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BiELLE Artisti
Jacques Higelin Premio Tenco '07: "Sono un trasportatore di sogni"
Uno spirito inquieto che arriva d'Oltralpe
di Alessio Lega



Jacques Higelin è una figura straordinaria e unica, per le doti di ricercatore di strade nuove nella perfetta comprensione dei meccanismi aurei della canzone. Eppure egli è anche un personaggio “indispensabile” alla storia della canzone francese.

Quando Higelin compare, sul finire degli anni ’60, la gloriosa vicenda della chanson à texte, cioè la canzone poetica o canzone d’autore che dir si voglia, si trova a una impasse. Dall’ottocentesca canzone realista di matrice popolare si è passati, negli anni ’30, alla canzone surrealista di Charles Trenet, pregna di poesia e ritmi nuovi provenienti dall’America dell’epoca d‘oro del Jazz, ma già perfettamente riadattati e rimodellati sul senso della bella melodia cantabile europea. Poi il dopoguerra, l’esistenzalismo, l’impegno di eccelsi musicisti e letterati (tutti conoscono il sodalizio Prevert-Kosma, ma potremmo citare Mac Orlan, Cocteau, Queneau, ecc…) e soprattutto l’affacciarsi al Music Hall dei mostri sacri Georges Brassens, Léo Ferré e, un po’ dopo, Jacques Brel, ha sancito la canzone d’autore come la proposta – anche commercialmente – più valida dei generi musicali sulla piazza.

Il dilagare del rock, nella versione autarchica dello ye-ye di Johnny Halliday o di France Gall, nella seconda metà degli anni ‘60 costringe nella nicchia della musica per appassionati quasi tutti i cantautori che non siano già assurti al ruoli di classici.

Higelin, spirito inquieto di ricercatore, di attore, di musicista, sarà l’uomo giusto al momento giusto. Indiscutibilmente nuovo e lontano dagli stilemi incravattati dei suoi predecessori, in un eclettismo musicale che non disdegna la ricerca più rigorosa – con cui si guadagna la stima delle orecchie raffinate -, come il più bruciante e apocalittico hard-rock, porta un talento poetico, una fame di sensazioni, una rabbia allegra che gli fanno produrre testi, sempre in bilico fra il realistico e il visionario, di grande fattura.

Esordisce cantando canzoni inedite di Boris Vian, poi diventa per un lustro l’artista feticcio dell’etichetta indipendente e sperimentale più famosa degli anni ’70, la Saravah di Pierre Barouh (per fare un paragone, la CRAMPS francese) con cui produce opere fondamentali ma incommerciabili.

Improvvisamente nel ‘74 firma con la Pathé Marconi (EMI), e si converte al ruolo di rocker su un intreccio di blues acustico e (soprattutto) chitarre sporche e violente. È il giro di boa: Higelin diventa l’artista del momento. I suoi dischi, prodotti a una cadenza impressionante nel decennio 75/85, saranno sempre più vari, dal momento che, pur continuando a strizzare l’occhio all’hard-rock, vi si trovano intrecci progressivi e cavalcate meticce fra il cajun e la musette. I testi sempre intensi, dilanianti, grotteschi alternano momenti di pura gioia, canzonette surreali da fischiettarsi per strada (Tete en l’air) e truculente danze di guerra (Allertez les bébés).

Il successo appare culminante negli spettacoli che Higelin tiene nelle grandi sale, portandoci, da vero idolo delle folle, un istrionismo clownesco, la sua voce cavernosa, le lunghe cavalcate sonore e infiniti monologhi di puro delirio, testimoniati nei numerosi live, di cui Higelin a Mogador, con le sue sei facciate, è la testimonianza più straripante. Il personaggio, musicalmente, poeticamente e scenicamente è un eccessivo, ma il suo talento è indiscutibile, come indiscutibile è il valore dei suoi dischi, in particolar modo BBH (1974), Allertez les bebes (1976), No man’s land (1978), Champagne por tout le monde (1979), …Caviar pour les autres (1980).

Dalla metà degli anni ’80 una serie di album ripetitivi e poco ispirati (anche se qui e lì le perle non mancano) sembrano segnare il tramonto di Higelin, che ritrova puntualmente un pubblico affezionato nelle piccole sale, quali il Casino de Paris, ma che non ripete più i bagni di folla di un tempo… e forse nemmeno li cerca.

Intanto la canzone d’autore francese è stata traghettata verso un rock maturo e pregno di poesia, i cui massimi rappresentanti, nelle loro diversissime attitudini - da Alain Bashung ad Arno, da Les Rita Mitsouko ai Tetes Raides, dai Negresses vertes ai Noir desir –, sono tutti debitori di Jacques Higelin.
L’ultima trasformazione di questo artista intanto lo vede tornare sulla primitiva passione per la ricerca assolutamente slegata da criteri commerciali e ideologie divistiche e sul gusto per l’interpretazione di canzoni altrui: al mai sopito amore per Charles Trenet ha dedicato nel 2005 un intero disco. Quanto alla propria produzione, Higelin ne ha enormemente dilatato il ritmo, licenziando un disco ogni quattro/cinque anni, c’è però da dire che così, col volto da Dorian Gray invecchiato negli immancabili abiti di pelle e col suo dolce delirio, s’è ritrovato intatto tutto il talento delle origini. Bello Aux héros de la voltige (1994), l’abum della rinascita, superlativo e raffinatissimo Paradis paien (1998) e molto buona anche la produzione più recente Amor doloroso (2006).

Alla fine degli anni ’60 – gli anni di crisi della chanson - Jacques Canneti, il leggendario talent scout che aveva scoperto e portato al successo Brassens, Brel, Beart, Gainsbourg, Barbara, Boris Vian, Reggiani, ecc…, inaugurava una collana di dischi a proprio nome, con l’intenzione precisa di cercare e promuovere nuove strade per un linguaggio che sapesse rinnovarsi senza sacrificare qualità musicale e profondità poetica. Una delle prime figure in cui s’imbatté fu quella di uno stralunato cantante, autore, attore, pianista, fisarmonicista, innamorato di Trenet, incontenibile fuori e sulla scena. Gli mise in mano un po’ di testi e canzoni inedite di Boris Vian, e gli pose a fianco un’altra interessantissima figura della canzone sperimentale (Brigitte Fontaine). Nasceva così Jacques Higelin.

Sono passati quarant’anni, il prestigiosissimo riconoscimento del premio Tenco dimostra che il buon vecchio Canetti non ne sbagliava mai una.

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Ultimo aggiornamento: 20-10-2007
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