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Da
La Repubblica 16/02/2006
E De Gregori disse' 'ti amo' , 'Ma giuro che non è stato
facile'
di Gino Castaldo
La notizia è che per la prima volta in trentacinque anni
di canzoni, Francesco De Gregori ha pronunciato le parole ti amo.
«Sì, è vero», conferma, «e vi
assicuro che non è certo facile». L 'ha fatto in
una canzone dal titolo, in verità molto poco romantico.
Cardiologia, la prima a essere lanciata dal nuovo disco, Calypsos,
che esce appena undici mesi dopo il precedente Pezzi, e anche
questa a suo modo, conoscendo i precedenti del cantautore, è
una notizia. «Cardiologia l'ho cantata una sola volta, dall'inizio
alla fine, buona la prima come si dice, ed è stata una
fortuna perche se avessi dovuto ricantarla non so come sarebbe
venuta. È che, riascoltandola, mi sono accorto che con
una canzone così si esce molto allo scoperto, emozionalmente».
Calypsos è un disco essenziale, scarno, tutto sorretto
da una vena delicata e sentimentale, con una copertina altrettanto
essenziale, bianca, nuda, con solo il titolo e un provocatorio
sottotitolo: "9 canzoni nuove": «è un disco
a togliere, il suono scarno dipende dal fatto che mi sono stufato
di far suonare tre chitarre, tante volte ne basta una, solo ci
si fa prendere dal demone della moltiplicazione, e invece bisogna
rimanere attenti all'ispirazione originale. »
«La copertina è derivata dal fatto che non volevo
perdere tempo, e poi ricordavo le copertine di Battisti nel periodo
panelliano, tutte bianche, senza nulla, mi piacevano molto, era
l'unico a farle così».
È
il De Gregori più "italiano" degli ultimi anni,
fuori da ogni vezzo dylaniano, per nulla politico, casomai romantico,
anche se ovviamente a modo suo. Quel "ti amo" non sembra
casuale.
Calypsos
sembra un disco tutto dedicato all'amore, quasi un concept album,
è così?
«Pensare a un concept è troppo, ma c'è un
centro che è l'indecifrabilità dei sentimenti, non
risolti, sognati, e non sempre vissuti in prima persona, ma c'è
questo corredo emozionale lungo tutto il disco. Quando si è
trattato di scegliere un singolo c'è stato grande imbarazzo,
poi con le spalle al muro ho detto Cardiologia, ma in realtà
andrebbe sentito tutto. Se Rimmel, o Titanic, fossero usciti col
singolo, il singolo sarebbe stato Rimmel, ma le altre canzoni?
E allora vorrei tenerlo pochissimo, non aspettare che non lo passino
più, per passare al seguente tra venti giorni» .
A legare
tutto è l'idea del titolo, Calypsos?
«Sì, è questa stranissima storia d' amore
che c' è nell'Odissea, anche se prima ho deciso il titolo
e poi ho riletto la storia. Per sette anni Ulisse la notte gode
i piaceri dell'amore con questa ninfa innamorata, e di giorno
piange sulla spiaggia pensando a Itaca, massima contraddizione,
poi arriva Minerva, dice alla ninfa di lasciarlo partire e lei
dimentica la sua passione, lo aiuta a costruire una zattera, e
lo lascia andare quasi senza un parola d'addio. La dice lunga:
su quanto le storie sentimentali non siano assoggettabili alle
regole, alla ragione, alla scienza. L 'ho scritto al plurale perche
i rapimenti d'amore sono molti».
Come quello
per Roma, nella canzone "Per le strade di Roma"?
«Sì, è un atto d'amore sofferto per una città,
Roma si fa amare, è dove sono nato, dove sono nati mio
padre e mio nonno, ed è una città che si lascia
scoprire sempre, anche dopo tanti anni, pensavo di conoscerla
e invece anche tornare a Campo di Fiori dopo un mese, è
come scoprire qualcosa di nuovo».
Affiora anche
una vena di malinconia. È involontaria o anche quella cercata?
