Una Brigata di memoria, di cultura, di utopie,
di speranze, d'informazione, dell'uomo.















Enzo Jannacci

Per farsi una piccola idea delle canzoni
di Enzo Jannacci, ascoltandole:

Gli Zingari
GIovanni Telegrafista
La forza dell'amore
Vincenzina e la fabbrica

L'uomo a metà
di Enzo Jannacci

Sotto la pioggia è inutile il freno
Passano i giorni ci si parla sempre di meno
Finisce il lavoro non c'entra l'età
di un uomo pulito diviso a metà

Chissà se da giovane ha avuto un amore
Chissà se qualcuno gli ha spezzato il cuore
Ah, la memoria ha dei risvolti curiosi
Più dentro ci vai più niente viene di fuori

Dopo i temporali non viene più il sereno
C'è poca minestra,va beh, ne faremo a meno
Poterla spartire con qualcuno che sai
C'è anche il telefono... non si sa mai

La vita si aggiusta ma non ci saremo
Ore su ore a tirare quel freno
E arrivi tardi a una porta sbagliata
La pasta va bene, anche un po' riscaldata

E certo che da giovane ha avuto un amore
Per forza qualcuno gli avrà spezzato il cuore
Ah, la memoria ha dei risvolti curiosi
Più dentro ci vai, più niente viene di fuori

Adesso è sera e l'uomo è da solo
balla su un disco di musica a nolo
Verrebbe da ridere con gli anni che ha
Come tutti quegli uomini divisi a metà

Dai temporali ormai non piove nemmeno
là dietro l'angolo non c'è più neanche il sereno
Poco più in alto c'è l'aeroplano
Puzza di guerra neanche tanto lontano

Guarda più in alto se c'è l'aeroplano
Puzza di guerra
Per molti niente di strano...

vai alla pagina dei testi di Enzo Jannacci

Gianfranco Manfredi parla di Enzo Jannacci
(risposte a un'intervista per una tesi di laurea)

Jannacci “quello che canta i disgraziati”. Quale peso bisogna dare alle canzoni che hanno protagonisti “scomodi”. Jannacci continua a occuparsene. Barboni, prostitute, immigrati, poveri ubriaconi, ecc ecc. Che ritratti vengono fuori dalle canzoni?

GM: "Va ricordato il clima di quegli anni. La canzone popolare conosceva un momento di grazia e molti intellettuali ( da Franco Fortini a Giorgio Strehler) scrivevano canzoni nuove, ma ispirate al repertorio popolare o che narravano storie di gente comune e di marginali. In genere queste canzoni parlavano della malavita milanese. L’originalità di Jannacci è stata quella di introdurre la sua stravagante ironia in questo genere di repertorio. Per esempio L’Armando è una canzone di malavita: si racconta di un interrogatorio di polizia dove chi canta è accusato d’aver ucciso un suo amico sbattendolo giù dal tram. E poi c’è un’attenzione particolare al mondo dei barboni , dei vagabondi, delle persone rimaste sole e con qualche problema psichico (quelli che parlano da soli). Al di là del racconto “sociale” Jannacci, raccontando questi personaggi in prima persona, ne illumina l’individualità, ci aiuta a vedere il personaggio non come una macchietta ( tipo il Cerutti Gino di Simonetta/Gaber) ma come una persona autentica che ci racconta la propria vita". (segue)


Quelli che seguono sono estratti ricavati dal web dalle poche interviste rilasciate da Enzo Jannacci (e di cui sia rimasta traccia). Sono però frasi importanti, perché condensano un'intero poetica. Per iniziare il parere di un amico:

