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“Ridendo
castigat mores”. Il Cristicchi è un animale imparidigitato
(per ogni mano) che alligna nei climi subtropicali della Repubblica
delle Banane e da questa Repubblica prende nutrimento primario
per il suo canto d’amore. Che è un canto che sale
alto, accompagnato da un’apposita musica tribale, per celebrare
riti, ozi e fescennini del Paese suo. Lo fa quasi sempre in rima
e, quasi una coazione a ripetere, ogni volta si avvicina al cuore
dell’argomento, fingendo di volersene allontanare.
Mai voltare le spalle a un Cristicchio! Quello pare che niente fa
…e un attimo dopo sei servito di barba e capelli. E
se si parla di "capelli", in questo caso, si resta perfettamente
in tema. Praticamente
la medicina che il Simone della famiglia Cristicchi ci consiglia
di prendere fa parte della cultura omeopatica: una volta identificato
il principio fondante del male lo si cura con qualcosa di simile
(similia similibus curantur).
L’Italia versa in uno stato precoce e procace di demenza?
E lui canta “meno male che c’è Carla Bruni”.
L’Italia celebra i riti della villeggiatura? E il Cristicchi,
su un’aria tipo Edoardo Vianello ci intona “L’ombrellone
te lo ficco nel culo”. I giovani nostrani non trovano lavoro
nemmeno col candeggio, grazie a una geniale legge ideata da quel
gran vate di Marco Biagi e varata da quel Nobel di Massimo D’Alema?
E lui ti canta gli agi della “Laureata precaria” (“con
lo zaino pieno di progetti un po’ campati in aria”).
Di tanto in tanto qualche Cristicchio cresce qua e là per
l’Italia. Può essere a Bagnoli (Napoli) nel luglio
del ’49 e allora si chiama Edoardo Bennato, oppure a Crotone
nell’ottobre del ’50 e rispondere al nome di Rino Gaetano.
Ma se fosse nato a Roma nel gennaio del 1884 si sarebbe chiamato
Ettore Petrolini o a Monaco di Baviera nel giugno del 1882 e avrebbe
preso il nome di Karl Valentin. Il Cristicchi della specie
Simone nasce invece a Roma il 5 febbraio 1977, romano da generazioni,
ma con mamma marchigiana. Nasce fumettaro con Jacovitti, lavora
poi in un Centro di igiene mentale (dove forse lo tengono anche
un po’ in osservazione), quindi inizia a fare il rockettaro
prima e il cantautore poi. Dal 2003 cerca di andare a Sanremo dove
sbarcherà solo nel 2006, sfiorando la vittoria come “Giovane”
e raggiungendola l’anno successivo come Big.
Nel 2007 esce il suo album maggiore (“Dall’altra parte
del cancello”). Nel 2005 era uscito invece il suo primo album
(“Fabbricante di canzoni”) con la hit “Vorrei
cantare come Biagio Antonacci e annessa Targa Tenco per l’album
d’esordio. I mass media un po’ se lo coccolano e lui
gioca il ruolo del clown lunare con buona resa (e un’ottima
predisposizione naturale). Nel 2007 vince il festival, escono disco,
dvd con un filmato apposito sui Centri di igiene mentale e libro
sullo stesso tema, sfiora un’altra Targa Tenco e, dopo tanta
esposizione, decide di prendersi un attimo di pausa.
Si dedica a fare un figlio (Tommaso) e a stimolare i progetti artistici
che più gli piacciono: da un tour con l’ensemble di
musica d’archi Gnu Quartet a quello con il coro dei minatori
di Santa Fiora. E’ storia di quest’anno l’arrivo
al Festival col nuovo tormentone “Meno male” (che c’è
Carla Bruni / Sarko no, Sarko sì) e le serie chance di vittoria
finale. Ma attenzione, il Cristicchi sembra facile e banale da prendere
(memorabile lo sfondone di un giornalista del Corriere che quest’anno
ha stroncato come testo idiota “Meno male”, facendosi
ridere dietro dal mondo intero perché è stato l’unico
a non comprenderne l’ironia) e invece dietro, sotto e di fianco
ha proprio tutto un altro spessore. Le dimensioni dell’artista
insomma sono tre, quattro considerando il tempo, tanto che una delle
canzoni del nuovo album (“Grand Hotel Cristicchi”) si
intitola “Quattro minuti e 28 secondi” e dura, guarda
caso, 4'28". Un uomo di parola. Un uomo di parole, di molte
parole: addirittura 148 bpm (battiti per minuto) in "Meno
male" presentato al Festival di Sanremo 2010.
Non ha vinto, ma è stato il più votato dall'orchestra.
Il Cristicchi, in poche parole, ci piglia per il culo. O meglio
“li” piglia per il culo. E parlo di quella fetta d’Italia
(abbondante, ma spero ancora non maggioritaria) in cui non ci
riconosciamo e non ci riconosceremo mai.
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