«La malinconia? No, non direi, in genere non propendo per
la malinconia, forse è più un senso di smarrimento,
però come parte del gioco, l'amore crea irresolutezza,
come ho cercato di esprimere soprattutto nella canzone ches'intitolalnonda,
è estraniata da tutto, sembra un sogno, e se uno mi chiedesse
che vuoI dire non saprei rispondere , avevo una penna in mano
e ho scritto, è venuta fuori così,lunare anche nella
sua sonorità. Casomai è il sentirsi senza difese,
e se anche si costruisce una casa, la casa è fragile, è
fatta di legno e cartone. Ma c'è un finale curioso. Il
disco si chiude con Trestelle, che è un inno agli amori
tra Minnie e Topolino. Alfine abbiamo scherzato, l' amore ci può
essere anche in un motel, vicino all'autostrada».

Da
"Il Corriere della sera" del 16/02/2006
I«Canto
l’amore come Fred Bongusto» De
Gregori: con melodie anni ’50 mi allontano dalla politica
di
Mario Luttazzo Fegiz
«Sta finendo
gli studi ed è indeciso se fare il politico o l'attore».
Da questa frase orecchiata in un ristorante da un giovane benestante
e sicuro di sé che parlava a voce troppo alta di un amico,
De Gregori ha tratto un verso della sua nuova canzone «Per
le strade di Roma» nell'album «Calypsos» che
esce venerdì 17. Nove brani inediti a prevalente regime
sentimentale, in qualche caso secondo lo stile di Fred Bongusto.
Arrivano a meno di 10 mesi da «Pezzi» e ne costituiscono
per l'artista il naturale prolungamento. «Attore o politico?
Sentendo queste parole ho drizzato le orecchie: chi pone la questione
in questi termini o è un poeta o è un criminale.
Le alternative che dovrebbe dare la vita a un sedicenne non sono
solo queste. Certo non penso che tutti i giovani siano così.
Ma il ragionamento è molto romano, tipico della capitale
della politica del cinema e della tv dove il politico e l'attore
sono visti come mestieri intercambiabili, il che storicamente
non è nemmeno inesatto».
«Calypsos»
è un disco speciale, sospeso, di grandissimo respiro musicale
e poetico: una casa di legno e cartone («La Casa»)
tenuta su dalle rose che si arrampicano, rappresenta la caducità
delle cose che costruiamo, «In onda» gioca sulla ambiguità
fra on air simbolo della diretta mediatica e il trastullo del
lasciarsi trasportare per l'appunto dall'onda. «In onda
vuol dire esserci, essere percettibili. Ma fare l'esegesi dei
testi significa banalizzare il tutto» obietta De Gregori,
che tuttavia è disposto a chiarire un altro verso della
canzone «Per le strade di Roma» quando canta «il
futuro passa e non perdona e gira come un ladro per le strade
di Roma». «Roma è una città dove alberga
il futuro, ma non è un futuro messo in vetrina, come a
Milano. Roma è una città propositiva. Anche se sembra
sonnolenta, è all'avanguardia. Ed è la prima volta
che scrivo una canzone decisamente campanilista sulla capitale».
Nel disco la politica
è assente. «Non ce n'era lo spunto e non mi pare
che se ne sentisse la necessità in questo momento in Italia.
Non puoi uscire di casa che sbatti contro qualcuno che ti parla
di politica. Prendiamoci questo quarto d'ora di felicità.
Con un disco imprevedibile per il pubblico ma non per me che,
mentre registravo "Pezzi", ho capito che stavo entrando
in un nuovo clima». Così ecco «Cardiologia»
e «La linea della vita» (con chitarra miagolante e
coretti stile anni Cinquanta, «alla Bongusto» sostiene
con orgoglio De Gregori).
In una si sostiene
che nell'amore non si butta niente, nell'altra che a volta si
dimenticano amori, ma si ricorda un singolo bacio. Dopo la donna
sognata, quasi erotica, di «L’amore comunque»
arriva «Tre stelle».
