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Enzo Jannacci by Gianfranco Manfredi

La faccia di Jannacci

di Giorgio Maimone

Alzi la mano chi non ci ha pensato! Almeno una volta. Che la faccia di Enzo Jannacci assomiglia a quella di Clark Kent! Lo avete guardato bene? E avete visto la copertina di Discogreve? Quella dove Jannacci, in tutina a righe mostra bicipiti e pettorali in estensione e in piena sudorazione? Jannacci è Nembo Kid! E non ce n'eravamo mai accorti!

No, non Superman, quello che vola più veloce di un uccello, più in alto di un aeroplano (o viceversa) e che con un balzo riesce a superare i grattacieli. Non Superman, troppo americano, ma Nembo Kid, ossia lo stesso ma in italiano. E pensare che i segnali c'erano tutti! Come riuscire meglio a mantenere un'identità segreta se non facendo un lavoro pubblico? E come aiutare di più il prossimo che facendo il medico chirurgo?



Tutto questo Nembo Kid, pardon Jannacci, lo sapeva benissimo. E ne ha fatto buon uso, fino ai tempi più recenti quando la kryptonite verde per un po' lo ha tolto di scena. Ma Jannacci è fatto di ferro e così con "Come gli aeroplani" e "Uomo a metà" è tornato tra noi. Ma come non mettere in relazione questi titoli con la sua identità segreta? Come gli aeroplani infatti lui vola ed è Un uomo a metà perché sdoppiato tra Clark Kent e Superman. Tutti gli indizi portano ad un unico punto!



D'altra parte Jannacci era campione di Karate, cintura nera fino a non so che Dan, ma un numero alto. E questo conferma la presenza di muscoli d'acciaio. Non solo, ma come Clark Kent era timido e impacciato e balbettava perfino un poco. Certo che appena si levava gli occhiali si trasformava ...



Al di là dello scherzo, la somiglianza comunque esiste, ma Jannacci non è Nembo Kid, (perché Nembo Kid sono io, il timido giornalista occhialuto etc etc etc - NdR), ma è indubitabile che una parte fondamentale del suo successo sia dovuto proprio alla sua faccia. Una faccia che non è solo quella di un artista: è una maschera, una vera e propria maschera da commedia dell'arte. Per tanti anni bastava che Jannacci apparisse in teatro o in televisione (ne ha fatta tanta) che la gente già si sentiva pronta a ridere. Anche se non tutte le canzoni di Jannacci fanno ridere. La parte comica, anzi, è forse minoritaria nella sua produzione. Pur non essendo un comico e non facendo nemmeno molto per diventarlo, Enzo Jannacci, con quella faccia, si è stampato nell'immaginario collettivo, come collettore di buon umore. Solo il cinema non ha saputo dare lo spazio sufficiente a un talento, un personaggio, un'espressione che, sul piano della "faccia di pietra" avrebbe potuto fare concorrenza a Buster Keaton. Non che il cinema non lo abbia cercato: almeno sei sono i "peccati" cinematografici del nostro, ma, tranne "L'Udienza" di Marco Ferreri, niente da segnalare di fondamentale. Nell'immaginario collettivo forse l'incontro più ravvicinato tra Jannacci e Cinema è "Vincenzina davanti alla fabbrica" in "Romanzo Popolare" di Monicelli, quasi un video clip ante-litteram. Altre colonne sonore "Made in Jannacci" sono "Saxofone" di Renato Pozzetto, "Pasqualino settebellezze" della Wertmuller e "Piccoli equivoci" di Ricky Tognazzi.

FIGURINE
di Giovanni Robbiano.
Con Piero Natoli, Giulio Scarpati, Enzo Jannacci, Eliana Miglio
Commedia, Italia 1997


SCHERZO DEL DESTINO IN AGGUATO DIETRO L'ANGOLO COME UN BRIGANTE DA STRADA (1983)
Regia di Lina Wertmuller.
Sceneggiatura di Lina Wertmuller ed Age (Agenore Incrocci).
Colonna sonora: Paolo Conte.

