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Da
La Repubblica 23/03/2005
De Gregori: "Il mio disco su
un mondo di orrori"
di Gino Castaldo
Altero, rigoroso, Francesco De Gregori detto il Principe, ci riceve
nella sua bella, bianchissima, casa romana per parlarci del suo
nuovo album, dal titolo Pezzi, in uscita venerdì prossimo.
Il disco parte con la canzone omonima ed è come una carrellata
di immagini su un mondo che va in frantumi.
Ma
allora, De Gregori, il mondo che lei vede sta proprio cadendo
in pezzi?
"La canzone
è nata in dieci minuti. Avevo in testa da tempo l'idea
di fare una canzone su un mondo in pezzi, con un vago riferimento
a uno spunto di Dylan, esattamente al pezzo Everything is broken,
avevo un taccuino dove annotavo pezzi di qua pezzi di là,
poi mi sono messo al pianoforte e ho trovato il giro armonico,
anche l'idea di Celestino l'avevo in testa, sì il riferimento
è a Papa Celestino, rappresenta il rifiuto della politica,
che poi pervade un po' tutto il disco. Non vuol dire che smetto
di pensare o di votare, ma adesso è solo un dovere a cui
mi sottopongo con disciplina".
E'
un disco spietato, durissimo...
"Sì
lo so, alcune canzoni sono terribili, bambini soldato sepolti
in piedi, feriti fucilati, immagini terribili, ma è l'idea
che dà la televisione quando mostra la strage di Beslan.
Più che spietato, è il riflesso di come va il mondo.
Certo, avrei potuto fare un disco parlando della mia vita sentimentale,
ma non era quello che volevo. Non so se si possa definire un disco
neorealista, forse sì, anche se ci sono delle visioni,
e anzi originariamente il titolo doveva essere proprio 'Visioni'".
In
una canzone dice: "Se potessi rinascere ancora preferirei
non rinascere qua". E allora, se potesse, dove le piacerebbe
rinascere?
"Se
potessi rinascere nell'Italia in cui sono nato io, non cambierei:
il dopoguerra, la politica della riconciliazione ancora tutta
da fare, l'entusiasmo, verso il boom inteso non solo come consumo
materiale ma come una società in cui qualcuno avrebbe fatto
un film come "Il sorpasso", quell'Italia non la cambierei.
Oggi non so, forse in Africa, meglio ancora in Grecia, ad Atene".
Un
po' come il reduce Gambadilegno della canzone omonima, che dice,
"sogna Atene"...
"Si
ricorre in questa canzone perché ricorre in me: Atene come
culla della democrazia della civiltà, della pace, in contrapposizione
con Sparta che significava la guerra. Atene era l'invenzione di
nuove idee, immaginiamoci i vecchi che passeggiano a discutere
di filosofia, beh non sarebbe bello rinascere lì?".
In
questa dura osservazione del mondo arriva anche Betlemme. Cos'è
la culla di Gesù o l'ennesimo luogo dell'umana tragedia?
"L'idea
di una canzone su Betlemme, ce l'avevo da un sacco di tempo. Ogni
anno facciamo il nostro presepe e citiamo un luogo di cui oggi
non abbiamo più cognizione, la Betlemme di oggi quando
la sentiamo nominare non ha più riferimenti con la Betlemme
mitologica che ogni anno evochiamo come luogo di nascita del cristianesimo,
della pace. Nella canzone invece c'è questo soldato che
si trascina sulla sabbia, ferito. In realtà questo disco
è pieno di parole, mi rendo conto, ma se sta in piedi,
secondo me, è per il suono. È un capitolo diverso,
ci sono arrivato per gradi attraverso dischi dal vivo, alcuni
criticati, altri criticabili, ma che a me sono serviti ad arrivare
a una sonorità che dieci anni fa me la sarei sognata. Molti
di questi pezzi saranno esattamente così anche dal vivo".
Che
è successo, si diverte di più a suonare oggi?
"Sì,
da alcuni anni. Lavorando da cinque o sei anni con gli stessi
musicisti succede che non pensi più che stai suonando.
Io del resto venivo dal Folkstudio dove suonavo da solo con la
chitarra ed ero completamente responsabile di quello che accadeva,
un atteggiamento prediscografico, e me lo sono portato appresso
per dieci, quindici anni. La Rca mi consigliava dei turnisti,
io cercavo di spiegare più o meno quello che volevo, e
mi accontentavo subito. Quando la canzone era finita e c'era un
vago suono dietro la mia voce, per me andava già bene.
