ma sì, uno fondamentalmente di Poggio Bustone,
scarpe grosse e cervello fino. Ma sempre scarpe grosse.
Ricorda quando venne fuori la storia che finanziava
Ordine Nuovo? Io ridevo come un matto: lui finanziare
qualcuno... Non è un fatto di tirchieria, era
parsimonia contadina, forse perfetta anche quella. Andavi
a mangiare da lui, aveva anche preparato qualcosa ma
prima c'erano gli avanzi della sera. Gli dicevo, Lucio,
dai... gli avanzi. E lui: "beh, che c'è?"".
I soldi."Quando insistevo a prenderlo in giro sulla
storia della tirchieria lui mi diceva: sai quanto potrei
guadagnare se accettassi una sola delle offerte che
mi fanno? E secondo te ci tengo ai soldi? Diceva che
aveva quanto gli bastava e non gli serviva altro. Beh,
in effetti,anche adesso di diritti d'autore... Ma il
senso è che non gliene importa nulla, è
uno di brucianti passioni, tutte prese allo stesso modo,
fossero il windsurf o la filosofia".
Mogol
su Battisti
Qualche tempo fa , ricordando i rapporti con Lucio,
lei ha definito il suo carattere di contadino "così
attento alla ciliegia che se gli portano via l'albero
non se ne accorge"."Per
questo, l'ipotesi di tornare a lavorare insieme può
essere affrontata solo a certe condizioni, che prevedano
i miei diritti e le mie parti editoriali" .
La
ritrosia patologica, la voglia di non affrontare gli
altri erano evidenti già quando vi siete conosciuti
? "No, Lucio era assolutamente normale. Anzi,
nel rapporto con la platea era straordinario. Basta
guardare i filmati televisivi per averne conferma, appare
riflessivo, tranquillo, non trema assolutamente. Come
nel bellissimo duetto con Mina a Teatro 10 : con la
sua chitarra è assolutamente trascinante"
Però
la fama di cantautore di destra non lo ha mai abbandonato.
Ancora adesso, An ha reclamato una sorta di affinità
con lui. "Eppure
con Lucio non abbiamo mai parlato di politica. Non abbiamo
fatto parte di nessuno schieramento. Per me andare a
votare è come prendere la medicina , tanto che
nelle ultime quattro elezioni mi sono astenuto.
(Intervista a Il Messaggero)
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| Battisti:
rosa scabrosa
di Leon Ravasi
Scrive
Luciano Ceri in "Pensieri e parole", una discografia
commentata di Lucio Battisti, che "la produzione di
Battisti, in collaborazione con Mogol, si sarebbe inserita
un gradino al di sopra della classica canzone di consumo,
avvicinando ambedue alla canzone d'autore,più di
qualsiasi altra coppia di compositori e autori della nostra
canzone". Non si può non essere d'accordo. Ma
qui iniziano le spine.
Lucio
Battisti non è del tutto un cantautore (i testi sono
sempre di Mogol, oppure della moglie Grazia Letizia Veronesi
detta nell'occasione Velezia o ancora di Pasquale Panella),
Battisti non fa parte del tutto (nemmeno con Mogol) della
storia della canzone d'autore. Non solo, ma Mogol ha a che
fare col versante più tristo e frusto della musica
commerciale da ormai mezzo secolo. E guardando solo alla
produzione di Mogol non ci verrebbe mai in mente di tirarlo
in ballo dentro Bielle, nonostante sia stato il primo traduttore
di Dylan in Italia e abbia partecipato ai primi vagiti della
"covata" di cantautori di Nanni Ricordi. Ma Battisti
è un discorso a parte. Forse non è del tutto
musica d'autore, ma qualcuno allora ci dovrebbe spiegare
di che si tratta e cosa suonano altri che sono venuti dopo
di lui. E' stato un innovatore? In parte sì, soprattutto
nel coniugare ritmiche d'oltreoceano (rhythm & blues,
rock, folk) a melodie italiane che risentono dell'influsso
del melodramma. E' stato uno furbo a sentire come girava
il vento? In parte. Soprattutto all'inizio. Ma poi ha virato
di 180 gradi ed ha concluso facendo musica in solitudine
e per un futuro immaginario. Un genio? Un piccolo genio
sì. La mole di canzoni che Lucio Battisti ha lasciato
nell'immaginario collettivo italiano è elevatissima:
giuro che non le elenco, però, da una stima personale
almeno 25 canzoni di Lucio sono destinata a restare tra
le "indimenticabili" della canzone italiana. E
indimenticate lo sono davvero se si pensa che in alcuni
casi sono passati quasi 40 dalla composizione: "Dolce
di giorno" e "Uno in più" fanno 40
anni l'anno prossimo (2006) l'una in aprile e l'altra in
ottobre. E' vero che nel '66 a Genova c'era un ragazzo di
tre anni più anziano che aveva già inciso
"La guerra di Piero", "La ballata del Miché",
"La canzone di Marinella" e dava alle stampe in
quei giorni "La canzone dell'amore perduto", ma
questa è un'altra storia.