L'UDIENZA
di Marco Ferreri.
Con Claudia Cardinale, Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Michel Piccoli, Alain Cuny, Enzo Jannacci
Commedia, Italia 1971


LE COPPIE
di Mario Monicelli, Alberto Sordi, Vittorio De Sica.
Con Monica Vitti, Alberto Sordi, Rossana Di Lorenzo, Enzo Jannacci
Commedia, Italia 1970


QUANDO DICO CHE TI AMO
di Giorgio Bianchi.
Con Lucio Dalla, Tony Renis, Enzo Jannacci, Alida Chelli, Caterina Caselli, Lola Falana
Musicale, Italia 1967

LA VITA AGRA
Anno: 1964 Regia: Carlo Lizzani
Con Ugo Tognazzi Giovanna Ralli Rossana Martini Giampiero Albertini Enzo Jannacci, Nino Crisman


Intervista per una tesi di laurea*

(*Il pezzo che segue è un'intervista a Gianfranco Manfredi su Enzo Jannacci, tratta dalla tesi di Laurea di Sandro Paté sullo stesso Enzo Jannacci, che è stata discussa martedì 5 aprile 2005 alla Meucci Università IULM di Milano. Grazie e in bocca al lupo a Sandro, fedele lettore di Bielle).

Jannacci “quello che canta i disgraziati”. Quale peso bisogna dare alle canzoni che hanno protagonisti “scomodi”. Jannacci continua a occuparsene. Barboni, prostitute, immigrati, poveri ubriaconi, ecc ecc. Che ritratti vengono fuori dalle canzoni?

Va ricordato il clima di quegli anni. La canzone popolare conosceva un momento di grazia e molti intellettuali ( da Franco Fortini a Giorgio Strehler) scrivevano canzoni nuove, ma ispirate al repertorio popolare o che narravano storie di gente comune e di marginali. In genere queste canzoni parlavano della malavita milanese. L’originalità di Jannacci è stata quella di introdurre la sua stravagante ironia in questo genere di repertorio. Per esempio L’Armando è una canzone di malavita: si racconta di un interrogatorio di polizia dove chi canta è accusato d’aver ucciso un suo amico sbattendolo giù dal tram. E poi c’è un’attenzione particolare al mondo dei barboni , dei vagabondi, delle persone rimaste sole e con qualche problema psichico (quelli che parlano da soli). Al di là del racconto “sociale” Jannacci, raccontando questi personaggi in prima persona, ne illumina l’individualità, ci aiuta a vedere il personaggio non come una macchietta ( tipo il Cerutti Gino di Simonetta/Gaber) ma come una persona autentica che ci racconta la propria vita.

Le prime canzoni, che peraltro a settembre verranno riproposte in un disco nuovo, sempre per l’etichetta Ala Bianca, quanto sono captate da tipologie umane, persone probabili e quanto invece, secondo te, sono invenzioni letterarie (un po di maniera diciamo)? Alcune volte tirate un po’ per i capelli se pensiamo che sono scritte nei sessanta e parlano di soldati della Prima Guerra Mondiale?