«E’ un
inno quasi amoroso a questo tipo di alberghi spesso. Da anni mi
sento più il cantante della band piuttosto che la ricca
star e così ho scoperto i "tre stelle". Le cameriere
belle fanno parte dello spirito disneyano del brano: al ritmo
di un pianofortino mi immagino Minnie e Topolino che si danno
un appuntamento più o meno clandestino in un trestelle».
Insomma per De Gregori
«è un disco di straniamento, di rovesciamento dei
ruoli, di sogni. Le canzoni non esprimono soltanto cose concrete,
ma pensieri, desideri, utopie. Chiudere una porta, aprirne un’altra.
La vita è fatta di rotture, di naufragi, di ricomposizioni
sognate o realizzate».
E i giovani? «Come
noi, all’epoca, mimano una sorta di cinismo di fronte alla
realtà che hanno davanti, ostentano un disincanto per qualsiasi
cosa, che se la conoscessero già. Impareranno le cose che
contano: i sentimenti, le rose che si arrampicano, il tuo vino
da bere a settembre con chi ami. Il resto è destinato a
crollare».
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Da
"Il Giornale", 16/02/2006:
Esce «Calypsos» De Gregori riscopre i colori
dell’anima
di Cesare
G. Romana
Che
smagliante allegoria dell'amore, con le sue provvisorie
conquiste e la sua fatale precarietà, ci affida
Omero nell'episodio di Calipso, la ninfa dai crespi
capelli che per sette anni tiene Ulisse legato a sé,
prima di restituirgli la libertà per volere
di Zeus. L'amore dunque che trafigge, sfugge e riemerge
nel vivo della memoria: ché sono almeno dieci,
nel lungo tragitto dell'Odissea, i momenti in cui
la «voce leggiadra» di Calipso riaffiora,
evocata da veloci flashback.
Il nuovo disco di Francesco De Gregori, che esce oggi
a soli undici mesi dallo splendido Pezzi, s'intitola
appunto Calypsos, ed è non a caso un'assorta
riflessione sull'amore ineludibile, «che si
gioca per vincere e chi vince è perduto»,
l'amore «come una medicina/ o un dolore da rinnovare»,
insomma «l'amore comunque»: con le sue
fughe e il suo persistere.
O almeno questa è, insieme ad altre, una possibile
chiave di lettura: ché sarebbe tradire quest'album
magico e proteiforme, tentarne una lettura didascalica,
imprigionandone in un netto percorso concettuale il
sottile reticolo di allusioni, nuances, intriganti
ambiguità. Infatti Calypsos è un gran
disco proprio per il suo essere intimo, enigmatico,
dolcemente contraddittorio. Perché dice senza
dichiarare, mutuando l'incanto inconscio dei sogni.
Se Pezzi era il capolavoro palese, che ti possiede
d'acchito col suo ritmo di rock, Calypsos è
un giardino dell'animo, una partitura cameristica
che svela via via, nel riascolto, colori e profondità.
A partire dai suoni:quel lieve discorrere del pianoforte,
in Cardiologia, quel ritmo frizzante eppur mansueto
di La linea della vita. Quelle trasparenze sospese
in La casa, quel canto serpentino di In onda. Quel
mondo che si svela per gradi in Per le strade di Roma,
«quando la notte scende/ e il buio diventa brina/
e tutto si consuma e tutto si combina» e par
di ritrovare certe liriche pasoliniane. Fino a L'angelo
che a me ricorda, ma a contrariis, un'altra grande
pagina di De Gregori, L'agnello di Dio: «In
realtà quella era una canzone sociale - puntualizza
Francesco - questa è una riflessione sulla
vita e la morte, sulla
loro accettazione serena», ma potrebbe celare
una pensosa parafrasi del dono d'amore: «Sono
venuto a sciogliere/ e non a legare/ sono venuto a
sciogliere/ e non a spezzare», la complicità
che non insidia la libertà.
