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di speranze, d'informazione, dell'uomo.















Pezzi di Francesco De Gregori


Per farsi una piccola idea delle canzoni di Francesco De Gregori, ascoltando... un po' di inediti

Mercato dei fiori
Rosso Corallo
Rimmel (in inglese)
Il fischio del vapore (live) con Giovanna Marini
De Gregori era morto


Oppure leggendone i testi

Le lacrime di Nemo, l'esplosione, la fine

Chiaro di luna scendi in fondo al mare
e arriva dove il vento non può arrivare
e trova le parole per calmare
quest'acqua che si mescola col mare
quest'onda sulla riva della ciglia
Che un po' t'incanta e un po' ti meraviglia
Che un po' t'incanta e un po' ti meraviglia

Fiore di scienza e libero pensiero
Ancora senza nave e vela senza veliero
bottiglia mezza vuota e mezza piena
e pesci e luci e canto di balena
Chiaro di luna segnami il futuro
e mescola l'idrogeno e il carburo
e mescola l'idrogeno e il carburo
e passo dopo passo piano piano

Illumina i miei passi con i tuoi
che ogni passo avanti è un passo in meno
e meno ossigeno nei serbatoi
illumina le torri medievali

E i falchi e il tempo e i sogni e gli ideali
e le città sconfitte in fondo al fumo
e il sangue e l'innocenza di nessuno
il sangue e l'innocenza di nessuno


Francesco De Gregori: dei pezzi di puzzle e della consapevolezza (nostra) di stare da un'altra parte

Grazie alla gentilezza di un amico (di cui racconto a fine articolo, per non annoiare inutilmente "quelli che non glie ne può importare di meno") vengo in qualche modo ammessa all'Evento dedicato "al gotha del giornalismo musicale italiano e ai fan". WOW! Paura!

Il pubblico è misto, fatto di giovani (i fan) e meno giovani (il gotha). Il Deg è decisamente invecchiato (compie 54 anni il 4 aprile) ma è in forma, sembra contento di essere lì a suonare e saltella come un grillo.

Attacca con 'A Pa', la vecchia canzone dedicata a Pasolini. Forse vuol essere una dedica, o un riconoscimento ad un ispiratore, al suo modo di osservare, analizzare, comunicare... “il mio nuovo lavoro ha l’impronta di Pasolini, intellettuale lucido e silente”, dirà in un intervista.

La band intervalla brani tratti dal nuovo lavoro - molto belle Gambadilegno a Parigi e Numeri da scaricare, con quel suo ritmo trascinante e strascicato da treno (la chitarra ricorda quella di Neil Young nella colonna sonora di Dead man, e il ritmo fa pensare proprio a quel treno che corre e corre e corre e traversa gli States da est a ovest mentre il paesaggio cambia e la chitarra insiste e si ripete e martella) – a pezzi noti come Un guanto e Compagni di viaggio, tutte rifatte in questa chiave decisamente rock e lontana da qualsiasi tentazione cantautoral-melodica.
Nonostante le parole dicano “Nessuno che ti chiama, nessuno che ti chiede se vuoi ballare” c’è gente che si agita e nei momenti più “tranquilli” fa la sua timida comparsa anche qualche accendino.
. (segue)

"De Gregori: chitarre come sciabole" di Enrico Deregibus
E' l'esatto contrario di un disco deludente, Pezzi. De Gregori lo ha presentato ieri sera ai Magazzini Generali di Milano. Suonandolo. Davanti a un pubblico di addetti ai lavori (con tutto il gotha del giornalismo musicale italiano) e di fan del suo sito, se non ufficiale ufficializzato, www.rimmelclub.it. Energia, suono pieno, parole scandite. Sotto il palco molti giovani (siamo alla terza o quarta generazione di degregoriani) e molti altri non più, a muoversi a tempo e a stupirsi di quel signore, là sopra, che compie 54 anni fra un paio di settimane.Un impatto elettrico che sta a pennello alle canzoni, come in passato non sempre era successo. Merito di Guido Guglielminetti, bassista ma soprattutto produttore, che ha fatto un gran lavoro su suoni e arrangiamenti, e di tutto il gruppo che negli anni è lievitato nelle individualità come nell'affiatamento: Alessandro Svampa alla batteria, Alessandro Arianti alle tastiere, Lucio Bardi e Paolo Giovenchi alle chitarre e il nuovo ingresso Alessandro Valle alla pedal steel guitar.

