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Enzo Jannacci - Piccola biografia portatile
di Giorgio Maimone

I “disperati” di Jannacci

Caratteristica comune alle canzoni di Enzo che non rinunciano mai a contaminare il tragico col comico, giocando spesso, con maestria, su un crinale al limite tra i due elementi. Jannacci che, come l’amico Gaber e come Fabrizio De André ha passato una vita intera a gettare uno sguardo mai pietistico, ma semmai partecipe e commosso su tutta una parte di umanità che ora fa fine definire “gli ultimi” e che in tempi di sbornie ideologiche si etichettavano come “lumpenproletariat”: i reietti, i marginali, le persone che, normalmente non arrivano alla gloria di una canzone tutta per loro. Personaggi che, come dice lo stesso Jannacci, non sono di ieri, non risalgono agli anni ’50, ma in alcuni casi rimontano il tempo all’indietro fino ad arrivare alla prima guerra mondiale. Personaggi che vivono di piccolo e piccolissime cose: “Un dì lü l'avea menada a veder la Fiera/
la gh'eva un vestidin color del trasú / disse: "vorrei un krapfen... non ho moneta"/ "Pronti!" El gh'ha dà dés chili... e l'ha vista pü!”
(Andava a Rogoredo). “Rivò un bel dì che era l'otto d'Agosto/ con la cravatta colore rosso/ Chissà perché, che io m'ero illusa /che mi volesse parlare d'amor!” (Chissà se è vero). “Lesto si avvia, con la cartella sotto il braccio/ male annodata la cravatta dell'Upim...” (Prendeva il treno). “Sporchi ancora del sudore / del lavoro appena smesso” (Qualcosa da aspettare). “Sia ben chiaro che non penso alla casetta/ due locali più i servizi, tante rate, pochi vizi” (Quella cosa in Lombardia). “Fu quando gli zingari arrivarono al mare che la gente li vide, che la gente li vide come si presentano loro, loro, loro gli zingari, come un gruppo cencioso, così disuguale e negli occhi, negli occhi impossibile, impossibile poterli guardare” (Gli zingari). “Giovanni telegrafista e nulla più / stazioncina povera c'erano più alberi e uccelli che persone / ma aveva il cuore urgente anche senza nessuna promozione / battendo, battendo su un tasto solo” (Giovanni Telegrafista). Un campionario di ultimi, di reietti, di barboni, di gente cunt su i scarp del tennis, ma visto dall’interno. Non è l’abito, è la fodera. Jannacci indossa i suoi personaggi e se ne fa voce e questa voce è straziata, spezzata, incerta e balbettante. La vera innovazione di Enzo Jannacci è nella voce con cui canta le sue storie. Credo lo abbia detto anche Umberto Eco e concediamoci il lusso di concordare. Un Jannacci che cantasse “pulito”, come si dovrebbe fare, non sarebbe lui e non riuscirebbe a inserire tanta forza drammatica, come ne mette nei suoi urlati, nei suoi “fortissimo”, nelle sue balbuzie o esitazioni. È un canto “disperato” che ridà voce ai disperati.


"L’ebbrezza dei tendini"

