Una Brigata di memoria, di cultura, di utopie,
di speranze, d'informazione, dell'uomo.















Gianmaria Testa

Per farsi una piccola idea delle canzoni
di Gian Maria Testa, ascoltandole:

Piccoli fiumi
Comete
Come le onde del mare

Il sito di Gianmaria Testa

Il meglio di te
di Gian Maria Testa

Mi porto addosso di te
soltanto il meglio di te
la faccia più incerta che fai
le cose che non mi dirai
e casomai mi dimentico già
di chiederti come si sta
dentro una foto d’estate che ho
tu che mi guardi
io che guardarti davvero non so

Mi porto addosso di te
soltanto il meglio di te
di mille canzoni che sai
quelle che non canterai
e casomai si confondono già
con altre che ho amato e che so
dentro la foto d’estate che ho
tu mi guardavi
io ti dicevo soltanto di no

Mi porto addosso di te
tutto il meglio di te
soltanto il meglio che c’è

…e casomai mi dimentico già
di chiederti come ti va
dentro la foto d’estate che ho
tu che mi guardi
io che non riesco più a dirti di no

 

vai alla pagina dei testi di Gian Maria Testa


"Bene, nonostante l’album sia ricco di belle canzoni – da ascoltare attentamente l’introduttiva Per accompagnarti dal perfetto arrangiamento o Via da quest’avventura - sia caratterizzato da arrangiamenti jazzati e possa contare su bellissime canzoni d’amore, il brano più bello che si stacca prepotentemente su tutti e che da solo vale l’acquisto del cd è una bellissima canzone in dialetto piemontese, scritta da Gianmaria Testa per sola chitarra e voce.”
Guido Giazzi – “Buscadero” - novembre 2005

Con Altre Latitudini, il suo nuovo album, Gianmaria Testa ha confezionato forse il suo miglior disco. E' un lavoro particolarmente curato, dove nulla stona e nulla è fuori posto, vissuto su un suono pieno e un pugno di canzoni intime.
Enrico Deregibus, Kataweb Musica ,4 novembre 2003

“Il nuovo cd lo consacra tra i grandi della canzone d’autore. Voce avvolgente, come quella di un «Cyrano nascosto nel giardino che insegna al maschile smemorato come bussare a un bacio di ragazza», scrive il poeta Erri De Luca, e compagni di viaggio con cui condivide da tempo le sue musiche tra il jazz e il pop arrangiate da Piero Ponzo, con camei di Enrico Rava, Rita Marcotulli, Gabriele Mirabassi, Mario Brunello".
L.Cabasès, L’Unità, 23 novembre 2003

“Assente da Roma da un bel pezzo Gianmaria meritava un concerto in un luogo come l’Auditorium, perché gli appassionati romani non hanno ancora potuto ascoltare dal vivo i brani del suo ultimo e richiestissimo album Altre latitudini. Uno di quei dischi di classe che saltano fuori molto di rado.
Fabrizio Zampa, Il Messaggero, 22 gennaio 2004

“Le altre latitudini sono quelle dei sentimenti, dell’altalenante propensione all’amore dell’uomo. E’ un disco che precisa le sconfinate possibilità di Testa, sempre capace di sorprenderti con baleni improvvisi, con quella capacità di decifrare l’impensato, con rimandi che sembrano note a margine di quei vecchi quaderni neri, con le pagine intinte di rosso. Non ci domanderemo se il suo poetare prevalga sull’essere musicante. Le sue musiche non possono prescindere dal librarsi delle parole, ne sono parte integrante e vedono la luce insieme ad esse…
Francesco Caltagirone – “L’isola che non c’era” – Luglio/Settembre 2005

“E' incredibile che nell'era in cui la comunicazione musicale e mediatica si fa sempre più sofisticata esista ancora qualcuno in grado di trasmettere solo con i versi, la voce e la chitarra emozioni complesse. E' quel che succede in questo "Altre Latitudini".... "
Mario Luzzato Fegiz, Corriere della Sera, 29 ottobre 2003


“…La canzone d’autore è stata e resta una delle poche espressioni originali e vive della nostra musica contemporanea: e non mancano, ad ogni stagione, conferme e importanti novità, come testimonia – citazione d’attualità – il nuovo album di Gianmaria Testa, che s’intitola “Altre latitudini”: un disco molto maturo e gradevole, dove il valore aggiunto di musicisti d’eccezione - primus inter pares Enrico Rava – conferma l’evoluzione del lavoro cantautorale verso una dimensione in cui il suono, quasi sempre di estrazione jazzistica, va assumendo un’importanza crescente.
Gabriele Ferraris, La Stampa , 25 ottobre 2003

"Quattordici canzoni scritte in trent'anni: tango bossanova, jazz, e tanta poesia: il mondo del geniale capostazione che si racconta accompagnato da celebri amici; canzoni d'amore e disamore verticale, dalla terra alla luna, fra chanson e song, canzone e etno-jazz. Antico e moderno, questo lavoro è il terzo sguardo di un ragazzo adulto sui dettagli dei sentimenti quotidiani."
Marco Mangiarotti, Il Giorno ,18 ottobre 2003

