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Quel
minimo di biografia ….
Enzo
Jannacci nasce a Milano il 3 giugno 1935, sotto il segno
dei gemelli. Non è quindi un “terrone”,
come canta in “Ohe sunt chi”, quando dice: “Ohe
sunt chi/ vegnù giò cun la piena, vegnù
giò chi a Milan/ mi g’avevi tri ann, forsi
du ann apena/ Oeh sunt chi/ ma quand sunt rivàa chi/
mi el terun/ tegnù su cum un fagot dal papà
/cuntrapés d'una valisa de carton » («
Ma il testo era di Dario Fo – dice – Non c’entra
niente con me. Comunque io sono nato e cresciuto a Milano.
Il terrone era mio nonno, arrivato dalla Puglia, da Bari,
tanto tempo fa ») . Nemmeno di seconda generazione,
visto che anche suo padre era nato a Milano, prestando servizio
come aviatore (“Come un aviatore”)
all’aeroporto Forlanini (“El portava
i scarp del tennis”) e mettendosi in luce
nella Resistenza (“Sei minuti all’alba”).
Le note biografiche dell’Enzo le conoscono tutti:
i primi passi nel rock e nel jazz milanese di fine anni
’50. Amicizie e collaborazioni con Gaber,
innanzitutto, poi Celentano, Tenco, Tony Dallara
e jazzisti famosi come Franco Cerri, Gerry Mulligan,
Chet Baker. Contemporaneamente lo studio (otto
“anni di studio matto e disperatissimo” come
diceva Leopardi) per diplomarsi in pianoforte al Conservatorio
e per laurearsi in medicina (chirurgia). L’approdo
al mondo per lui più naturale del teatro con “Milanin
Milanon” con Tino Carraro e Milly
e poi Dario Fo … e poi … e
poi … e poi … Enzo Jannacci! L’Enzo che
tutti conosciamo e amiamo. Una biografia dettagliatissima
si trova sul
sito curato da Vito Vita. Altri dati ancora più
dettagliati sulla biografia dell’Enzo stanno su www.drivemagazine.net/jannacci.html.
Tralasciamo quindi i passaggi facili e formali per cercare
di capire che artista è stato Jannacci e come si
è gestito in questi che ormai rischiano di arrivare
a “50 anni senza andare fuori tempo” (nel 1956
entra nel mondo delle spettacolo come pianista dei Rocky
Mountains, stesso gruppo di Gaber, e nel 1958, sempre con
Gaber incide il primo disco, anzi flexy-disc: “Non
occuparmi il telefono/Come facette mammeta” sotto
il nome collettivo dei “Due Corsari”).
Sull’ottovolante
tra successi e tonfi
Ma
la carriera di Jannacci mostra quel caratteristico modo
di procedere a dente di sega , indice di una personalità
complessa e di una carriera certamente non lineare, né
semplice da interpretare. Almeno due volte Enzo arriva al
grande successo di pubblico: la prima volta è il
1968 e il titolo boom è “Vengo anch’io,
no tu no” che raggiunge addirittura il primo
posto in Hit Parade. Nel 1980 è la volta di “Ci
vuole orecchio”. Altri buoni successi di
vendita sono stati “El purtava i scarp del
tennis” del 1964 e “Quelli
che …” del 1975, ma non paragonabili
ai precedenti. Il successo di critica invece non lo abbandona
mai, ma l’apice arriva negli ultimi anni: due volte
consecutive il Premio Tenco per la miglior
canzone: nel 2002 con “Lettera da lontano”
e nel 2003 con “L’uomo a metà”.
Nel 2002 la rivista “L’isola che non
c’era” lo proclama anche “artista
dell’anno”. Per esaurire il capitolo premi:
a Sanremo nel 1991, in coppia con Ute Lemper,
vince il Premio della Critica con “La
fotografia”, premio bissato nel ’98
con “Quando un musicista ride”.