Non chiedo all'autore se sia questa l'interpretazione
corretta: sa bene, Francesco, che la canzone non va
decrittata, ma percepita, attraverso le sensazioni
che irradia: «Non c'è niente da capire»,
cantava lui stesso, molti anni fa. Piuttosto gli va
di raccontare l'impulso che ha dato vita a Calypsos,
quando
ancora durava il successo di Pezzi e un nuovo lavoro
non sembrava alle viste: «Già quando
scrivevo l'album precedente, avvertivo questo genere
di suggestioni, legate alla realtà degli affetti
e dei sentimenti. Ma non legavano con lo stile e con
la passione civile di Pezzi: così le ho tenute
da parte, e subito dopo mi sono rimesso all'opera».
Da qui sono nate pagine come Tre stelle, ammiccante
e tenerissima: «Piace anche a me, così
minimale, con quell'aspetto un po' disneyano: i due
innamorati che si ritrovano in un albergo a tre stelle
potrebbero essere Minnie e Topolino...».
Insomma, un disco che viaggia controcorrente, questo
Calypsos: parla dell'amore - lo provoco - in un momento
di così grandi tensioni sociali e politiche.
E lui: «Ma su quel versante avevo già
dato, era inutile ribadire quello che Pezzi diceva
già, esplicitamente. Del resto non sono mai
stato un autore di manifesti: chi parla di me come
di un artista schierato, il solito cantautore con
la kappa, mi conosce davvero poco».
Il
Giornale, 16/02/2006

De
Gregori, Calypsos,
richiamo d'amore
A meno di un anno dai Pezzi rock, Francesco
sceglie la canzone. E canta "Ti amo". Ma
non è la prima volta
di Enrico Deregibus - Kataweb
Calypsos
è un album d'amore, un disco scarno, di canzoni
essenziali, nuove, ispirate, venute fuori dal cilindro
magico di un Francesco De Gregori tornato a meno di
un anno dall'ultimo lavoro, Pezzi. Dove in quello
prima c'erano rock e chitarre su chitarre, qui troviamo
ballate e pianoforte; dove in quello c'era urgenza
sociale e civile, qui sentimenti senza sentimentalismo.
Dove in Pezzi c'erano 'pezzi' da toccare e sangue
di guerra, qui troviamo oggetti impalpabili e sangue
di vita, elemento d'amore. E se Pezzi era quasi un
tributo a Dylan, Calypsos è un omaggio a De
Gregori stesso. Tanto che abbiamo giocato ad accostare
ognuna delle nove nuove canzoni a un brano storico
di De Gregori: per assonanze, per testi o musiche,
per significati o ritmi. O anche solo per libere associazioni.
CARDIOLOGIA
Il pezzo che ha aperto le danze. De Gregori è
uno dei pochi che usa i titoli come parte integrante
del testo. Cardiologia vuol dire anche "Discorso
sul cuore". In questo caso sull'irrazionalità
dell'amare, dove davvero "non c'è niente
da capire". Dentro al brano c'è anche
un "ti amo", ma non è la prima volta
per De Gregori, l'aveva già detto nel '75 in
Pezzi di vetro. Un pezzone: pianoforte, voce, grande
intenzione nel cantato. Una bella rovesciata in area
il testo, la musica, specie nelle strofe, è
molto classica.(La valigia dell'attore, 1997)
LA LINEA DELLA VITA
Una specie di corrispettivo di Cardiologia. Là
l'amore qui la vita, l'esistere. Il testo è
splendido: "E tu dici la vita/La vita, la vita/Questa
scatola vuota, quest'anima nuda, questa retta finita/Quest'acqua
che corre veloce in salita/Quest'anima forte e ferita".
Ritmato, terzinato. Con coretti ("alla Fred Bongusto",
dice lui).(Battere e levare, 1996)
LA CASA
Quasi una filastrocca. Difficile non pensare a La
Casa di Endrigo e Vinicius De Moraes (quella di "C'era
una casa molto carina/senza soffitto senza cucina").