Intrecci
e strecci
Di intrecci con Fabrizio De André
non ce ne saranno altri se non nella classifica dei dischi:
Lucio Battisti è stato l'assoluto astro di rottura,
campione di vendita imbattibile per i 45 giri per quasi
un decennio, ma nel campo dei 33 giri era regolarmene superato
da Fabrizio De André, che peraltro usciva molto più
raramente: Lucio Battisti ha inciso circa 170 canzoni e
De André poco più di 100. Senza contare tutte
quelle che Lucio ha scritto per altri e non inciso. Certo
che un parallelo tra "Luisa Rossi" e "Smisurata
preghiera" non mi sentirei proprio di azzardarlo. Ma
c'è un altro detaglio comune tra i due: l'assoluta
dedizione a ogni nuova passione, fino a diventarne in breve
tempo veri esperti: dalla passione per l'agricoltura di
De André a quella per il windsurf di Battisti. Passioni
esclusive che non ammettono altro, finché n on le
si è imparate a conoscere al meglio. Altro intreccio
con il mondo del cantautorato è stato l'esordio assoluto
in voce: la prima canzone incisa da Lucio Battisti è
stata "Adesso sì" di Sergio Endrigo
per una compilation su Sanremo '66 della Ricordi. Altro
incontro ravvicinato con la canzone d'autore è una
lunga collabroazione con Edoardo Bennato alle
prime armi, in forza alla Numero Uno di Lucio Battisti che
amava particolarmente il tono dylaniano di Edoardo, sempre
addobbato di chitarra e armonica e assieme a lui faceva
tardi cantando le canzoni di Dylan, dicono le agiografie.
E ancora uno: Francesco Guccini e Lucio
Battisti hanno avuto un inizio di carriera simile e per
certi tratti in comune. Entrambi hanno iniziato come autori,
penalizzati dalla voce, afona per uno e blesa per l'altro.
Entrambi hanno iniziato dando pezzi all'Equipe '84 che li
ha resi famosi: "Auschwitz" di Guccini e "29
Settembre" di Battisti, oppure "L'antisociale"
di Guccini e "E' dall'amore che nasce un uomo"
di Battisti. Per concludere "Non è Francesca"
è stata proposta da Battisti e Mogol ai Nomadi che
stavano invece incidendo "Noi non ci saremo".
E Mogol chisò dicendo: "o fate le sue canzoni
o continuate con quelle che state facendo con Guccini".
I Nomadi scelsero bene.
Le
fonti
E' sempre difficile cercare di capire quali possano essere
le fonti immediate di un autore. Con Battisti ancora un
po' di più, perché lui, direttamente, non
le ha mai rivelate. Teniamo peraltro conto che parlare con
i giornalisti per Battisti è sempre stato leggermente
più sgradevole che andare a spalare la merda nelle
gabbie dei leoni allo zoo! Sostanzialmente Battisti ci lascia
senza materiale autobiografico, che, se da un lato ti lascia
libertà di pensiero, dall'altro non ti indirizza.
Ad esempio: è voce comune che nelle linee armoniche
delle canzoni di Lucio si sentano echi del melodramma italiano
(pensate a "Comunque bella" o
all'inizio di "Mi ritorni in mente" ad
esempio), ma qualcuno sa se Lucio ne sapesse niente di melodramma?
