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Fossati
e la canzone d'autore
Nel
2001, dopo una lunga serie di felici e celebrati album di
canzoni, dà alle stampe un CD interamente strumentale
("Not one word"), che riscuoterà
apprezzamenti anche nel mondo della musica colta e del jazz.
Per
quanto riguarda la canzone d’autore, di gran lunga
il suo “mestiere” più frequentato e amato
dal pubblico, nella sua discografia troviamo album di straordinaria
ispirazione come “La pianta del tè”,
“Discanto”, Lindbergh”, “Macramè”
e una collezione di canzoni importanti, caratterizzate da
una sapienza musicale, una sensibilità poetica e
una forza espressiva davvero uniche. Tra i suoi classici
di ieri e di oggi, citiamo almeno “Panama”,
“La costruzione di un amore”, “Una notte
in Italia”, “La canzone popolare”, “Carte
da decifrare”, “Lindbergh”, “Mio
fratello che guardi il mondo”, “Confessione
di Alonso Chisciano”, “Discanto”,
fino alla recente “Pane e coraggio”
(Premio Amnesty International 2004 per la sua capacità
di “…sensibilizzare l'opinione pubblica italiana
sulla necessità e il dovere di proteggere i diritti
umani dei migranti e dei rifugiati”).
I due dischi dal vivo
I due dischi dal vivo “Buontempo” e
“Carte da decifrare” del 1993,
registrati in due sere successive, in occasione di due splendidi
concerti tenuti al Teatro Ponchielli di Cremona, rappresentano
per molti critici il vertice della sua produzione discografica:
non solo per la felice selezione dei brani, quattro inediti
eccellenti e il meglio del suo repertorio fino a quel momento,
ma anche per lo “stato di grazia” dell’affiatata
band sul palco, costituita da musicisti di grande talento
ed esperienza.
Come autore di canzoni, uno dei meriti riconosciuti di Ivano
Fossati è quello di saper abbinare testi profondi,
evocativi e originali, spesso ispirati dalla letteratura
e dalle suggestioni di immagini e viaggi, ad una composizione
musicale colta e sofisticata, eppure semplice e nitida,
autenticamente popolare (“è tutta musica leggera,
e la dobbiamo cantare”). Si tratta di una qualità
rara, non solo per gli standard della musica pop, ma anche
nella scena del cantautorato italiano.
Pacifico ha così felicemente sintetizzato la sua
arte: “Ivano e' fra i pochi nostri cantautori che,
oltre ad avere testi di qualità, riesce a trovare
soluzioni musicali straordinarie”. Non a caso un altro
genovese inquieto e rigoroso, Fabrizio De Andrè,
lo chiamerà a collaborare al suo capolavoro “Anime
salve” (1996) e dirà di lui: “e’
il più grande di tutti noi”.
I temi
Nelle
canzoni di Ivano Fossati ci sono alcuni fili conduttori
che ritornano, album dopo album, in forme e prospettive
sempre nuove. Il viaggio, inteso come scoperta dei luoghi
e delle persone, per comprendere meglio gli altri e se stessi
(“…siamo stati naviganti, senza navigare mai”
- Naviganti); ad esso affine è
il tema dei migranti, viaggiatori per scelta o per costrizione
(“sono nato e sono morto in ogni paese e ho difeso
con fatica la mia dignità…” - Mio
fratello che guardi il mondo). Il mare come compagno,
come luogo della memoria o come metafora esistenziale (“per
questo mare infinito di gente” - C’è
tempo). La condanna alla guerra (“solo
certe ali nere, di certe macchine per la guerra, mi fanno
chiudere ancora gli occhi e ancora il cuore”
Sigonella). Il treno come simbolo concreto
della fuga, della partenza per una nuova destinazione, ma
anche della necessità dell’abbandono (“buonanotte,
buonanotte che vado, vado e non c’è appello…”,
Treno di ferro). E poi c’è
l’amore raccontato attraverso le difficoltà,
gli errori, i piccoli e grandi difetti, la bellezza dei
particolari, i momenti più sublimi dell’intesa,
le passioni travolgenti (“la costruzione di un
amore, spezza le vene delle mani, mescola il sangue col
sudore, se te ne rimane” - La costruzione
di un amore).