Una casa di legno e cartone, le rose e le spine che
si arrampicano: la caducità delle cose. Musica
precisa e lieve, viole e violini. (La casa del pazzo,
1972)
L'ANGELO
Parla della morte, della paura della morte, ma con
la leggerezza. La fine arriva dolcemente, quasi allegramente,
come un angelo che ti offre da bere, come un ritmo
di calypso che sa tanto di Belafonte. "Sono venuto
a sciogliere/e non a spezzare". L'imperscrutabilità
della morte, dopo quella dell'amore. Ed anche l'ineluttabilità.
La voce di De Gregori è doppiata da una femminile.(Eugenio,
1979)
IN ONDA
Sospesa e molto onirica. Arrangiamento gonfiato di
tastiere vintage, mezzo tempo, la voce che va a perlustrare
registri insoliti per De Gregori, e un racconto (una
strada, una casa, un ladro) che non si sa da dove
viene, né dove va. Ma intanto resta.(Un guanto,
1996)
MAYDAY
Sembra un brano di Pezzi, l'unico. Qui c'è
il rock, decisamente ci sono i Dire Straits. Una storia
di allarme, la necessità di rompere con il
passato o con un passato in particolare. "Per
salvarti la vita non avere paura/localizza un'uscita,
fai le cose con cura/lascia correre l'acqua, lascia
spegnere il fuoco/è questione di niente, è
questione di poco". (Ciao ciao, 1985)
PER LE STRADE DI ROMA Roma, città eterna anche
perché cambia, a volte torna nelle canzoni
di De Gregori. Stavolta è una fotografia vera,
o una ripresa con videocamera, ma anche una dichiarazione
d'amore, citando vie e luoghi, situazioni, frasi acchiappate
in un ristorante. Cose belle e cose brutte ("Quando
la notte scende e il buio diventa brina/uomini e animali
cambiano zona/lucciole sulla Salaria e zoccole in
via Frattina"). Tastiere, una chitarra un po'
blues. (La campana, 1978)
L'AMORE COMUNQUE
Il titolo già dice molto. Un testo che ognuno
può riempire come vuole, una musica ispiratissima,
specie nel refrain: "Regina del tempo/della sabbia
e del vetro/della fine di tutti i numeri/e dell'inizio
dell'alfabeto/dimmelo adesso, dimmelo ora/dove posso
lasciare il vestito/come posso asciugare la pioggia
che bagna il tappeto".?(Compagni di viaggio,
1996)
TRE STELLE
Nel senso di un albergo di quelli accoglienti, che
ti mettono le caramelle sul cuscino. Nel senso di
un appuntamento in un motel "tra Minnie e Topolino".
Nel senso di un country dolce e caldo che vuole alleviare,
giocare con tutto quel che c'è stato di intenso
nel resto dell'album. Pochi tocchi ed è fatta.?(L'ultima
nave, 1979) (17 febbraio 2006)
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da
"La Stampa" del 24/02/2006
Fossati e De Gregori nostri arcangeli e angeli
di Gabriele Ferraris
Amori e disamori di questa rubrica sono ben noti ai
venticinque lettori: ragion per la quale parrebbe
persino inutile occuparsi delle ultime uscite dei
due cantautori amatissimi Ivano Fossati e Francesco
De Gregori. I venticinque lettori ben sanno che è
più facile che un cammello passi perla cruna
di un ago, piuttosto che il rubrichista non tragga
gusto dall'ascolto dei due maestri. Eppure, qualcosa
va detto. Perché non tutti i dischi sono uguali
- neppure quelli dei maestri - e perché le
passioni non debbono (almeno, non dovrebbero) oscurare
il senso critico, né ottundere l'onestà
intellettuale. Corre dunque l'obbligo al rubrichista
di ammettere con franchezza che «L'arcangelo»,
l'album nuovo di Ivano Fossati, gli è piaciuto
perché Fossati non riuscirebbe a fare una cosa
brutta neppure se ci si mettesse di buzzo buono: però,
gli è piaciuto moderatamente; d'una moderazione
piccina picciò. Insomma, a dirsela tutta, l'ho
ascoltato un paio di volte, e basta lì. L'impianto
è perfetto, la qualità media è
alta, ma non ci ho trovato la canzone del cuore, quella
che ti porterai dentro per gli anni che ti restano.