“Enzo Jannacci è un vero e proprio fenomeno musicale, ma è anche un uomo di scienza eccezionale, medico e filosofo. È un intellettuale libero, coerente, engagé, che non ha mai tradito le proprie idee, soprattutto la solidarietà con la gente offesa e sfruttata, classe da cui proviene. Enzo non è solo un musico, è un autore di musica e parole, sa dirigere un gruppo musicale, suona non so quanti strumenti e soprattutto suona a meraviglia lo strumento della propria voce e - ultimo talento - è un uomo colto e spiritoso, un umorista concreto e metafisico allo stesso tempo. In poche parole è mio figlio. Il “primogenito” tratto da un misterioso e non conosciuto atto generativo. Insieme abbiamo composto e spesso eseguito in coppia decine di canzoni, allestito spettacoli televisivi. Jannacci ha a sua volta un figlio, anch’egli musicista eccezionale. Il dna non perdona!” (Dario Fo)

“La poesia è una pozzanghera che io vedo in un certo modo, tu in un altro. Basta che vi sia nostalgia, serenità, una pace che non si riesce a trovare... è questo che dà l’input alla poesia vera e non alla retorica. Non si scrivono poesie: si scrive”.

“La canzone deve lasciar turbati, per le pause, per la melodia, per quello che dici, per come ti senti...”

“Io in particolare sono diventato un cantautore perché le mie canzoni non le voleva cantare nessuno; dovevo cantarmele da me”

“la forza della mia canzone era il canto dei disperati. Si poteva anche cantare i ricchi, i nobili e loro disgrazie, ma allora mi interessava quello con “le scarpe da tennis”, anzi, ancora prima “il meccanico di cappelli” che era una canzone surreale, fattami conoscere da Dario Fo”.

“Non c’è nessuna contraddizione nelle cose che dico e nel mio modo di condurre la vita, sia che faccia il medico, sia che vada in giro a elemosinare per i non vedenti o che canti le emozioni ancora adesso che ho i capelli grigi. Questa conformità al mio modo di sentire è un motivo in più per non avere rimpianti”.

“La Milano che mi interessa è quella che soffre. A loro sono dedicate le mie canzoni di ambiente milanese. La nostra è una città troppo dura. Anche per chi ci sta bene, che è troppo duro a sua volta”.

“Se si pratica soltanto la tragedia, nella scrittura, nel teatro o nel cinema, come nella canzonetta, si rischia sempre la retorica. Un pizzico di commedia, invece, elimina questo velo di retorica sempre incombente, riporta tutto alla sua giusta misura. La pura e semplice tragicità della vita non piace a nessuno. Neanche a me”.

“Uno non può andare sù e fare solo ridere, anche perché se fai così la gente dice: "Ma questo è un pirla!", d’altra parte non puoi neanche andare sù e far solo piangere perché la gente dice: "Questo è ancora più pirla!".

“Non il calcio. Diciamo precisamente "il Milan". Una passione che risale a tanti anni fa, quando ci incontravamo in un bar di Porta Lodovica e andavamo tutti insieme allo stadio. A fare del vero e proprio tifo”.

“Io non faccio delle canzoni, faccio delle dichiarazioni di guerra, quindo sono off-limits anche per i miei coetanei cantautori, esclusi DeGregori, Baglioni e pochi altri che mi stimano”.

“La musica è Dio, il paradiso, se c'è, e l'inferno sono gli altri”.

“Cosa significa una canzone senza Gaber e De Andrè? Che non ci sono più né la razionalità del primo né l'utopia anarchica del secondo. Li ho persi entrambi”.

“Per me Jannacci non è mai andato via, e quindi non è mai tornato. Jannacci è una presenza, e non riesco a vederlo prigioniero di un disco o di una casa discografica”. (Francesco De Gregori)



Quel minimo di biografia ….