M'importava solo che arrivasse il messaggio che 'Niente c'era
da capire'".
Però,
riascoltando Rimmel non è così vago, anzi...
"Sì,
Rimmel fu un disco anomalo, c'era un suono, però poi sono
tornato indietro. Mi concentravo troppo sulle parole, cantavo
male".
Beh,
De Gregori, adesso non esageri, non si butti troppo giù...
"Credo
di sì, o comunque so che me ne fregavo. Vivevo con una
certa angoscia il fatto di non controllare le tecnologie. Oggi
è tutto diverso. Dagli e dagli ho imparato".
Però
rimane un'ispirazione dylaniana, almeno in alcuni pezzi?
"Sì,
certo, ma se proprio dovessi dire, credo che dovrei pagare in
un paio di pezzi un debito a Leonard Cohen".
Pensando
alla recente autobiografia di Dylan, non le è mai venuto
in mente di scrivere altro dalle canzoni?
"Poesie
proprio no, perché mi viene naturale scrivere versi in
forma di canzone, e neanche un romanzo. Mi piacerebbe pensare
tra dieci anni o più, quando andrò in pensione e
non riuscirò più a salire e scendere le scale che
qualcuno mi dica: senti, scrivi un romanzo su, che so, Alassio,
e io che non so niente di Alassio vado lì per un anno,
in una bella casa sul mare, e solo in cambio del fatto che per
un anno sto ad Alassio, scrivo un bellissimo romanzo, oppure un
bruttissimo romanzo su Alassio che nessuno comprerà".
E
neanche un'autobiografia alla Dylan?
"No,
lui ha molto da raccontare, non s'è perso niente, e poi
il ruolo dei musicisti in America è centrale, molto più
importante che da noi, e non per colpa degli artisti italiani.
Da noi c'è una specie di embargo da parte della cultura
ufficiale, ed è una cosa che col passare del tempo trovo
sempre più insopportabile. Il primo comicaccio che fa un
libro diventa un intellettuale, molto più di quelli come
me che fanno canzoni".
Da
"Il
corriere della sera" del 23/3/2005
In
uscita il nuovo cd «Pezzi» De Gregori come Gaber:
deluso dall'Italia «La politica? Neanche la sinistra mi
appassiona più. Canto frammenti di vita, dolore e confusione»
di
Mario Luttazzo Fegiz
«Questa è la confessione di un uomo confuso che descrive
il mondo nell'unico modo oggi possibile, attraverso i pezzi che
ne conosce». Così Francesco De Gregori, che ieri
sera ai Magazzini Generali ha eseguito in anteprima parte del
suo nuovo album «Pezzi», primo dopo 4 anni, da venerdì
25 nei negozi. «L'Iraq? Non ho una risposta - aggiunge -.
La crisi energetica? Non lo so. Il mondo nella sua totalità
oggi è troppo grande, indescrivibile. Accontentiamoci
dei frammenti che abbiamo sotto gli occhi». «E non
è un caso - aggiunge - che abbia deciso di aprire il mio
concerto con la vecchia canzone "A pa’" dedicata
a Pasolini. Perché il mio nuovo lavoro ha l’impronta
di Pasolini, intellettuale lucido e silente»
«Pezzi» è un disco attraversato dall'idea del
dolore, in un clima da Olocausto in cui tutti siamo «Numeri
da scaricare». Perché?
«Ho voluto evidenziare in questa canzone la banalità
del male. Rileggendo la storia del processo ad Eichmann, che riduceva
il suo lavoro a un problema di smistamento di vagoni ferroviari,
viene davvero il dubbio che sia morto impiccato senza capire,
convinto di non aver fatto torto a nessuno».
Appassionato di revisionismo storico? «Sì, purché
non si dia la pensione a quelli della Repubblica Sociale. La storia
è una scienza come la fisica e la chimica e fa i suoi progressi.
L'importante è evitare la banalizzazione».
In «Tempo reale», rivolgendosi all'Italia,
chiede «Dov'è finita la tua dolcezza?».
«Già, dov'è finita? Penso a tutti
quegli intellettuali, poeti inglesi tedeschi, da Byron a Goethe
che venivano in Italia e trovavano la dolcezza e tutto ciò
che mancava nelle loro fredde lande. Questa dolcezza è
scomparsa».
Ma nella canzone va più in là. Dice «se
dovessi rinascere preferirei non rinascere qua». Un po’
come Gaber in «Io non mi sento italiano».