Ivano Fossati non può essere definito un cantautore
politico. Nelle sue canzoni la politica non è mai
esplicita. Non ci sono invettive, non ci sono riferimenti
ideologici o all’attualità più scottante.
Questo però non vuol dire che i suoi testi non prendano
posizioni forti, non si schierino in modo inequivocabile:
contro la guerra e la violenza, dalla parte degli immigrati,
degli ultimi, dei diversi. Sceglie quindi di manifestare
idee e posizioni attraverso le storie dei suoi personaggi,
reali o immaginari, e delle loro esperienze o sofferenze.
E spesso lo fa con piccoli affreschi, racconti intimi, immagini
di grande suggestione che abbracciano temi alti e universali.
Lo spartiacque
Il
percorso artistico di Ivano Fossati fino ad oggi può
essere diviso in due grandi blocchi, ognuno dei quali ricco
di spunti e ricerche diversificate, sempre comunque all’insegna
di scelte coraggiose e innovative. La linea di confine è,
per ammissione stessa dell’artista, l’album
“Le città di frontiera” del
1983.
Il primo periodo risente di alcune ingenuità giovanili,
di influenze americane talvolta fin troppo marcate (Good-Bye
Indiana), di brani di facile presa (“La
mia banda suona il rock”), di un modo di
cantare azzardato, non del tutto padroneggiato. Eppure si
nota già una certa profondità nei testi (“La
casa del serpente”, “Vola”, “La
costruzione di un amore”) e un’attenzione
alla musica tutt’altro che banale, che attinge dal
blues, dal rock, dal reggae dal funky e dagli stilemi della
canzone d’autore europea (“Vento caldo”,
“Di tanto amore, “Panama”).
Il secondo periodo è quello della maturità
artistica. Le influenze e le ispirazioni musicali e letterarie
si allargano e si definiscono con maggior precisione. Fossati
attinge dalle musiche del Mediterraneo e del Medio Oriente,
si innamora dell’infinita varietà dei suoni
sudamericani, dagli altipiani andini fino alle coste brasiliane,
si allontana (senza mai abbandonarlo del tutto) da certi
schematismi del rock anglosassone, studia la canzone d’autore
europea, costruisce un percorso artistico personale che
diventa nel tempo sempre più originale e coerente.
È in questo secondo periodo che vengono pubblicati
i suoi capolavori.
Per
sintetizzare al meglio questi due momenti artistici, riportiamo
due “adozioni”
(Panama e Discanto) tratte dal sito www.ivanofossati.net
Panama
Torino,
autunno 1981. Un (allora) quindicenne mediamente inquieto,
amante a pari merito di De Gregori, Lucio Dalla e Loredana
Bertè, è in pieno periodo “reggae”
(estate a Londra e scoperta di “Babylon by bus”,
proprio a ridosso della scomparsa del grande Bob)..
A quell’epoca Ivano Fossati per me significava soltanto
“La mia banda...” e “Dedicato” per
Loredana. Stop.
Gli anni Ottanta stavano per travolgermi in pieno con le
loro velenose lusinghe e io - né troppo omologato
né abbastanza alternativo - oscillavo tra impegno
ed evasione, tra Police e Duran Duran, tra cantautori e
italian pop più corrivo..
Una sera annoiata, mentre cercavo di registrare alla radio
una canzone qualsiasi, mi imbatto per caso nell’implacabile
“levare” di Panama...”Di andare ai cocktails
con la pistola non ne posso più....di trafficanti
e rifugiati ne ho già piena la vita..” …
Mi blocco di colpo, ascolto, il segnale radio non è
definito....comincio a smanettare con calma e determinazione
sul tuning.. (mica c’era l’isoradio!) e via,
la canzone... vola ed io (che perdo la frequenza!) sto troppo
giù..!!
