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Pezzi dai Quotidiani
 
 

Da La Repubblica 23/03/2005
De Gregori: "Il mio disco su
un mondo di orrori"
di Gino Castaldo

Altero, rigoroso, Francesco De Gregori detto il Principe, ci riceve nella sua bella, bianchissima, casa romana per parlarci del suo nuovo album, dal titolo Pezzi, in uscita venerdì prossimo. Il disco parte con la canzone omonima ed è come una carrellata di immagini su un mondo che va in frantumi.

Ma allora, De Gregori, il mondo che lei vede sta proprio cadendo in pezzi?
"La canzone è nata in dieci minuti. Avevo in testa da tempo l'idea di fare una canzone su un mondo in pezzi, con un vago riferimento a uno spunto di Dylan, esattamente al pezzo Everything is broken, avevo un taccuino dove annotavo pezzi di qua pezzi di là, poi mi sono messo al pianoforte e ho trovato il giro armonico, anche l'idea di Celestino l'avevo in testa, sì il riferimento è a Papa Celestino, rappresenta il rifiuto della politica, che poi pervade un po' tutto il disco. Non vuol dire che smetto di pensare o di votare, ma adesso è solo un dovere a cui mi sottopongo con disciplina".
E' un disco spietato, durissimo...
"Sì lo so, alcune canzoni sono terribili, bambini soldato sepolti in piedi, feriti fucilati, immagini terribili, ma è l'idea che dà la televisione quando mostra la strage di Beslan. Più che spietato, è il riflesso di come va il mondo. Certo, avrei potuto fare un disco parlando della mia vita sentimentale, ma non era quello che volevo. Non so se si possa definire un disco neorealista, forse sì, anche se ci sono delle visioni, e anzi originariamente il titolo doveva essere proprio 'Visioni'".
In una canzone dice: "Se potessi rinascere ancora preferirei non rinascere qua". E allora, se potesse, dove le piacerebbe rinascere?
"Se potessi rinascere nell'Italia in cui sono nato io, non cambierei: il dopoguerra, la politica della riconciliazione ancora tutta da fare, l'entusiasmo, verso il boom inteso non solo come consumo materiale ma come una società in cui qualcuno avrebbe fatto un film come "Il sorpasso", quell'Italia non la cambierei. Oggi non so, forse in Africa, meglio ancora in Grecia, ad Atene".
Un po' come il reduce Gambadilegno della canzone omonima, che dice, "sogna Atene"...
"Si ricorre in questa canzone perché ricorre in me: Atene come culla della democrazia della civiltà, della pace, in contrapposizione con Sparta che significava la guerra. Atene era l'invenzione di nuove idee, immaginiamoci i vecchi che passeggiano a discutere di filosofia, beh non sarebbe bello rinascere lì?".
In questa dura osservazione del mondo arriva anche Betlemme. Cos'è la culla di Gesù o l'ennesimo luogo dell'umana tragedia?
"L'idea di una canzone su Betlemme, ce l'avevo da un sacco di tempo. Ogni anno facciamo il nostro presepe e citiamo un luogo di cui oggi non abbiamo più cognizione, la Betlemme di oggi quando la sentiamo nominare non ha più riferimenti con la Betlemme mitologica che ogni anno evochiamo come luogo di nascita del cristianesimo, della pace. Nella canzone invece c'è questo soldato che si trascina sulla sabbia, ferito. In realtà questo disco è pieno di parole, mi rendo conto, ma se sta in piedi, secondo me, è per il suono. È un capitolo diverso, ci sono arrivato per gradi attraverso dischi dal vivo, alcuni criticati, altri criticabili, ma che a me sono serviti ad arrivare a una sonorità che dieci anni fa me la sarei sognata. Molti di questi pezzi saranno esattamente così anche dal vivo".
Che è successo, si diverte di più a suonare oggi?
"Sì, da alcuni anni. Lavorando da cinque o sei anni con gli stessi musicisti succede che non pensi più che stai suonando. Io del resto venivo dal Folkstudio dove suonavo da solo con la chitarra ed ero completamente responsabile di quello che accadeva, un atteggiamento prediscografico, e me lo sono portato appresso per dieci, quindici anni. La Rca mi consigliava dei turnisti, io cercavo di spiegare più o meno quello che volevo, e mi accontentavo subito. Quando la canzone era finita e c'era un vago suono dietro la mia voce, per me andava già bene. M'importava solo che arrivasse il messaggio che 'Niente c'era da capire'".
Però, riascoltando Rimmel non è così vago, anzi...
"Sì, Rimmel fu un disco anomalo, c'era un suono, però poi sono tornato indietro. Mi concentravo troppo sulle parole, cantavo male".
Beh, De Gregori, adesso non esageri, non si butti troppo giù...
"Credo di sì, o comunque so che me ne fregavo. Vivevo con una certa angoscia il fatto di non controllare le tecnologie. Oggi è tutto diverso. Dagli e dagli ho imparato".
Però rimane un'ispirazione dylaniana, almeno in alcuni pezzi?
"Sì, certo, ma se proprio dovessi dire, credo che dovrei pagare in un paio di pezzi un debito a Leonard Cohen".
Pensando alla recente autobiografia di Dylan, non le è mai venuto in mente di scrivere altro dalle canzoni?
"Poesie proprio no, perché mi viene naturale scrivere versi in forma di canzone, e neanche un romanzo. Mi piacerebbe pensare tra dieci anni o più, quando andrò in pensione e non riuscirò più a salire e scendere le scale che qualcuno mi dica: senti, scrivi un romanzo su, che so, Alassio, e io che non so niente di Alassio vado lì per un anno, in una bella casa sul mare, e solo in cambio del fatto che per un anno sto ad Alassio, scrivo un bellissimo romanzo, oppure un bruttissimo romanzo su Alassio che nessuno comprerà".
E neanche un'autobiografia alla Dylan?
"No, lui ha molto da raccontare, non s'è perso niente, e poi il ruolo dei musicisti in America è centrale, molto più importante che da noi, e non per colpa degli artisti italiani. Da noi c'è una specie di embargo da parte della cultura ufficiale, ed è una cosa che col passare del tempo trovo sempre più insopportabile. Il primo comicaccio che fa un libro diventa un intellettuale, molto più di quelli come me che fanno canzoni".

