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Calypsos dai Quotidiani
 
 

Da La Repubblica 16/02/2006
E De Gregori disse' 'ti amo' , 'Ma giuro che non è stato facile'
di Gino Castaldo

La notizia è che per la prima volta in trentacinque anni di canzoni, Francesco De Gregori ha pronunciato le parole ti amo. «Sì, è vero», conferma, «e vi assicuro che non è certo facile». L 'ha fatto in una canzone dal titolo, in verità molto poco romantico. Cardiologia, la prima a essere lanciata dal nuovo disco, Calypsos, che esce appena undici mesi dopo il precedente Pezzi, e anche questa a suo modo, conoscendo i precedenti del cantautore, è una notizia. «Cardiologia l'ho cantata una sola volta, dall'inizio alla fine, buona la prima come si dice, ed è stata una fortuna perche se avessi dovuto ricantarla non so come sarebbe venuta. È che, riascoltandola, mi sono accorto che con una canzone così si esce molto allo scoperto, emozionalmente». Calypsos è un disco essenziale, scarno, tutto sorretto da una vena delicata e sentimentale, con una copertina altrettanto essenziale, bianca, nuda, con solo il titolo e un provocatorio sottotitolo: "9 canzoni nuove": «è un disco a togliere, il suono scarno dipende dal fatto che mi sono stufato di far suonare tre chitarre, tante volte ne basta una, solo ci si fa prendere dal demone della moltiplicazione, e invece bisogna rimanere attenti all'ispirazione originale. »
«La copertina è derivata dal fatto che non volevo perdere tempo, e poi ricordavo le copertine di Battisti nel periodo panelliano, tutte bianche, senza nulla, mi piacevano molto, era l'unico a farle così».

È il De Gregori più "italiano" degli ultimi anni, fuori da ogni vezzo dylaniano, per nulla politico, casomai romantico, anche se ovviamente a modo suo. Quel "ti amo" non sembra casuale.

Calypsos sembra un disco tutto dedicato all'amore, quasi un concept album, è così?
«Pensare a un concept è troppo, ma c'è un centro che è l'indecifrabilità dei sentimenti, non risolti, sognati, e non sempre vissuti in prima persona, ma c'è questo corredo emozionale lungo tutto il disco. Quando si è trattato di scegliere un singolo c'è stato grande imbarazzo, poi con le spalle al muro ho detto Cardiologia, ma in realtà andrebbe sentito tutto. Se Rimmel, o Titanic, fossero usciti col singolo, il singolo sarebbe stato Rimmel, ma le altre canzoni? E allora vorrei tenerlo pochissimo, non aspettare che non lo passino più, per passare al seguente tra venti giorni» .

A legare tutto è l'idea del titolo, Calypsos?
«Sì, è questa stranissima storia d' amore che c' è nell'Odissea, anche se prima ho deciso il titolo e poi ho riletto la storia. Per sette anni Ulisse la notte gode i piaceri dell'amore con questa ninfa innamorata, e di giorno piange sulla spiaggia pensando a Itaca, massima contraddizione, poi arriva Minerva, dice alla ninfa di lasciarlo partire e lei dimentica la sua passione, lo aiuta a costruire una zattera, e lo lascia andare quasi senza un parola d'addio. La dice lunga: su quanto le storie sentimentali non siano assoggettabili alle regole, alla ragione, alla scienza. L 'ho scritto al plurale perche i rapimenti d'amore sono molti».

Come quello per Roma, nella canzone "Per le strade di Roma"?
«Sì, è un atto d'amore sofferto per una città, Roma si fa amare, è dove sono nato, dove sono nati mio padre e mio nonno, ed è una città che si lascia scoprire sempre, anche dopo tanti anni, pensavo di conoscerla e invece anche tornare a Campo di Fiori dopo un mese, è come scoprire qualcosa di nuovo».

Affiora anche una vena di malinconia. È involontaria o anche quella cercata?
«La malinconia? No, non direi, in genere non propendo per la malinconia, forse è più un senso di smarrimento, però come parte del gioco, l'amore crea irresolutezza, come ho cercato di esprimere soprattutto nella canzone ches'intitolalnonda, è estraniata da tutto, sembra un sogno, e se uno mi chiedesse che vuoI dire non saprei rispondere , avevo una penna in mano e ho scritto, è venuta fuori così,lunare anche nella sua sonorità. Casomai è il sentirsi senza difese, e se anche si costruisce una casa, la casa è fragile, è fatta di legno e cartone. Ma c'è un finale curioso. Il disco si chiude con Trestelle, che è un inno agli amori tra Minnie e Topolino. Alfine abbiamo scherzato, l' amore ci può essere anche in un motel, vicino all'autostrada
».