"Un capolavoro d'autore" di Daniele Di Grazia.
Francesco De Gregori è tornato e lo ha fatto nel migliore dei modi, con un album bello dalla prima all’ultima canzone, dove il problema sta nel trovare una canzone che non meriti almeno un dieci, dove a volere trovare il pelo nell’uovo, la peggior critica che puoi fare, è che se la sua vena creativa è a questo livelli, avremmo preferito avere un disco con almeno altre dieci venti o trenta canzoni. Chi credeva che De Gregori non avesse più nulla di dire dovrà ricredersi, magari non lo ammetterà mai, ma non potrà non chiedersi come fa quest’uomo di quasi 54 anni a scrivere ancora canzoni memorabili, come fa quest’uomo a tenere il palco con una forma straordinaria, meglio di come faceva nei primi anni della sua carriera. Francesco si diverte a suonare e noi ci divertiamo ad ascoltarlo.

Il Mattino: La solitudine del rocker dylaniano e dylaniato

«Pezzi» di un mondo che cade a pezzi, pezzi di canzone d’autore che si armano finalmente di una band elettrica (Guido Guglielminetti al timone). Non sarà epica come la svolta di superBob, ma De Gregori sceglie le strade del rock blues dylaniano e dylaniato (ma anche pettyano e knopfleriano) per questo affresco cupo come un trittico di Bosch, come l’apocalissi visionaria del Cohen di «The future», come un tg all’ora di pranzo e cena, come il peggiore degli incubi. «L’esercito si fece avanti e gridavamo ”Assassini”. Fermatevi, non vedete! Noi siamo i bambini!”. Fino a che tutto diventa rosso e non si può più guardare», affonda il coltello nella ferita «Il vestito del violinista», ma nemmeno l’orrore di Beslan fa scattare il tono indignato, lusso retorico: chitarre, mandolini e organi Hammond suonano per una voce che sceglie il tono e la versificazione neutra, con un freddo distacco che fa più male di un grido.

«L’urlo» afono di Munch accompagna pagine di dolore collettivo raccontate come tessere di un puzzle (si guardi la copertina, si pensi al titolo), «Parole a memoria» e «Passato remoto» sono schegge di addii privati. «Pezzi» emoziona, inquieta, parla del mestiere del narratore, separa i fatti dai commenti.


Parola di Bielle: (di Giorgio Maimone) Ma De Gregori non è un clone di Bob Dylan e, per quanto, in questo disco molti giri armonici suonino vecchi e i richiami (a Dylan, a Cohen, persino a Vecchioni che a sua volta si ispira agli altri due) si sprechino, "Pezzi" non può essere un lavoro da sottovalutare. Per due motivi: il primo sono i testi che, quasi ovunque, sono sostenuti da una lucida determinazione verso una visione apocalittica di sicura presa (e lo stesso Deg avrebbe detto che l'album avrebbe potuto chiamarsi "Visioni").

Se letti tutti assieme (e dopo molti ascolti) i testi danno l'impressione di accavallarsi come un un blob continuo di immagini tratte dagli schermi di un televisore acceso 24 ore su 24 su una rete come CNN. L'inferno quotidiano che ci entra in casa. Con qualche piccola e tenera evasione, momentanea, verso un vissuto personale appena accennato. Che può essere un libro d'infanzia ("Fiore di scienza e libero pensiero / àncora senza nave e vela senza veliero") o un ricordo tenero ("Come una piccola città di mare / e una stufa a carbone / Che non tirava se tirava vento / sul tuo cappotto rivoltato") o, ancora, un libro di poesie ("Era solo per ricordare / l'ultimo verso dell'Infinito").