Passano le ore e la mia diventa una ricerca spasmodica...ogni
radio libera una tappa, ogni dedica, ogni annuncio di DJ,
la stazione di una via crucis...poi, finalmente - una decina
di FM più in là - riparte di nuovo “
...che sa di nafta e lo nasconde con l’odore del tè
e dell’erba da fumare...”.
Solo alcune settimane più tardi e dopo un po’
di ascolti smozzicati e fortuiti, riesco ad ascoltarla per
intero, a collegarla all’autore di “La mia banda
suona il rock” e - infine - ad innamorarmene in modo
adolescenziale, cioè assoluto e possessivo. Ingenuo
e sprovveduto rispetto alla vita, allora non sapevo neanche
cosa fosse una “piña colada”, né
cosa volesse dire “mamaçita” (in realtà
non sapevo neanche quali parole Ivano cantasse esattamente),
ma la canzone irradiava intorno e dentro a me un fascino
unico, musicale e letterario insieme. Dopo averla finalmente
registrata sul mio stereo portatile Hitachi, gli ascolti
si moltiplicano e con loro, l’amore e la suggestione..
Il testo mi cattura sempre di più. Cerco di definirlo,
riesco poco a poco a comprenderlo, a immaginarmelo, a farlo
mio ...”Panama” diventa la mia linea d’ombra,
il mio Conrad musicale, il mio orizzonte emotivo, il mio
altrove esotico - onirico, la sospensione delle mie scelte
esistenziali in attesa di un imbarco o di una nuova missione...
“Panama” secondo me riesce a cogliere quell’attimo
esatto - intimo e terribile - in cui il cinismo (di andare
ai cocktails e della francese che si sente sola lui non
ne può più) si stempera in curiosità,
voglia di fuga, anche pericolosa verso l’ignoto (ma
Panama dov’e’?? Sull’orizzonte ottico
non c’è!) cioè verso la propria anima
(l’ignoto e imprevedibile viaggio dentro di se’:
il viaggio più esotico, il più lontano, il
più nevermore).
Per me ascoltare Panama è stato (ed è ancora)
sentirmi per una manciata di minuti una sorta di Corto Maltese
introspettivo. Di Panama amo anche il taglio cinematografico
delle immagini evocate, tra folgorazioni, ellissi, campi
lunghi (il mambo dell’ambasciata, il grande e tragico
mare davanti, forse addirittura un gruppo di trafficanti
e rifugiati...) e primi piani (il comandante, il cameriere
che offre il te’, la francese, la dolce mamaçita,
magari richiamata con un flash back onirico...). E amo l’uso
particolare della prima persona: trovo che qui Fossati non
sia del tutto autobiografico (è stato più
intimo e “in confessione” in altri momenti)
ma comunque capace di creare un leggendario alter ego, pieno
di suggestioni letterarie e cinematografiche e - soprattutto
- facilmente personalizzabile, adattabile cioè alle
diverse personalità degli ascoltatori più
inquieti..
Poi ci sarebbe la versione live del 93, acustica e con le
vocali trascinate, quella ponchiellosa con l’arpa
di Zitello, ma questa è un’altra storia.
Discanto
Questa
non è un’adozione di discanto da parte mia;
discanto ha adottato me, che peraltro l’avevo generata
nella mia mente proprio per questo scopo, in una brumosa
notte romana del febbraio 1990.
Il fascino di questa canzone è che colpisce il cervello
come un asteroide e arriva allo stomaco come un colpo di
maglio senza passare dal cuore; il cuore è stretto
tra queste due forze pulsanti e vivisezionato con precisione
chirurgica e inesorabile; il ritmo è lo stesso delle
viscere, lo scintillio delle liriche è elettrico,
elettroni che fremono e friggono nel groviglio dei neuroni.