Da "Il corriere della sera" del 23/3/2005
In uscita il nuovo cd «Pezzi» De Gregori come Gaber: deluso dall'Italia «La politica? Neanche la sinistra mi appassiona più. Canto frammenti di vita, dolore e confusione»
di Mario Luttazzo Fegiz

«Questa è la confessione di un uomo confuso che descrive il mondo nell'unico modo oggi possibile, attraverso i pezzi che ne conosce». Così Francesco De Gregori, che ieri sera ai Magazzini Generali ha eseguito in anteprima parte del suo nuovo album «Pezzi», primo dopo 4 anni, da venerdì 25 nei negozi. «L'Iraq? Non ho una risposta - aggiunge -. La crisi energetica? Non lo so. Il mondo nella sua totalità oggi è troppo grande, indescrivibile.
Accontentiamoci dei frammenti che abbiamo sotto gli occhi». «E non è un caso - aggiunge - che abbia deciso di aprire il mio concerto con la vecchia canzone "A pa’" dedicata a Pasolini. Perché il mio nuovo lavoro ha l’impronta di Pasolini, intellettuale lucido e silente»
«Pezzi» è un disco attraversato dall'idea del dolore, in un clima da Olocausto in cui tutti siamo «Numeri da scaricare». Perché?

«Ho voluto evidenziare in questa canzone la banalità del male. Rileggendo la storia del processo ad Eichmann, che riduceva il suo lavoro a un problema di smistamento di vagoni ferroviari, viene davvero il dubbio che sia morto impiccato senza capire, convinto di non aver fatto torto a nessuno».
Appassionato di revisionismo storico? «Sì, purché non si dia la pensione a quelli della Repubblica Sociale. La storia è una scienza come la fisica e la chimica e fa i suoi progressi. L'importante è evitare la banalizzazione».
In «Tempo reale», rivolgendosi all'Italia, chiede «Dov'è finita la tua dolcezza?».
«Già, dov'è finita? Penso a tutti quegli intellettuali, poeti inglesi tedeschi, da Byron a Goethe che venivano in Italia e trovavano la dolcezza e tutto ciò che mancava nelle loro fredde lande. Questa dolcezza è scomparsa».
Ma nella canzone va più in là. Dice «se dovessi rinascere preferirei non rinascere qua». Un po’ come Gaber in «Io non mi sento italiano».
«Sì. Solo che Gaber aggiunge "ma per fortuna o purtroppo lo sono". Nella mia canzone questo "per fortuna" manca. Prima di questa sentenza elenco ragioni incontrovertibili viste da destra o da sinistra: sono esplose banche, treni e aerei e nessuno ha spiegato cos'è successo; ammazzano gente per la strada e nessuno ha visto niente. Sono stato entusiasta della politica per anni, ho partecipato a discussioni appassionate, anche ora vado a votare (per la sinistra), ma la passionalità non c'è più. Non mi piace quasi nulla di Berlusconi e di quello che fa. Ma non serve un odio viscerale: non ho un nemico da abbattere, ho un avversario politico».
Canta anche «e sotto gli occhi della fraternità la libertà con un chiodo tortura la democrazia».
«Oggi c’è una specie di corto circuito. C'è una sopraffazione della libertà sulla democrazia».
In «Parole a memoria» c’è una citazione ricorrente di «Knocking on Heaven’s Door» di Dylan.
«E’ una canzone sul distacco, sulla morte. La citazione mi è venuta spontanea e l'ho lasciata, così come Dylan ha fatto nella sua carriera con canzoni di altri.Il mondo dei musicisti è un mondo di continui prelievi inconsapevoli e consapevoli».
E’ un disco dai suoni springsteeniani? «No. Bruce ha un suono molto più educato, è un bravo ragazzo. Io musicalmente sono più sporco. Springsteen è un furbacchione del rock».
E lei un naive? «Io suono gli strumenti come vanno suonati. Si sente che lui lavora in uno studio. Sarà chiaro a tutti che io non sono un ammiratore di Springsteen ma di Dylan. Due mondi diversi. Dylan è musicista sbilenco, dissonante, innovativo. Springsteen ha buona volontà, ha studiato ma la cosa finisce lì. Chi ha conosciuto Dylan o Woody Guthrie 30 anni fa, oggi non si può far affascinare da Springsteen».