Ma forse più di tanto Enzo non bisognerebbe interpretarlo. Anche perché quando credi di avercela fatta o di essere arrivato vicino è in grado di deviare dalla rotta stabilita e spiazzarti con divagazioni nell’assurdo. Potremmo passare secoli a chiederci del “pacco” di “Ci vuole orecchio” o dei “ciccioli” di Silvano o sulla sua “ebbrezza dei tendini”. Oppure cosa siano le “ruote di scorta di micromotori” o indagare sul “cuore urgente” di “Giovanni telegrafista”. Il massimo, forse, lo raggiunge questa frase de “Gli Zingari”, incomprensibile, ma bellissima, tragica, vera, poetica, perché così resa e (sostanziata) da quella magnifica voce rotta: “E allora lui il vecchio, sì proprio lui, il mare / parlò a quella gente bizzarra, svilita / e diede al suo corpo un colore anormale di un rosso tremendo / qualcuno a star male, qualcuno a tar male / questo fu quando gli zingari arrivarono al mare”. Ma la gara è accanita: basti guardare cosa in “Ho visto un re” è stato portato via al contadino: “Il vescovo, il re, il ricco, l'imperatore / persino il cardinale, l'han mezzo rovinato / gli han portato via: /la casa /il cascinale /la mucca /il violino /la scatola di kaki /la radio a transistor / i dischi di Little Tony (!) / la moglie / - E po`, cus'e`? / - Un figlio militare /gli hanno ammazzato anche il maiale... /- Pover purscel! /- Nel senso del maiale...”. Ma il surreale è presente (eccome!) anche in “Jannacci arrenditi”, puro pezzo di cabaret: “Se vieni fuori con le mani alzate evitiamo un inutile spargimento di sangue. Jannacci, non abbiamo neanche il tuo gruppo... / Jannacci, vieni fuori che per adesso non ti facciamo niente: se vieni fuori ti promettiamo che ti mettiamo una pietra sopra”. E poi abbiamo “Il pittore” che dipinge “il suo Gesù vestito come un ghisa, un ghisa cunt i scarpun”. Ma come, a questo punto, non citare il famoso paradosso del Duomo? “T'ho cugnusu su sul tecc del Domm / in controluce te parevet on omm / un uomo incinto de quater mes / con la sottana de stoffa ingles”, in una Milano dove “i stell paren limon traa giò in de l’acqua” e dove “l'Armando mi picchiava col martello / mi picchiava qui sugli occhi per sembrare lui il più bello / Per far ridere gli amici, mi buttava giù dal ponte / ma per non bagnarmi tutto / mi buttava dove è asciutto”. O dove alla catena di montaggio, dove si intagliano i fiori nelle lamiere, nascono dialoghi teneri come questo: "Voglia gradire questi fiori come omaggio..." / "Che fiori sono?!?" "Signorina, i hoo fà mi!" Non interpretare Jannacci, non capirlo. Ascoltarlo soltanto. Fa bene alla vita.

Jannacci e gli altri

Non sono moltissimi i rapporti “musicali” tra Jannacci e gli altri cantanti italiani. Al di là della stima sempre espressa e corrisposta per Francesco De Gregori e Claudio Baglioni e degli apprezzamenti per Daniele Silvestri, Samuele Bersani e, in ultimo anche Davide Van De Sfroos, con cui c’è stato quasi un simbolico passaggio di consegne con un tenero abbraccio a una della feste annuali per i premi dell’Isola che non c’era nel 2002, non restano tracce di grandi collaborazioni. Se togliamo Gaber, Paolo Rossi, Dario Fo e Cochi e Renato, non ci sono brani in cui Jannacci canti con altri. Brani che invece esistono e si sono sentiti in televisione o in occasioni pubbliche come i concerti del luglio ’89 che stanno alla base di “30 anni senza andare fuori tempo”. In quell’occasione Jannacci cantò “Io e te” con Mia Martini, “Ci vuole orecchio” con Erosa Ramazzotti e Enrico Ruggeri, “Ho visto un re” con Giorgio Gaber, “Passaggio a livello” con Gino Paoli, “Una fetta di limone” ancora con Gaber, oltre a uno strumentale con Tullio De Piscopo alla batteria. Nella trasmissione televisiva “Il laureato bis” con Chiambretti, ha duettato con Ligabue in “Certe notti” e “Ci vuole orecchio”, con Irene Grandi in “Bum Bum” e “Ragazzo padre”, con Roberto Vecchioni in “Veronica” e “Luci a San Siro”, con Francesco Guccini ne “L’avvelenata” e “Il primo furto non si scorda mai”, con Loredana Bertè in “Dedicato”. Ancora con Claudio Baglioni in tv ha cantato “E la vita, la vita” e “Anima mia” e “La forza dell’amore” e “Vincenzina e la fabbrica”. Di che farne un disco di duetti coi fiocchi! Dischi interi dedicati a Jannacci hanno invece inciso sia Mina (“Mina quasi Jannacci” - PDU 1977) che Milva (“La rossa” – Ricordi 1980). (Grazie per queste informazioni al sito internet http://digilander.libero.it/raritalia/enzo.htm)


Quel minimo di biografia ….