«Sì. Solo che Gaber aggiunge "ma per
fortuna o purtroppo lo sono". Nella mia canzone questo "per
fortuna" manca. Prima di questa sentenza elenco ragioni incontrovertibili
viste da destra o da sinistra: sono esplose banche, treni e aerei
e nessuno ha spiegato cos'è successo; ammazzano gente per
la strada e nessuno ha visto niente. Sono stato entusiasta della
politica per anni, ho partecipato a discussioni appassionate,
anche ora vado a votare (per la sinistra), ma la passionalità
non c'è più. Non mi piace quasi nulla di Berlusconi
e di quello che fa. Ma non serve un odio viscerale: non ho un
nemico da abbattere, ho un avversario politico».
Canta anche «e sotto gli occhi della fraternità
la libertà con un chiodo tortura la democrazia».
«Oggi c’è una specie di corto circuito.
C'è una sopraffazione della libertà sulla democrazia».
In «Parole a memoria» c’è una
citazione ricorrente di «Knocking on Heaven’s Door»
di Dylan.
«E’ una canzone sul distacco, sulla morte.
La citazione mi è venuta spontanea e l'ho lasciata, così
come Dylan ha fatto nella sua carriera con canzoni di altri.Il
mondo dei musicisti è un mondo di continui prelievi inconsapevoli
e consapevoli».
E’ un disco dai suoni springsteeniani?
«No. Bruce ha un suono molto più educato, è
un bravo ragazzo. Io musicalmente sono più sporco. Springsteen
è un furbacchione del rock».
E lei un naive? «Io suono gli strumenti
come vanno suonati. Si sente che lui lavora in uno studio. Sarà
chiaro a tutti che io non sono un ammiratore di Springsteen ma
di Dylan. Due mondi diversi. Dylan è musicista sbilenco,
dissonante, innovativo. Springsteen ha buona volontà, ha
studiato ma la cosa finisce lì. Chi ha conosciuto Dylan
o Woody Guthrie 30 anni fa, oggi non si può far affascinare
da Springsteen».
Da
"La
stampa" del 23/3/2005, ht Le news di Marinella Venegoni
De Gregori: la nostra realtà va a «Pezzi»
«Canto la guerra, i treni, l’amarezza»
di
Marinella Venegoni inviata a MILANO
Caro De Gregori, questi «Pezzi» di realtà
che lei mette insieme sono terrificanti.
«Descrivere
nell'interezza i detriti della nostra contemporaneità è
un'opera sovrumana. La realtà è un blob continuo».
È
un disco più dilanyano del solito..
«Sì
se penso al Dylan rockettaro, elettrificato, sanguinario con se
stesso. Ma qui parlo anche di me, senza indulgenze. Quando dico
"Il treno sta partendo e non siamo ancora partiti",
parlo della mia maturità».
Qualcuno
ancora si aspetta canzoni che graffino dentro, e lascino il segno
come queste?
«La
gente mai è disposta ad accettare musica che sia un veicolo
di contenuti seri o drammatici. Nessuno si scandalizza se questo
accade in un film, ma per la musica popolare no: siamo abituati
ad assegnarle una funzione consolatoria».
Ma
dischi così non escono praticamente più..
«Guardi
Springsteen: scrive pezzi anche feroci, e non si scandalizza nessuno.
Certo, non è la regola. In quanto a me, ho potuto fare
questo grazie agli efferati album live, tanto criticati ma che
io rivendico: tutto quel lavoro con i musicisti è servito
a poter incidere questo materiale».
Contenuti
pesanti, spessi.
«Sono
contenuti importanti, è un disco scandaloso per quel che
racconta: ma la musica aiuta a digerire tali contenuti».
Nel
suo inquietante blob della realtà, fra rovine e macerie
umane e belliche, ci sono «bambini soldato sepolti in piedi».
«I soldati
bambini non me li sono certo inventati io».
«Gambadilegno
a Parigi» è il brano forse più enigmatico.
«Anche
qui si parla di soldati. Gambadilegno è un soldato sconfitto,
un ferito che mescola sogno e realtà, battaglie e dopoguerra».
Forse
un mercenario?
«Un
soldato è sempre mercenario».
Ritornano
simboli di sofferenze e ingredienti storici della sua amarezza.
All'epoca del craxismo c'era un autotreno carico di sale, oggi
lei canta «Ho messo la testa nel secchio/ E nel secchio
c'è acqua e sale».
«In
un disco corroso come questo l'amarezza ci sta bene. Mi sono limitato
con il sangue, ce n'è poco».