"È un linguaggio quasi cinematografico il suo, in particolare da cinema francese…la sua storia artistica ha coinvolto persone che raramente porgono la loro opera a un semplice “cantautore”: un termine che tra l’altro lo stesso disconosce nella sua formulazione classica, e che appare superato da tempo...È arrivato al suo quinto album senza urlare, ma penetrando un pubblico che ora, anche in Italia, si è fatto attento. Fra i suoi versi, terra, tramonto e ciò che è concreto trovano una collocazione lirica che non li rende puri scenari funzionali: la retorica è bandita perché le parole sono in sottrazione, mirano a non debordare e a descrivere piuttosto che a infiocchettare".
G. Este – J.Barozzi, Il Mucchio, ottobre - novembre


Gianmaria Testa: non è Paolo Conte
e nemmeno Capossela. Ma esiste e consiste

di Giorgio Maimone

Non ci sono dubbi né perplessità. Gianmaria Testa è uno dei più importanti autori contemporanei di canzoni. Dall'alto di sei dischi ufficiali e di 66 canzoni che compongono la sua discografia (666, un segno premonitore, direbbero alcuni!) il cantautore cuneese ha già costituito un corpus dell'opera di una certa consistenza che si snoda da "Città lunga" fino a "La nostra città", un itinerario "immobiliare" che trova poi conferma in "Extra Muros". Sono molti i temi ricorrenti nell'opera di Gianmaria: dai più normali come "mare", "vento" a temi più elaborati come il volo. La discografia si dipana su un piano rettilineo? No. Il percorso degli album di Gianmaria è fatto di stop and go, di andate e ritorni: un percorso piuttosto a spirale: splendido il debutto con "Montgolfieres" nel 1995, un po' sotto tono (ma solo se lo si raffronta col precedente) "Extra muros" dell'anno dopo; ancora meraviglioso lo spunto "Lampo di notte" del 1999 e invece abbastanza inutile lo scarno "Il valzer di un giorno" del 2000. Tre anni di pausa (una pausa che definirei salutare: ogni volta che sono passati tre anni tra un disco e l'altro il risultato è stato sostanzioso) ed esce "Altre latitudini" nel 2003. Passano nuovamente i fatidici tre anni e siamo a "Da questa parte del mare" (2006), il mirabile album sui migranti contemporanei.

Conte non conta

Si è parlato molto della presunta "parentela artistica" tra Gianmaria Testa e Paolo Conte, ma il discorso, in realtà, non era posto sui giusti binari. Parentela sì, nel senso che Paolo Conte ha iniziato molto prima ed ha subito occupato un posto di grande prestigio nel Gotha del cantautorato mondiale, segnalandosi come un importante (e ingombrante) punto di repere per tutti coloro che hanno iniziato dopo di lui. Specie se imparentando la musica jazz con l'ottica cantautorale. La lista dei "contiani" è lunga quasi quanto quella dei "caposseliani". Lo stesso Capossela, peraltro, ai suoi inizi era stato bollato come "contiano". La parentela, causale, tra GMT e Conte si stabilisce di nuovo quando si parla di Francia, terra di conquista per entrambi. Ma su questo Conte ha qualcosa da dire: "Gianmaria Testa - ci ha dichiarato - da quanto mi risulta, ha fatto una sera all'Olympia. Io quando vado ci sto tre settimane. Con tutta la simpatia che posso avere per lui si tratta di altri pesi e altre misure, anche se spero che Testa, che mi sembra molto bravo, possa avere tutto il successo che merita". Peraltro aggiunge: "Io non accetto assolutamente di avere degli allievi o dei discepoli, e non perché non li voglia io, ma perché sono convinto che ognuno abbia la propria personalità". Gianamaria, dal canto suo dice: "Io, da una parte, capisco l’esigenza giornalistica di collocare qualcuno, semplicemente perché poi diventa di più facile trattazione. Ed è evidente che io sono più vicino al mondo di De Andrè, Conte, Fossati, De Gregori, Capossela che non a quello di Michael Jackson o di Sting. Su questo non ci piove. Però mi pare che questa urgenza di classificazione dovrebbe essere almeno mitigata da un ascolto attento, cosa che succede abbastanza raramente".
(segue)


Lampo di notte
Warner Egea - 1999

La tua voce / Polvere di gesso / Petite Reine / Non ti aspetto più/ Lucia di notte / L'albero del pane / Biancaluna / Lampo / Gli amanti di Roma / Comete /
Quello che vale / Canzone del tempo che passa


Altre latitudini
Harmonia Mundi/Egea - 2003

Preferisco così / Il meglio di te / Dentro al cinema / Solo per dirti di no / Tuareg / Come di pioggia / Veduta aerea / Voce da combattimento / Nient'altro che fiori / Sei la conchiglia / Una lucciola d'Agosto / Potrai / 'Na stella / Altre latitudini / Preferisco così (strumentale)