Enzo Jannacci nasce a Milano il 3 giugno 1935, sotto il segno dei gemelli. Non è quindi un “terrone”, come canta in “Ohe sunt chi”, quando dice: “Ohe sunt chi/ vegnù giò cun la piena, vegnù giò chi a Milan/ mi g’avevi tri ann, forsi du ann apena/ Oeh sunt chi/ ma quand sunt rivàa chi/ mi el terun/ tegnù su cum un fagot dal papà /cuntrapés d'una valisa de carton » (« Ma il testo era di Dario Fo – dice – Non c’entra niente con me. Comunque io sono nato e cresciuto a Milano. Il terrone era mio nonno, arrivato dalla Puglia, da Bari, tanto tempo fa ») . Nemmeno di seconda generazione, visto che anche suo padre era nato a Milano, prestando servizio come aviatore (“Come un aviatore”) all’aeroporto Forlanini (“El portava i scarp del tennis”) e mettendosi in luce nella Resistenza (“Sei minuti all’alba”). Le note biografiche dell’Enzo le conoscono tutti: i primi passi nel rock e nel jazz milanese di fine anni ’50. Amicizie e collaborazioni con Gaber, innanzitutto, poi Celentano, Tenco, Tony Dallara e jazzisti famosi come Franco Cerri, Gerry Mulligan, Chet Baker. Contemporaneamente lo studio (otto “anni di studio matto e disperatissimo” come diceva Leopardi) per diplomarsi in pianoforte al Conservatorio e per laurearsi in medicina (chirurgia). L’approdo al mondo per lui più naturale del teatro con “Milanin Milanon” con Tino Carraro e Milly e poi Dario Fo … e poi … e poi … e poi … Enzo Jannacci! L’Enzo che tutti conosciamo e amiamo. Una biografia dettagliatissima si trova sul sito curato da Vito Vita. Altri dati ancora più dettagliati sulla biografia dell’Enzo stanno su www.drivemagazine.net/jannacci.html. Tralasciamo quindi i passaggi facili e formali per cercare di capire che artista è stato Jannacci e come si è gestito in questi che ormai rischiano di arrivare a “50 anni senza andare fuori tempo” (nel 1956 entra nel mondo delle spettacolo come pianista dei Rocky Mountains, stesso gruppo di Gaber, e nel 1958, sempre con Gaber incide il primo disco, anzi flexy-disc: “Non occuparmi il telefono/Come facette mammeta” sotto il nome collettivo dei “Due Corsari”).

Sull’ottovolante tra successi e tonfi

Ma la carriera di Jannacci mostra quel caratteristico modo di procedere a dente di sega , indice di una personalità complessa e di una carriera certamente non lineare, né semplice da interpretare. Almeno due volte Enzo arriva al grande successo di pubblico: la prima volta è il 1968 e il titolo boom è “Vengo anch’io, no tu no” che raggiunge addirittura il primo posto in Hit Parade. Nel 1980 è la volta di “Ci vuole orecchio”. Altri buoni successi di vendita sono stati “El purtava i scarp del tennis” del 1964 e “Quelli che …” del 1975, ma non paragonabili ai precedenti. Il successo di critica invece non lo abbandona mai, ma l’apice arriva negli ultimi anni: due volte consecutive il Premio Tenco per la miglior canzone: nel 2002 con “Lettera da lontano” e nel 2003 con “L’uomo a metà”. Nel 2002 la rivista “L’isola che non c’era” lo proclama anche “artista dell’anno”. Per esaurire il capitolo premi: a Sanremo nel 1991, in coppia con Ute Lemper, vince il Premio della Critica con “La fotografia”, premio bissato nel ’98 con “Quando un musicista ride”.