Da "Il Corriere della sera" del 16/02/2006
I«Canto l’amore come Fred Bongusto» De Gregori: con melodie anni ’50 mi allontano dalla politica

di Mario Luttazzo Fegiz

«Sta finendo gli studi ed è indeciso se fare il politico o l'attore». Da questa frase orecchiata in un ristorante da un giovane benestante e sicuro di sé che parlava a voce troppo alta di un amico, De Gregori ha tratto un verso della sua nuova canzone «Per le strade di Roma» nell'album «Calypsos» che esce venerdì 17. Nove brani inediti a prevalente regime sentimentale, in qualche caso secondo lo stile di Fred Bongusto. Arrivano a meno di 10 mesi da «Pezzi» e ne costituiscono per l'artista il naturale prolungamento. «Attore o politico? Sentendo queste parole ho drizzato le orecchie: chi pone la questione in questi termini o è un poeta o è un criminale. Le alternative che dovrebbe dare la vita a un sedicenne non sono solo queste. Certo non penso che tutti i giovani siano così. Ma il ragionamento è molto romano, tipico della capitale della politica del cinema e della tv dove il politico e l'attore sono visti come mestieri intercambiabili, il che storicamente non è nemmeno inesatto».

«Calypsos» è un disco speciale, sospeso, di grandissimo respiro musicale e poetico: una casa di legno e cartone («La Casa») tenuta su dalle rose che si arrampicano, rappresenta la caducità delle cose che costruiamo, «In onda» gioca sulla ambiguità fra on air simbolo della diretta mediatica e il trastullo del lasciarsi trasportare per l'appunto dall'onda. «In onda vuol dire esserci, essere percettibili. Ma fare l'esegesi dei testi significa banalizzare il tutto» obietta De Gregori, che tuttavia è disposto a chiarire un altro verso della canzone «Per le strade di Roma» quando canta «il futuro passa e non perdona e gira come un ladro per le strade di Roma». «Roma è una città dove alberga il futuro, ma non è un futuro messo in vetrina, come a Milano. Roma è una città propositiva. Anche se sembra sonnolenta, è all'avanguardia. Ed è la prima volta che scrivo una canzone decisamente campanilista sulla capitale».

Nel disco la politica è assente. «Non ce n'era lo spunto e non mi pare che se ne sentisse la necessità in questo momento in Italia. Non puoi uscire di casa che sbatti contro qualcuno che ti parla di politica. Prendiamoci questo quarto d'ora di felicità. Con un disco imprevedibile per il pubblico ma non per me che, mentre registravo "Pezzi", ho capito che stavo entrando in un nuovo clima». Così ecco «Cardiologia» e «La linea della vita» (con chitarra miagolante e coretti stile anni Cinquanta, «alla Bongusto» sostiene con orgoglio De Gregori).

In una si sostiene che nell'amore non si butta niente, nell'altra che a volta si dimenticano amori, ma si ricorda un singolo bacio. Dopo la donna sognata, quasi erotica, di «L’amore comunque» arriva «Tre stelle».

«E’ un inno quasi amoroso a questo tipo di alberghi spesso. Da anni mi sento più il cantante della band piuttosto che la ricca star e così ho scoperto i "tre stelle". Le cameriere belle fanno parte dello spirito disneyano del brano: al ritmo di un pianofortino mi immagino Minnie e Topolino che si danno un appuntamento più o meno clandestino in un trestelle».

Insomma per De Gregori «è un disco di straniamento, di rovesciamento dei ruoli, di sogni. Le canzoni non esprimono soltanto cose concrete, ma pensieri, desideri, utopie. Chiudere una porta, aprirne un’altra. La vita è fatta di rotture, di naufragi, di ricomposizioni sognate o realizzate».

E i giovani? «Come noi, all’epoca, mimano una sorta di cinismo di fronte alla realtà che hanno davanti, ostentano un disincanto per qualsiasi cosa, che se la conoscessero già. Impareranno le cose che contano: i sentimenti, le rose che si arrampicano, il tuo vino da bere a settembre con chi ami. Il resto è destinato a crollare».