Enzo Jannacci nasce a Milano il 3 giugno 1935, sotto il segno dei gemelli. Non è quindi un “terrone”, come canta in “Ohe sunt chi”, quando dice: “Ohe sunt chi/ vegnù giò cun la piena, vegnù giò chi a Milan/ mi g’avevi tri ann, forsi du ann apena/ Oeh sunt chi/ ma quand sunt rivàa chi/ mi el terun/ tegnù su cum un fagot dal papà /cuntrapés d'una valisa de carton » (« Ma il testo era di Dario Fo – dice – Non c’entra niente con me. Comunque io sono nato e cresciuto a Milano. Il terrone era mio nonno, arrivato dalla Puglia, da Bari, tanto tempo fa ») . Nemmeno di seconda generazione, visto che anche suo padre era nato a Milano, prestando servizio come aviatore (“Come un aviatore”) all’aeroporto Forlanini (“El purtava i scarp del tennis”) e mettendosi in luce nella Resistenza (“Sei minuti all’alba”). Le note biografiche dell’Enzo le conoscono tutti: i primi passi nel rock e nel jazz milanese di fine anni ’50. Amicizie e collaborazioni con Gaber, innanzitutto, poi Celentano, Tenco, Tony Dallara e jazzisti famosi come Franco Cerri, Gerry Mulligan, Chet Baker. Contemporaneamente lo studio (otto “anni di studio matto e disperatissimo” come diceva Leopardi) per diplomarsi in pianoforte al Conservatorio e per laurearsi in medicina (chirurgia). L’approdo al mondo per lui più naturale del teatro con “Milanin Milanon” con Tino Carraro e Milly e poi Dario Fo … e poi … e poi … e poi … Enzo Jannacci! L’Enzo che tutti conosciamo e amiamo. Una biografia dettagliatissima si trova sul sito curato da Vito Vita. Altri dati ancora più dettagliati sulla biografia dell’Enzo stanno su www.drivemagazine.net/jannacci.html. Tralasciamo quindi i passaggi facili e formali per cercare di capire che artista è stato Jannacci e come si è gestito in questi che ormai rischiano di arrivare a “50 anni senza andare fuori tempo” (nel 1956 entra nel mondo delle spettacolo come pianista dei Rocky Mountains, stesso gruppo di Gaber, e nel 1958, sempre con Gaber incide il primo disco, anzi flexy-disc: “Non occuparmi il telefono/Come facette mammeta” sotto il nome collettivo dei “Due Corsari”).

Sull’ottovolante tra successi e tonfi

Ma la carriera di Jannacci mostra quel caratteristico modo di procedere a dente di sega , indice di una personalità complessa e di una carriera certamente non lineare, né semplice da interpretare. Almeno due volte Enzo arriva al grande successo di pubblico: la prima volta è il 1968 e il titolo boom è “Vengo anch’io, no tu no” che raggiunge addirittura il primo posto in Hit Parade. Nel 1980 è la volta di “Ci vuole orecchio”. Altri buoni successi di vendita sono stati “El portava i scarp del tennis” del 1964 e “Quelli che …” del 1975, ma non paragonabili ai precedenti. Il successo di critica invece non lo abbandona mai, ma l’apice arriva negli ultimi anni: due volte consecutive il Premio Tenco per la miglior canzone: nel 2002 con “Lettera da lontano” e nel 2003 con “L’uomo a metà”. Nel 2002 la rivista “L’isola che non c’era” lo proclama anche “artista dell’anno”. Per esaurire il capitolo premi: a Sanremo nel 1991, in coppia con Ute Lemper, vince il Premio della Critica con “La fotografia”, premio bissato nel ’98 con “Quando un musicista ride”.

In mezzo pause, silenzi, scomparse, esattamente intervallati ai successi. In mezzo anche la fatica di un artista a gestirsi senza buttarsi via: eccessi di generosità, eccessi di stralunaggine, eccessi di autostima che gli fanno infilare, assieme a una lunghissima sfilza di canzoni degne di fare la storia della nostra musica leggera, anche cadute di tono ripetute e difficili da capire. In particolare nel genere “canzonetta”, quello che più gli ha dato come fama e onori, ma che, purtroppo spesso ha fatto dimenticare l’esistenza dell’altro Jannacci, il cantante malinconico, con la voce di nebbia e gelo, con le situazione di carta vetrata, con i paesaggi in bianco e nero di “Vincenzina e la fabbrica”, “Quella cosa in Lombardia”, “Ti te se no”, “Senza de ti”, “Sfiorisci bel fiore”, “Gli zingari”, “Sei minuti all’alba”, “Cosa portavi bella ragazza”, fino alle recentissime “Un uomo a metà” e “Maria”.
(segue)