In mezzo pause, silenzi, scomparse, esattamente intervallati ai successi. In mezzo anche la fatica di un artista a gestirsi senza buttarsi via: eccessi di generosità, eccessi di stralunaggine, eccessi di autostima che gli fanno infilare, assieme a una lunghissima sfilza di canzoni degne di fare la storia della nostra musica leggera, anche cadute di tono ripetute e difficili da capire. In particolare nel genere “canzonetta”, quello che più gli ha dato come fama e onori, ma che, purtroppo spesso ha fatto dimenticare l’esistenza dell’altro Jannacci, il cantante malinconico, con la voce di nebbia e gelo, con le situazione di carta vetrata, con i paesaggi in bianco e nero di “Vincenzina e la fabbrica”, “Quella cosa in Lombardia”, “Ti te se no”, “Senza de ti”, “Sfiorisci bel fiore”, “Gli zingari”, “Sei minuti all’alba”, “Cosa portavi bella ragazza”, fino alle recentissime “Un uomo a metà” e “Maria”.

Due, dieci, cento, mille Jannacci

Due, dieci, cento, mille Jannacci. Così tanti che è impossibile ricomporne il filo, se non ascoltando le sue canzoni. La vita privata vede un matrimonio (e uno solo) con Giuliana Orefice nel 1967. Unica apparizione pubblica della moglie: sulla copertina di “Foto ricordo”, con in braccio il figlio Paolo e unica citazione esplicita in “Lettera da lontano”: “Lettera per mia moglie che non ha avuto un marito, ha avuto solo le doglie”. Un figlio, Paolo, invece destinato alle luci della ribalta: prima nell’ombra del padre e poi prendendo lui per mano il padre (“Lettera per mio figlio che mi ha guardato cantare come fossi io il figlio”) , arrivando poi nel 2002 a incidere il suo primo album in proprio (“Notes”, doppiato da “Tape 1” nel 2004). Una doppia difficile operazione alla spina dorsale (2000 e 2001) che lo allontana ulteriormente dal mondo della musica.

Secondo esilio questo, ma non volontario come il primo: nel 1969, all’apice del successo derivato da “Vengo anch’io”, Enzo arriva in finale a Canzonissima, dove vorrebbe cantare “Ho visto un re”, ma la Rai si oppone, ritenendo il brano troppo politicizzato (!). Provocatoriamente Enzo la sostituisce con la difficilissima (e bellissima) “Gli zingari”, chiudendo all’ultimo posto, strabattuto da “Scende la pioggia” di Gianni Morandi. Anche sotto la spinta della delusione Jannacci pianta baracca e burattini e va per 4 anni in America a specializzarsi in chirurgia (le agiografie parlano di un lungo periodo sotto la guida di Christian Barnard, il primo chirurgo autore di trapianti di cuore). Il secondo esilio, dal 1998 al 2001, è subito e non scelto: la discografia italiana, con la nota lungimiranza, decide di non avere spazio per Enzo Jannacci. A meno che non voglia fare sempre e solo riedizioni di vecchi brani. Ostracismo che si chiuderà nell’ottobre del 2001 con “Come gli aeroplani” per i benemeriti tipi di Ala Bianca.

“Trattasi di canzonette”

Jannacci in totale ha inciso 280 canzoni, suddivise in 25 album (trascurando le raccolte, riedizioni e versioni alternative). Tolte le canzoni riportate in più dischi abbiamo un canzoniere di 248 brani, in gran parte scritti da Jannacci da solo, testo e musica (122), in 5 casi da Paolo Conte (Mexico e nuvole, Bartali, Sporca vita, Sudamerica e Genova per noi), in 36 casi c’è stata una collaborazione con Dario Fo, in 7 casi con Gaber, in altrettanti con suo figlio Paolo. Tra gli altri nomi da notare tra i co-autori ci sono Gino e Michele per “Ci vuole orecchio”, Paolo Rossi ne “I soliti accordi”, Beppe Viola in 5 o 6 brani, Riccardo Piferi in altrettanti, Cochi e Renato in un paio, come pure Bruno Lauzi. Poi Lino Toffolo, Giorgio Calabrese, Umberto Bindi, Giorgio Strehler, Franco Bompieri (il barbiere scrittore), Sandro Ciotti, Marcello Marchesi. Lina Wertmuller, Massimo Boldi, Pino Donaggio, Roberto Dané, Fabrizio De André (il testo di Via del campo) più un paio di cover da Chico Buarque de Hollanda.