E posso aggiungere che «Cara democrazia»,
il titolo scelto per la promozione, quello che si
sente in giro, beh, sarà stato scelto per i
contenuti, per il «messaggio», per quel
che volete: ma è stata una cattiva scelta,
perché è il brano più modesto
di un album che ha ben altre risorse. Quanto a De
Gregori, beh, «Calypsos» non è
«Pezzi»: voglio dire, un lavoro come «Pezzi»
ti riesce una volta ogni dieci anni, anche se sei
Francesco De Gregori. In «Calypsos», per
dire, non trovi un'altra «Gambadilegno a Parigi».
Però ci sono delle cose che probabilmente resteranno:
a me è piaciuta moltissimo «L'angelo»,
con quel suo ritmo altalenante e ipnotico;e anche
«Cardiologia », che richiama alcuni momenti
di quell'altro capolavoro che s'intitola «Canzoni
d'amore». In generale, è un album molto
«degregoriano», nel senso che mette in
mostra i «topoi» più classici dello
stile del Principe, a cominciare dalla qualità
dei testi, davvero alta. E' passato appena un anno,
da «Pezzi»: e dopo quella corsa in avanti,
De Gregori deve aver avvertito la necessità
di «riportare tutto a casa», di fare il
punto sulla propria storia: «Calypsos»
è questo, un disco senza età, una fotografia
lunga trent'anni. Ogni tanto, ci vuole.

Da
L'Unità del 16/02/2006
De
Gregori: Io che non ho la fede...
di Silvia Boschero
De Gregori parla di amore, di morte, di fragilità
e di un aldilà che probabilmente non c’è,
o forse sì. Depone l’indignazione che
gli aveva fatto ventilare nello scorso disco (solo
11 mesi fa) una dipartita dal suolo italico. Rispolvera
il falsetto, acquieta il rock per uno stile più
acustico e, come se si fosse re-innamorato di una
sua foto di 30 anni fa, sforna un disco di ballate
emozionanti come da tempo non se ne sentivano. Esce
Calypsos, dove Calypso è la dea dell’Odissea
ma anche il ritmo di una delle canzoni più
belle del disco, L’angelo, un brano che parla
di morte. Pensieri cupi Principe? No. Fa parte delle
esigenze di noi uomini interrogarsi su un mistero
come quello della morte. Soprattutto per un laico
come me, uno che non “crede” nel senso
tradizionale del termine. Uno che non ha un’idea
consolidata dell’aldilà, che non si aspetta
un paradiso cattolico. Nella canzone il mistero viene
risolto dalla figura di un angelo che “viene
a sciogliere e non a legare”, scusa se mi cito.
Il senso è vedere la nostra fine come un momento
di scioglimento dolce, non una frattura, non una cosa
di cui aver paura. Una canzone che dovrebbe riconciliarci
con l’idea della morte che in occidente è
sempre bandita. Soprattutto nelle canzoni, perché
poi nessuno si scandalizza se un film o un romanzo
trattano l’argomento. In una canzone è
inusuale. A proposito di laicità. Non trovi
che nell’Italia di oggi questo sia un valore
sempre più dimenticato? Che anzi tutti si affrettino
a dichiarare una qualche appartenenza religiosa? Vorrai
mica farmi parlare di politica? Vorrei evitare…
Al di là del fatto che (e non stupirò
nessuno) mi auguro vinca il centro sinistra alle prossime
elezioni, non saprei che dire perché qualsiasi
cosa poi viene reinterpretata, strillata, ribattuta,
rimasticata. Perché, essere laici vuol dire
schierarsi? Io sono un laico certo, anzi sono dolorosamente
laico. Perché mi piacerebbe credere, vorrei
tanto... L’uomo che veramente crede ha un grande
privilegio: ha una chiave di lettura della vita, della
morte, dei sentimenti. E invece il laico vive una
condizione più dolorosa, io mi sento orfano.