In qualche canzone di Enzo è vero che affiora un che di “posticcio” e un patetismo troppo sottolineato: la voce di Enzo diventa diversa, non più gli striduli falsetti da “squilibrato” , ma una voce “alla francese” che cerca toni teatrali ed effetti drammatici, studiati per far commuovere a tutti i costi. In questi testi si assume più volentieri la descrizione oggettiva, cioè non è il personaggio che si racconta in prima persona, ma è il cantante che racconta i personaggi dall’esterno. E’ per esempio il caso della canzone “Gli Zingari” che Enzo, nell’anno di Vengo anch’io e Ho visto un Re, cantò in una popolare trasmissione televisiva del sabato sera che schierava cantanti in gara tra loro. Enzo si era convinto di poter/dover contrastare Claudio Villa con un brano un po’ strappalacrime, e poi credo che cominciasse a sentirsi stanco di venire associato sempre alla comicità e al personaggio del “matto”. D’altra parte Enzo non ha alcun senso della “retorica” e così queste sue canzoni non diventano mai “Ladri di biciclette” o “Umberto D.” (parlo di cinema e di questi film, per indicare una via nobile alla retorica). In qualche modo queste canzoni funzionano meno. Non sono “false” perché esprimono comunque un lato del carattere e della poetica di Enzo, (che è un medico chirurgo, non dimentichiamolo, e quasi mai i chirurghi sono degli allegroni, specie quando sono persone sensibili), ma sembrano “di maniera” perché troppo “di testa”, troppo volute (anche se invece sono molto sentite e portano alla luce un disagio interiore espresso per segnali). Enzo dà il massimo quando si affida all’improvvisazione. E’ un jazzista anche nei testi. Quando cerca di diventare “classico” e strutturato perde molta della sua carica espressiva. La sua cifra surreale si esprime non solo nella composizione del brano, ma nell’interpretazione: basti pensare alla sua versione di “Messico e Nuvole” di Paolo Conte. Se la si confronta a quella dell’autore, sembra di trovarsi all’ascolto di due canzoni diverse. Quella di Enzo è stralunata e astratta, quello di Conte è climatica e realistica (anche se si tratta di un realismo onirico). La grande capacità di Enzo è stata sempre quella di stravolgere i tracciati del previsto e del prevedibile. Come stile di interprete, Enzo non ha paragoni neppure sulla scena internazionale. O forse solo uno, anche se questo accostamento potrà apparire bizzarro: Sid Vicious quando interpreta “My Way”.

Nel tuo saggio descrivi il concerto di Gaber-Jannacci del ’74 in una cornice politica ben precisa. Al di là di quel fatto datato. Secondo te ci sono canzoni veramente politiche nel repertorio di Enzo Jannacci? Se si secondo te ci sono degli elementi ricorrenti nelle canzoni storicamente più scomode (ho visto un re, ecc)?

Al di là dell’aspetto esteriore, Ho visto un Re, non è una canzone politica, o almeno non veniva vissuta così da chi la ascoltava, ma come un pezzo divertente e comico. Piaceva, per esempio, quel riff “ah,beh, sì beh” . C’era in quella canzone molto del repertorio popolare ironico milanese, quello per esempio che si ritrova ne “La Balilla” cantata da Gaber e Maria Monti. E ci sono gli stessi stravolgimenti surreali. Per esempio che il contadino medievale oppresso dall’Impero e dalla Chiesa, si veda defraudato ed espropriato anche dei dischi di Little Tony ( o Little Dodich , come canta Enzo). Una delle canzoni più politiche di Enzo è uscita a metà degli anni 80 ed è stata reincisa e indurita nel suo Cd di un paio d’anni fa “Come gli Aeroplani”. Si chiama “Brutta gente.” E’ una canzone molto amara e cui va riconosciuto un grande merito: non se la prende con Berlusconi ( che è un esercizio un po’ facile) ma con la gente che ha assunto certi comportamenti e che poi magari (di conseguenza) vota Forza Italia o Lega. Enzo non hai mai voluto fare canzoni contro Fanfani (per esempio) o che parlassero esplicitamente di fatti politici (il testo originale di Vengo Anch’io, scritto da Fo, parlava del Congo e di Lumumba, riferimenti che Enzo cambiò) , preferisce parlare dei comportamenti, anche ignobili, della gente comune . Questo è un fatto importante e costituisce una sua caratteristica ben precisa. Quando riesce a centrare il clima del momento, Enzo è davvero unico. Se si pensa alla “Canzone Intelligente” è una satira davvero anticonformista della Canzone d’Autore su cui in quegli anni si cominciava a battere la grancassa, se si pensa a “L’importante è esagerare” scritta negli 80 con Gino e Michele, anche lì si mette in satira un costume sociale emergente. Anche Gaber le sue cose migliori le ha scritte quando si è concentrato sulla vita quotidiana e i costumi sociali, piuttosto che su una sorta di metafisica esistenziale non sempre stringente, oppure su una satira un po’ troppo facile e da luogo comune ( ad esempio “Destra e Sinistra” canzone tutto sommato abbastanza qualunquista e dunque apprezzata da chi non è mai stato né di destra, né di sinistra. Per far ridere sui luoghi comuni, si elencano solo delle stupidaggini in cui nessuno ha mai creduto: la doccia è di destra o di sinistra? E’ una cazzata, nessuno si è mai posto un problema del genere, se non per un giochino cretino da salotto borghese).