Se gli interessasse o meno? Se fosse cultura o combinazione?
Credo di no. L'amore per il Rhythm & blues è
palese e manifesto, soprattutto nelle prime canzoni ("Un'avventura",
"Luisa Rossi", "Se la mia pelle vuoi",
ma anche lo stacco di "Mi ritorni in mente"
o "Nel sole nel pianto nel sorriso nel vento").
L'amore per Bob Dylan lo si può
desumere da un certo uso delle chitarre acustiche (la dodici
corde byrdsiana) e soprattutto da una testimonianza di Pietruccio
dei Dik Dik, riportata da Luciano Ceri: "Lucio si era
comprato i dischi di Dylan e si faceva vedere poco in giro.
Noi lo cercavamo, ma lui ci diceva sempre che aveva da lavorare,
che stava scrivendo cose nuove. Poi, ad un certo punto si
rifece vivo e ci disse testualmente queste parole: "Ragazzi,
ho capito tutto, sono talmente forte che mi faccio paura.
Io faccio canzoni con due tre accordi; ma l'importante non
sono gli accordi, ma i rivolti dell'accordo, trovare i rivolti
giusti, quelli che ti danno un suono".
E così nascono canzoni come "Dolce di
giorno", con armonica e giro di accordi da
ballata americana, "Il vento" (ricorda
qualcosa "Blowin in the wind"?), per non parlare
di "Uno in più", unico
accenno di vicinanza alle canzoni di "protesta"
o generazionali da parte di Lucio Battisti. "Era",
invece, canzone scritta nel 1967 e boicottata dalla Ricordi
(è uscita solo come retro di "Luisa Rossi"!,
ma Battisti appena messosi in proprio nella Numero Uno l'ha
ripubblicata assieme a "Dio mio no", sempre come
facciata B, quelle che a me sono sempre piaciute di più
e che erano riservate ai tempi alle "bizzarrie")
stavo dicendo che "Era" più che a Dylan
sembra rifarsi a Donovan. Anche in questo caso c'è
una lunga coda finale strumentale (come in "Non è
Francesca") affidata a due chitarre acustiche e una
spinetta (!). Oltre un minuto di coda musicale per un cantante
al suo secondo 45 giri. Complimenti.
Infine
nella canzone "Registrazione",
pubblicata da Battisti sull'album "E già",
il primo del dopo-Mogol, con i testi della moglie Grazia
Letizia Veronesi, oltre a dichiarare il proprio amore per
Bob, Battisti sottolinea in particolare come "da Dylan
ho imparato a dire quello che mi pare...".
I Beatles
sono citati invece quasi di sicuro in "Non
è Francesca", che finisce con una coda
alla "Hey Jude" anche se solo strumentale e molto
ricca e in "Hey ragazzo", brano
minore prestato all'Equipe 84 e che cita un pezzo di "Within
you, without you". Inoltre, secondo Maurizio Vandelli,
il suono della chitarra iniziale in "Acqua
azzurra, acqua chiara" "assomiglia a
un tono di chitarra beatlesiana che io in sala chissà
quanto tempo ci ho lavorato per trovarlo, senza poi riuscirci".
Oltre che nell'uso dei nastri al rovescio che compariranno
spesso nella produzione fine '60 di Lucio. Mentre la musica
latina, a cui successivamente dedicherà un intero
album ("Anima latina") fa la sua prima comparsa
con "La mia canzone per Maria").
Battisti
e il pubblico
Il privato è pubblico, il personale è politico.
Niente di più lontano di così da Lucio Battisti.
Come Mina uno dei grandi scomparsi della canzone italiana.
