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Fossati - Piccola biografia critica
di Dodo

"Carte da decifrare": anche
tra le pagine di un libro


Cortile del Castello - Sabato 8/9/2001 - h.17.00 - Festivaletteratura di Mantova

di Giorgio Maimone
Innanzitutto si cambia posto. La Cavallerizza era troppo piccola per i fan di Ivano. Fossati e Pietro Cheli parlano del libro che hanno scritto a quattro mani, appena uscito per Einaudi (e già esaurito a Mantova!): "Ci abbiamo lavorato tanto assieme da non sapere cosa sia di uno e cosa sia dell'altro". " Il non detto, comunque supera il detto. Quelle 100 pagine che mancano fanno parte del non detto. Io sono abituato ad aver a che fare, nelle mie canzoni, con un pubblico che le ascolta, capisce per accenni, per segni, per allusioni. Venga da un mondo dove il non detto è preponderante". "Non vivo all'interno delle mie canzoni 24 ore al giorno. C'è la vita di mezzo. Del tuo mestiere te ne devi liberare. C'è da venire qua, c'è la gente, ci sono le olive, le castagne: quest'anno sarà un anno magnifico per i funghi!"

"Come nasce una nuova canzone? Sono colpito, a volte, mio malgrado, dalle canzoni che scrivo. Mi capita di sedermi al piano per fare un esercizio, chessò una scala di re maggiore e poi mi accorgo di aver scritto la più bella canzone che sia mai riuscito a fare".
"Fabrizio De Andrè aveva una capacità quasi scolastica di sedersi e aspettare l'idea. Si metteva lì con i musicisti, i suoi libri, i suoi quaderni e aspettava. Come un cacciatore davanti alla tana. Ci sono quelli come lui. e poi ci sono quelli come me, che all'idea giusta, magari, ci arrivano per caso".

"Canzoni piene di vento: le canzoni contengono quella parte di intuizione sensazionale che è poi quella che le fa amare. Però poi sono fatte anche di tecnica. Randy Newmann, ad esempio, è un grandissimo musicista, ma non gabella ogni congiunzione per un'opera d'arte. Dice: "Suono il piano perché col piano mi pagano di più". È fatto anche di materialità. È un uomo!" "La cultura del tutto e subito: molti ragazzi, affascinati, iniziano questo mestiere e vogliono arrivare subito. Ma con l'intuizione sola non ci si arriva; bisogna studiare ... che è una parola che scatena subito l'antipatia".

"Due sono le parole da non dover dire mai: studiare e jazz. Vi fanno perdere dei punti, come si dice a Genova. Se avete una ragazza, una signorina, un amico, non nominate mai il jazz: li perdereste. Sarà come dice Paolo Conte: "molti non amano il jazz, non si capisce il motivo".

Pietro Cheli: "In realtà nel nostro backstage abbiamo parlato soprattutto di jazz":

"Sono le passioni primarie di cui a un certo punto ti riappropri, che possono anche non avere a che fare con il mestiere che fai" "Io ho iniziato da molto giovane. A 8 anni ho iniziato a suonare il piano, ma nel mondo del rock di allora, di quando ero giovane, chi non sapeva suonare una chitarra elettrica era considerato una sottospecie d'uomo. E così ho iniziato da gallinaccio, lasciando perdere uno strumento che avevo studiato diligentemente e mettendomi a grattare sulle corde di un altro più alla moda".