La mia tesi di laurea non vuole certo affrontare questo argomento. Tuttavia: uno degli interrogativi più ricorrenti nei testi che si occupano di musica leggera è “la canzone dei cantautori si può considerare poesia?”. Anche libri recenti (è uscita una collana diretta da Aldo Nove in parte dedicata all’argomento) cercano di sviscerare la questione? Mi dici cosa ne pensi? Secondo te come andrebbe affrontata la questione?

Secondo me hanno ragione tutti. Ha ragione De Gregori quando respinge l’etichetta di “poeta” e si capisce neppure tanto tra le righe che vuol significare che la canzone rappresenta, oggi, molto di più della poesia. Hanno ragione anche coloro che sottolineano la natura strettamente poetica dei testi di Dylan, di Cohen, di De André o dello stesso De Gregori. Resta il fatto che in canzone, il testo “suona”, e cioè le parole non vengono scelte sulla base del loro significato o della loro forma espressiva nel contesto di altre parole, ma come “parole che suonano”, cioè spesso una parola “sbagliata” si sposa meglio alla musica e al canto di una parola “giusta” . Le esigenze espressive sono molto differenti. Forse bisogna risalire alle radici della poesia , la poesia antica che veniva accompagnata da strumenti oppure declamata e quindi manteneva il legame con la sonorità, ma la poesia moderna è fondamentalmente poesia da leggere: i rumori ( vedi i futuristi) vengono riprodotti graficamente. Solo pochi poeti (Ungaretti per esempio) hanno mostrato con le loro letture ad alta voce che nella costruzione delle loro poesie c’erano elementi sonori di primaria importanza. Queste letture (di Ungaretti) all’epoca fecero sensazione : era come se portassero allo scoperto un aspetto che il lettore delle stesse poesie non aveva percepito. Allo stesso tempo va riconosciuto alla canzone d’autore di aver dato un’importanza ai testi che nella normale canzone pop non si ritrovava, ospitando nelle canzoni anche parole che “suonavano male” ( mi pare sia stato Lucio Dalla, ad esempio, il primo a usare in un testo la parola “masturbazione” che al di là del contenuto, è molto difficile ed aspra da cantare. Nel mio piccolo, io ho usato persino la parola “proletarizzazione”!) . Insomma i due diversi approcci si sono incrociati più di quanto si pensi e più di quanto ne siano consapevoli i cantautori e i poeti. Per quanto riguarda Enzo, potrei limitarmi a citare il verso di una sua canzone: “Il Duomo di Milano è pieno d’acqua piovana”. Più lingua poetica di così…


Io ho conosciuto Enzo Jannacci in questo modo. Selezioni per partecipare ad un corso di cabaret. Acqua della madonna! Enzo sotto una pensilina insieme a tanti ragazzi in attesa di parlare con lui. fasciato in un cappottane nero esclama: “Fa un freddo cane! Sembra di essere in Alabama. Non so che cazzo vuol dire ma rende bene l’idea...” Geniale!! Qual è il marchio di fabbrica della comicità jannacci? Il nonsense, il paradosso, o il gesto (cioè la maschera Jannacci con le sue caratteristiche precise), quello skizzo che hai posto alla base della Schizo Music? Anche alla luce della carriera che è venuta dopo il tuo saggio.