Da "La stampa" del 23/3/2005, ht Le news di Marinella Venegoni

De Gregori: la nostra realtà va a «Pezzi» «Canto la guerra, i treni, l’amarezza»

di Marinella Venegoni inviata a MILANO

Caro De Gregori, questi «Pezzi» di realtà che lei mette insieme sono terrificanti.

«Descrivere nell'interezza i detriti della nostra contemporaneità è un'opera sovrumana. La realtà è un blob continuo».
È un disco più dilanyano del solito..
«Sì se penso al Dylan rockettaro, elettrificato, sanguinario con se stesso. Ma qui parlo anche di me, senza indulgenze. Quando dico "Il treno sta partendo e non siamo ancora partiti", parlo della mia maturità».
Qualcuno ancora si aspetta canzoni che graffino dentro, e lascino il segno come queste?
«La gente mai è disposta ad accettare musica che sia un veicolo di contenuti seri o drammatici. Nessuno si scandalizza se questo accade in un film, ma per la musica popolare no: siamo abituati ad assegnarle una funzione consolatoria».
Ma dischi così non escono praticamente più..
«Guardi Springsteen: scrive pezzi anche feroci, e non si scandalizza nessuno. Certo, non è la regola. In quanto a me, ho potuto fare questo grazie agli efferati album live, tanto criticati ma che io rivendico: tutto quel lavoro con i musicisti è servito a poter incidere questo materiale».
Contenuti pesanti, spessi.
«Sono contenuti importanti, è un disco scandaloso per quel che racconta: ma la musica aiuta a digerire tali contenuti».
Nel suo inquietante blob della realtà, fra rovine e macerie umane e belliche, ci sono «bambini soldato sepolti in piedi».
«I soldati bambini non me li sono certo inventati io».
«Gambadilegno a Parigi» è il brano forse più enigmatico.
«Anche qui si parla di soldati. Gambadilegno è un soldato sconfitto, un ferito che mescola sogno e realtà, battaglie e dopoguerra».
Forse un mercenario?
«Un soldato è sempre mercenario».
Ritornano simboli di sofferenze e ingredienti storici della sua amarezza. All'epoca del craxismo c'era un autotreno carico di sale, oggi lei canta «Ho messo la testa nel secchio/ E nel secchio c'è acqua e sale».
«In un disco corroso come questo l'amarezza ci sta bene. Mi sono limitato con il sangue, ce n'è poco».
Anche i treni continuano a far parte del suo immaginario...
«Il treno è un ottimo mezzo di trasporto. Son venuto da Roma a Milano in treno, ieri. Non rischi il sequestro degli aeroporti. È un modo per avvicinarsi pian piano a luoghi esotici, evitando gli choc culturali del turista frettoloso».
«Tempo reale» è una durissima denuncia dell'omertà. Lei canta «Nessuno ricorda la faccia del boia/È un ricordo spiacevole».
«Don Ciotti ieri ha detto davanti al presidente Ciampi che un Paese con tante vittime di mafia non è un Paese civile. Però, anche se rubi su un appalto per le TAC, c'è gente che ne morirà».
La morale della favola?
«Non dò morale. L'arte rappresenta e non dà soluzioni, instilla dubbi e aiuta il cervello a ragionare. Per decidere se stare allegri ci sono altri mezzi, e c'è gente che ha una sensibilità diversa e riesce a stare allegra».
In tanta desolazione, lo spiraglio di speranza è nelle ultime due righe dell'ultimo brano. «Il vestito del violinista» dice: «Come vedere spuntare il sole dall'altra parte di un muro/E falegnami e filosofi fabbricare il futuro».
«La salvezza del mondo secondo me passa di lì. Forse Casson e Cacciari farebbero bene a continuare a fare, rispettivamente, il magistrato e il filosofo. Dietro questo disco non ci sono solo le bombe non spiegate, ma anche il fatto che la politica non è più una salvezza».
Fra poco ci sono le elezioni.
«Sì, l'ho sentito dire».