Pietro Cheli: "il libro ("Carte da decifrare" - l'abbiamo chiamato così perché non ci veniva in mente niente di meglio - Ivano), non è un bilancio dei primi 50 anni di Ivano, che li compirà settimana prossima; anche perché, in realtà, avremmo dovuto consegnarlo prima"

"Fabrizio De Andrè l'ho conosciuto ai tempi di Ventilazione, a Bologna, c'era anche Dori (grandi applausi nel frattempo perchè sono arrivate Dori Ghezzi e Fernanda Pivano). "Vorrei fare un disco con te" mi disse. Io restai incredulo, stupito e felice. Sono poi passati 12 anni! Ma non 12 anni in cui non ci siamo visti. Ogni tanto ci ri-incontravamo e mi diceva: "Adesso devo finire questo lavoro, poi facciamo il disco insieme. Sto facendo un disco di canzoni in genovese. Dici che venderà?" Fabrizio era così: da una cassetta senza neanche la custodia, che teneva nella tasca posteriore dei jeans mi fece sentire la prima versione di Creuza de ma. Aveva scritto uno dei capolavori della musica italiana e la sua preoccupazione era se venderà! Ma in realtà Fabrizio sapeva bene cosa stava facendo".

"Anime salve un meccanismo perfetto? Ce lo siamo perfezionati strada facendo. Il primo giorno di lavoro, in Toscana, siamo arrivati lì con i nostri strumenti, ma non sapendo bene cosa fare. Non ci eravamo divisi i compiti, chi faceva i testi e chi le musiche. Non sapevamo cosa fare e aspettavamo. La parte orchestrale alla fine di Khorakanè nacque così, per caso. Fabrizio lavorava da un lato della casa, io dall'altro. Mi ero messo al piano e facevo delle prove. A un certo punto sento un urlo dall'altro lato del corridoio: "Ferma così". Fabrizio, mentre con un occhio guardava il suo lavoro di là, con un orecchio ascoltava quello che stavo facendo io. Era una cosa fanciullesca, non programmata, non preordinata. Un giorno poteva capitare che si smontavano tutte le canzoni e le si rifaceva da capo". "Lavorare su commissione: è un'altra linea, un altro modo. La musica è quasi una vacanza, un divertimento quando si fa così. Sei come un sarto in una bottega quando scrivi per gli altri. Devi cercare di capire anche le aspettative del cantante. Scrivere quasi su misura. E ti può insegnare molto anche per il tuo lavoro più serio, questa esperienza sartoriale. "Pensiero stupendo" inizialmente non era stata scritta per Patty Pravo: era come un vestito bellissimo di sartoria che stavamo consegnando a una signora sbagliata".

"Come lettore: come lettore non seguo le novità, le recensioni ... forse deluderò qualcuno. Ma sono un lettore attento, non accanito, di più: diligente. Credo che se fossi uno scrittore mi piacerebbe avere lettori come me. Torno sul testo, cerco di capire, rileggo spesso".

"Cosa danno le canzoni all'autore?: Qualcosa c'è, ma non sai mai quale sia la tua aspettativa rispetto a quello che scrivi. Quando si trasferiscono i pensieri, i propri pensieri, rigorosamente mescolati alle bugie, agli altri, che per giunta li comprano, bisogna accettare che ci ritornino trasformati. Ad esempio "Treni a vapore" cantata dalla Mannoia e da Mia Martini mi ha fatto uno strano effetto. Un canzone scritta al maschile che mi è ritornata carica di segni diversi, con una lettura al femminile, che non dipendeva solo dall'interpretazione, ma dalla sensibilità diversa. È stato come ascoltare un'altra canzone".

"La mia canzone più bella? Forse "Una notte in Italia" è quella che mi dà più emozioni. Ma sotto il profilo strettamente musicale anche "Passalento", che non a caso è stata ripresa da un jazzista, Paolo Fresu".

Citazione d'obbligo per il Dodo fans club con sito internet incorporato e grande applauso anche al Dodo medesimo.


Fossati e Milano: una storia d'amore

Ivano Fossati e Milano. Che si tratti di una storia d’amore pochi dubbi. E questa storia d’amore lunedì sera 02 febbraio si è rinnovata. Complice il Teatro Smeraldo e un concerto acustico, denso di strumenti e di buone intenzioni. Il resto lo hanno fatto le canzoni di Fossati. Che volete che si dica? Sono quei capolavori che tutti conoscono.