Da "Il Giornale", 16/02/2006:
Esce «Calypsos» De Gregori riscopre i colori dell’anima

di Cesare G. Romana

Che smagliante allegoria dell'amore, con le sue provvisorie conquiste e la sua fatale precarietà, ci affida Omero nell'episodio di Calipso, la ninfa dai crespi capelli che per sette anni tiene Ulisse legato a sé, prima di restituirgli la libertà per volere di Zeus. L'amore dunque che trafigge, sfugge e riemerge nel vivo della memoria: ché sono almeno dieci, nel lungo tragitto dell'Odissea, i momenti in cui la «voce leggiadra» di Calipso riaffiora, evocata da veloci flashback.


Il nuovo disco di Francesco De Gregori, che esce oggi a soli undici mesi dallo splendido Pezzi, s'intitola appunto Calypsos, ed è non a caso un'assorta riflessione sull'amore ineludibile, «che si gioca per vincere e chi vince è perduto», l'amore «come una medicina/ o un dolore da rinnovare», insomma «l'amore comunque»: con le sue fughe e il suo persistere.
O almeno questa è, insieme ad altre, una possibile chiave di lettura: ché sarebbe tradire quest'album magico e proteiforme, tentarne una lettura didascalica, imprigionandone in un netto percorso concettuale il sottile reticolo di allusioni, nuances, intriganti ambiguità. Infatti Calypsos è un gran disco proprio per il suo essere intimo, enigmatico, dolcemente contraddittorio. Perché dice senza dichiarare, mutuando l'incanto inconscio dei sogni. Se Pezzi era il capolavoro palese, che ti possiede d'acchito col suo ritmo di rock, Calypsos è un giardino dell'animo, una partitura cameristica che svela via via, nel riascolto, colori e profondità. A partire dai suoni:quel lieve discorrere del pianoforte, in Cardiologia, quel ritmo frizzante eppur mansueto di La linea della vita. Quelle trasparenze sospese in La casa, quel canto serpentino di In onda. Quel mondo che si svela per gradi in Per le strade di Roma, «quando la notte scende/ e il buio diventa brina/ e tutto si consuma e tutto si combina» e par di ritrovare certe liriche pasoliniane. Fino a L'angelo che a me ricorda, ma a contrariis, un'altra grande pagina di De Gregori, L'agnello di Dio: «In realtà quella era una canzone sociale - puntualizza Francesco - questa è una riflessione sulla vita e la morte,
sulla loro accettazione serena», ma potrebbe celare una pensosa parafrasi del dono d'amore: «Sono venuto a sciogliere/ e non a legare/ sono venuto a sciogliere/ e non a spezzare», la complicità che non insidia la libertà.
Non chiedo all'autore se sia questa l'interpretazione corretta: sa bene, Francesco, che la canzone non va decrittata, ma percepita, attraverso le sensazioni che irradia: «Non c'è niente da capire», cantava lui stesso, molti anni fa. Piuttosto gli va di raccontare l'impulso che ha dato vita a Calypsos,
quando ancora durava il successo di Pezzi e un nuovo lavoro non sembrava alle viste: «Già quando scrivevo l'album precedente, avvertivo questo genere di suggestioni, legate alla realtà degli affetti e dei sentimenti. Ma non legavano con lo stile e con la passione civile di Pezzi: così le ho tenute da parte, e subito dopo mi sono rimesso all'opera». Da qui sono nate pagine come Tre stelle, ammiccante e tenerissima: «Piace anche a me, così minimale, con quell'aspetto un po' disneyano: i due innamorati che si ritrovano in un albergo a tre stelle potrebbero essere Minnie e Topolino...».
Insomma, un disco che viaggia controcorrente, questo Calypsos: parla dell'amore - lo provoco - in un momento di così grandi tensioni sociali e politiche. E lui: «Ma su quel versante avevo già dato, era inutile ribadire quello che Pezzi diceva già, esplicitamente. Del resto non sono mai stato un autore di manifesti: chi parla di me come di un artista schierato, il solito cantautore con la kappa, mi conosce davvero poco».

Il Giornale, 16/02/2006

De Gregori, Calypsos,
richiamo d'amore


A meno di un anno dai Pezzi rock, Francesco sceglie la canzone. E canta "Ti amo". Ma non è la prima volta
di Enrico Deregibus - Kataweb

Calypsos è un album d'amore, un disco scarno, di canzoni essenziali, nuove, ispirate, venute fuori dal cilindro magico di un Francesco De Gregori tornato a meno di un anno dall'ultimo lavoro, Pezzi. Dove in quello prima c'erano rock e chitarre su chitarre, qui troviamo ballate e pianoforte; dove in quello c'era urgenza sociale e civile, qui sentimenti senza sentimentalismo. Dove in Pezzi c'erano 'pezzi' da toccare e sangue di guerra, qui troviamo oggetti impalpabili e sangue di vita, elemento d'amore. E se Pezzi era quasi un tributo a Dylan, Calypsos è un omaggio a De Gregori stesso. Tanto che abbiamo giocato ad accostare ognuna delle nove nuove canzoni a un brano storico di De Gregori: per assonanze, per testi o musiche, per significati o ritmi. O anche solo per libere associazioni.