Da "Il Mattino", 23/3/2005: LA SVOLTA ELETTRICA Chitarre selvagge e versi dolenti:

«Un cd cupo come questi giorni» Da «Viva l’Italia» al j’accuse di «Tempo reale»: «Se potessi rinascere vorrei non farlo qua» «Le mie canzoni come cronache del dopobomba» Federico Vacalebre. L’uomo che cammina sui «Pezzi» di vetro confessa di esser confuso dalle cronache di ordinaria crudeltà che ci circondano. Il cantautore che gridava «Viva l’Italia che resiste» se potesse rinascere preferirebbe «non rinascere qua». Il simbolo della canzone di sinistra spiega che voterà «per il candidato che la sinistra mi mette sotto il naso, disciplinatamente, senza passione alcuna», e poi si arruola con Celestino V tra gli ignavi. Il rocker che non c’era ancora ora c’è e rocka e rolla con una band tutta sua, dylaniana e dylaniata. «Pezzi» è il disco più cupo della sua discografia, De Gregori. Che cosa succede? «Il mondo è a pezzi, non lo salveranno, né lo spiegheranno le mie canzoni. Il disco è pieno di cadaveri, di guerre, di violenza: come le storie che vediamo nei tg o intorno a noi. Non riesco a scrivere d’altri tempi se non del mio. Questo è un album dolente, scritto in tempi dolenti, da cronache del dopobomba». Nessuna speranza? «Poca.

Gli ultimi versi dell’ultima canzone, ”Il vestito del violinista”, che lasciano spazio a un dopoguerra, al rivedere il sole che spunta ”dall’altra parte del muro e falegnami e filosofi fabbricare il futuro”. Ci serve davvero un filosofo - di certo non Buttiglione, ma nemmeno Vattimo o Cacciari - che ci aiuti a ripensare il domani, che ci riconsegni quattro-cinque categorie etiche indiscutibili da cui ripartire». È la fine del mondo, ma il principe Ciccio non sembra infelice. «Non lo sono, anche se sono atterrito da quello che mi circonda. Da uomo di lettere, che è quello che sono in fondo, ho un privilegio: racconto quello che vedo. Mi viene in mente il Dylan della fine di ”A hard rains a-gonna fall”: ”Resterò in piedi, starò sull'oceano fino a quando incomincerò ad affondare, ma saprò bene la mia canzone prima di incominciare a cantare”».