Questione di lana caprina stare poi a discutere e dire che “questa” versione di “Una notte in Italia” perde qualcosa in magia, mentre “I treni a vapore” sono partiti da una stazione particolarmente densa di buoni sentimenti e sono arrivati a destinazione puntuali e precisi. Che il metronimico accompagnamento di “Vola” ne ha fatto quasi un’altra canzone, un lifting funzionale e funzionante e che il trattamento country a cui viene sottoposta “La musica che gira intorno” è la piccola chicca con cui concludere il secondo bis della serata.

(Segue)


IN RETE

www.ivanofossati.net (il più completo e aggiornato)
www.ivanofossati.it (appunti di viaggio di Ivano Fossati)

Fossati e la canzone d'autore

Nel 2001, dopo una lunga serie di felici e celebrati album di canzoni, dà alle stampe un CD interamente strumentale ("Not one word"), che riscuoterà apprezzamenti anche nel mondo della musica colta e del jazz.

Per quanto riguarda la canzone d’autore, di gran lunga il suo “mestiere” più frequentato e amato dal pubblico, nella sua discografia troviamo album di straordinaria ispirazione come “La pianta del tè”, “Discanto”, Lindbergh”, “Macramè” e una collezione di canzoni importanti, caratterizzate da una sapienza musicale, una sensibilità poetica e una forza espressiva davvero uniche. Tra i suoi classici di ieri e di oggi, citiamo almeno “Panama”, “La costruzione di un amore”, “Una notte in Italia”, “La canzone popolare”, “Carte da decifrare”, “Lindbergh”, “Mio fratello che guardi il mondo”, “Confessione di Alonso Chisciano”, “Discanto”, fino alla recente “Pane e coraggio” (Premio Amnesty International 2004 per la sua capacità di “…sensibilizzare l'opinione pubblica italiana sulla necessità e il dovere di proteggere i diritti umani dei migranti e dei rifugiati”).

I due dischi dal vivo

I due dischi dal vivo “Buontempo” e “Carte da decifrare” del 1993, registrati in due sere successive, in occasione di due splendidi concerti tenuti al Teatro Ponchielli di Cremona, rappresentano per molti critici il vertice della sua produzione discografica: non solo per la felice selezione dei brani, quattro inediti eccellenti e il meglio del suo repertorio fino a quel momento, ma anche per lo “stato di grazia” dell’affiatata band sul palco, costituita da musicisti di grande talento ed esperienza.
Come autore di canzoni, uno dei meriti riconosciuti di Ivano Fossati è quello di saper abbinare testi profondi, evocativi e originali, spesso ispirati dalla letteratura e dalle suggestioni di immagini e viaggi, ad una composizione musicale colta e sofisticata, eppure semplice e nitida, autenticamente popolare (“è tutta musica leggera, e la dobbiamo cantare”). Si tratta di una qualità rara, non solo per gli standard della musica pop, ma anche nella scena del cantautorato italiano.
Pacifico ha così felicemente sintetizzato la sua arte: “Ivano e' fra i pochi nostri cantautori che, oltre ad avere testi di qualità, riesce a trovare soluzioni musicali straordinarie”. Non a caso un altro genovese inquieto e rigoroso, Fabrizio De Andrè, lo chiamerà a collaborare al suo capolavoro “Anime salve” (1996) e dirà di lui: “e’ il più grande di tutti noi”.