CARDIOLOGIA
Il pezzo che ha aperto le danze. De Gregori è uno dei pochi che usa i titoli come parte integrante del testo. Cardiologia vuol dire anche "Discorso sul cuore". In questo caso sull'irrazionalità dell'amare, dove davvero "non c'è niente da capire". Dentro al brano c'è anche un "ti amo", ma non è la prima volta per De Gregori, l'aveva già detto nel '75 in Pezzi di vetro. Un pezzone: pianoforte, voce, grande intenzione nel cantato. Una bella rovesciata in area il testo, la musica, specie nelle strofe, è molto classica.(La valigia dell'attore, 1997)

LA LINEA DELLA VITA
Una specie di corrispettivo di Cardiologia. Là l'amore qui la vita, l'esistere. Il testo è splendido: "E tu dici la vita/La vita, la vita/Questa scatola vuota, quest'anima nuda, questa retta finita/Quest'acqua che corre veloce in salita/Quest'anima forte e ferita". Ritmato, terzinato. Con coretti ("alla Fred Bongusto", dice lui).(Battere e levare, 1996)

LA CASA
Quasi una filastrocca. Difficile non pensare a La Casa di Endrigo e Vinicius De Moraes (quella di "C'era una casa molto carina/senza soffitto senza cucina"). Una casa di legno e cartone, le rose e le spine che si arrampicano: la caducità delle cose. Musica precisa e lieve, viole e violini. (La casa del pazzo, 1972)

L'ANGELO
Parla della morte, della paura della morte, ma con la leggerezza. La fine arriva dolcemente, quasi allegramente, come un angelo che ti offre da bere, come un ritmo di calypso che sa tanto di Belafonte. "Sono venuto a sciogliere/e non a spezzare". L'imperscrutabilità della morte, dopo quella dell'amore. Ed anche l'ineluttabilità. La voce di De Gregori è doppiata da una femminile.(Eugenio, 1979)

IN ONDA
Sospesa e molto onirica. Arrangiamento gonfiato di tastiere vintage, mezzo tempo, la voce che va a perlustrare registri insoliti per De Gregori, e un racconto (una strada, una casa, un ladro) che non si sa da dove viene, né dove va. Ma intanto resta.(Un guanto, 1996)

MAYDAY
Sembra un brano di Pezzi, l'unico. Qui c'è il rock, decisamente ci sono i Dire Straits. Una storia di allarme, la necessità di rompere con il passato o con un passato in particolare. "Per salvarti la vita non avere paura/localizza un'uscita, fai le cose con cura/lascia correre l'acqua, lascia spegnere il fuoco/è questione di niente, è questione di poco". (Ciao ciao, 1985)

PER LE STRADE DI ROMA Roma, città eterna anche perché cambia, a volte torna nelle canzoni di De Gregori. Stavolta è una fotografia vera, o una ripresa con videocamera, ma anche una dichiarazione d'amore, citando vie e luoghi, situazioni, frasi acchiappate in un ristorante. Cose belle e cose brutte ("Quando la notte scende e il buio diventa brina/uomini e animali cambiano zona/lucciole sulla Salaria e zoccole in via Frattina"). Tastiere, una chitarra un po' blues. (La campana, 1978)

L'AMORE COMUNQUE
Il titolo già dice molto. Un testo che ognuno può riempire come vuole, una musica ispiratissima, specie nel refrain: "Regina del tempo/della sabbia e del vetro/della fine di tutti i numeri/e dell'inizio dell'alfabeto/dimmelo adesso, dimmelo ora/dove posso lasciare il vestito/come posso asciugare la pioggia che bagna il tappeto".?(Compagni di viaggio, 1996)

TRE STELLE
Nel senso di un albergo di quelli accoglienti, che ti mettono le caramelle sul cuscino. Nel senso di un appuntamento in un motel "tra Minnie e Topolino". Nel senso di un country dolce e caldo che vuole alleviare, giocare con tutto quel che c'è stato di intenso nel resto dell'album. Pochi tocchi ed è fatta.?(L'ultima nave, 1979) (17 febbraio 2006)

da "La Stampa" del 24/02/2006
Fossati e De Gregori nostri arcangeli e angeli
di Gabriele Ferraris

