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| Dicono
di loro ...
"...ecco il vero Tenco, vecchio dei suoi trent'
anni, tirare fuori le energie della sua continua giovinezza.
Ad accendere la miccia ci voleva una banda rutilante
di occitani in trasferta, i Lou Dalfin, vincitori della
targa per l' album in dialetto (anche se in questo caso
si tratta di una lingua viva parlata da milioni di persone),
trascinati da un front man fisicamente predisposto,
Sergio Berardo, che suona la carica mitragliando dal
palco con la sua ghironda heavy."
Luis Cabasés - "L' Unità"
"Arrivano dal Paese che non c'è - l'Occitania
- con il loro carico di ghironde, cornamuse, flauti,
mandolini, fisarmoniche. E, cantando nella lingua che
fu dei trovatori, danno vita a un tripudio di timbri
e suoni che trasforma i loro concerti in una vera festa…E
una folgorazione sono i loro concerti che si trasformano
in feste popolari. Un folk-rock che rimanda alla musica
popolare (riveduta e corretta) irlandese o alle feste
gitane di Bregovic. Tanto che i loro concerti sono affollati
da un pubblico composito, dai ragazzini che pogano agli
adulti che ballano le danze tradizionali…In tempi
di venti secessionisti gli occitani Lou Dalfin non chiedono
indipendenza, ma il rispetto, sancito dalla Costituzione,
delle norme per la tutela delle minoranze linguistiche…Una
finestra da cui arrivano i suoni di una bellissima festa."
Renato Franco - "Corriere della Sera"
"L'inarrestabile Sergio Berardo rimette in pista
i suoi Lou Dalfin…E riparte con uno slancio addirittura
fulminante, con l'irruenza e la fierezza di chi ha consapevolezza
piena di un progetto. Nel caso suo, il rinnovamento
della tradizione musicale occitana. Che mai come in
questo disco suona calda, tesa attuale, volutamente
imbastardita con il rock…"
Flavio Brighenti - "Musica"
"Ancora buona musica dal Nord Ovest, e per la precisione
dalle vallate d'Occitania dove cresce vigoroso il movimento
di recupero culturale che ha tra i protagonisti anche
una vivace scena di band più o meno famose, ma
quasi tutte pregevoli. Brilla tra esse la stella dei
Lou Dalfin, capitanati dal tonitruante Sergio Berardo,
il "Jimi Hendrix della ghironda". Dopo alcuni
anni di silenzio, i Lou Dalfin tornano con un disco
nuovo, "L'òste del Diau", prodotto
da quel genietto-prezzemolino che risponde al nome di
Josh Sanfelici, già bassista di Mau Mau, Fratelli
di Soledad e Roy Paci. Disco bello, che - come al solito
- farà forse storcere il naso ai puristi (i quali
non perdonano a Berardo il gusto di meticciare le arie
occitane con influenze disparate, a cominciare dal rock),
ma che garantisce un ascolto elettrizzante anche a chi,
digiuno di stilemi folk, sia in cerca di una musica
non banale e non noiosa, da gustare con autentico piacere.
I Lou Dalfin - con la nuova formazione, che comprende,
oltre a Berardo, Christian Coccia (chitarre), Riccardo
Serra (batteria, percussioni), Dino Tron (organetto,
fisarmonica cromatica e cornamusa), Gianluca Dho (basso)
e Alessandro Montagna (tromba) - vanno dritti per la
loro strada, con il dichiarato obiettivo di una riforma
del ballo occitano, fondendo colori, ritmi e timbri
della danza tradizionale con la sensibilità contemporanea.
Il risultato potrà far discutere. Però
è ganzo. E adesso, stiamo qui impavidi ad aspettare
le indispettite reazioni dei sostenitori del bal folk
puro e duro: ambizione rispettabilissima, ma che non
può escludere la ricerca di altre vie, di un'altra
strada ("rota", per dirla all'occitana). Tanto
più che "L'òste del Diau" è
un album extralusso: vario, teso, incalzante; e suonato
diabolicamente bene, anche in virtù dei tanti
ospiti di qualità, da Massimo Giuntini, già
membro di Modena City Ramblers, alla cornamusa irlandese,
a Vincenzo Zitello con la sua arpa sempre più
magica. E una volta tanto, lasciateci spendere anche
una lode per la copertina, firmata da Luca Enoch, fumettista
di vaglia, padre di "Sprayliz" e autore, per
la Bonelli, di "Legs Weaver" e "Gea".