I temi

Nelle canzoni di Ivano Fossati ci sono alcuni fili conduttori che ritornano, album dopo album, in forme e prospettive sempre nuove. Il viaggio, inteso come scoperta dei luoghi e delle persone, per comprendere meglio gli altri e se stessi (“…siamo stati naviganti, senza navigare mai” - Naviganti); ad esso affine è il tema dei migranti, viaggiatori per scelta o per costrizione (“sono nato e sono morto in ogni paese e ho difeso con fatica la mia dignità…” - Mio fratello che guardi il mondo). Il mare come compagno, come luogo della memoria o come metafora esistenziale (“per questo mare infinito di gente” - C’è tempo). La condanna alla guerra (“solo certe ali nere, di certe macchine per la guerra, mi fanno chiudere ancora gli occhi e ancora il cuore” Sigonella). Il treno come simbolo concreto della fuga, della partenza per una nuova destinazione, ma anche della necessità dell’abbandono (“buonanotte, buonanotte che vado, vado e non c’è appello…”, Treno di ferro). E poi c’è l’amore raccontato attraverso le difficoltà, gli errori, i piccoli e grandi difetti, la bellezza dei particolari, i momenti più sublimi dell’intesa, le passioni travolgenti (“la costruzione di un amore, spezza le vene delle mani, mescola il sangue col sudore, se te ne rimane” - La costruzione di un amore).
Ivano Fossati non può essere definito un cantautore politico. Nelle sue canzoni la politica non è mai esplicita. Non ci sono invettive, non ci sono riferimenti ideologici o all’attualità più scottante. Questo però non vuol dire che i suoi testi non prendano posizioni forti, non si schierino in modo inequivocabile: contro la guerra e la violenza, dalla parte degli immigrati, degli ultimi, dei diversi. Sceglie quindi di manifestare idee e posizioni attraverso le storie dei suoi personaggi, reali o immaginari, e delle loro esperienze o sofferenze. E spesso lo fa con piccoli affreschi, racconti intimi, immagini di grande suggestione che abbracciano temi alti e universali.


Lo spartiacque

Il percorso artistico di Ivano Fossati fino ad oggi può essere diviso in due grandi blocchi, ognuno dei quali ricco di spunti e ricerche diversificate, sempre comunque all’insegna di scelte coraggiose e innovative. La linea di confine è, per ammissione stessa dell’artista, l’album “Le città di frontiera” del 1983.
Il primo periodo risente di alcune ingenuità giovanili, di influenze americane talvolta fin troppo marcate (Good-Bye Indiana), di brani di facile presa (“La mia banda suona il rock”), di un modo di cantare azzardato, non del tutto padroneggiato. Eppure si nota già una certa profondità nei testi (“La casa del serpente”, “Vola”, “La costruzione di un amore”) e un’attenzione alla musica tutt’altro che banale, che attinge dal blues, dal rock, dal reggae dal funky e dagli stilemi della canzone d’autore europea (“Vento caldo”, “Di tanto amore, “Panama”).
Il secondo periodo è quello della maturità artistica. Le influenze e le ispirazioni musicali e letterarie si allargano e si definiscono con maggior precisione. Fossati attinge dalle musiche del Mediterraneo e del Medio Oriente, si innamora dell’infinita varietà dei suoni sudamericani, dagli altipiani andini fino alle coste brasiliane, si allontana (senza mai abbandonarlo del tutto) da certi schematismi del rock anglosassone, studia la canzone d’autore europea, costruisce un percorso artistico personale che diventa nel tempo sempre più originale e coerente.
È in questo secondo periodo che vengono pubblicati i suoi capolavori.

Per sintetizzare al meglio questi due momenti artistici, riportiamo due “adozioni”
(Panama e Discanto) tratte dal sito www.ivanofossati.net