Amori e disamori di questa rubrica sono ben noti ai venticinque lettori: ragion per la quale parrebbe persino inutile occuparsi delle ultime uscite dei due cantautori amatissimi Ivano Fossati e Francesco De Gregori. I venticinque lettori ben sanno che è più facile che un cammello passi perla cruna di un ago, piuttosto che il rubrichista non tragga gusto dall'ascolto dei due maestri. Eppure, qualcosa va detto. Perché non tutti i dischi sono uguali - neppure quelli dei maestri - e perché le passioni non debbono (almeno, non dovrebbero) oscurare il senso critico, né ottundere l'onestà intellettuale. Corre dunque l'obbligo al rubrichista di ammettere con franchezza che «L'arcangelo», l'album nuovo di Ivano Fossati, gli è piaciuto perché Fossati non riuscirebbe a fare una cosa brutta neppure se ci si mettesse di buzzo buono: però, gli è piaciuto moderatamente; d'una moderazione piccina picciò. Insomma, a dirsela tutta, l'ho ascoltato un paio di volte, e basta lì. L'impianto è perfetto, la qualità media è alta, ma non ci ho trovato la canzone del cuore, quella che ti porterai dentro per gli anni che ti restano. E posso aggiungere che «Cara democrazia», il titolo scelto per la promozione, quello che si sente in giro, beh, sarà stato scelto per i contenuti, per il «messaggio», per quel che volete: ma è stata una cattiva scelta, perché è il brano più modesto di un album che ha ben altre risorse. Quanto a De Gregori, beh, «Calypsos» non è «Pezzi»: voglio dire, un lavoro come «Pezzi» ti riesce una volta ogni dieci anni, anche se sei Francesco De Gregori. In «Calypsos», per dire, non trovi un'altra «Gambadilegno a Parigi». Però ci sono delle cose che probabilmente resteranno: a me è piaciuta moltissimo «L'angelo», con quel suo ritmo altalenante e ipnotico;e anche «Cardiologia », che richiama alcuni momenti di quell'altro capolavoro che s'intitola «Canzoni d'amore». In generale, è un album molto «degregoriano», nel senso che mette in mostra i «topoi» più classici dello stile del Principe, a cominciare dalla qualità dei testi, davvero alta. E' passato appena un anno, da «Pezzi»: e dopo quella corsa in avanti, De Gregori deve aver avvertito la necessità di «riportare tutto a casa», di fare il punto sulla propria storia: «Calypsos» è questo, un disco senza età, una fotografia lunga trent'anni. Ogni tanto, ci vuole.