In
mezzo pause, silenzi, scomparse, esattamente intervallati
ai successi. In mezzo anche la fatica di un artista a gestirsi
senza buttarsi via: eccessi di generosità, eccessi
di stralunaggine, eccessi di autostima che gli fanno infilare,
assieme a una lunghissima sfilza di canzoni degne di fare
la storia della nostra musica leggera, anche cadute di tono
ripetute e difficili da capire. In particolare nel genere
“canzonetta”, quello che più gli ha dato
come fama e onori, ma che, purtroppo spesso ha fatto dimenticare
l’esistenza dell’altro Jannacci, il cantante
malinconico, con la voce di nebbia e gelo, con le situazione
di carta vetrata, con i paesaggi in bianco e nero di “Vincenzina
e la fabbrica”, “Quella cosa in Lombardia”,
“Ti te se no”, “Senza de ti”, “Sfiorisci
bel fiore”, “Gli zingari”, “Sei
minuti all’alba”, “Cosa portavi bella
ragazza”, fino alle recentissime “Un
uomo a metà” e “Maria”.
Due,
dieci, cento, mille Jannacci
Due,
dieci, cento, mille Jannacci. Così tanti che è
impossibile ricomporne il filo, se non ascoltando le sue
canzoni. La vita privata vede un matrimonio (e uno solo)
con Giuliana Orefice nel 1967. Unica apparizione
pubblica della moglie: sulla copertina di “Foto ricordo”,
con in braccio il figlio Paolo e unica
citazione esplicita in “Lettera da lontano”:
“Lettera per mia moglie che non ha avuto un marito,
ha avuto solo le doglie”. Un figlio, Paolo, invece
destinato alle luci della ribalta: prima nell’ombra
del padre e poi prendendo lui per mano il padre (“Lettera
per mio figlio che mi ha guardato cantare come fossi io
il figlio”) , arrivando poi nel 2002 a incidere
il suo primo album in proprio (“Notes”,
doppiato da “Tape 1” nel 2004).
Una doppia difficile operazione alla spina dorsale (2000
e 2001) che lo allontana ulteriormente dal mondo della musica.
Secondo
esilio questo, ma non volontario come il primo: nel 1969,
all’apice del successo derivato da “Vengo anch’io”,
Enzo arriva in finale a Canzonissima, dove
vorrebbe cantare “Ho visto un re”, ma la Rai
si oppone, ritenendo il brano troppo politicizzato (!).
Provocatoriamente Enzo la sostituisce con la difficilissima
(e bellissima) “Gli zingari”, chiudendo all’ultimo
posto, strabattuto da “Scende la pioggia”
di Gianni Morandi. Anche sotto la spinta
della delusione Jannacci pianta baracca e burattini e va
per 4 anni in America a specializzarsi in chirurgia (le
agiografie parlano di un lungo periodo sotto la guida di
Christian Barnard, il primo chirurgo autore di trapianti
di cuore). Il secondo esilio, dal 1998 al 2001, è
subito e non scelto: la discografia italiana, con la nota
lungimiranza, decide di non avere spazio per Enzo Jannacci.
A meno che non voglia fare sempre e solo riedizioni di vecchi
brani. Ostracismo che si chiuderà nell’ottobre
del 2001 con “Come gli aeroplani” per i benemeriti
tipi di Ala Bianca.
“Trattasi
di canzonette”
Jannacci
in totale ha inciso 280 canzoni, suddivise in 25 album (trascurando
le raccolte, riedizioni e versioni alternative). Tolte le
canzoni riportate in più dischi abbiamo un canzoniere
di 248 brani, in gran parte scritti da Jannacci da solo,
testo e musica (122), in 5 casi da Paolo Conte
(Mexico e nuvole, Bartali, Sporca vita, Sudamerica e Genova
per noi), in 36 casi c’è stata una collaborazione
con Dario Fo, in 7 casi con Gaber,
in altrettanti con suo figlio Paolo. Tra gli altri nomi
da notare tra i co-autori ci sono Gino e Michele
per “Ci vuole orecchio”, Paolo Rossi
ne “I soliti accordi”, Beppe
Viola in 5 o 6 brani, Riccardo Piferi
in altrettanti, Cochi e Renato in un paio,
come pure Bruno Lauzi. Poi Lino
Toffolo, Giorgio Calabrese, Umberto Bindi, Giorgio Strehler,
Franco Bompieri (il barbiere scrittore), Sandro
Ciotti, Marcello Marchesi. Lina Wertmuller, Massimo Boldi,
Pino Donaggio, Roberto Dané, Fabrizio De André
(il testo di Via del campo) più un paio di cover
da Chico Buarque de Hollanda.