Il linguaggio di Enzo resta una cosa misteriosa anche per i suoi amici più intimi. Ci sono momenti in cui non si capisce proprio quello che sta dicendo. Il discorso sembra alla ricerca più che di un concetto da esprimere, di un’uscita clamorosa, come quella che tu riferisci, oppure come quest’altra che disse a me quando gli chiesi come aveva trovato Chicago , dov’era stato per un convegno medico. Risposta: “E’ come Cusano Milanino, ma grande come tutta la Lombardia”. Il linguaggio surreale ha bisogno di simbolizzarsi e insieme di negarsi, come nel famoso quadro di Magritte che sotto una pipa portava scritto: “Questa non è una pipa”. Ci sono stagioni, lunghe purtroppo, in cui il linguaggio surreale non viene compreso. A me e ai miei giovani amici, una canzone come
La Gallina di Cochi e Renato, faceva sbellicare dalle risa. Ho provato a cantarla alle mie figlie. Mi guardano come se cantassi una pura assurdità, una cosa senza senso. Quando ci si esprime in termini surreali, la “rivelazione” pare scaturire dal vaniloquio, da una serie di libere associazioni apparentemente insensate (non-sense). Oggi viviamo un periodo di comunicazione didascalica, sloganistica, piattissima, simili sfumature paradossali non vengono colte. Me ne sono reso conto personalmente anni fa quando uscii con una canzone “In Paradiso fa troppo caldo” che era il racconto di un sogno e dunque intrecciava immagini e sensazioni “libere”. Se l’avessi cantata in arabo sarebbe stato meglio. I pochi dee-jay che la trasmettevano, apprezzavano il ritmo pimpante ma sbiancavano nell’udire il testo, chiaramente si chiedevano come mai una dance-song avesse un testo così astruso. In realtà i testi, per esempio, di Eminem hanno altissimi valori poetici e fonetici e sono di rara complessità, ma siccome canta in inglese e in gergo e non li capiamo, per noi risultano “facili” o di puro appoggio, e ben pochi commentatori si sono resi conto della loro stravagante bellezza. Tornando a Enzo, con gli anni il suo aspetto fisico si è modificato: gli è ormai fisicamente impossibile tornare a quella sua maschera da Buster Keaton ( come si diceva allora, ma Enzo era molto più candido e disperso di Keaton), a certe movenze da burattino senza fili, e al suo falsetto di testa. L’età si avverte soprattutto in chi usa il fisico per un effetto comico. Tutti i comici, con gli anni, devono cambiare ruolo, perché se si ripropongono identici non fanno più ridere. Gli ultimi film di Totò, gli ultimi di Sordi, fanno un po’ pena, non perché loro non restino dei grandi attori, ma perché la loro maschera è cambiata, l’età ha appannato la loro fisicità e la loro maschera. Nei dischi di Enzo posteriori agli anni 80 si avverte un mutamento notevole: Enzo pare affidarsi ad arrangiamenti all’apparenza più ricchi e jazzistici, ma in realtà del tutto divaganti rispetto alla canzone interpretata o re-interpretata. Non si può proprio sentire “Vengo anch’io” rifatta dal vivo in stile Stevie Wonder, anche perché Enzo non è Stevie Wonder. Il pezzo, così, non arriva più. Credo che Enzo stia scavando molto, alla ricerca di una nuova cifra espressiva che tenga conto della sua maturità. Immagino si senta anche un po’ solo, in quanto gli manca il contesto creativo dei suoi colleghi d’un tempo: si può mostrare appieno la propria diversità se si lavora insieme ad altri che su temi simili e analoghe eredità musicali offrono un ventaglio di interpretazioni possibili molto ampio. Ma quando si può fare affidamento solo su se stessi, è paradossalmente più difficile mostrare la propria unicità. Se si prende il CD “Come gli aeroplani”, lì si vede benissimo che i brani comici (come “Libelà”, con la complicità di Cochi e Renato) sono di fatto dei ripescaggi da un repertorio passato, si vede d’altro canto che il patetismo è quasi scomparso a favore di una più matura e sconsolata amarezza. Però, chi ha amato l’Enzo delle origini e quello dei primi anni ottanta, sente la mancanza di quella vitalità schizoide, di quel suo saper andare oltre a qualsiasi parametro di “composizione armonica” e di testo “ben regolato” che erano la sua principale caratteristica. Ma i cicli creativi di un artista sono ben poco prevedibili e a volte le nuove fioriture sono frutto di anni di esperimenti e di lavoro sotterraneo, in attesa di qualcosa che non sta soltanto nell’animo e nella mente dell’artista, ma di un nuovo clima sociale e culturale, cioè del raggio di sole che ne favorisca lo sboccio.