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Odio
di Luca Zevio
Tristemente rido di me,
togliendomi il trucco dal viso,
ride la gente di me,
senza regalarmi mai un sorriso.
Su una distesa di sassi ho piantato la vita,
cercando la fortuna dentro un naso rosso
e una parrucca ingiallita…
Venghino, venghino, si paga poco,
bimbo piangi che la mamma ti porta al circo.
Vedrai i colori di un fantastico mondo
e volerai fino al cielo e più su!
Corro e prendo a bastonate il mio socio
e quante ancora glie ne darei,
tra le risate dei pochi venuti,
senza che traspaia l'odio dalle sedie sgualcite
Odio….questa roulotte,
Odio questa assurda giostra, questa vita di guai,
Odio….questa rivolta sedata,
in questa grigia serata,
in questa grigia serata, io sono il re…
Mirca, yuri, helena, sono ciò che rimane
di un amore scivolato nel blu,
da quel trapezio appeso sotto il tendone
si è tuffata, come un angelo, cantando una nenia…
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alla pagina dei testi dei Farabrutto
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di
Enrico Deregibus
(L'isola che non c'era)
Chi scrive non è un rockettaro. Forse lo è
stato un po’ qualche anno fa, quando Springsteen
venne a San Siro insieme ai diciott’anni e ad
una notte rock in stazione Centrale: a quell’epoca
certe cose chitarrabassobatteria non solo gli son piaciute,
ma lo hanno anche un po’ svezzato, formato, cresciuto.
Però per lui il rock di per sé non parte
all’ascolto con un bonus, anzi certi tipi - che
si dimenano, alzano polvere che quando si abbassa lascia
il nulla - gli dicon poco, lo fan tossire e basta, come
le sigarette che però dan più soddisfazione.
Molto meglio quella straziata e straziante Lover man
fatta da Bird prima che lo rinchiudessero in manicomio,
i colori di David Sylvian, le rugosità di Waits
(che rock non è, tiè), e certi pallosissimi
cantautori italiani che conosciamo in cinquanta, vecchie
zie incluse. Insomma, ognuno ha le sue. Compresa quella
strana malattia alle orecchie che confessava di avere
anche il personaggio di Nanni Moretti nel suo ultimo
film, ovvero il fatto che gli piacciono più che
altro cose cantate in italiano. Ma, detto questo, il
vostro rubrichista vuol dirvi cosa gli è capitato
qualche settimana fa, quando ha aperto l’involucro
di un cd, si è assicurato fosse cantato in idioma
italico e l’ha messo su. E subito dopo è
successo quel che poche volte succede: il suono che
usciva dalle casse lo catturava, gli prendeva stomaco,
pelle, muscoletti vari. Si è ritrovato in mezzo
a folate di rock tosto, ma, in qualità di cinico
recensore, ha subito pensato “figurati se reggono
un disco intero così”. Ebbene: ‘mmazza
se reggono. Si chiaman Farabrutto, non lasciano il tempo
di respirare, di arzigogolare su critiche razionali,
di testa. Vanno avanti dritti. E impetuosi, ipnotici,
esatti.
Il titolo del disco è “Alzare la voce”.
Dentro c’è musica con un tiro della madonna,
una qualche originalità e certamente molta personalità;
ci sono testi belli di tecnica e di istinto, di un lirismo
e di uno sdegno secchi, diretti, efficaci, con l’idiosincrasia
per i luoghi comuni; c’è una voce corposa,
precisa, sfumata nei bassi (con un timbro che ricorda
De Andrè, ma questa cosa teniamocela come curiosità
e casualità, non occorre ricamarci sopra).
Un disco d’esordio di esordienti che esordienti
proprio non sono. La cartella stampa dice che “i
Farabrutto sono musicisti collaudati, insieme da 5 anni”,
che “hanno deciso di dare forma e colore ai testi
scritti da Luca Zevio” e che “i compagni
di viaggio di Luca Zevio (voce e chitarra acustica)
in questo progetto sono Niccolò Sorgato al mandolino
elettrico e noises, Enrico Terragnoli alla chitarra
elettrica/sound elettronico e Francesco ‘Sbibu’
Sguazzabia alla batteria e percussioni”. Zevio
ha un curriculum lungo e interessante, così come
ce l’hanno gli altri suoi soci, i quali, è
evidente, sono fondamentali per creare questi suoni,
questi attacchi, questi stacchi. Non sono ragazzini,
ma ci vuol tempo per crescere e loro non l’hanno
perso.