Tutto in discanto suona diversamente da come ci si aspetterebbe
in una canzone normale; non è canto, è discanto,
come nell’antica tecnica polifonica medievale basata
sull’antinomia tra voce e musica, che dà il
titolo al pezzo e all’intero album; dalla voce, che
non è melodica ma roca e ripiegata su se stessa all’inizio,
per poi alzarsi non nel do di petto ma in un rigurgito di
rabbia, in un’invettiva urlata, per poi adagiarsi
nella saggia rassegnazione finale; al ritmo incessante e
tronco, controtempo, della batteria; alla profondità
prima lieve, poi martellata e imbizzarrita del pianoforte;
ai rumori, più che ai suoni, degli altri strumenti,
come di marchingegni che scricchiolano, valvole che scoppiano
facendo scintille. Discanto è un monumento postmoderno
alla vita, di quelli fatti di ferro arrugginito, di forme
scabre e irregolari, di pietra povera e grezza, non pregiata
e levigata come quella delle sculture classiche. È
un piccolo trattato, tanto sentito e sofferto quanto asciutto,
sulla condizione umana, rappresentata dall’inizio
alla fine, ma non come una linea retta, bensì come
il segnale irregolare e disturbato di una vecchia radio;
si comincia con acqua e respiro, il liquido amniotico dell’utero
materno che avvolge e protegge e l’aria che invade
e gonfia i polmoni nel primo respiro, violento e doloroso,
del bambino, e si finisce in un dolore a caso, una fine
qualunque, pietrificati nell’ultimo sorriso grottesco,
nell’ultimo abbaio che cristallizza in un fotogramma
eterno quel microcosmo, così cosmo e così
micro, che è la vita; piccoli e stupiti viaggiatori
soli. Tra questi alfa e omega c’è un ribollire
di immagini distoniche, tutto quello che si vede è
messo di traverso con il corso ideale della vita, ma non
è la vita ad andare di traverso, è la condizione
dell’uomo che con essa è distonica, rimandando
alla suggestione democritea degli atomi in caduta libera
prima dell’inizio del cosmo: un’eterna caduta
verticale, fin quando un atomo non deviò colpendone
un altro ed innescando una reazione a catena che fece aggregare
in modo casuale tutto il creato: la vita è così,
imperfezione, casualità e libertà. E così
sono passi sparsi, i primi, incerto movimento; pronte guittezze,
intelligenza e intermittenza; si “inciampa piuttosto
che cadere”, si danza ma si sbaglia il passo, si viaggia
ma la fortuna è solo quella degli altri, per giunta
raccontata; si hanno i diavoli al culo ma il tempo c’inchioda;
si desiderano fuochi ma si accarezzano fianchi smorti; quest’ultima
è un’immagine che atterrisce, specie per un
ventenne quale io ero quando uscì la canzone, al
pensiero che la vita di chi mi sta intorno, dei miei genitori,
e magari un giorno anche la mia, possa essere davvero fatta
di fianchi smorti. In questo continuo contrappunto di immagini,
la frase che più mi piace e che considero il centro
iniziatico della canzone è “si vive di pane,
di speranza di bere un vino buono per l’estate”:
la concretezza e il sogno, il corpo e lo spirito finalmente
ricomposti ad unità; un piccolo scrigno di saggezza
per guidarci in un cammino accidentato e rischiararci l’anima
con discorsi leggeri, dopo la fatica del far crescere la
vite, raffigurata in modo quasi speculare dal suo avvinghiarsi
ed attorcigliarsi intorno ad un banalissimo palo conficcato
nel terreno. Di questo si vive, e di tant’altro ancora;
finite le parole, continua la musica, beffarda eco di quella
che è stata la vita di un uomo e che risuona nel
mondo e nella vita di altri uomini come un severo monito
che ricorda il monastico memento mori; e tutto si perpetua,
allo stesso tempo uguale e disuguale, lento e veloce, tonico
e distonico, canto e discanto; in perenne caduta libera,
come gli atomi di democrito. Finché un giorno un
atomo…
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