Da L'Unità del 16/02/2006
De Gregori: Io che non ho la fede...
di Silvia Boschero
De Gregori parla di amore, di morte, di fragilità e di un aldilà che probabilmente non c’è, o forse sì. Depone l’indignazione che gli aveva fatto ventilare nello scorso disco (solo 11 mesi fa) una dipartita dal suolo italico. Rispolvera il falsetto, acquieta il rock per uno stile più acustico e, come se si fosse re-innamorato di una sua foto di 30 anni fa, sforna un disco di ballate emozionanti come da tempo non se ne sentivano. Esce Calypsos, dove Calypso è la dea dell’Odissea ma anche il ritmo di una delle canzoni più belle del disco, L’angelo, un brano che parla di morte. Pensieri cupi Principe? No. Fa parte delle esigenze di noi uomini interrogarsi su un mistero come quello della morte. Soprattutto per un laico come me, uno che non “crede” nel senso tradizionale del termine. Uno che non ha un’idea consolidata dell’aldilà, che non si aspetta un paradiso cattolico. Nella canzone il mistero viene risolto dalla figura di un angelo che “viene a sciogliere e non a legare”, scusa se mi cito. Il senso è vedere la nostra fine come un momento di scioglimento dolce, non una frattura, non una cosa di cui aver paura. Una canzone che dovrebbe riconciliarci con l’idea della morte che in occidente è sempre bandita. Soprattutto nelle canzoni, perché poi nessuno si scandalizza se un film o un romanzo trattano l’argomento. In una canzone è inusuale. A proposito di laicità. Non trovi che nell’Italia di oggi questo sia un valore sempre più dimenticato? Che anzi tutti si affrettino a dichiarare una qualche appartenenza religiosa? Vorrai mica farmi parlare di politica? Vorrei evitare… Al di là del fatto che (e non stupirò nessuno) mi auguro vinca il centro sinistra alle prossime elezioni, non saprei che dire perché qualsiasi cosa poi viene reinterpretata, strillata, ribattuta, rimasticata. Perché, essere laici vuol dire schierarsi? Io sono un laico certo, anzi sono dolorosamente laico. Perché mi piacerebbe credere, vorrei tanto... L’uomo che veramente crede ha un grande privilegio: ha una chiave di lettura della vita, della morte, dei sentimenti. E invece il laico vive una condizione più dolorosa, io mi sento orfano. Dopodiché la fede esasperata, la fede più formale che sostanziale, è una cosa che non mi piace. E c’è n’è tanta in giro. Così come c’è tanta gente che ha fede e di cui ho rispetto. Però mi piacciono le persone che oltre a credere in Dio credono anche negli uomini. Non vuoi parlare di politica perché hai paura che ti tirino per la giacchetta? A me c’è poco da tirarmi per la giacchetta, si sa da che parte sto. Ma è vero che sono molto annoiato dalla politica. Però c’è chi, tra i colleghi, lo fa per te. Vedi Fossati, con il suo j’accuse alla democrazia perduta… E lo fa in maniera forse fin troppo semplice, no? Non starai mica tentando di farmi parlare male di Ivano? Sia mai! Trovo che ogni artista abbia il suo modo e la sua necessità di scrivere in un momento piuttosto che in un altro. Va benissimo. Io attraverso un'altra fase, probabilmente perché solo 11 mesi fa ho fatto un disco dove indubbiamente c’era uno sguardo più attento alle cose del mondo. Sarebbe stato inutile farne uscire un altro orientato allo stesso modo. Ivano ha giustamente sentito la necessità di dire la sua. Tra l’altro lui non è uno che normalmente fa canzoni schierate. Anzi… lui sì che è stato tirato per la giacchetta! Credi che col passare del tempo la tua scrittura si sia semplificata? No, nient’affatto, forse chi l’ascolta si è abituato a sentire testi meno elementari rispetto a 20, 30 anni fa. La scrittura delle canzoni si è evoluta nel tempo. Quando feci uscire un paio di dischi negli anni Settanta ci fu una levata di scudi: per molti scrivevo cose incomprensibili. Se fossero uscite oggi nessuno avrebbe detto niente. C’è una malinconia di fondo in questo disco, anche quando si parla di casa, una casa descritta come quella dei fratelli Grimm, che si può buttare giù con un soffio… La casa è una canzone sulla fragilità. Sul fatto che costruiamo sempre qualcosa che è destinato a crollare. Non è pessimismo, è disincanto. E, proprio a proposito di religione, qui dico che, anche se non possiamo credere ad un paradiso, comunque non è sulla terra la vita vera dell’uomo. Sulla terra però ci sono i sentimenti, le passioni. Il resto è legno cartone, non c’è né ferro né cemento. Dopo la canzone di Celestino che se ne andava in Africa, qui c’è un altro brano che parla di fuga, «MayDay»… Sì, come Ulisse che lascia Calypso sull’isola e se ne va. È una rottura netta. A volte capita di sbattere una porta, o chiuderla dolcemente. Capita di lasciare la barca. Non bisogna vergognarsi della propria fragilità. Dallo scorso disco ti sei un po’ riappacificato con il suolo patrio? Oggi diresti ancora che sei pronto ad andartene dall’Italia? Beh, in 11 mesi non posso aver cambiato idea. L’Italia non è un paese rasserenante e i problemi non si risolvono certo nell’arco di un anno. Che musica ascolta De Gregori ultimamente? Essenzialmente musica classica, con grande attenzione. Mi sono appassionato dei timbri, delle sonorità. Pensa che quando ho cominciato a fare questo lavoro me ne fregavo totalmente. Per me una canzone era solo una serie di accordi, una linea melodica e basta. Poi poteva suonarla un fagotto, una chitarra o un qualsiasi altro strumento. Quando ho fatto Rimmel era così. Invece ora voglio stare più attento ai timbri. Ci dobbiamo aspettare un riarrangiamento del tuo vecchio repertorio? Mai dire mai. Il problema è che quando riarrangio le vecchie canzoni mi fucilano. La gente vuole sentirle così come le ha trovate trent’anni fa sul disco. Invece le canzoni appartengono a tutti, anche a chi le ha scritte. Intervista di Silvia Boschero - L'UNITA' - 16/02/2006