Dopodiché la fede esasperata, la fede più
formale che sostanziale, è una cosa che non
mi piace. E c’è n’è tanta
in giro. Così come c’è tanta gente
che ha fede e di cui ho rispetto. Però mi piacciono
le persone che oltre a credere in Dio credono anche
negli uomini. Non vuoi parlare di politica perché
hai paura che ti tirino per la giacchetta? A me c’è
poco da tirarmi per la giacchetta, si sa da che parte
sto. Ma è vero che sono molto annoiato dalla
politica. Però c’è chi, tra i
colleghi, lo fa per te. Vedi Fossati, con il suo j’accuse
alla democrazia perduta… E lo fa in maniera
forse fin troppo semplice, no? Non starai mica tentando
di farmi parlare male di Ivano? Sia mai! Trovo che
ogni artista abbia il suo modo e la sua necessità
di scrivere in un momento piuttosto che in un altro.
Va benissimo. Io attraverso un'altra fase, probabilmente
perché solo 11 mesi fa ho fatto un disco dove
indubbiamente c’era uno sguardo più attento
alle cose del mondo. Sarebbe stato inutile farne uscire
un altro orientato allo stesso modo. Ivano ha giustamente
sentito la necessità di dire la sua. Tra l’altro
lui non è uno che normalmente fa canzoni schierate.
Anzi… lui sì che è stato tirato
per la giacchetta! Credi che col passare del tempo
la tua scrittura si sia semplificata? No, nient’affatto,
forse chi l’ascolta si è abituato a sentire
testi meno elementari rispetto a 20, 30 anni fa. La
scrittura delle canzoni si è evoluta nel tempo.
Quando feci uscire un paio di dischi negli anni Settanta
ci fu una levata di scudi: per molti scrivevo cose
incomprensibili. Se fossero uscite oggi nessuno avrebbe
detto niente. C’è una malinconia di fondo
in questo disco, anche quando si parla di casa, una
casa descritta come quella dei fratelli Grimm, che
si può buttare giù con un soffio…
La casa è una canzone sulla fragilità.
Sul fatto che costruiamo sempre qualcosa che è
destinato a crollare. Non è pessimismo, è
disincanto. E, proprio a proposito di religione, qui
dico che, anche se non possiamo credere ad un paradiso,
comunque non è sulla terra la vita vera dell’uomo.
Sulla terra però ci sono i sentimenti, le passioni.
Il resto è legno cartone, non c’è
né ferro né cemento. Dopo la canzone
di Celestino che se ne andava in Africa, qui c’è
un altro brano che parla di fuga, «MayDay»…
Sì, come Ulisse che lascia Calypso sull’isola
e se ne va. È una rottura netta. A volte capita
di sbattere una porta, o chiuderla dolcemente. Capita
di lasciare la barca. Non bisogna vergognarsi della
propria fragilità. Dallo scorso disco ti sei
un po’ riappacificato con il suolo patrio? Oggi
diresti ancora che sei pronto ad andartene dall’Italia?
Beh, in 11 mesi non posso aver cambiato idea. L’Italia
non è un paese rasserenante e i problemi non
si risolvono certo nell’arco di un anno. Che
musica ascolta De Gregori ultimamente? Essenzialmente
musica classica, con grande attenzione. Mi sono appassionato
dei timbri, delle sonorità. Pensa che quando
ho cominciato a fare questo lavoro me ne fregavo totalmente.
Per me una canzone era solo una serie di accordi,
una linea melodica e basta. Poi poteva suonarla un
fagotto, una chitarra o un qualsiasi altro strumento.
Quando ho fatto Rimmel era così. Invece ora
voglio stare più attento ai timbri. Ci dobbiamo
aspettare un riarrangiamento del tuo vecchio repertorio?
Mai dire mai. Il problema è che quando riarrangio
le vecchie canzoni mi fucilano. La gente vuole sentirle
così come le ha trovate trent’anni fa
sul disco. Invece le canzoni appartengono a tutti,
anche a chi le ha scritte. Intervista di Silvia Boschero
- L'UNITA' - 16/02/2006
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