Anche
i treni continuano a far parte del suo immaginario...
«Il
treno è un ottimo mezzo di trasporto. Son venuto da Roma
a Milano in treno, ieri. Non rischi il sequestro degli aeroporti.
È un modo per avvicinarsi pian piano a luoghi esotici,
evitando gli choc culturali del turista frettoloso».
«Tempo
reale» è una durissima denuncia dell'omertà.
Lei canta «Nessuno ricorda la faccia del boia/È un
ricordo spiacevole».
«Don
Ciotti ieri ha detto davanti al presidente Ciampi che un Paese
con tante vittime di mafia non è un Paese civile. Però,
anche se rubi su un appalto per le TAC, c'è gente che ne
morirà».
La
morale della favola?
«Non
dò morale. L'arte rappresenta e non dà soluzioni,
instilla dubbi e aiuta il cervello a ragionare. Per decidere se
stare allegri ci sono altri mezzi, e c'è gente che ha una
sensibilità diversa e riesce a stare allegra».
In tanta desolazione,
lo spiraglio di speranza è nelle ultime due righe dell'ultimo
brano. «Il vestito del violinista» dice: «Come
vedere spuntare il sole dall'altra parte di un muro/E falegnami
e filosofi fabbricare il futuro».
«La
salvezza del mondo secondo me passa di lì. Forse Casson
e Cacciari farebbero bene a continuare a fare, rispettivamente,
il magistrato e il filosofo. Dietro questo disco non ci sono solo
le bombe non spiegate, ma anche il fatto che la politica non è
più una salvezza».
Fra
poco ci sono le elezioni.
«Sì,
l'ho sentito dire».
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Da
"Il Mattino", 23/3/2005: LA
SVOLTA ELETTRICA Chitarre selvagge e versi dolenti:
«Un
cd cupo come questi giorni» Da «Viva l’Italia»
al j’accuse di «Tempo reale»: «Se
potessi rinascere vorrei non farlo qua» «Le
mie canzoni come cronache del dopobomba» Federico
Vacalebre. L’uomo che cammina sui «Pezzi»
di vetro confessa di esser confuso dalle cronache
di ordinaria crudeltà che ci circondano. Il
cantautore che gridava «Viva l’Italia
che resiste» se potesse rinascere preferirebbe
«non rinascere qua». Il simbolo della
canzone di sinistra spiega che voterà «per
il candidato che la sinistra mi mette sotto il naso,
disciplinatamente, senza passione alcuna», e
poi si arruola con Celestino V tra gli ignavi. Il
rocker che non c’era ancora ora c’è
e rocka e rolla con una band tutta sua, dylaniana
e dylaniata. «Pezzi» è il disco
più cupo della sua discografia, De Gregori.
Che cosa succede? «Il mondo è a pezzi,
non lo salveranno, né lo spiegheranno le mie
canzoni. Il disco è pieno di cadaveri, di guerre,
di violenza: come le storie che vediamo nei tg o intorno
a noi. Non riesco a scrivere d’altri tempi se
non del mio. Questo è un album dolente, scritto
in tempi dolenti, da cronache del dopobomba».
Nessuna speranza? «Poca.
Gli ultimi
versi dell’ultima canzone, ”Il vestito
del violinista”, che lasciano spazio a un dopoguerra,
al rivedere il sole che spunta ”dall’altra
parte del muro e falegnami e filosofi fabbricare il
futuro”. Ci serve davvero un filosofo - di certo
non Buttiglione, ma nemmeno Vattimo o Cacciari - che
ci aiuti a ripensare il domani, che ci riconsegni
quattro-cinque categorie etiche indiscutibili da cui
ripartire». È la fine del mondo, ma il
principe Ciccio non sembra infelice. «Non lo
sono, anche se sono atterrito da quello che mi circonda.
Da uomo di lettere, che è quello che sono in
fondo, ho un privilegio: racconto quello che vedo.
Mi viene in mente il Dylan della fine di ”A
hard rains a-gonna fall”: ”Resterò
in piedi, starò sull'oceano fino a quando incomincerò
ad affondare, ma saprò bene la mia canzone
prima di incominciare a cantare”».
«Pezzi»
ha dei temi che tornamo spesso: il treno, il Natale,
i bambini. «Il treno e il Natale sono degli
snodi intorno a cui mi muovo spesso. Sono cresciuto
a Pescara in una casa vicino a una stazione, la casa
dei nonni a Firenze era vicina a un’altra stazione.