Il suo tratto inconfondibile, così "francese",
fa rimpiangere i bei "padelloni" di vinile:
con il formato di una volta, questa era una delle tipiche
copertine da appendere al muro."
Gabriele Ferraris - "La Stampa - Tuttolibri"
"…E così finalmente anche quelli che
non vanno ai festival belgi scopriranno gruppi magnifici
come i Lou Dalfin, il cui leader Berardo canta il dialetto
occitano delle valli piemontesi, scrive testi sulle
sbronze o sulla disoccupazione e sul palco suona la
ghironda, che è uno strumento del 1200, come
fosse la chitarra di Jimi Hendrix…"
Carlotta Mismetti Capua - "Il Venerdì
di Repubblica"
"Oggi, all'affacciarsi dell'estate arriva questo
L'òste del Diau, un lavoro attraente che impasta
intensità ruspanti; ruvido come una barba non
rasata da cinque giorni, pieno di brioso furore e un
paio di ballads che accarezzano cuori disincantati e
ricordi ancestrali di antichi trovatori; bourrée
& pive ubriache di vigore punk, germogli combat
folk alternati a sorsi di vino aspro di montagna mentre
la vulcanica ghironda di Berardo spara note come un
fucile mitragliatore. L'òste del Diau, tredici
tracce originali pari a un'ora ad alto tasso emotivo,
è un album vigoroso e pieno di vita e di urgente
passione comunicativa, un viaggio adrenalinico tra balli,
feste e trepidazioni intrinseche dell'emotività"
Claudio Giuliani - "Buscadero"
"Con una copertina stupenda disegnata da Luca Enoch,
autore di Sprylitz e fumettista per la Bonelli, esce
il nuovo album di Lou Dalfin, gruppo simbolo del folk
rock occitano guidato dal ghirondista punk Sergio Berardo.
Non una semplice band ma una bandiera anche politica:
a sostenere l'indipendenza culturale della Nazione Occitana…tra
tutti i gruppi piemontesi solo Dalfin vanta uno zoccolo
duro di "danzatori spontanei" che segue la
band ad ogni concerto; poco importa se a Boves presso
Cuneo o nella più remota valle nei Pirenei…"
Gabriele De Rienzo - "Rumore"
Con i Lou Dalfin di mastro ghironda Berardo il diavolo
non manca mai di metterci la coda, e in particolare
stavolta non sembra aver lesinato le malvagità.
All'assalto fin dal primo secondo di musica, la formazione
occitana mette in campo tutta la sua forza comunicativa
cresciuta e affinata di festa in ballo lungo un viaggio
che dura da oltre vent'anni…Ecco allora che bourrée,
corenta e rigodon grazie ai Lou Dalfin sono entrati
a far parte del lessico del rock in modo quasi naturale,
e nello stesso tempo senza procurare particolare apprensione
nei vecchi saggi delle valli cuneesi. Un risultato finale
tutt'altro che semplice da ottenere, anzi quasi inspiegabile,
e se non fosse che c'è il diavolo di mezzo verrebbe
da parlare di miracolo"
Piercarlo Poggio - "Blow Up"
"Il disco s'intitola L'òste del Diau, ed
è senza dubbio la prova più completa,
compatta e convincente fin qui offerta dal combo con
sede a Caraglio. Valorizza la base tradizionale su cui
poggia il progetto, ovvero la lingua d'Oc e l'effervescente
bagaglio di ritmi e strumenti che accomuna le vallate
occitane al grande bacino culturale che dalla Costa
Azzurra si estende fino ai Pirenei; e al tempo stesso
suona di grande attualità, con chitarre elettriche,
sincopi al limite del raggamuffin e toni urbani splendidamente
amalgamati dalla produzione di Josh Sanfelici."
Paolo Ferrari - "Torino Sette"
"Ma per orecchie ormai lontane dalla classicità
dei luoghi comuni pop, l'eccelso musico brasiliano (Caetano
Veloso) eleva, nella sua perfezione d'interprete, una
cattedrale di noia: e dunque si impone la fuga verso
l'energia animale dei Lou Dalfin, che trasformano il
folk del popolo occitano in iconoclasta furore punk.
Un gran concerto…fra vent'anni gli dedicheranno
un bel convegno."
Gabriele Ferraris - "La Stampa"
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| Lou
Dalfin, un concerto ininterrotto
di
Giorgio Maimone
I
dischi dei Lou Dalfin sembrano sempre suonati dal vivo!