Ma la divisione più sensata tra le canzoni di Jannacci, a parere mio, è tra quelle senza le quali si farebbe più fatica a vivere, quelle importanti, quelle divertenti e quelle prescindibili. Alla prima categoria appartengono la maggior parte delle canzoni del primo periodo: El portava i scarp del tennis, Quella cosa in Lombardia, Andava a Rogoredo, Qualcosa da aspettare, Niente, L’Armando, Ti te se no, Prendeva il treno, Veronica, La forza dell’amore, Sfiorisci bel fiore, Sei minuti all’alba, Soldato Nencini, Cosa portavi bella ragazza, Giovanni Telegrafista, Gli Zingari, Ho visto un Re. Poi Quelli che … e Vincenzina, El me indiriss, Vivere, Ci vuole orecchio, Son s'cioppàa, Una fetta di limone, Come gli aeroplani, Lettera da lontano, Un uomo a metà e (massì) anche la celebratissima “Vengo anch’io, no tu no”, che secondo lo stesso Jannacci non è poi così allegra come sembra.

Jannacci musicista

Da un certo punto in poi il dottor Jannacci ha pensato bene di rammentare al proprio pubblico di essere anche e soprattutto musicista, diplomato in pianoforte al Conservatorio. “Erano i tempi – dirà – in cui i colleghi medici mi dicevano “ma quando torni a cantare” e nell’ambiente della canzone mi chiedevano “ma perché non fai solo il medico?” Se ci fate caso da “Ci vuole orecchio” in poi, nelle canzoni di Jannacci entra sempre più chiara la figura del musicista. In “Ci vuole orecchio” (che per la musica è indispensabile) si dice infatti: “Eh, dal vivo oggi non si può più suonare / l'orchestra è ormai quattro battute dopo / I fiati hanno già fatto il loro gioco / anche il sassofono va via in gol e lascia fare / e noi come dei pirla qui a provare /ma con l'orchestra non si può sbagliare”. Qualche tempo dopo è ora de “I soliti accordi”, canzone decisamente minore nel canzoniere jannacciano, presentata a Sanremo in coppia con Paolo Rossi: “Do maggiore, la maggiore, la minore/ re minore, sol settima, re minore... / Re maggiore, la minore, si minore / la minore, sol settima, si minore...
i soliti accordi / le solite facce, (si minore diminuito...) / i soliti accordi, (si minore maggioritario)/ le solite palle, (si minore proporzionale...) / i soliti accordi, (si minore referendario...) / le solite facce (hehehehe...)”
. Passano ancora un pugno di anni e abbiamo, sempre a Sanremo, “Quando un musicista ride”: “Quando un musicista ride / depone il suo strumento e ride e non si guarda in giro / e non teme, non ha paura della sua semplicità.” Fino a arrivare nell’ultimo disco a dire: “Avanti! Quanto costa, quanto me la paghi una storia / solo per metterci dentro una brutta canzone / fatta solo per ascolti assai modesti / per bloccare due posti o per vendere i dischi” ("Una storia"). In mezzo c’erano già stati i famosi versi “Trattasi di canzonette” e “Quelli che cantano dentro nei dischi perché ci hanno i figli da mantenere, oh yes!”. E infine, come chiosa: “Lettera a chi si rifiuta di accettare comici, musicanti, poeti, medicastri, cantori di canzoni / Lettera per il mio pianoforte /
che è l'unico a non avermi fatto uscire con tutte le ossa rotte”
(Lettera da lontano).