Nei primi anni ’50 andare a veder passare una
locomotiva a un passaggio a livello, una sorta di
trainspotting antelitteram, era il massimo dello svago
immaginabile. Il Natale è un altro luogo mitico
dell’infanzia, che con i bambini del disco non
c’entra nulla. Non è più infanzia
quella trucidata in una scuola di Beslan: quella violenza
non la dimenticherò più, è alla
base di diversi brani di questo cd. Ci sono terrorismi
che riesci a capire e persino a giustificare, dai
tirannicidi ai popoli che lottano per la loro libertà,
ma se vedi uomini sparare su bimbi che scappano in
mutande...».
«Sangue
su sangue», cantava un tempo. Tra i «Pezzi»
di universo che esplodono ci sono corpi a perdere
che viaggiano su treni come «Numeri da scaricare»,
ci sono uomini che muoiono a Betlemme, soldati che
attraversano Parigi come in un viaggio al termine
della notte. E c’è l’Italia «non
donna di provincia ma bordello» di «Tempo
reale», in cui non vorrebbe più rinascere.
Un j’accuse spietato contro una «Povera
patria»: «Paese di terra, terra di cani...
paese di pecore e di pescecani... dove il crimine
paga, c’è un segno di gesso per terra
e la gente che sta a guardare». «Non grido
più ”Viva l’Italia”, non
vedo più l’Italia che resiste, mi chiedo:
”Dov’è finita la tua dolcezza famosa
tanto tempo fa... chissà se davvero esisteva
una volta o se era una favola o se tornerà”».
Tutta colpa di Berlusconi? «Non mi piacciono
lui, i suoi, come governa, certe leggi costruite su
misura per se stesso e la sua corte, ma è un
avversario politico, non è un nemico, non è
l’unico male e non mi entusiasmo tifando contro.
Forse i giovani vedono l’Italia che resiste,
io no. ”Tempo reale” racconta l’Italia
di oggi, paese di ladri, assassini, mignotte, magnaccia,
mafiosi, politici svenduti. E allora mi arruolo con
gli ignavi che Dante condannava al pre-Inferno: ”Vai
in Africa, Celestino!” parla di questo. Mi sento
come il Papa che non volle essere Papa, quello del
gran rifiuto: potremmo andarcene nel continente nero
tutti e due, a cercare avventure o a lottare davvero
per un mondo migliore: contro la fame, la sete, l’Aids.
Altro che politica». Intanto ci sono le elezioni.
«Farò il mio dovere di uomo di sinistra,
senza sprecare un secondo di più. Un tempo
entrare nel seggio era un’emozione, oggi un
obbligo che porto a termine con disciplina».

da Kataweb Musica del 23/3/2005
De Gregori, è solo rock'n'roll Pezzi...di
vita. Francesco, amore per l'Italia, lontano dalla politica.
"Chitarra,
basso, batteria, oggi mi piace lavorare così"
di Giorgio Casari
Pezzi
è un disco rock'n'roll: lo conferma il suo
stesso autore, un Francesco De Gregori loquace e in
perfetta forma, che si è intrattenuto generosamente
con noi sulla sua ultima fatica.
Probabilmente è una percezione dell'ascoltatore,
più che dell'artefice, ma i nuovi brani paiono
più essenziali, meno cerebrali.
E'
in effetti così: l'idea di base dell'album
era di suonare con le energie e la determinazione
del rock, senza farsi irretire da particolari complicazioni.
Tutto
è stato suonato con gli elementi di base, chitarra-basso-batteria,
perché è in questo modo che mi interessa
lavorare oggi.
Oltre al taglio immediato trapelano diverse ascendenze
folk, soprattutto in un pezzo come 'Nemo', vicino
alle melodie napoletane.
Diffido
un po', a essere sincero, dalle etichette come folk
o musica etnica: per un certo periodo non volevano
significare niente altro che accostamente superficiali
a generi sicuramente nobili. Nello stesso tempo, come
molti di noi, sono cresciuto anche con il melodramma,
con le opere liriche che mia madre ascoltava alla
radio e che mi sono decisamente entrate nelle orecchie.
In 'Tempo reale' canta che non vorrebbe rinascere
qua, nel singolo 'Vai in Africa, Celestino!' Suggerisce
il trasferimento in un altro Continente...