Se si ascolta l’intera loro discografia in un'unica
kermesse (mettetevi comodi, perché sono 9 dischi;
è un’esperienza che può durare quasi
un giorno) sembra di assistere a un enorme e continuata
presa diretta. Le canzoni si susseguono con fluidità
l’una dopo l’altra e in sottofondo (lo giuro)
sembra di sentire gli applausi del pubblico e lo scalpiccio
dei piedi che danzano. Forse può essere un’illusione
indotta da eccessivo ascolto, ma la sensazione è
tangibile. Non solo: il suono che i Lou restituiscono, tanto
dal palco quanto su disco, è un suono “sporco”,
grezzo, che dà sempre l’impressione di una
session tra musicisti cont anta voglia di suonare. La carica
del gruppo vi colpirà sempre, sia quando li vedete
indemoniati in scena, sia quando tale “appartenenza
col diavolo” vi viene restituita dai solchi. La storia
discografica dei Lou Dalfin parte da lontano, come tutti
i gruppi del folk revival, ma meno lontano rispetto ad altri
gruppi storici dell’area occitanica. Insomma, anziché
formarsi alla fine degli anni ’70 (come La Lionetta,
i Cantovivo o la Ciapa Rusa) il gruppo di cui ci occupiamo
si forma all’inizio degli anni ’80. Il primo
disco è del 1982: il titolo già dovrebbe “mettere
in guardia” sulle intenzioni poetico-musicali del
gruppo: “En Franso i ero de grande guero”.
Siamo infatti di fronte a un gruppo di musica tradizionale
occitana con una "line-up" acustica (ghironda,
fisarmoniche, violino, plettri, clarinetto, flauti) e la
riproposta di brani del repertorio popolare – danze
e canzoni delle valli -caratterizzano il percorso artistico
della preistoria del combo. Il disco è ovviamente
materiale per collezionisti, ma nel 2004 è stato
rimesso in commercio su cd (per modo di dire “in commercio”,
ma lo si può trovare su www.fandangomusicshop.net).
“En Franso” ha tutti i pregi e i difetti dei
dischi d’esordio, ma teniamo conto che i primi anni
’80 erano un periodo straordinariamente fecondo, soprattutto
come idee che giravano, che stavano nell’aria, in
attesa di essere prese. E l’arrivo dei Lou Dalfin
sulla scena non rimase inosservato.
Come ha avuto occasione di dire più volte Sergio
Berardo, anima e front-man del gruppo: “Lou Dalfin
non è un gruppo nato a tavolino, ma è nato
in anni di concerti e balli, in continuo contatto tra la
gente, soprattutto la gente delle vallate. Senza questo
continuo rapporto, Lou Dalfin non esisterebbe”. Nasce
quindi da un’esigenza espressiva per una cultura,
quella occitanica, che ai tempi di cui stiamo parlando,
rischiava seriamente l’estinzione con la scomparsa
delle ultime generazioni che ancora parlavano in lingua
e perpetravano usi e costumi. Musica per ballare socializzare
certo, ma anche per gente che vuole ascoltare e capire.
Il repertorio è esclusivamente tradizionale.
Non si discosta minimamente dalla linea il secondo disco
“L’aze d’alegre”
(titolo misterioso che probabilmente significa l’asino
allegro) che esce nel 1984, due anni dopo, con il difetto
di essere “il secondo disco” anche se per Sergio
Berardo “continua a essere un disco con un suo valore,
meno ingenuo del primo” e che segna la boa e il segnale
di momentaneo capolinea per il gruppo. L’anno successivo
(anche qui come avviene contemporaneamente a quasi tutti
i gruppi dell’area) Lou Dalfin si scioglie per dare
spazio a nuovi progetti, Sergio ad esempio entra nella Ciapa
Rusa, per poi riformarsi (e siamo sempre in linea con la
tendenza dell’area) nel 1990. Insomma, nella storia
della musica popolare, del folk revival d’area occitanica,
c’è una sorta di faglia tellurica che scorre
a metà degli anni ’80: a una sorta di piccolo
boom (molto relativo) a inizio anni ’80, segue una
crisi, che sia creativa o di vendite o semplicemente di
obiettivi, alla metà del decennio. Ricordiamo cosa
sono stati comunque gli anni ’80, per avere più
chiaro il processo storico: gli anni della “Milano
da bere”, del socialismo rampante, degli yuppies,
del disimpegno e della riscoperta del privato. Gli anni
del “riflusso”. Tutti fenomeni che si sposano
malissimo con un movimento come la musica popolare che nasce
dal basso e si pone come scopo quello di socializzare e
condividere balli e idee. A livello artistico, la metà
del decennio vede contrapposti gli strenui alfieri della
continuità, della fedeltà alla tradizione,
anche a rischio della scomparsa e gli innovatori che invece
sostengono la necessità di innestare sul tronco della
tradizione gli strumenti della musica rock o, addirittura,
strumenti provenienti da tradizioni musicali “eretiche”.