La strumentazione abbastanza inconsueta si fonde benissimo
alle alte temperature del disco, sposta coordinate,
respiri, (con)torsioni ritmiche. Ma – si tranquillizzino
I rockettari - le sane grattugiate di chitarra ci sono,
e fan quel che devono, cioè insaporire, dare
carattere. Spulciando le prime recensioni a questo disco
abbiamo trovato, come sempre accade, una sfilza di riferimenti
musicali. Ci diverte molto elencarveli: De Andrè
(ti pareva), Fossati, Finardi, Area, Ridillo, Csi, Robert
Fripp con e senza King Crimson, Fishbone, The The. Van
bene tutti, per carità, e volendo se ne potrebbero
anche aggiungere altri. A noi però quel che ha
colpito è che in ogni canzone si trova almeno
un’idea, quando, in molte cose che escon oggi,
se ce n’è una in tutto l’album è
già tanto. E lasciamo volentieri al lettore il
gusto di scoprirsele, quelle idee, quegli arrivi e quelle
partenze, canzone per canzone. Ce ne sono dieci e anche
dopo qualche ascolto non hanno cedimento alcuno, si
fanno ascoltare di seguito senza stancare, anzi. E al
cinico recensore non resta che ribattere con un “figurati
se reggono un altro disco così” (anche
se pare che in cinque anni abbiano messo da parte molta
altra roba).
Per ora questo è appena uscito e godiamocelo.
Complimenti a loro e complimenti alla Freedom, l’etichetta
che ha stampato questo disco e che è una costola
della veronese Doc Servizi, un’idea intelligente,
una cooperativa di artisti, una di quelle realtà
coraggiose e attente che fan bene a tutti. E che da
quest’autunno ha trovato una distribuzione nazionale
per “Alzare la voce”, così correrete
anche il rischio di trovarlo nei negozi.
A questo punto al rubrichista non restano che due cose
riguardo ai Farabrutto: la prima è scrivere che
per lui questo è complessivamente il più
bel disco italiano della prima metà di anno,
la seconda è la santommasa voglia (rock!) di
sentirli-vederli-toccarli dal vivo. Probabilmente non
a San Siro.
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Cinque
anni dall'esordio al disco
La
band veronese nasce nel 1999 e, dopo 5 anni di attività
live e di demo destinati a salvare la memoria del materiale
prodotto, ha da poco pubblicato uno dei migliori esordi
discografici del 2004. Il CD "Alzare la voce"
è arrivato al terzo posto delle Targhe Tenco 2004
nella categoria "migliore opera prima".
Una formazione anomala come combo rock: mancano infatti
basso e batteria, sostiuiti da mandolino elettrico e percussionio,
che propone un rock d'autore, dalle sonorità psichedeliche
(il mandolino elettrico!) e dagli ampi spazi di improvvisazione,
con testi di grande spessore, nella miglior tradizione della
canzone d’autore italiana. Una miscela di sicuro originale.
Il gruppo comprende Luca Zevio (voce, chitarra e autore
dei testi), Niccolò Sorgato al mandolino elettrico
e noises, Enrico Terragnoli alla chitarra elettrica/sound
elettronico e Francesco "Sbibu" Sguazzabia alla
batteria e percussioni.
I Farabrutto sono la punta di diamante della nuove etichetta
veronese Freecom. Il loro cd sta per essere ripubblicato,
con distribuzione Edel, in collaborazione con Rai Trade.
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Farabrutto:
"Alzare la voce per farsi conoscere"
di
Giorgio
Maimone
Allora,
parliamo dei Farabutto. Non siete una band di recentissima costituzione,
ma siete arrivati solo quest’anno al primo disco, vero?
Esatto.
Noi ci siamo formati nel ’99, inizialmente come trio: ovvero,
io, il mandolino cioè Nicolò Sorgato
e Sbibu alle percussioni
…
che sono gli stessi che ci sono adesso
Che sono
gli stessi che ci sono adesso ai quali si è aggiunto Enrico
Terragnoli che collabora con Sbibu da un sacco di anni.
Loro formavano già praticamente coppia fissa e così
è stato quasi naturale che venisse con noi. Per cui siamo
diventati in quattro. E dal ’99 il primo disco ufficiale
è arrivato solo adesso.