Chiaramente
sono eccessi poetici, dettati anche dall'amore che
provo per l'Italia: solo con chi si ama si può
arrivare a un litigio davvero feroce. Detto questo,
la situazione è delle peggiori: personalmente
mi sto disamorando della politica e resto sconfortato
guardando, sia a destra sia a sinistra, gli esponenti
nostrani della cosiddetta classe dirigente. In mezzo
a noi, poi, succede qualsiasi tipo di catastrofe umanitaria
e nemmeno sembra che ce ne accorgiamo: si vive tutto
con un'indifferenza e un fastidio incredibili.
I "pezzi" da cui prende il titolo l'album
sono i frammenti della nostra vita, quindi, sempre
più frenetica e senza senso.
Esattamente.
Non ci sono molte difese rispetto ai ritmi che siamo
costretti a subire.
L'impegno civile che era proprio de 'Il fischio del
Vapore', con Giovanna Marini, ha quindi trovato una
dimensone rock'n'roll.
La
linea estetica rimane proprio la stessa di quel disco,
con la batteria che non si limita a seguire ritmi
piani, ma fa un po' di sincopi. Poi c'è il
blues, una struttura ben scandita che permette al
meglio di raccontare storie.
Lei si è sempre irritato di fronte a chi vede
nella sua produzione un atto poetico.
Beh,
diciamo che la canzone e la poesia sono due strumenti
artistici differenti: la prima è legata profondamente
alla musica, la seconda risuona soprattutto nella
testa...
Eppure i suoi primi testi avevano un taglio lirico
interessante, che li ha fatti addirittura avvicinare
all'ermetismo.
Le
confesso che non ho mai capito questa cosa della poca
chiarezza dei miei testi, se non magari collegata
a una mia immaturità artistica. Ovvero: non
ho mai voluto essere diretto, altrimenti non avrei
scritto canzoni, ma slogan, però non ho mai
pensato di essere criptico o enigmatico.
In ogni caso le liriche di 'Pezzi' godono di una chiarezza
emotiva straordinaria.
Su
questo siamo d'accordo. L'urgenza di esprimersi è
primaria per chi continua a fare il mio mestiere.
Ecco, appunto: ha conservato le curiosità dei
suoi tempi migliori.
Diciamo
che una sorta di entusiasmo non si è ancora
spento.
Sciogliamo un enigma, a proposito: il Celestino di
'Vai in Africa, Celestino!' è un suo amico
o una figura storica?
La
seconda. Si tratta di Celestino V, che Dante mise
nell'Antinferno assieme agli ignavi perché
non aveva accettato il Papato. I riferimenti alla
nostra ignavia sono evidenti e voluti.
|
da
"L'avvenire" del 23/3/2005
Cantacronache del 2005? f.v.
Da venerdì nei negozi «Pezzi»,
uno sguardo sul mondo attuale in 10 canzoni rock e
blues «Ho voluto un disco che suonasse come
quello di una band e non di un cantautore»
De
Gregori: «Canto la crisi di quest’Italia
così confusa» «Se potessi rinascere
sceglierei un altro posto Anche la politica mi ha
un po' deluso. Questo è un album "neorealista"
ma non ci sono solo drammi o amarezze» «Da
laico anch’io sento il valore della resurrezione
di Cristo. L’idea della morte mi fa valorizzare
ogni istante della vita» Di Gigio Rancilio Francesco
De Gregori sorride. In mano ha una rosa. Addosso un
vestito a righe, molto elegante, e un paio di occhiali
tondi che gli illuminano il viso smagrito.
Lui
sorride e tu ti senti in imbarazzo, perché
il suo nuovo album Pezzi ti offre un ritratto così
grigio del presente da stordirti.
Se
ventisei anni fa, Francesco in Viva L'Italia metteva
a confronto le due facce del Paese - quella corrotta
e mafiosa e quella che pur «derubata e colpita
al cuore» comunque viveva e lottava («Viva
l'Italia che non muore») - adesso in Tempo reale
ti mette sotto il naso tutto il peggio che ci attornia.
«Un'Italia di squali e pescecani». Dove
perfino la politica ha deluso un impegnato e di sinistra
come lui («Mi ha disilluso perché così
come fatta oggi non credo possa risolvere i problemi
del mondo»).
«Tempo
reale», la canzone manifesto del disco, è
una «Viva l'Italia» senza la parte da
salvare. La prosecuzione di «Povera patria»
di Battiato e di «Io non mi sento italiano»
di Gaber.
«La
cosa davvero drammatica è che io non ho inventato
niente: né le stragi ancora senza colpevoli,
né le ruberie, né certi attacchi alla
democrazia... Ho solo messo insieme i vari fatti e
li ho chiosati con l'ultimo verso».