Panama

Torino, autunno 1981. Un (allora) quindicenne mediamente inquieto, amante a pari merito di De Gregori, Lucio Dalla e Loredana Bertè, è in pieno periodo “reggae” (estate a Londra e scoperta di “Babylon by bus”, proprio a ridosso della scomparsa del grande Bob)..
A quell’epoca Ivano Fossati per me significava soltanto “La mia banda...” e “Dedicato” per Loredana. Stop.
Gli anni Ottanta stavano per travolgermi in pieno con le loro velenose lusinghe e io - né troppo omologato né abbastanza alternativo - oscillavo tra impegno ed evasione, tra Police e Duran Duran, tra cantautori e italian pop più corrivo..
Una sera annoiata, mentre cercavo di registrare alla radio una canzone qualsiasi, mi imbatto per caso nell’implacabile “levare” di Panama...”Di andare ai cocktails con la pistola non ne posso più....di trafficanti e rifugiati ne ho già piena la vita..” … Mi blocco di colpo, ascolto, il segnale radio non è definito....comincio a smanettare con calma e determinazione sul tuning.. (mica c’era l’isoradio!) e via, la canzone... vola ed io (che perdo la frequenza!) sto troppo giù..!!
Passano le ore e la mia diventa una ricerca spasmodica...ogni radio libera una tappa, ogni dedica, ogni annuncio di DJ, la stazione di una via crucis...poi, finalmente - una decina di FM più in là - riparte di nuovo “ ...che sa di nafta e lo nasconde con l’odore del tè e dell’erba da fumare...”.
Solo alcune settimane più tardi e dopo un po’ di ascolti smozzicati e fortuiti, riesco ad ascoltarla per intero, a collegarla all’autore di “La mia banda suona il rock” e - infine - ad innamorarmene in modo adolescenziale, cioè assoluto e possessivo. Ingenuo e sprovveduto rispetto alla vita, allora non sapevo neanche cosa fosse una “piña colada”, né cosa volesse dire “mamaçita” (in realtà non sapevo neanche quali parole Ivano cantasse esattamente), ma la canzone irradiava intorno e dentro a me un fascino unico, musicale e letterario insieme. Dopo averla finalmente registrata sul mio stereo portatile Hitachi, gli ascolti si moltiplicano e con loro, l’amore e la suggestione..
Il testo mi cattura sempre di più. Cerco di definirlo, riesco poco a poco a comprenderlo, a immaginarmelo, a farlo mio ...”Panama” diventa la mia linea d’ombra, il mio Conrad musicale, il mio orizzonte emotivo, il mio altrove esotico - onirico, la sospensione delle mie scelte esistenziali in attesa di un imbarco o di una nuova missione... “Panama” secondo me riesce a cogliere quell’attimo esatto - intimo e terribile - in cui il cinismo (di andare ai cocktails e della francese che si sente sola lui non ne può più) si stempera in curiosità, voglia di fuga, anche pericolosa verso l’ignoto (ma Panama dov’e’?? Sull’orizzonte ottico non c’è!) cioè verso la propria anima (l’ignoto e imprevedibile viaggio dentro di se’: il viaggio più esotico, il più lontano, il più nevermore).
Per me ascoltare Panama è stato (ed è ancora) sentirmi per una manciata di minuti una sorta di Corto Maltese introspettivo. Di Panama amo anche il taglio cinematografico delle immagini evocate, tra folgorazioni, ellissi, campi lunghi (il mambo dell’ambasciata, il grande e tragico mare davanti, forse addirittura un gruppo di trafficanti e rifugiati...) e primi piani (il comandante, il cameriere che offre il te’, la francese, la dolce mamaçita, magari richiamata con un flash back onirico...). E amo l’uso particolare della prima persona: trovo che qui Fossati non sia del tutto autobiografico (è stato più intimo e “in confessione” in altri momenti) ma comunque capace di creare un leggendario alter ego, pieno di suggestioni letterarie e cinematografiche e - soprattutto - facilmente personalizzabile, adattabile cioè alle diverse personalità degli ascoltatori più inquieti..
Poi ci sarebbe la versione live del 93, acustica e con le vocali trascinate, quella ponchiellosa con l’arpa di Zitello, ma questa è un’altra storia.