De Gregori non fa sconti nella sua visione così "biblica" del presente, dove il termine biblico tiene il posto di "apocalittico". Non ne fa all'Italia, posto dove non vorrebbe più rinascere ("Chissà se davvero esisteva una volta o se era una favola / o se tornerà / E però se potessi rinascere ancora / Preferirei non rinascere qua"), distaccandosi nettamente da Gaber (non fidatevi mai di quello che vi raccontano sui giornali!) e dal suo "cerchiobottismo" ("Io non mi sento italiano /... / ma per fortuna / o purtroppo lo sono"). Non fa sconti sul dolore, descrivendo il percorso di un uomo che muore, a Betlemme. E non ci dice se sia arabo o meno. Non ne fa su quell'enome mercato delle vacche che è diventata la gestione dei flussi immigratori ("E' gente come te e me / o sono numeri da scaricare / E' l'inferno che avanza / ma non ti devi preoccupare").


E' pur sempre un disco di De Gregori. E perciò andrà comunque, quasi col pilota automatico, tra gli imperdibili del 2005. Anche perché De Gregori è qualcosa di più che imperdibile per la canzone d'autore: è "imprescindibile". Ma peraltro, questo è un cd di Francesco De Gregori! Hai mica detto un prospero. E se non è lecito pretendere il massimo dal nostro massimo esponente "vivente" della canzone d'autore, da chi dovremmo pretenderlo? Bene, se così stanno le cose, questa volta De Gregori al massimo non ci arriva. Arriva a un'abbondante sufficienza, anche a svariati livelli di piacere, ma, ripeto, questo è De Gregori: non può bastare il compitino ben svolto. (segue)

Sito ufficiale:/www.sonymusic.it/degregori/



Amore nel pomeriggio
Sony - 2001

L'aggettivo "Mitico"
Condannato a morte
Canzone per l'estate Il cuoco di Salò
Deriva Cartello alla porta
Spad VII S2489 Caldo e scuro
Natale di seconda mano Sempre e per sempre
Quando e qui



Il fischio del vapore
Caravan Sony - 2002


Sento il fischio del vapore / O Venezia che sei la più bella /

L'attentato a Togliatti / I treni per Reggio Calabria / Nina ti te ricordi / Sacco e Vanzetti / Donna lombarda di Gualtieri / Il tragico naufragio della nave Sirio / Il feroce monarchico Bava /
Lamento per la morte di Pasolini / L'abbigliamento di un fuochista / Saluteremo il signor padrone / Bella ciao / O Venezia che sei la più bella (Coro e Banda)



Mix
Sony - 2003

A chi - Bellamore - Il bandito e il campione - La donna cannone - Il canto delle sirene - Stelutis Alpinis - I matti - Chi ruba nei supermercati - Mimì sarà - Viaggi e miraggi - Il cuoco di Salò - Adelante adelante - Non dirle che non è così - La valigia dell’attore - Pablo - Sempre e per sempre - L’agnello di Dio - Come il giorno - Sotto le stelle del Messico a trapanar - Alice - Dr. Dobermann - Cose - Rimmel - Pezzi di vetro - Generale -
Pentathlon - Bufalo Bill - Niente da capire - Il signor Hood - Viva l’Italia - Ti leggo nel pensiero





Pezzi
Sony - 2005


Vai in Africa Celestino
Numeri da scaricare
Gambadilegno a Parigi
Tempo reale
Parole a memoria
La testa nel secchio
Passato remoto
Il panorama di Betlemme
Le lacrime di Nemo
Il vestito del violinista


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2058 e la pazienza: canzone d'autore e il nuovo DeGregori (ANSA)
di Giorgia Fazzini

Unico fuori dal coro Francesco De Gregori, anche lui in terza cifra, ma deciso ad esser contro anche stavolta, sbeffeggiando questo generale farsi a Pezzi; hit della sua nuova raccolta live (cd+dvd+suoneria+deltaplano: solo 9,9 Dolleuri) e' infatti la titletrack "Sticazzi", brano che coniuga la tradizione popolare, ridando lustro alla nota esclamazione romanesca, e un rinnovato fatalismo fra indifferenza e denuncia. De Gregori sempre contro, De Gregori sempre rock (vetusto genere indomito che nel 2058 fanno ormai solo lui e Dylan, il cui Neverendingtour ha toccato le 15.756 repliche, tutte al geriatrico di Duluth).