Che
è un colpo al cuore, visto che canti: «Se
io potessi rinascere, preferirei non nascere qua».
Davvero pensi che l'Italia non sia più una
nazione dove valga la pena nascere?
«Non
è un caso che questa canzone si chiami Tempo
reale: parla infatti del qui e dell'adesso. Di un'Italia
che non mi piace e che è molto diversa da quella
in cui sono nato io negli anni Cinquanta. Quella era
un'Italia tenera, modesta, laboriosa. Lì sì
che mi piacerebbe rinascere».
«Pezzi»
però si apre con «Vai in Africa, Celestino»
che sembra un invito a cambiare le cose e a smetterla
di piangersi addosso.
«È
soprattutto un invito a lasciarsi alle spalle il nostro
mondo a pezzi, con le sue politichette e le sue scaramucce
e ad andare in Africa non solo come Manfredi nel film
di Scola o come certi eroi perdenti di Conrad, ma
anche come Albert Schweitzer e Madre Teresa, anche
se lei ha operato in India. A combattere cioè
una guerra più importante. Comunque, in generale,
la canzone non ha mai una ricetta precisa: vive anche
grazie alla sua ambiguità».
Infatti
«Il panorama di Betlemme» che appare dedicata
al conflitto mediorientale, sembra dedicata alla piccolezza
umana.
«C'è
la banalità della morte di un uomo banale,
il quale nel momento della fine si occupa di cose
banali, rivolgendo a Dio parole banali. È una
canzone sulla banalità e sui deliri di onnipotenza,
oltre che un brano sulla stupidità della guerra.
Però torno a ripetermi: le canzoni non sono
la ricetta di niente e a spiegarle così, senza
musica, si rischia di impoverirle».
Non
sarà una novità per te, doverle spiegare.
Non ti hanno sempre detto che sei ermetico?
«Non
ho mai creduto al fatto che la gente non capiva le
mie canzoni. Ho sempre pensato che fosse una forma
di difesa di fronte ad una cosa strana o nuova».
Il
tuo album ha anche una seconda faccia: quella delle
ballate, malinconiche, poetiche e struggenti. Lì,
tra l'amore e la poesia, mi sembra ci sia la via di
salvezza dagli orrori quotidiani indicata da te.
«Quando
un uomo è distrutto dalla vita, solo l'amore
può farlo risorgere.
Quell'amore
che rischiara perfino le galere e che aiuta persino
a dare un senso alla sofferenza».
Hai
detto che quest'album «per la prima volta suona
esattamente come suonerà dal vivo con la mia
band». Eppure, poco dopo averlo terminato, Marco
Rosini, uno dei pilastri del tuo gruppo, è
venuto a mancare a soli 40 anni. Dev'essere stato
un colpo durissimo...
«È
successo all'improvviso. Noi della band abbiamo davvero
perso un fratello.
Per
questo non abbiamo voluto sostituirlo con un altro
mandolinista. La sua scomparsa è una di quelle
cose che non riesci a spiegarti».
Non
vorrei essere indelicato: ma tu che rapporto hai con
la morte?
«Mi
fa paura. Non ho un rapporto sereno, semmai di accettazione.
Di non protesta. Sono ancora in un'età in cui
permane quasi l'incredulità di fronte all'idea
di dover morire. Ma io ci faccio i conti e per questo
cerco di valorizzare fino all'ultimo la vita».
Da
laico come vivi il fatto che tra pochi giorni milioni
di persone celebreranno la Resurrezione di Cristo?
«Qualunque
uomo ha dentro il senso dell'infinito. Nessuno, quindi,
può rimanere indifferente di fronte alla resurrezione.
Certo, Foscolo pensava che non morire mai volesse
dire semplicemente essere ricordati. Ma credo sia
un'idea banale, come quella che risorgere sia soltanto
uscire da una tomba. Mi piace pensare a un passo di
Resistenza e resa di Dietrich Bonhoeffer dove lui
raggiunge un momento di grande comunione con Dio quando
vede un fiorellino che nasce su un muro. Mi colpisce
il fatto che se un teologo come lui usa quest'immagine
per arrivare ad un'idea di Dio così calda e
fisica, la distanza che separa un grande uomo di fede
e martire come lui da un poveretto come me non è
poi così tanta. In quel fiore per me c'è
ciò che ci precede e ciò che ci seguirà.
C'è il senso della vita».
