| Lalli:
da Franti a Giaccone, da "Contrazione" a "Stelle"
Lalli,
astigiana ma da sempre a Torino, è una delle "voci"
più note della scena rock italiana underground ed
indipendente. E' stata cantante del gruppo Franti, attivo
per tutti gli anni ottanta e considerato espressione tra
le più interessanti del mondo politico e poetico
di quegli anni. Un intenso crocevia sonoro ed umano tra
punk, centri sociali, canzone d'autore, jazz, sperimentazione
documentato da vari Lp e un doppio CD antologico, "Non
classificato", venduto in quasi seimila esemplari
e quattro anni di attività live.
Abbiamo
tutti bisogno di una "musa"
di Giorgio Maimone
Lalli
non è una novellina. In tutti i sensi. Occupa un
ruolo nel mondo della musica (come definirla? Di opposizione?
Alternativa? Non ufficiale? Marginale?) di importanza notevole.
E crescente. La sua “seconda” (o forse terza)
vita artistica si compone di due soli dischi: “Tempo
di vento” e “All’improvviso,
nella mia stanza”. Poca roba, ma sufficiente a
farla ritenere un fenomeno a cui guardare con grande interesse.
Gabriele Ferraris, de La Stampa, che non
è certo un tipo che gioca a speco sugli aggettivi,
ha definito “All’improvviso, nella mia stanza”
un “capolavoro”. Termine pesante
e forse un po’ azzardato, ma di sicuro Lalli merita
tutta l’attenzione che le si può dare. Peraltro
“Tempo di vento” è stato giudicato dal
Mucchio il miglior disco d’esordio
italiano del 1999 (Premio “Fuori dal Mucchio”)
e Rockerilla l’ha definito il miglior
disco di rock italiano di quella stagione. Il disco, per
quanto semi-clandestino, come conferma la distribuzione
Manifesto Cd, vende in misura notevole (10.000 copie, in
maggioranza ai concerti).
Tra
i due progetti passano quattro/cinque anni, parzialmente
interrotti dall’uscita di un mini-cd con “Tra
le dune di qui” e “Terra vista
dalla luna”, con cui comunque vince il Premio
speciale della giuria del Ciampi. “Tempo di vento”
è del ’98 e “All’improvviso”
del 2002, anche se uscito nel 2003.
Non
scrive tutto da sola: Lalli in realtà è come
se fosse una sigla, un logo, che comprende anche Piero
Salizzoni, musicista e co-autore di tutti i pezzi
di “All’improvviso, nella mia stanza”
e, probabilmente, co-anima e architrave di sostegno di tutto
il progetto, un progetto che perde alcune asperità
e si apre invece a sonorità etniche, con un respiro
più ampio ed internazionale. Salizzoni produce anche
il lavoro assieme a Carlo U. Rossi, produttore
torinese che ha in precedenza lavorato con Mau Mau, Vinicio
Capossela, Subsonica e molti altri artisti.
Lalli,
di suo, così si era espressa sul disco al momento
della sua uscita. “La fotografia del momento che
sto vivendo: questa, per me, l’idea di un disco nuovo.
Quindi, anche “All’improvviso, nella mia stanza”,
scritto a quattro mani con il musicista Pietro Salizzoni,
anche in veste di produttore artistico, è un’altra
tessera nel mio piccolo mosaico di musica. E, come in tutte
le fotografie che ti ritraggono in momenti diversi della
tua vita, il paesaggio è mutato, come i colori, gli
sguardi, le persone che si stringono sullo stesso frammento
di sentiero. E ancora, qualche ricordo, qualche gioia, qualche
ferita, qualcosa cioè anche della mia storia. Una
manciata di canzoni insomma e, spero, tanta aria da respirare
fra un accordo e l’altro”.
Due
anni sono già passati da quel disco e non ci è
dato, per ora, sapere se Lalli sta andando avanti con altri
lavori. Il silenzio è stato parzialmente assorbito
dall’uscita, dentro a “Mille papaveri
rossi”, il bel tributo a De André,
pubblicato da Marco Pandin per “A, rivista
anarchica” di una cover lalliana dell’Ave
Maria deandreiana (quella di “Buona novella”,
per intenderci, non dell’”Indiano”) che
Lalli fa sua con intima adesione e buona dose di pudore.
Ecco, il pudore del porgere potrebbe essere una bella chiave
interpretativa per decrittare Lalli. Di suo ti dà
l’impressione di essere sempre su una chiave tesa
in procinto di spezzarsi. L’idea che ne esce è
di grande tensione epica e di temi assolutamente vissuti.