In esclusiva, di "Sticazzi" vi anticipiamo qualche stralcio - in cui ritroviamo certamente il migliore De Gregori, al contempo immaginifico eppur crudo, criptico eppur calato nel sociale, poetico ma sempre caustico

"..Sticazzi, ti giuro
io dico Sticazzi al futuro
Sticazzi il mondo sempre piu' scostumato
Sticazzi il presente che dimentica il passato
(segue)

Da "Il Corriere della Sera" del 23/3/2005

In uscita il nuovo cd «Pezzi» De Gregori come Gaber: deluso dall'Italia «La politica? Neanche la sinistra mi appassiona più» di Mario Luttazzo Fegiz

«Questa è la confessione di un uomo confuso che descrive il mondo nell'unico modo oggi possibile, attraverso i pezzi che ne conosce». Così Francesco De Gregori, che ieri sera ai Magazzini Generali ha eseguito in anteprima parte del suo nuovo album «Pezzi», primo dopo 4 anni, da venerdì 25 nei negozi. «L'Iraq? Non ho una risposta - aggiunge -. La crisi energetica? Non lo so. Il mondo nella sua totalità oggi è troppo grande, indescrivibile.

Accontentiamoci dei frammenti che abbiamo sotto gli occhi». «E non è un caso - aggiunge - che abbia deciso di aprire il mio concerto con la vecchia canzone "A pa’" dedicata a Pasolini. Perché il mio nuovo lavoro ha l’impronta di Pasolini, intellettuale lucido e silente» «Pezzi» è un disco attraversato dall'idea del dolore, in un clima da Olocausto in cui tutti siamo «Numeri da scaricare». Perché? «Ho voluto evidenziare in questa canzone la banalità del male. Rileggendo la storia del processo ad Eichmann, che riduceva il suo lavoro a un problema di smistamento di vagoni ferroviari, viene davvero il dubbio che sia morto impiccato senza capire, convinto di non aver fatto torto a nessuno».

Appassionato di revisionismo storico? «Sì, purché non si dia la pensione a quelli della Repubblica Sociale. La storia è una scienza come la fisica e la chimica e fa i suoi progressi. L'importante è evitare la banalizzazione». (segue)

 

Da Repubblica 23/3/2005

De Gregori: "Il mio disco su un mondo di orrori" di Gino Castaldo


Altero, rigoroso, Francesco De Gregori detto il Principe, ci riceve nella sua bella, bianchissima, casa romana per parlarci del suo nuovo album, dal titolo Pezzi, in uscita venerdì prossimo. Il disco parte con la canzone omonima ed è come una carrellata di immagini su un mondo che va in frantumi.

Ma allora, De Gregori, il mondo che lei vede sta proprio cadendo in pezzi?

"La canzone è nata in dieci minuti. Avevo in testa da tempo l'idea di fare una canzone su un mondo in pezzi, con un vago riferimento a uno spunto di Dylan, esattamente al pezzo Everything is broken, avevo un taccuino dove annotavo pezzi di qua pezzi di là, poi mi sono messo al pianoforte e ho trovato il giro armonico, anche l'idea di Celestino l'avevo in testa, sì il riferimento è a Papa Celestino, rappresenta il rifiuto della politica, che poi pervade un po' tutto il disco. Non vuol dire che smetto di pensare o di votare, ma adesso è solo un dovere a cui mi sottopongo con disciplina".

E' un disco spietato, durissimo...