 


Come gli aeroplani
Ala Bianca/ CGD - 2001

Via del Campo / Come gli aeroplani / Curiosità / Cesare / Brutta gente / Anche oggi piove / È difficile / Sono timido / Lettera da lontano / Varenne / Libelà / Avevo un sogno / Luna rossa / Gippo gippo / Rido / Tu luna / I mulini dei ricordi

Un uomo a metà
Ala Bianca/ CGD - 2003

L'uomo a metà / Il Sottotenente / È stato tutto inutile / Maria / Gino / Niente domande / Lungomare / Il pesciolone / Gente d'altri tempi / Una vita difficile / Lungometraggio / Una storia / Arrivederci

Milano 3.6.2005
Ala Bianca/ CGD - 2004

Veronica / T'ho cumpraa i calsett de seda / L'era tardi / Ohe! Sun chi / El me indiriss /Per un basin /6 minuti all'alba / Chissà se è vero /Andava a Rogoredo /M'han ciamàa / La Balilla / Ti te se no / Ma mi / Senza de ti / Ti luna /El purtava i scarp del tennis

Era quasi verso sera ..."
Incontro di Enzo Jannacci con Enzo Gentile

Nessuno può riuscire a domare Enzo Jannacci. Enzo Gentile (“due Enzi in una volta sola! Un motivo per pagare il biglietto”) è bravo e gli lascia briglia sciolta, ma il cavallo è balzano. Fino alla soglia dell’imbarazzo. Il grande Enzo non sta bene e lo ammette. Quella sua afasia e dislalia che in passato gli garantiva tempi comici di grande spessore si è dilatata sino a rendergli difficile l’eloquio e soprattutto impossibile seguire un filo logico. Inizialmente penso che non riuscirà mai a finire un discorso e penso anche che sia impudico mostrare le difficoltà di un uomo fino a farne materia di spettacolo, ma non ho fatto i conti fino in fondo con Jannacci. Il medico-cantautore recupera man mano, ingrana, segue il filo dei suoi ricordi, suoi personali, non necessariamente da condividere con altri, ricordi di medicina, ricordi dei suoi esordi, ricordi di cose, a frammenti, di cui ha voglia di parlare. E ne esce un messaggio indomito, un messaggio di coraggio, di voglia di non fermarsi e di riazzerare tutto per ripartire da capo. Jannacci non attacca neanche Sanremo né Tony Renis: “Mi era simpatico … balbettava così tanto!”. “Non mi hanno invitato a Sanremo, ma ci sarei andato. Così come c’è andato mio figlio Paolo … gli servono i soldi per rifarsi la cucina … così dirige l’orchestra per Pacifico. Ma sono contento perché c’è arrivato per vie sue e non per conoscenze mie. Si sta facendo strada da solo”.
Enzo Gentile cala subito il carico da undici: a settembre un nuovo disco di Jannacci che sarà una raccolta di vecchi standard jannacciani, quasi tutti in dialetto milanese (“L’Armando”, “Andava a Rogoredo” ect, ma speriamo ci siano anche “Per un basin” e “Prendeva il treno” – ndr) riarrangiati in chiave quasi jazz. Il tentativo di far parlare Jannacci del disco si risolve in un excursus di un quarto d’ora al termine del quale si è parlato di tutto, tranne del cd. Ci riprova Gentile: “Questa era la risposta alla domanda: come mai questo disco”. E Jannacci finalmente risponde: “Doveva essere un disco di transizione, in attesa di un nuovo lavoro, ma è venuto fuori qualcosa di molto interessante, con delle rumbe, degli arrangiamenti jazzati. Mi sono divertito molto a farlo”.
Ma Jannacci non bisogna mediarlo, bisogna esporlo il più possibile com’è o come si presenta: seguono solo frasi sue. E alcune sono perle da meditare, altre sono ricordi struggenti, altre ancora momenti molto intimi di un uomo in difficoltà, espressi a “carne viva”. Bello e atroce.