«Pezzi» ha dei temi che tornamo spesso: il treno, il Natale, i bambini. «Il treno e il Natale sono degli snodi intorno a cui mi muovo spesso. Sono cresciuto a Pescara in una casa vicino a una stazione, la casa dei nonni a Firenze era vicina a un’altra stazione. Nei primi anni ’50 andare a veder passare una locomotiva a un passaggio a livello, una sorta di trainspotting antelitteram, era il massimo dello svago immaginabile. Il Natale è un altro luogo mitico dell’infanzia, che con i bambini del disco non c’entra nulla. Non è più infanzia quella trucidata in una scuola di Beslan: quella violenza non la dimenticherò più, è alla base di diversi brani di questo cd. Ci sono terrorismi che riesci a capire e persino a giustificare, dai tirannicidi ai popoli che lottano per la loro libertà, ma se vedi uomini sparare su bimbi che scappano in mutande...».

«Sangue su sangue», cantava un tempo. Tra i «Pezzi» di universo che esplodono ci sono corpi a perdere che viaggiano su treni come «Numeri da scaricare», ci sono uomini che muoiono a Betlemme, soldati che attraversano Parigi come in un viaggio al termine della notte. E c’è l’Italia «non donna di provincia ma bordello» di «Tempo reale», in cui non vorrebbe più rinascere. Un j’accuse spietato contro una «Povera patria»: «Paese di terra, terra di cani... paese di pecore e di pescecani... dove il crimine paga, c’è un segno di gesso per terra e la gente che sta a guardare». «Non grido più ”Viva l’Italia”, non vedo più l’Italia che resiste, mi chiedo: ”Dov’è finita la tua dolcezza famosa tanto tempo fa... chissà se davvero esisteva una volta o se era una favola o se tornerà”». Tutta colpa di Berlusconi? «Non mi piacciono lui, i suoi, come governa, certe leggi costruite su misura per se stesso e la sua corte, ma è un avversario politico, non è un nemico, non è l’unico male e non mi entusiasmo tifando contro. Forse i giovani vedono l’Italia che resiste, io no. ”Tempo reale” racconta l’Italia di oggi, paese di ladri, assassini, mignotte, magnaccia, mafiosi, politici svenduti. E allora mi arruolo con gli ignavi che Dante condannava al pre-Inferno: ”Vai in Africa, Celestino!” parla di questo. Mi sento come il Papa che non volle essere Papa, quello del gran rifiuto: potremmo andarcene nel continente nero tutti e due, a cercare avventure o a lottare davvero per un mondo migliore: contro la fame, la sete, l’Aids. Altro che politica». Intanto ci sono le elezioni. «Farò il mio dovere di uomo di sinistra, senza sprecare un secondo di più. Un tempo entrare nel seggio era un’emozione, oggi un obbligo che porto a termine con disciplina».


da Kataweb Musica del 23/3/2005
De Gregori, è solo rock'n'roll Pezzi...di vita. Francesco, amore per l'Italia, lontano dalla politica.

"Chitarra, basso, batteria, oggi mi piace lavorare così" di Giorgio Casari

Pezzi è un disco rock'n'roll: lo conferma il suo stesso autore, un Francesco De Gregori loquace e in perfetta forma, che si è intrattenuto generosamente con noi sulla sua ultima fatica.

Probabilmente è una percezione dell'ascoltatore, più che dell'artefice, ma i nuovi brani paiono più essenziali, meno cerebrali.

E' in effetti così: l'idea di base dell'album era di suonare con le energie e la determinazione del rock, senza farsi irretire da particolari complicazioni.

Tutto è stato suonato con gli elementi di base, chitarra-basso-batteria, perché è in questo modo che mi interessa lavorare oggi.

Oltre al taglio immediato trapelano diverse ascendenze folk, soprattutto in un pezzo come 'Nemo', vicino alle melodie napoletane.

Diffido un po', a essere sincero, dalle etichette come folk o musica etnica: per un certo periodo non volevano significare niente altro che accostamente superficiali a generi sicuramente nobili. Nello stesso tempo, come molti di noi, sono cresciuto anche con il melodramma, con le opere liriche che mia madre ascoltava alla radio e che mi sono decisamente entrate nelle orecchie.

In 'Tempo reale' canta che non vorrebbe rinascere qua, nel singolo 'Vai in Africa, Celestino!' Suggerisce il trasferimento in un altro Continente...