“Alzare
la voce”, infatti. Prima però avete inciso una serie
di demo …
Abbiamo fatto
tre demo che però erano più che altro per mettere
giù materiale e tenerlo in archivio, diciamo. Solo uno
è diventato un demo classico che poi abbiamo distribuito.
E il resto è ancora nel cassetto.
L’impostazione
del gruppo è sempre stata simile? Direi di sì …
vista la formazione
Sì,
perché io portavo le canzoni chitarra e voce, come le scrivevo
a casa, e poi assieme le mettevamo attorno questo vestito un po’
strano, con gli strumenti con cui lavoriamo noi.
La
caratteristica dei Farabrutto è forse squisitamente questa:
che hanno un impianto da canzone d’autore, con dei testi
anche molto importanti e impegnativi, ma sotto una base saldamente
rock. Siete un po’ una rarità in questo senso.
Mah quello
mi è venuto quasi spontaneo e, per fortuna, anche agli
altri. Nel senso che io, oltre alla musica d’autore (io
ascolto praticamente tutta la musica!) ho sempre amato molto l’hardcore,
il metal pesante. E quindi anche a casa da solo provavo a fare
le mie canzoni, provando a mettere dentro anche delle ritmiche,
delle basi che richiamassero questo stile. E con gli altri alla
fine è venuto fuori lo “stile Farabrutto”.
Vi
siete ritrovati sulla stessa frontiera. Secondo te a chi potreste
assomigliare nel panorama internazionale?
Eh, domanda
difficile! (Ride) Nel senso che hanno detto un po’ di tutto
oramai. Sinceramente non lo so. Per alcune cose noi ci sentiamo
un po’ ispirati dal progressive degli anni ’70, un
po’ in generale…
...
da cui sono usciti fior di gruppi. E anche fiori di cantautori,
dopo.
Che ne so?
Mi verrebbe da dire King Crimson anche se mi
sembra di dire un nome troppo importante!
Comunque
sia è una gran bella ispirazione! Meglio i King Crimson
che Ramazzotti, no?
Ah, quello
è sicuro. Per quello che mi riguarda senz’altro!
Quindi un po’ è quello stile lì, mescolato
ad altre esperienze, anche più moderne. Mi viene in mente
De André come cantautore, ma è come dire tutto e
niente. E’ scontato. Ma potrei dire che ci piacciono molto
i Korn (ma non sono sicuro di aver capito bene
il nome - NdR) per dirti anche se la nostra strumentazione non
è molto adatta a fare quel genere. (segue)
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Alzare
la voce
Freecom - 2004
Vita migliore / Cercami
/ Farabrutto / Eternamente / Odio / E sono rimasto
solo !!! / Simona / Lasciatemi stare qua dentro /
Fai passare / Alzare la voce / Il crimine
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Teso
e lucido come un coltello per graffi sulle coscienze
di Moka
Quando
la chitarra fa la chitarra (meglio se elettrica),
le percussioni costituiscono un tappeto ritmico
inossidabile e gli altri stumenti giocano solo il
necessario a speziare il tutto, siamo all'alfabeto
primario del rock. In questi dintorni giocano i
Farabrutto, band di Verona dalle ambizioni notevoli
e, in parte, ben riposte. La formazioni, infatti,
non è classica dei combo rock. La batteria
infatti non c'è, sostituita da un tappeto
di percussioni assolutamente equivalente, il basso
manca, la chitarra elettrica c'è affiancata
da una acustica con corde di nylon e il quarto componente
del gruppo suona ... il mandolino. Ma non c'è
dubbio che suoni come rock, che abbracci gli stilemi
del rock e che sia rock.
"Alzare
la voce" è un ottimo modo per farsi
sentire. E i Farabrutto ce la fanno a farsi ascoltare
e ce la faranno ancora meglio. I testi, impregnati
di temi sociali e civili, sono molto belli e ritraggono
un'umanità incazzata e insofferente nei confronti
delle miserie dei tempi. Ma la voce sicura che scorre
sopra il fitto tappeto percussivo non si sciupa
nell'urlo rock. Afferma chiaramente le sue esigenze
e le sue posizioni, ma in modo intelleggibile e
nitido. Luca Zevio, voce e chitarra acustica e autore
di tutti i testi, sembra appoggiarsi più
su esempi cantautorali che non rock. Ma la ritmica
e la scansione restano tesi e tirati come coltelli
che si piantano dritti in mezzo alle nostre coscienze.
(segue)
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