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Jacques
Higelin è una figura straordinaria e unica,
per le doti di ricercatore di strade nuove nella perfetta
comprensione dei meccanismi aurei della canzone. Eppure
egli è anche un personaggio “indispensabile”
alla storia della canzone francese.
Quando
Higelin compare, sul finire degli anni ’60,
la gloriosa vicenda della chanson à texte,
cioè la canzone poetica o canzone d’autore
che dir si voglia, si trova a una impasse. Dall’ottocentesca
canzone realista di matrice popolare si è passati,
negli anni ’30, alla canzone surrealista di
Charles Trenet, pregna di poesia e ritmi nuovi provenienti
dall’America dell’epoca d‘oro del
Jazz, ma già perfettamente riadattati e rimodellati
sul senso della bella melodia cantabile europea. Poi
il dopoguerra, l’esistenzalismo, l’impegno
di eccelsi musicisti e letterati (tutti conoscono
il sodalizio Prevert-Kosma, ma potremmo citare Mac
Orlan, Cocteau, Queneau, ecc…) e soprattutto
l’affacciarsi al Music Hall dei mostri sacri
Georges Brassens, Léo Ferré e, un po’
dopo, Jacques Brel, ha sancito la canzone d’autore
come la proposta – anche commercialmente –
più valida dei generi musicali sulla piazza.
Il dilagare del rock, nella versione autarchica dello
ye-ye di Johnny Halliday o di France Gall, nella seconda
metà degli anni ‘60 costringe nella nicchia
della musica per appassionati quasi tutti i cantautori
che non siano già assurti al ruoli di classici.
Higelin, spirito inquieto di ricercatore, di attore,
di musicista, sarà l’uomo giusto al momento
giusto. Indiscutibilmente nuovo e lontano dagli stilemi
incravattati dei suoi predecessori, in un eclettismo
musicale che non disdegna la ricerca più rigorosa
– con cui si guadagna la stima delle orecchie
raffinate -, come il più bruciante e apocalittico
hard-rock, porta un talento poetico, una fame di sensazioni,
una rabbia allegra che gli fanno produrre testi, sempre
in bilico fra il realistico e il visionario, di grande
fattura.
Esordisce cantando canzoni inedite di Boris Vian,
poi diventa per un lustro l’artista feticcio
dell’etichetta indipendente e sperimentale più
famosa degli anni ’70, la Saravah di Pierre
Barouh (per fare un paragone, la CRAMPS francese)
con cui produce opere fondamentali ma incommerciabili.
Improvvisamente nel ‘74 firma con la Pathé
Marconi (EMI), e si converte al ruolo di rocker su
un intreccio di blues acustico e (soprattutto) chitarre
sporche e violente. È il giro di boa: Higelin
diventa l’artista del momento. I suoi dischi,
prodotti a una cadenza impressionante nel decennio
75/85, saranno sempre più vari, dal momento
che, pur continuando a strizzare l’occhio all’hard-rock,
vi si trovano intrecci progressivi e cavalcate meticce
fra il cajun e la musette. I testi sempre intensi,
dilanianti, grotteschi alternano momenti di pura gioia,
canzonette surreali da fischiettarsi per strada (Tete
en l’air) e truculente danze di guerra (Allertez
les bébés).
Il successo appare culminante negli spettacoli che
Higelin tiene nelle grandi sale, portandoci, da vero
idolo delle folle, un istrionismo clownesco, la sua
voce cavernosa, le lunghe cavalcate sonore e infiniti
monologhi di puro delirio, testimoniati nei numerosi
live, di cui Higelin a Mogador, con le sue sei facciate,
è la testimonianza più straripante.
Il personaggio, musicalmente, poeticamente e scenicamente
è un eccessivo, ma il suo talento è
indiscutibile, come indiscutibile è il valore
dei suoi dischi, in particolar modo BBH (1974), Allertez
les bebes (1976), No man’s land (1978), Champagne
por tout le monde (1979), …Caviar pour les autres
(1980).
Dalla metà degli anni ’80 una serie di
album ripetitivi e poco ispirati (anche se qui e lì
le perle non mancano) sembrano segnare il tramonto
di Higelin, che ritrova puntualmente un pubblico affezionato
nelle piccole sale, quali il Casino de Paris, ma che
non ripete più i bagni di folla di un tempo…
e forse nemmeno li cerca.
Intanto la canzone d’autore francese è
stata traghettata verso un rock maturo e pregno di
poesia, i cui massimi rappresentanti, nelle loro diversissime
attitudini - da Alain Bashung ad Arno, da Les Rita
Mitsouko ai Tetes Raides, dai Negresses vertes ai
Noir desir –, sono tutti debitori di Jacques
Higelin.
L’ultima trasformazione di questo artista intanto
lo vede tornare sulla primitiva passione per la ricerca
assolutamente slegata da criteri commerciali e ideologie
divistiche e sul gusto per l’interpretazione
di canzoni altrui: al mai sopito amore per Charles
Trenet ha dedicato nel 2005 un intero disco. Quanto
alla propria produzione, Higelin ne ha enormemente
dilatato il ritmo, licenziando un disco ogni quattro/cinque
anni, c’è però da dire che così,
col volto da Dorian Gray invecchiato negli immancabili
abiti di pelle e col suo dolce delirio, s’è
ritrovato intatto tutto il talento delle origini.
Bello Aux héros de la voltige (1994), l’abum
della rinascita, superlativo e raffinatissimo Paradis
paien (1998) e molto buona anche la produzione più
recente Amor doloroso (2006).
Alla fine degli anni ’60 – gli anni di
crisi della chanson - Jacques Canneti, il leggendario
talent scout che aveva scoperto e portato al successo
Brassens, Brel, Beart, Gainsbourg, Barbara, Boris
Vian, Reggiani, ecc…, inaugurava una collana
di dischi a proprio nome, con l’intenzione precisa
di cercare e promuovere nuove strade per un linguaggio
che sapesse rinnovarsi senza sacrificare qualità
musicale e profondità poetica. Una delle prime
figure in cui s’imbatté fu quella di
uno stralunato cantante, autore, attore, pianista,
fisarmonicista, innamorato di Trenet, incontenibile
fuori e sulla scena. Gli mise in mano un po’
di testi e canzoni inedite di Boris Vian, e gli pose
a fianco un’altra interessantissima figura della
canzone sperimentale (Brigitte Fontaine). Nasceva
così Jacques Higelin.
Sono passati quarant’anni, il prestigiosissimo
riconoscimento del premio Tenco dimostra che il buon
vecchio Canetti non ne sbagliava mai una.
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