Chiaramente sono eccessi poetici, dettati anche dall'amore che provo per l'Italia: solo con chi si ama si può arrivare a un litigio davvero feroce. Detto questo, la situazione è delle peggiori: personalmente mi sto disamorando della politica e resto sconfortato guardando, sia a destra sia a sinistra, gli esponenti nostrani della cosiddetta classe dirigente. In mezzo a noi, poi, succede qualsiasi tipo di catastrofe umanitaria e nemmeno sembra che ce ne accorgiamo: si vive tutto con un'indifferenza e un fastidio incredibili.

I "pezzi" da cui prende il titolo l'album sono i frammenti della nostra vita, quindi, sempre più frenetica e senza senso.

Esattamente. Non ci sono molte difese rispetto ai ritmi che siamo costretti a subire.

L'impegno civile che era proprio de 'Il fischio del Vapore', con Giovanna Marini, ha quindi trovato una dimensone rock'n'roll.

La linea estetica rimane proprio la stessa di quel disco, con la batteria che non si limita a seguire ritmi piani, ma fa un po' di sincopi. Poi c'è il blues, una struttura ben scandita che permette al meglio di raccontare storie.

Lei si è sempre irritato di fronte a chi vede nella sua produzione un atto poetico.

Beh, diciamo che la canzone e la poesia sono due strumenti artistici differenti: la prima è legata profondamente alla musica, la seconda risuona soprattutto nella testa...

Eppure i suoi primi testi avevano un taglio lirico interessante, che li ha fatti addirittura avvicinare all'ermetismo.

Le confesso che non ho mai capito questa cosa della poca chiarezza dei miei testi, se non magari collegata a una mia immaturità artistica. Ovvero: non ho mai voluto essere diretto, altrimenti non avrei scritto canzoni, ma slogan, però non ho mai pensato di essere criptico o enigmatico.

In ogni caso le liriche di 'Pezzi' godono di una chiarezza emotiva straordinaria.

Su questo siamo d'accordo. L'urgenza di esprimersi è primaria per chi continua a fare il mio mestiere.

Ecco, appunto: ha conservato le curiosità dei suoi tempi migliori.

Diciamo che una sorta di entusiasmo non si è ancora spento.

Sciogliamo un enigma, a proposito: il Celestino di 'Vai in Africa, Celestino!' è un suo amico o una figura storica?

La seconda. Si tratta di Celestino V, che Dante mise nell'Antinferno assieme agli ignavi perché non aveva accettato il Papato. I riferimenti alla nostra ignavia sono evidenti e voluti.

da "L'avvenire" del 23/3/2005
Cantacronache del 2005? f.v.

Da venerdì nei negozi «Pezzi», uno sguardo sul mondo attuale in 10 canzoni rock e blues «Ho voluto un disco che suonasse come quello di una band e non di un cantautore»

De Gregori: «Canto la crisi di quest’Italia così confusa» «Se potessi rinascere sceglierei un altro posto Anche la politica mi ha un po' deluso. Questo è un album "neorealista" ma non ci sono solo drammi o amarezze» «Da laico anch’io sento il valore della resurrezione di Cristo. L’idea della morte mi fa valorizzare ogni istante della vita» Di Gigio Rancilio Francesco De Gregori sorride. In mano ha una rosa. Addosso un vestito a righe, molto elegante, e un paio di occhiali tondi che gli illuminano il viso smagrito.

Lui sorride e tu ti senti in imbarazzo, perché il suo nuovo album Pezzi ti offre un ritratto così grigio del presente da stordirti.

Se ventisei anni fa, Francesco in Viva L'Italia metteva a confronto le due facce del Paese - quella corrotta e mafiosa e quella che pur «derubata e colpita al cuore» comunque viveva e lottava («Viva l'Italia che non muore») - adesso in Tempo reale ti mette sotto il naso tutto il peggio che ci attornia. «Un'Italia di squali e pescecani». Dove perfino la politica ha deluso un impegnato e di sinistra come lui («Mi ha disilluso perché così come fatta oggi non credo possa risolvere i problemi del mondo»).

«Tempo reale», la canzone manifesto del disco, è una «Viva l'Italia» senza la parte da salvare. La prosecuzione di «Povera patria» di Battiato e di «Io non mi sento italiano» di Gaber.

«La cosa davvero drammatica è che io non ho inventato niente: né le stragi ancora senza colpevoli, né le ruberie, né certi attacchi alla democrazia... Ho solo messo insieme i vari fatti e li ho chiosati con l'ultimo verso».