Non a caso nel 1984 esce un disco che, sul momento, passa
quasi sotto silenzio e poi risulterà essere una pietra
miliare della musica non solo italiana, ma del mondo: “Creuza
de ma” di Fabrizio De André e Mauro Pagani.
Sulla base della contaminazione col rock rinasce nel 1990
il nuovo progetto dei Lou Dalfin che da lì a oggi
non avrà più interruzioni né ripensamenti.
La formazioni allinea accanto agli strumenti più
tipici della tradizione - vioulo, pivo, armoni a semitoun,
pinfre, arebebo, viouloun, ecc. – anche basso, batteria,
chitarra e tastiere. Contemporaneamente si cerca un’apertura
anche di mercato, senza rinnegare la tradizione “esportare”
la musica dalle vallate verso l’Italia e l’Europa.
Testimonianza prima di questa svolta è “W
Jan 'd l'eiretto”, dove compaiono 8 composizioni
scritte da Sergio Berardo (solo strumentali, ma se non vado
errato è la prima volta). La formazione è
ora pressoché stabile con Sergio Berardo (vioulo,
semitoun, fifre, galoubet, flauti, musa, arebebo, voce);
Diego Origlia (chitarra elettrica ed acustica, voce); Riccardo
Serra (batteria, voce); Fabrizio Simondi (tastiere, voce);
Dino Tron (fisarmonica cromatica, semitoun, voce). L’unica
costante rispetto alla formazione originale è Sergio
Berardo, la musica è cambiata se non radicalmente
almeno profondamente. E il respiro è più ampio.
Già dalla prima canzone Jan ‘d
l’Eiretto, che poi è una sorta
di suonatore Jones in salsa occitanica, si percepisce il
cambiamento di clima: canto corale di grande effetto e carica
emotiva, a cui segue la pausa dolce di tre valzer (Tres
Valser). Un “hook” che non ha
nulla da invidiare ai grandi dischi di folk revival su scala
europea da Alan Stivell (ispiratore di Sergio Berardo) ai
Chieftains. Deliziosa nella sua malinconia En
calant de cimiez. Sono storie d’amore
(triste) di impianto popolare, ma musica, testo e arrangiamento
marciano all’unisono per creare l’emozione.
E ci riescono! Anche Sergio Berardo afferma che questo disco
è stato “lo spartiacque” per la musica
occitanica e il loro maggior successo nelle valli. Il disco
che ha indicato che poteva esserci un altro modo per avvicinarsi
a quella musica, fuori dalla tradizione, ma non contro di
essa.
Ma il cammino non è facile e, nonostante la bellezza
del prodotto (a mio vedere il migliore della discografia
Lou Dalfin) devono passare 5 anni prima che veda la luce
il disco successivo, ossia “Gibous, Bagase
e Bandì” (Gobbi, puttane e banditi),
un disco molto “carico” con ospiti come Roy
Paci e Madaski che infarcisce il disco di campionamenti,
programming e altre diavolerie elettroniche senza peraltro
snaturarlo. E’ musica da ballo, è musica per
sudare, è contemporaneamente musica sana. Colpisce,
tra i brani Lo pal, versione occitanica de L’estaca
di Luis Llach, canzone catalana contro il franchismo. Tra
le altre canzoni un frammento di Addio Lugano
bella, in cui la ghironda di Sergio Berardo
cerca affinità con la chitarra di Jimi Hendrix in
Star spangled banner. Emozionante. Inutile invece Lou/Dub,
ma io non amo i remix di nessun tipo.