“Ringraziatemi da vivo, che anch’io vi ringrazio da vivi. Meglio che essere ringraziati da morti. Che poi non potrei rendere il favore. Prima forse ho detto una cosa sbagliata a una giornalista, ma tanto che fa? Io non ho mica tutta la vita davanti. Sono un passo oltre l’Alzheimer. Sulla musica, bisogna andare con ordine: prima viene la melodia, poi l’armonia. Baglioni, ad esempio, all’estero non lo vogliono perché canta troppo bene. Dicono: “così abbiamo già l’operetta!” Dobbiamo azzerare tutto e ripartire da capo. Non permettere alle figure di programmare noi. La televisione … che poi è un elettrodomestico … anche la lavatrice è un elettrodomestico, ma si rifiuta di fare i lavaggi da sola o di scegliere lei cosa lavare! La televisione invece sta programmando noi! Anzi, la programmano loro. Ma visto che sono sempre più gli analfabeti in Italia la programmano solo con le immagini. Così uno non fa fatica a seguirla: come i giornali illustrati, come Grand Hotel. La televisione deve essere un mezzo che anche diverta. Da qui, da Mantova parte un sistema di comunicazione che farà succedere qualcosa. Da qui si formerà un canale, che diventerà lago, che diventerà mare. Bisognerà tenere duro. Qualche “muratore” morirà e qualche “carogna” resterà viva anche qui, ma meno! Ci vorranno 5-10-12 anni, ma dopo programmeremo noi. C’è un problema di dialettica tra la televisione e le persone, ma non vogliono che si sappia, che si capisca e loro programmano solo per fare soldi. Parlare di “contro-festival” è una stupidata. Perché si tratta di dare valore a qualcosa che non ce l’ha un valore. Io ci credo in Mantova, in questa manifestazione. Me l’aspettavo prima. Capisco subito quando una canzone va diritta allo stomaco, perché chi l’ascolta ride. Si dice “quando un musicista ride” (titolo di una sua canzone) … il resto sono solo canzonette. Che però hanno qualcosa. Perché si può esistere senza vivere, ma non viceversa. Io ho riascoltato le mie canzoni e mi sono messo a ridere. “Andava a Rogoredo” mi ha fatto ridere come un matto. In primo luogo perché “sono” matto. Ma dopo “andava a Rogoredo” dovevo andare avanti. Cosa vado a fare a Rogoredo? A cercare i so’ daneè!”.
Seguono ricordi di Dario Fo (“che era un po’ come il mio papà. Poi invecchiando siamo diventati della stessa età”), di “Milanin Milanon” delle sue prime canzoni, di “Gaber che era già uno bravo, io ero uno appena arrivato”. Monologhi surreali, in bilico tra malattia e genialità, il guizzo comico, la gag ripetuta, la voce che torna sicura e fluida quando si siede al piano e accenna all’Armando (“che poi era anche il nome del mio direttore a Chirurgia, che mi fa: mi hai fatto un bello scherzo a mettermi nella canzone. Ma io non lo sapevo che si chiama Armando! E’ nata così. Ero in macchina un giorno che pioveva e mi è venuta in mente la frase “era quasi verso sera”. E mi è piaciuta, mi è piaciuto il suono e anche il significato. Solo che dovevo andare avanti. “Era quasi verso sera … s’ero dietro stavo andando” e a quel punto lì c’era la canzone! Perché ci sono tanti nomi che fanno rima con andando, ma lì poteva starci solo l’Armando!”) o quando intona “Andava a Rogoredo”, anche se le strofe gli si imbrogliano sotto i tasti. Grande e geniale. Fragile e tenero. Tutta una grande emozione. Solo lì, solo dal vivo al Teatro Bibiena, tra i palchetti ottocenteschi e la platea a bomboniera. Nessun racconto vale quella serata.