La voce di Lalli è una voce che inquieta; dietro
si sentono gli anni vissuti, si intravedono ferite, si immaginano
storie, quasi sempre in bianco nero. Il film delle sue canzoni
non è neorealismo, perché mantiene quel procedere
sincopato della narrazione che porta inevitabilmente alle
atmosfere del noir francese o del giallo classico americano,
a cui un sassofono vagante o una fisarmonica singhiozzante
aggiungono quella spezia indispensabile alla memoria.
Ma
sono i testi di Lalli che meritano di essere ascoltati con
attenzione, perché sono parole pesanti, da non prendere
mai alla leggera. “Fuoco II” (Occhi
lucidi nella notte) da “Tempo di vento”
è esemplare al proposito: “i nostri sorrisi
hanno acceso la pioggia” … “C’era
una donna / seduta al tavolo di un bar / anche lei rideva
/ tranquilla/ da sola / con un fucile sotto la sedia”
… “gesti antichi come pietre/ grembi di nuovi
rumori / a ritmo proprio dell’osso sul vetro”
… “rincorrevo brandelli di carta / vecchie pagine
di libri dai bordi carbonizzati / mentre i denti del cielo
si aprivano / per lasciare cadere pezzi di blu a conficcarsi
nei miei occhi / così, finalmente, di nuovo umidi”.
E mi fermo a fatica: vorrei citarla tutta.
Ma
è solo un esempio: da “Inverni”
a “Stella”, da “Chenini” a “Ballo
lento” (“E’ solo un ballo
lento / nell'urgenza della voce / fra i battiti del tempo
/ fra i respiri del silenzio / nelle pieghe delle case /
sulle pagine del mondo / la canzone / si scriverà
/ da sé / parlerà per me”) la lista
dei testi validi è lunghissima ed è proprio
una delle caratteristiche dell’offerta artistica di
Lalli. Tra il primo (pur validissimo) disco e il secondo
la crescita è evidente anche sul piano musicale,
dove vengono smussate alcune rudezze e accentuate certe
rotondità, in un maquillage accurato che, come in
una bella signora, mette in evidenza i pregi maggiori e
costringe quindi a buttare uno sguardo appena più
distratto sugli eventuali punti deboli. Che sono pochi,
diciamolo. Diamo quindi a Salizzoni quello che dovrebbe
essere di Salizzoni: il suo contributo appare consistente
nello spostamento del tono di fondo musicale, peraltro,
anche in “Tempo di vento” (produzione di Mario
Congiu) raffinatissimo, ma più spostato sul rock-jazz
che sull’etnico.
Lalli,
come si è detto, è tuttaltro che un’esordiente.
Oltre che la voce dei Franti, con Stefano Giaccone, altro
membro dei Franti, ha dato vita a numerose altre esperienze
(Environs, Orsi Lucille, Howth Castle, Ishi),
tutte quante sotterranee, poco conosciute, ma molto apprezzate
negli ambienti underground torinesi e in tutte le aree di
rock alternativo. Lalli, dopo quell'esperienza, ha cantato
in centinaia di concerti sviluppando il suo stile vocale
e compositivo vicino alla canzone rock e folk, sia nei gruppi
da lei avviati quali Ishi (un Lp/CD) o Environs
(2 Lp) ma anche come ospite per gli Umami
di Miguel Angel Acosta (musica sudamericana) e Bandamanera.
I musicisti che l'accompagnano, testimoniano dei cambiamenti
e delle permanenze della sua lunga carriera: Enrico Manera
e Mario Congiu, musicisti della BandaManera insieme a Vanni
Picciuolo e Stefano Giaccone, fondatori di Franti, musicisti
attuali o "ex" di gruppi quali Panico,
Kina, Mirafiori Kidz. Di tutto quel lavoro resta
poco di facilmente reperibile.
Scrive
dei Franti Vincenzo Palatella ne “Il
cielo sopra Torino”: “Nel 1982 esce il primo
demo tape della band, al quale segue l'anno dopo "Luna
Nera", successivamente stampato su vinile, e il loro
approccio sonoro risulta subito inclassificabile in un genere
musicale esistente: si oscilla tra folk, jazz e punk, e
la definizione probabilmente più vicina allo stile
dei Franti è hardcore folk. Attraverso un impegno
politico mai sopito e rari concerti i Franti attraversano
tutti gli anni '80, pubblicando altri due album ("Franti/Contrazione",
split album con il gruppo punk dei Contrazione, e "Il
giardino delle 15 pietre") e affermandosi come gruppo
di culto, seminale e molto influente per la musica italiana
degli anni successivi”.
Ora
restano da seguire le carriere solistiche di Lalli, di Stefano
Giaccone e di Mario Congiu. E non è poca cosa. I
semi che volavano nel cielo sopra Torino hanno toccato terra
ed hanno germogliato.
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