Che è un colpo al cuore, visto che canti: «Se io potessi rinascere, preferirei non nascere qua». Davvero pensi che l'Italia non sia più una nazione dove valga la pena nascere?

«Non è un caso che questa canzone si chiami Tempo reale: parla infatti del qui e dell'adesso. Di un'Italia che non mi piace e che è molto diversa da quella in cui sono nato io negli anni Cinquanta. Quella era un'Italia tenera, modesta, laboriosa. Lì sì che mi piacerebbe rinascere».

«Pezzi» però si apre con «Vai in Africa, Celestino» che sembra un invito a cambiare le cose e a smetterla di piangersi addosso.

«È soprattutto un invito a lasciarsi alle spalle il nostro mondo a pezzi, con le sue politichette e le sue scaramucce e ad andare in Africa non solo come Manfredi nel film di Scola o come certi eroi perdenti di Conrad, ma anche come Albert Schweitzer e Madre Teresa, anche se lei ha operato in India. A combattere cioè una guerra più importante. Comunque, in generale, la canzone non ha mai una ricetta precisa: vive anche grazie alla sua ambiguità».

Infatti «Il panorama di Betlemme» che appare dedicata al conflitto mediorientale, sembra dedicata alla piccolezza umana.

«C'è la banalità della morte di un uomo banale, il quale nel momento della fine si occupa di cose banali, rivolgendo a Dio parole banali. È una canzone sulla banalità e sui deliri di onnipotenza, oltre che un brano sulla stupidità della guerra. Però torno a ripetermi: le canzoni non sono la ricetta di niente e a spiegarle così, senza musica, si rischia di impoverirle».

Non sarà una novità per te, doverle spiegare. Non ti hanno sempre detto che sei ermetico?

«Non ho mai creduto al fatto che la gente non capiva le mie canzoni. Ho sempre pensato che fosse una forma di difesa di fronte ad una cosa strana o nuova».

Il tuo album ha anche una seconda faccia: quella delle ballate, malinconiche, poetiche e struggenti. Lì, tra l'amore e la poesia, mi sembra ci sia la via di salvezza dagli orrori quotidiani indicata da te.

«Quando un uomo è distrutto dalla vita, solo l'amore può farlo risorgere.

Quell'amore che rischiara perfino le galere e che aiuta persino a dare un senso alla sofferenza».

Hai detto che quest'album «per la prima volta suona esattamente come suonerà dal vivo con la mia band». Eppure, poco dopo averlo terminato, Marco Rosini, uno dei pilastri del tuo gruppo, è venuto a mancare a soli 40 anni. Dev'essere stato un colpo durissimo...

«È successo all'improvviso. Noi della band abbiamo davvero perso un fratello.

Per questo non abbiamo voluto sostituirlo con un altro mandolinista. La sua scomparsa è una di quelle cose che non riesci a spiegarti».

Non vorrei essere indelicato: ma tu che rapporto hai con la morte?

«Mi fa paura. Non ho un rapporto sereno, semmai di accettazione. Di non protesta. Sono ancora in un'età in cui permane quasi l'incredulità di fronte all'idea di dover morire. Ma io ci faccio i conti e per questo cerco di valorizzare fino all'ultimo la vita».

Da laico come vivi il fatto che tra pochi giorni milioni di persone celebreranno la Resurrezione di Cristo?

«Qualunque uomo ha dentro il senso dell'infinito. Nessuno, quindi, può rimanere indifferente di fronte alla resurrezione. Certo, Foscolo pensava che non morire mai volesse dire semplicemente essere ricordati. Ma credo sia un'idea banale, come quella che risorgere sia soltanto uscire da una tomba. Mi piace pensare a un passo di Resistenza e resa di Dietrich Bonhoeffer dove lui raggiunge un momento di grande comunione con Dio quando vede un fiorellino che nasce su un muro. Mi colpisce il fatto che se un teologo come lui usa quest'immagine per arrivare ad un'idea di Dio così calda e fisica, la distanza che separa un grande uomo di fede e martire come lui da un poveretto come me non è poi così tanta. In quel fiore per me c'è ciò che ci precede e ciò che ci seguirà. C'è il senso della vita».