Discanto

Questa non è un’adozione di discanto da parte mia; discanto ha adottato me, che peraltro l’avevo generata nella mia mente proprio per questo scopo, in una brumosa notte romana del febbraio 1990.
Il fascino di questa canzone è che colpisce il cervello come un asteroide e arriva allo stomaco come un colpo di maglio senza passare dal cuore; il cuore è stretto tra queste due forze pulsanti e vivisezionato con precisione chirurgica e inesorabile; il ritmo è lo stesso delle viscere, lo scintillio delle liriche è elettrico, elettroni che fremono e friggono nel groviglio dei neuroni. Tutto in discanto suona diversamente da come ci si aspetterebbe in una canzone normale; non è canto, è discanto, come nell’antica tecnica polifonica medievale basata sull’antinomia tra voce e musica, che dà il titolo al pezzo e all’intero album; dalla voce, che non è melodica ma roca e ripiegata su se stessa all’inizio, per poi alzarsi non nel do di petto ma in un rigurgito di rabbia, in un’invettiva urlata, per poi adagiarsi nella saggia rassegnazione finale; al ritmo incessante e tronco, controtempo, della batteria; alla profondità prima lieve, poi martellata e imbizzarrita del pianoforte; ai rumori, più che ai suoni, degli altri strumenti, come di marchingegni che scricchiolano, valvole che scoppiano facendo scintille. Discanto è un monumento postmoderno alla vita, di quelli fatti di ferro arrugginito, di forme scabre e irregolari, di pietra povera e grezza, non pregiata e levigata come quella delle sculture classiche. È un piccolo trattato, tanto sentito e sofferto quanto asciutto, sulla condizione umana, rappresentata dall’inizio alla fine, ma non come una linea retta, bensì come il segnale irregolare e disturbato di una vecchia radio; si comincia con acqua e respiro, il liquido amniotico dell’utero materno che avvolge e protegge e l’aria che invade e gonfia i polmoni nel primo respiro, violento e doloroso, del bambino, e si finisce in un dolore a caso, una fine qualunque, pietrificati nell’ultimo sorriso grottesco, nell’ultimo abbaio che cristallizza in un fotogramma eterno quel microcosmo, così cosmo e così micro, che è la vita; piccoli e stupiti viaggiatori soli. Tra questi alfa e omega c’è un ribollire di immagini distoniche, tutto quello che si vede è messo di traverso con il corso ideale della vita, ma non è la vita ad andare di traverso, è la condizione dell’uomo che con essa è distonica, rimandando alla suggestione democritea degli atomi in caduta libera prima dell’inizio del cosmo: un’eterna caduta verticale, fin quando un atomo non deviò colpendone un altro ed innescando una reazione a catena che fece aggregare in modo casuale tutto il creato: la vita è così, imperfezione, casualità e libertà. E così sono passi sparsi, i primi, incerto movimento; pronte guittezze, intelligenza e intermittenza; si “inciampa piuttosto che cadere”, si danza ma si sbaglia il passo, si viaggia ma la fortuna è solo quella degli altri, per giunta raccontata; si hanno i diavoli al culo ma il tempo c’inchioda; si desiderano fuochi ma si accarezzano fianchi smorti; quest’ultima è un’immagine che atterrisce, specie per un ventenne quale io ero quando uscì la canzone, al pensiero che la vita di chi mi sta intorno, dei miei genitori, e magari un giorno anche la mia, possa essere davvero fatta di fianchi smorti. In questo continuo contrappunto di immagini, la frase che più mi piace e che considero il centro iniziatico della canzone è “si vive di pane, di speranza di bere un vino buono per l’estate”: la concretezza e il sogno, il corpo e lo spirito finalmente ricomposti ad unità; un piccolo scrigno di saggezza per guidarci in un cammino accidentato e rischiararci l’anima con discorsi leggeri, dopo la fatica del far crescere la vite, raffigurata in modo quasi speculare dal suo avvinghiarsi ed attorcigliarsi intorno ad un banalissimo palo conficcato nel terreno. Di questo si vive, e di tant’altro ancora; finite le parole, continua la musica, beffarda eco di quella che è stata la vita di un uomo e che risuona nel mondo e nella vita di altri uomini come un severo monito che ricorda il monastico memento mori; e tutto si perpetua, allo stesso tempo uguale e disuguale, lento e veloce, tonico e distonico, canto e discanto; in perenne caduta libera, come gli atomi di democrito. Finché un giorno un atomo…