"Sì lo so, alcune canzoni sono terribili, bambini soldato sepolti in piedi, feriti fucilati, immagini terribili, ma è l'idea che dà la televisione quando mostra la strage di Beslan. Più che spietato, è il riflesso di come va il mondo. Certo, avrei potuto fare un disco parlando della mia vita sentimentale, ma non era quello che volevo. Non so se si possa definire un disco neorealista, forse sì, anche se ci sono delle visioni, e anzi originariamente il titolo doveva essere proprio 'Visioni'".(segue)

Da La Stampa 23/03/2005

De Gregori: la nostra realtà va a «Pezzi»
«Canto la guerra, i treni, l’amarezza»

di Marinella Venegoni

Caro De Gregori, questi «Pezzi» di realtà che lei mette insieme sono terrificanti.

«Descrivere nell'interezza i detriti della nostra contemporaneità è un'opera sovrumana. La realtà è un blob continuo».

È un disco più dilanyano del solito..

«Sì se penso al Dylan rockettaro, elettrificato, sanguinario con se stesso. Ma qui parlo anche di me, senza indulgenze. Quando dico "Il treno sta partendo e non siamo ancora partiti", parlo della mia maturità».

Qualcuno ancora si aspetta canzoni che graffino dentro, e lascino il segno come queste?

«La gente mai è disposta ad accettare musica che sia un veicolo di contenuti seri o drammatici. Nessuno si scandalizza se questo accade in un film, ma per la musica popolare no: siamo abituati ad assegnarle una funzione consolatoria».

Ma dischi così non escono praticamente più..

«Guardi Springsteen: scrive pezzi anche feroci, e non si scandalizza nessuno. Certo, non è la regola. In quanto a me, ho potuto fare questo grazie agli efferati album live, tanto criticati ma che io rivendico: tutto quel lavoro con i musicisti è servito a poter incidere questo materiale». (segue)


Dal Messaggero 23/03/2005

De Gregori, “Pezzi” di poesia di Paolo Zaccagnini

Perché, vi sarete chiesti, Francesco De Gregori, 54enne cantautore romano, è soprannominato “il poeta”? Venerdì acquistate Pezzi , 27esimo album da Theorius campus del ’72, e capirete. Dieci brani che vedono De Gregori tornare alla folgorante, fulgida forma del 1982, di Titanic . C hitarra a tracolla, mente lucida, no proclami, fermezza, impegno, memoria, poesia, realtà, rigore e rispetto. Della Storia e dell’Uomo. Così Pezzi non solo è uno dei suoi belli, commoventi, complessi, riusciti, è lavoro, profondo e semplice, superlativo, che dovrebbe sommuovere coscienze e menti, almeno quelle ancora in grado di scuotersi.
«E’ un disco - spiega De Gregori, troppo intelligente per non essere cosciente di quanto di buono ha creato - sulla nostra contemporaneità, doloroso, non luminoso , che pone interrogativi. Trovo sia uno specchio del momento, del tempo che stiamo vivendo». Non luminoso, certo, anche se la luminosità la si riscontra molto nell’arrangiamento incalzante, veloce, nel modo, robusto e romantico, di porgere i brani... «La musica deve essere solare, è una sorta di riscatto verso il mondo. Suonare per me vuol dire fare qualcosa, è segno d’ottimismo. Ho la forza di raccontare attraverso la musica che, non dimentichiamolo, è un gioco, un modo di giocare . Il pittore ricorre al colore per raccontare le sue emozioni, il mondo, il musicista alle note ».

Quanto, se lo ha fatto, ha influito sul prodotto finale Pezzi l’improvvisa scomparsa, a soli 40 anni, del mandolinista Marco Rosini?
«Abbiamo suonato insieme dal primo all’ultimo giorno, fino all’ultima nota. Anzi, preso dai dubbi l’ho richiamato perché per Gambadilegno a Parigi mi sembrava mancasse un po’ di mandolino. E’ arrivato, ha suonato e pochi giorni dopo... Resta una presenza affettuosa, bella, luminosa. Alla notizia della sua scomparsa siamo rimasti senza fiato. La sua è una mancanza forte, lancinante perché era una persona squisita, buona, piena di talento. Fare la pace con la sua assenza non è facile.(segue)