Ma
la divisione più sensata tra le canzoni di Jannacci,
a parere mio, è tra quelle senza le quali si farebbe
più fatica a vivere, quelle importanti, quelle divertenti
e quelle prescindibili. Alla prima categoria appartengono
la maggior parte delle canzoni del primo periodo: El portava
i scarp del tennis, Quella cosa in Lombardia, Andava a Rogoredo,
Qualcosa da aspettare, Niente, L’Armando, Ti te se
no, Prendeva il treno, Veronica, La forza dell’amore,
Sfiorisci bel fiore, Sei minuti all’alba, Soldato
Nencini, Cosa portavi bella ragazza, Giovanni Telegrafista,
Gli Zingari, Ho visto un Re. Poi Quelli che … e Vincenzina,
El me indiriss, Vivere, Ci vuole orecchio, Son s'cioppàa,
Una fetta di limone, Come gli aeroplani, Lettera da lontano,
Un uomo a metà e (massì) anche la celebratissima
“Vengo anch’io, no tu no”, che secondo
lo stesso Jannacci non è poi così allegra
come sembra.
Jannacci
musicista
Da
un certo punto in poi il dottor Jannacci ha pensato bene
di rammentare al proprio pubblico di essere anche e soprattutto
musicista, diplomato in pianoforte al Conservatorio. “Erano
i tempi – dirà – in cui i colleghi
medici mi dicevano “ma quando torni a cantare”
e nell’ambiente della canzone mi chiedevano “ma
perché non fai solo il medico?” Se ci
fate caso da “Ci vuole orecchio” in poi, nelle
canzoni di Jannacci entra sempre più chiara la figura
del musicista. In “Ci vuole orecchio” (che per
la musica è indispensabile) si dice infatti:
“Eh, dal vivo oggi non si può più suonare
/ l'orchestra è ormai quattro battute dopo / I fiati
hanno già fatto il loro gioco / anche il sassofono
va via in gol e lascia fare / e noi come dei pirla qui a
provare /ma con l'orchestra non si può sbagliare”.
Qualche tempo dopo è ora de “I soliti
accordi”, canzone decisamente minore nel
canzoniere jannacciano, presentata a Sanremo in coppia con
Paolo Rossi: “Do maggiore, la maggiore, la minore/
re minore, sol settima, re minore... / Re maggiore, la minore,
si minore / la minore, sol settima, si minore...
i soliti accordi / le solite facce, (si minore diminuito...)
/ i soliti accordi, (si minore maggioritario)/ le solite
palle, (si minore proporzionale...) / i soliti accordi,
(si minore referendario...) / le solite facce (hehehehe...)”.
Passano ancora un pugno di anni e abbiamo, sempre a Sanremo,
“Quando un musicista ride”: “Quando
un musicista ride / depone il suo strumento e ride e non
si guarda in giro / e non teme, non ha paura della sua semplicità.”
Fino a arrivare nell’ultimo disco a dire:
“Avanti! Quanto costa, quanto me la paghi una storia
/ solo per metterci dentro una brutta canzone / fatta solo
per ascolti assai modesti / per bloccare due posti o per
vendere i dischi” ("Una storia").
In mezzo c’erano già stati i famosi versi “Trattasi
di canzonette” e “Quelli che cantano
dentro nei dischi perché ci hanno i figli da mantenere,
oh yes!”. E infine, come chiosa: “Lettera
a chi si rifiuta di accettare comici, musicanti, poeti,
medicastri, cantori di canzoni / Lettera per il mio pianoforte
/
che è l'unico a non avermi fatto uscire con tutte
le ossa rotte” (Lettera da lontano).
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