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| Da
"Il
messaggero" del 23/3/2005,
Il
suo nuovo, splendido album esce venerdì: è
il ventisettesimo dall’esordio, nel 1972 De Gregori,
“Pezzi” di poesia
di Paolo Zaccagnini
Perché,
vi sarete chiesti, Francesco De Gregori è soprannominato
“il poeta”? Venerdì acquistate Pezzi
, 27esimo album da Theorius campus del ’72, e
capirete. Dieci brani che vedono De Gregori tornare
alla folgorante, fulgida forma del 1982, di Titanic
. Chitarra a tracolla, mente lucida, no proclami, fermezza,
impegno, memoria, poesia, realtà, rigore e rispetto.
Della Storia e dell’Uomo. Così Pezzi non
solo è uno dei suoi belli, commoventi, complessi,
riusciti, è lavoro, profondo e semplice, superlativo,
che dovrebbe sommuovere coscienze e menti, almeno quelle
ancora in grado di scuotersi.
«E’
un disco - spiega De Gregori, troppo intelligente per
non essere cosciente di quanto di buono ha creato -
sulla nostra contemporaneità, doloroso, non luminoso
, che pone interrogativi. Trovo sia uno specchio del
momento, del tempo che stiamo vivendo». Non luminoso,
certo, anche se la luminosità la si riscontra,
molto, nell’arrangiamento incalzante, veloce,
nel modo, robusto e romantico, di porgere i brani...
«La musica deve essere solare, è una sorta
di riscatto verso il mondo. Suonare per me vuol dire
fare qualcosa, è segno d’ottimismo. Ho
la forza di raccontare attraverso la musica che, non
dimentichiamolo, è un gioco, un modo di giocare
. Il pittore ricorre al colore per raccontare le sue
emozioni, il mondo, il musicista alle note ».
Quanto,
se lo ha fatto, ha influito sul prodotto finale Pezzi
l’improvvisa scomparsa, a soli 40 anni, del mandolinista
Marco Rosini? «Abbiamo suonato insieme dal primo
all’ultimo giorno, fino all’ultima nota.
Anzi, preso dai dubbi l’ho richiamato perché
per Gambadilegno a Parigi mi sembrava mancasse un po’
di mandolino. E’ arrivato, ha suonato e pochi
giorni dopo... Resta una presenza affettuosa, bella,
luminosa. Alla notizia della sua scomparsa siamo rimasti
senza fiato. La sua è una mancanza forte, lancinante
perché era una persona squisita, buona, piena
di talento. Fare la pace con la sua assenza non è
facile.
Non
sono triste, neanche gli altri, perché ne conservo,
tutti noi anzi, un ricordo bello. Che ride e ci sorride
».
Un
lavoro così complesso, dal punto di vista letterario,
e musicalmente molto diretto, superbo, quanto tempo
l’ha impiegata? Quali i pezzi preferiti? «Sei
mesi. Vai in Africa, Celestino , il primo brano, è
anche l’ultimo che ho scritto e al cui testo sono
più attaccato. Così come Gambadilegno
a Parigi e Numeri da scaricare ». Il panorama
di Betlemme ? «E’ storico, ha diversi significati.
Natalizio,
religioso, politico, la Palestina, la pace, il terrorismo.
Betlemme è luogo fortemente simbolico, la canzone
si è quasi scritta da sola . Così come
il piano di lettura di Gambadilegno a Parigi ha come
sfondo il dopoguerra a Parigi, vi è una ferita».
Il
Celestino di Vai in Africa, Celestino è Papa
Celestino V - Pietro Angeleri, nato a Isernia nel 1215
e morto a Fumone nel 1296, quarto pontefice ad abdicare
- citato da Dante? «Si, abdicò per non
vedersi immischiato nelle lotte intestine della Chiesa,
finì all’Inferno nel girone degli Ignavi
per la sua scelta di rifugiarsi in un luogo di fuga
lontano che oggi potrebbe essere l’Africa. No,
oggi è luogo dove combattere la guerra contro
fame, sete, povertà». Pezzi suona molto
diretto, magnificamente rock... «E’ figlio
dei tanti dischi dal vivo fatti - sette in 15 anni,
ndr - e dei concerti degli ultimi anni, dell’unione
profonda col gruppo, basta un’occhiata e sappiamo
cosa fare. Non ci fosse stata questa coesione dubito
che Pezzi sarebbe venuto così. Dentro c’è
tutta la gioia di creare, suonare insieme». E
fare, poeticamente, a pezzi l’oggi orrendo.
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