Passano due anni e nel 1997 segue “Radio Occitania
Libra” dal vivo con i Sustraia,un gruppo
rock basco: “un incontro tra due culture minoritarie,
due modi di fare musica”. Il disco contiene solo brani
dal vivo, due dei Lou Dalfin da soli, due dei Sustraia da
soli e una decina di pezzi cantati assieme, tendenzialmente
in occitanico. Un progetto nato nel 1996 al Salone della
Musica di Torino e poi, dopo due grandi concerti, uno in
Svizzera, finito su disco. Che dire? Ha tutta l’energia
della musica dal vivo, ma risentito anni dopo su disco possiamo
concludere che non è essenziale nella discografia
dei Lou Dalfin (e chiudiamo occhi e orecchie su come viene
trattato Jan ‘d l’Eiretto).
Piccolo salto nel tempo, solo un anno, e arriviamo al ‘98
e a “Lo viatge”, disco ambizioso,
edito dalla Sony, anche se con la sottomarca/anagramma Noys
(i precedenti, dopo la rifondazione, erano di Baracca e
Burattini), ma tutto sommato in grado di reggere alle sollecitazioni
dell’ambizione. C’è un nuovo salto, questa
volta a livello compositivo: Sergio Berardo firma i primi
testi per il gruppo. Tra i brani c’è Chants
d’Abandon ispirato a Piero Ciampi e Bel jovenet tratto
da una poesia in friulano di Pasolini, trasposta in occitano
con una robusta iniezione rock. Poetica la lenta title-track
Lo Viatge. E’ il primo tentativo (che sarà
poi replicato con più successo con il recente “L’oste
del Diau”) di staccarsi dalla tradizione
e di proporre materiale originale (il 30% del disco è
ancora formato da materiale tradizionale). Due brani sono
registrati dal vivo e il pubblico si sente, confermando
l’effetto live che sempre pervade i dischi dei Lou,
come dicevamo all’inizio.
Nel 2001 c’è poi un disco che se potesse Sergio
Berardo toglierebbe dal canzoniere del gruppo, ossia “Flor
de Lou Dalfin” registrato live ma in studio
a Mondovì, per la UpFolkRock di Annibale Bartolazzi.
E’ una sorta di antologia dei brani del gruppo, ma
credo che Sergio fotografi molto bene lo stato del disco
parlando di “infelice episodio, con un produttore
che non era molto valido, che è stato veramente negativo
per noi. Niente da salvare. Passo indietro.
Molto più interessante, anche se praticamente introvabile,
il mini cd “Sem encar ici”,
solo tre canzoni, che vedono ancora lo zampino di Madanski
come in “Gibus, Bagase e Bandì” e che
esce nel 2003, autoprodotto dai Lou Dalfin. Sem encar ici,
nel senso della canzone, è travolgente, elettrica
e concentrata come non succedeva da tempo. I giochini elettrici
e dub di Madanksi, una volta tanto arricchiscono e colorano
il progetto. E la canzone diventerà in breve un inno
e un biglietto di presentazione per il gruppo occitanico.
Ottima anche Temp de Nuech che chiude il demo promozionale
e che, a sua volta sarà ripresa nell’”Oste
del diau”.
Ed eccoci a fine cavalcata. Dopo aver “pogato”,
esultato, ascoltato, scosso il capo e gioito a turno di
fronte al centinaio di brani (tra riprosizioni e brani tradizionali
multipli) dei Lou Dalfin ci troviamo a cospetto de “L’Oste
del Diau” – 2004 – Tarantanius,
poi Dunia Records/Feelmay, disco che è valso al gruppo
la targa Tenco per il miglior disco in dialetto e che ha
rinverdito la fama del mago della ghironda Sergio Berardo
e del suo gruppo di allegri compagni della foresta che,
adesso, si allineano con questa formazione: Sergio Berardo
(voce solista, ghironda, organetto, flauti), Christian Coccia
(chitarre), Riccardo Serra (batteria, percussioni), Dino
Tron (organetto, fisarmonica cromatica e cornamusa), Gianluca
Dho (basso), Alessandro Montagna (tromba), Mario Poletti
(mandolino elettrico). Sono dodici composizioni originali
con la produzione artistica di Josh Sanfelici: un disco
più pacato e riflessivo dei precedenti, dai connotati,
per così dire più cantautorali, con una rosa
di ospiti di prim’ordine tra cui spiccano Massimo
Giuntini, già membro di Modena City Ramblers (cornamusa
irlandese) e l’arpista Vincenzo Zitello. Le canzoni
migliori sono le stesse del demo del 2003, ossia Sem Encar
Ici e Temp de Nuecch, ma non vanno dimenticate né
la mazurkata Es pas tard o la title-track L’oste del
Diau.
E da qui in poi? Nel 2007, ed è storia di oggi, "I
virasolelhs"
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