Da "Il messaggero" del 23/3/2005,  

Il suo nuovo, splendido album esce venerdì: è il ventisettesimo dall’esordio, nel 1972 De Gregori, “Pezzi” di poesia
di Paolo Zaccagnini


Perché, vi sarete chiesti, Francesco De Gregori è soprannominato “il poeta”? Venerdì acquistate Pezzi , 27esimo album da Theorius campus del ’72, e capirete. Dieci brani che vedono De Gregori tornare alla folgorante, fulgida forma del 1982, di Titanic . Chitarra a tracolla, mente lucida, no proclami, fermezza, impegno, memoria, poesia, realtà, rigore e rispetto. Della Storia e dell’Uomo. Così Pezzi non solo è uno dei suoi belli, commoventi, complessi, riusciti, è lavoro, profondo e semplice, superlativo, che dovrebbe sommuovere coscienze e menti, almeno quelle ancora in grado di scuotersi.

«E’ un disco - spiega De Gregori, troppo intelligente per non essere cosciente di quanto di buono ha creato - sulla nostra contemporaneità, doloroso, non luminoso , che pone interrogativi. Trovo sia uno specchio del momento, del tempo che stiamo vivendo». Non luminoso, certo, anche se la luminosità la si riscontra, molto, nell’arrangiamento incalzante, veloce, nel modo, robusto e romantico, di porgere i brani... «La musica deve essere solare, è una sorta di riscatto verso il mondo. Suonare per me vuol dire fare qualcosa, è segno d’ottimismo. Ho la forza di raccontare attraverso la musica che, non dimentichiamolo, è un gioco, un modo di giocare . Il pittore ricorre al colore per raccontare le sue emozioni, il mondo, il musicista alle note ».

Quanto, se lo ha fatto, ha influito sul prodotto finale Pezzi l’improvvisa scomparsa, a soli 40 anni, del mandolinista Marco Rosini? «Abbiamo suonato insieme dal primo all’ultimo giorno, fino all’ultima nota. Anzi, preso dai dubbi l’ho richiamato perché per Gambadilegno a Parigi mi sembrava mancasse un po’ di mandolino. E’ arrivato, ha suonato e pochi giorni dopo... Resta una presenza affettuosa, bella, luminosa. Alla notizia della sua scomparsa siamo rimasti senza fiato. La sua è una mancanza forte, lancinante perché era una persona squisita, buona, piena di talento. Fare la pace con la sua assenza non è facile.

Non sono triste, neanche gli altri, perché ne conservo, tutti noi anzi, un ricordo bello. Che ride e ci sorride ».

Un lavoro così complesso, dal punto di vista letterario, e musicalmente molto diretto, superbo, quanto tempo l’ha impiegata? Quali i pezzi preferiti? «Sei mesi. Vai in Africa, Celestino , il primo brano, è anche l’ultimo che ho scritto e al cui testo sono più attaccato. Così come Gambadilegno a Parigi e Numeri da scaricare ». Il panorama di Betlemme ? «E’ storico, ha diversi significati.

Natalizio, religioso, politico, la Palestina, la pace, il terrorismo. Betlemme è luogo fortemente simbolico, la canzone si è quasi scritta da sola . Così come il piano di lettura di Gambadilegno a Parigi ha come sfondo il dopoguerra a Parigi, vi è una ferita».

Il Celestino di Vai in Africa, Celestino è Papa Celestino V - Pietro Angeleri, nato a Isernia nel 1215 e morto a Fumone nel 1296, quarto pontefice ad abdicare - citato da Dante? «Si, abdicò per non vedersi immischiato nelle lotte intestine della Chiesa, finì all’Inferno nel girone degli Ignavi per la sua scelta di rifugiarsi in un luogo di fuga lontano che oggi potrebbe essere l’Africa. No, oggi è luogo dove combattere la guerra contro fame, sete, povertà». Pezzi suona molto diretto, magnificamente rock... «E’ figlio dei tanti dischi dal vivo fatti - sette in 15 anni, ndr - e dei concerti degli ultimi anni, dell’unione profonda col gruppo, basta un’occhiata e sappiamo cosa fare. Non ci fosse stata questa coesione dubito che Pezzi sarebbe venuto così. Dentro c’è tutta la gioia di creare, suonare insieme». E fare, poeticamente, a pezzi l’oggi orrendo.