24 aprile 2005 ore 16.30, teatro dal Verme, Milano.
Un pomeriggio d'aprile, per celebrare i 60 anni della
liberazione dal nazifascismo.
La sala è pienissima, la gente era già
in coda da più di un'ora prima. Peccato vedere
poche facce giovani, che dovrebbero essere i naturali
destinatari di un evento del genere.
Il pomeriggio è occupato per
la prima parte da uno spettacolo degli Yo-Yo Mundi,
"La Banda Tom e altre storie partigiane".
Onore al merito dell'organizzazione, la provincia
di Milano, che ha fornito un palcoscenico degno a
una delle realtà artistiche più interessanti
del nostro panorama, una band a cui i confini della
sola musica (per quanto d'ottima matrice autoriale)
sembrano stare sempre più stretti e che sa
aprirsi a nuove forme espressive, al teatro, al cinema,
alla letteratura.
"La Banda Tom e altre storie partigiane"
è uno spettacolo che prende spunto da un episodio
di resistenza a Casale Monferrato e mette insieme
canzoni tradizionali ("Festa d'Aprile",
"Bella ciao", "I ribelli della montagna",
"The partisan"), vere e proprie perle cantautoriali
("Le storie di ieri", "W l'Italia"
di De Gregori, "Brigata partigiana Alpahaville"
di Lalli, "Stalingrado" degli Stormy Six,
"Eurialo e Niso" dei Gang), brani originali
del gruppo ("Tredici", "L'Ultimo Testimone",
"Al Golgota") e letture sceniche (a opera
di Giuseppe Cederna e Fabrizio Pagella), con memorie
e brani letterari ispirati alla lotta di liberazione.
Sul fondale scorrono immagini d'archivio mescolate
a preziose fotografie ritrovate negli album di famiglia
di molti "testimoni". Lo spettacolo è
finito anche in un cd-dvd ("Resistenza"),
di cui trovate ampia recensione. Non mi dilungo, quindi,
sulla qualità artistica della proposta, una
dimostrazione di come si può fare spettacolo
usando la memoria, di come si può lottare contro
l'oblio divertendo ed emozionando: mi resta solo da
aggiungere che gli Yo-Yo Mundi hanno conquistato,
con il loro sound inconfondibile (una miscela di rock,
suoni elettronici e una fisarmonica portentosa), un
pubblico sicuramente non facile, composto com'era
in maggioranza da persone poco abituate alle chitarre
elettriche e agli alti volumi della musica in sala.
Ma alla fine gli applausi sono stati calorosi, lo
spettacolo, che è molto di più di un
concerto, funziona. Nota di merito per Giuseppe Cederna,
un attore veramente maiuscolo.
La seconda parte si apre con la salita
sul palco degli arzilli vecchietti: Aldo Aniasi, Giovanni
Pesce (medaglia d'oro della Resistenza), Tino Casali,
Gianfranco Maris. Al di là delle associazioni
che rappresentano, colpiscono per le loro parole.
Che qualcuno bollerebbe come frutto di paure senili,
di nostalgie fuori moda, di faziosità superate.
Ma che a me sembrano allarmi di persone sagge, con
la lucidità estrema che solo la vecchiaia ti
può regalare. In questi tempi grigi spesso
ci troviamo a rivolgerci agli anziani. Mi vengono
in mente gli accorati appelli dell'ultimo Montanelli,
mi vengono in mente Enzo Biagi, Giorgio Bocca, Pietro
Ingrao, Oscar Luigi Scalfaro. In questo paese senza
memoria i vecchi rimangono spesso gli unici di cui
fidarsi...
Ed eccoli, poi, i vecchi, diventare
protagonisti del film proiettato in sala. "Il
primo giorno", diretto da Marco Pozza, raccoglie
racconti di testimoni diretti degli ultimi giorni
della Milano occupata e della liberazione. Lo stile
e lo spirito ricordano quelli della Shoa Foundation
di Steven Spielberg: attraverso i filmati si conserva
la memoria diretta della storia. E il cinema diventa
antidoto alla fine fisica dei testimoni.
Organizza la Provincia di Milano.
E questa è già una novità. In
contemporanea il sindaco della città simbolo
della Resistenza infila l'ennesima dichiarazione fuori
luogo ("Vorrei vedere solo tricolori alla manifestazione,
niente bandiere rosse", ha detto Albertini, negando
così la storia, dimenticando che la Resistenza
sia stata anche fatta da comunisti che oggi è
giusto che rivendichino il loro ruolo nel ritorno
della democrazia in Italia). La giunta di centro-sinistra
da poco insediatasi a Palazzo Isimbardi manda il suo
segnale di "diversità" (e Filippo
Penati in sala incassa il pieno di applausi), organizzando
un evento gratuito dedicato a un patrimonio di memoria
che dovrebbe essere condiviso da tutti, ma che invece
questa destra per 10 anni si impegnata a tenere lontano,
a sminuire, a smorzare. Una destra che non ha nel
suo Dna l'antifascismo e che guarda quindi con un
certo fastidio a radici che sente non sue. Non è
la sinistra che si è impadronita del 25 aprile,
come alcuni servi schiocchi si affrettano a dire oggi,
ma è la destra che la destra ha fatto di tutto
per tenersene lontana. E allora, in un piovoso pomeriggio
di aprile milanese, ci sta anche un po' di retorica,
ci sta la rivendicazione orgogliosa di un mito, ci
sta che gli arzilli vecchietti, gli ex partigiani,
salgano sul palco a tuonare contro i dissennati progetti
di riforma di quella Costituzione che loro considerano
il frutto più alto delle loro battaglie. Ci
sta che Gianfranco Maris, ex deportato a Mathausen,
ricordi che negli ultimi giorni di aprile, mentre
l'Italia si liberava e veniva liberata, in quel campo
furono "gasate" 700 persone, mentre gli
alleati erano alle porte. Ci sta che ricordi a chi
vuole "equiparare" le due parti in lotta
che quelli che stavano con Mussolini contribuirono
a spedire la gente nei campi di sterminio. Altro che
pacificazione.