Da questa parte del mare
Fuorivia/Radio Fandango - 2006

Seminatori di grano/ Rrock / Forse qualcuno domani / Una barca scura / Tela di ragno / Il passo e l'incanto / 3/4 / Al mercato di Porta Palazzo / Ritals / Miniera / La nostra città

Solo dal vivo Fuorivia/OddTimes/Egea - 2009

1. Ladies and gentleman / 2. La nave / 3. Dentro la tasca di un qualunque mattino / 4. Il valzer di un giorno / 5. Piccoli fiumi / 6. Comete / 7. Seminatori di grano / 8. Forse qualcuno domani / 9. Una barca scura / 10. Polvere di gesso / 11. Il passo e l'incanto / 12. 3/4) / 13.Al mercato di Porta Palazzo / 14. Ritals / 15. La nostra città / 16. Sei la conchiglia / 17. Avrei voluto baciarti / 18. Gli amanti di Roma / 19. Biancaluna / 20. Come al cielo gli aeroplani /

L'uomo a vapore

di Erri De Luca (dal sito di Gianmaria Testa)

L’uomo del turno di notte, in divisa, al neon di un ufficio che dà sul primo binario è un capostazione, non viaggia, sta.
E’ una notte d’inverno, la nebbia surgelata assedia Cuneo.
Rari dispersi vanno a moscacieca, uno riempito a vino, uno spaesato che ha mancato i treni. A sbirciare dentro la stanza pallida vedono un ferroviere di sentinella al traffico notturno dei convogli. Registra nomi e numeri di locomotive mentre passano sfondando il banco della nebbia. L’acciaio delle ruote sul liscio del binario stride sotto il morso dei freni, l’attrito fa schizzare qualche scintilla fredda.
Nella stanza, appoggiato a una sedia c’è un attrezzo che spiazza l’arredo. Da fuori l’ubriaco strizza gli occhi, la miopia del vino, rinuncia, sa d’intendere male e di essere frainteso. Lo spaesato mette meglio a fuoco; è una chitarra.
Si capisce quando il ferroviere se la mette in braccio.
Buffo strumento una chitarra: vuole polpastrelli a stringerle le corde e altre dita che le diano pizzichi, manca solo che chieda di essere baciata per suonare.
Ma sì, è baciata, il ferroviere spiccica dalle dita una melodia e ci mette sopra la voce come il fiato di un bacio. Canta sommesso, stringe, come la nebbia fa col suo paese.
La voce avvolge la chitarra, porta la canzone. Chi è locomotiva e chi vagone tra la chitarra e il canto? Un verso di Yeats chiede: “How can we know the dancer from the dance?”: come possiamo noi distinguere il danzatore dalla danza? E però dobbiamo, perché la danza è nebbia e il danzatore il luogo sul quale essa si posa. Perché così fa il canto sopra la chitarra.

In mille e una notte come questa Gian Maria Testa ha scritto le canzoni da spargere, da sporgere, in altre mille sere di concerti in cortili e palazzi della musica. Le sue canzoni vengono dai turni di notte, sono piene di veglie sopra il sonno degli altri, sono della stessa materia del sonno perduto, in sostituzione dei sogni.
Chi è stato nei turni di notte, chi ha avuto salario pagato dall’obbligo d’insonnia, si appoggia con più forza sopra il gomito mentre le ascolta. C’è tra di noi questo vuoto di sonno a fondamento. La sua voce ha l’aria di arrivare da lontano e cantare soltanto per potere ascoltare una voce, per azzittire quelle che si affollano nella testa dei momenti folli e azzittiscono tutti. Ci sono notti che sono canti, crolli, come un pendio di neve sotto una valanga.

La voce di Gian Maria si è allenata a salire di forza e di volume fino a farsi sentire in piena frenata di un treno, poi si è esercitata ad abbassarsi fino alla soglia di soffio, per non sffocare la prima luce, annunciazione di turno finito.
La sua voce ha una forza compressa che lui rilascia a sorsi, ha l’apnea del sommozzatore che ha scorta di ossigeno. Fa dimenticare che l’aria è a maggioranza azoto.
Lo ascolto, qualche volta pure canto insieme, cercando il punto in cui riaffiora a respirare, non lo trovo. E’ un uomo a vapore Gian Maria Testa, una locomotiva d’altro secolo, viene da un coro che si è sbriciolato e l’ha lasciato solo a continuare.
Canta la fermezza del disertore di Boris Vian da soldato di guerre perdute, perché i soldati le perdono tutte. Canta mongolfiere, carezze, migratori, chisciotti, uomini e donne al riparo improvviso di un amore, canta pure quando solo parla, legge una pagina che gli è stata cara.
Esiste una musica odierna ultraleggera, più dell’aria, come i gas inerti coi quali si gonfiano palloncini. E poi esiste una musica che dà peso al vento e gli fa riempire le chiome degli alberi e delle donne. Gian Maria fa questa