Come Fabrizio De André riluttante a mostrarsi in
pubblico fin dagli inizi. Come Bob Dylan ansioso fino alla
paranoia di annullarsi, di cancellarsi, di sfuggire a cliché,
definizioni, costrizioni anche solo artistiche. Addirittura
la costrizione delle aspettative. Non è che non abbia
maifatto concerti Lucio Battisti, anzi. "Nelle più
famose località balneari" e "con i cachet
più alti d'Italia". E sappiamo (vedi anche di
fianco cosa ne dicono gli amici) che a Lucio Battisti i
soldi interessavano molto. Non solo, ma mentre De André
non era un "virtuoso" della chitarra, Lucio Battisti
se la cavava bene sia con la chitarra che con altri strumenti
(piano, organo, percussioni, oltre alla fissazione per la
batteria). Ma appena possibile, sullo sfondo di un consiglio
di Mogol e sulla scia (altro intreccio col mondo cantautorale)
della contestazione a Francesco De Gregori, Battisti decide
di "ritirarsi dai concerti dal vivo". Come in
un gorgo progressivo, successivamente Battisti si ritirerà
dalle apparizioni in tv, dal sodalizio con Mogol, dalla
fama, dalla compensibilità, dall'accettabilità
commerciale, in una spirale di solitudine sempre più
stretta e sempre più assoluta. Troppo stretta e troppo
assoluta per non fare pensare che esistessero anche altri
problemi. L'ipotesi che dietro al ritiro di Lucio Battisti
ci sia solo la moglie fa acqua da più parti e semmai
l'atteggiamento della famiglia sembra di protezione verso
una personalità bisognosa di attenzione, se non di
cure. Una riservatezza assoluta che non si interrotta nemmeno
dopo la morte di Lucio che è arrivata quasi al punto
di non essere confermata nemmeno lei. Ma su questo mai nessuno
ha parlato nè detto niente. Di sicuro c'è
un Lucio Battisti che teorizza l'abbandono del proscenio,
ma anche della scena. Riporta Greg Walsh, prima tecnico
del suono e quindi produttore di Lucio nel periodo Panella:
"Il motivo perchè Lucio voleva lavorare in Inghilterra
era il fatto di non dover giustificare musicalmente le scelte
che faceva, anche le più piccole, come il fatto di
inserire una tastiera anziché una chitarra in un
certo punto di una canzone. E poi c'entrava il fatto che
lavorando con noi era un artista come tanti, non era insomma
il mitico Battisti come tutti lo vedevano in Italia".
Pietruccio Montalbetti dei Dik Dik ricorda che Lucio, da
un certo punto in poi "mi diceva: "Io non voglio
più dare emozioni a nessuno. Le emozioni non valgono
niente". Quei testi, quelli delle canzoni nuove. Mi
ha detto: "Mi arriva un testo e io faccio così:
se non ci capisco nulla vuol dire che è perfetto.
Poi ci metto una musica fredda, anche quella che non dia
nessuna emozione. Poi vado in sala d'incisione e la canto
da seduto, fermo, lo sguardo nel vuoto". Insomma
un atteggiamento coerente e freddo, ma ce la faremmo a definirlo
"normale", sempre che la parola "normale"
abbia un'accezione significativa. Peraltro non è
questo un dato che possa stupire: De André, oltre
al timore dei concerti, non ha preso la patente fino a 40
anni e dopo la usava solo per guidare sugli sterrati in
Sardegna, Guccini non l'ha mai presa, come pure Max Manfredi
e forse anche Claudio Lolli. Adriano Celentano e Mina non
salgono sugli aerei e in quanto a lacune caratteriali Francesco
De Gregori potrebbe insegnare molto a chiunque. Per altri
versi ancora, a suggello della scomparsa di Lucio dai mezzi
di comunicazione, si conoscono 25 interviste rilasciate
dal nostro: venti sono fino al 1971 compreso, mentre la
più recente risalirebbe, secondo il libro "Battisti
talk" di Francesco Mirenzi - ed Mare Nero, al 10 dicembre
1978 Da lì in poi, per vent'anni non abbiamo che
informazioni riportate dagli amici. Direttamente solo il
silenzio interrotto da un album di 8 canzoni precise ogni
due anni precisi (in autunno, tranne Don Giovanni che è
di aprile). Chiudiamo con l'ultimo significato simbolico
e numerologico: l'ultimo disco di Battisti, "Hegel",
di cui si sapeva comunque da subito che sarebbe stata l'ultimo
lavoro con Pasquale Panella, è uscito il 29 settembre.
E sulla copertina porta una "E" maiuscola, enorme.
Per molti simboleggiava la "End", la decisione
di finire lì il rapporto con la musica. Verità
o leggenda? Impossibile dirlo.
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