U2: "How to dismantle an atomic bomb"

Cosimo Pacciani per Bielle

I dischi degli U2 assomigliano sempre più ad encicliche papali. Nell'attesa spasmodica dei "fedeli", nella nervosa tensione di critici e malavversi del gruppo irlandese, pronti a cogliere anche il minimo accenno di debolezza e di ritirata di fronte alla modernità. Ogni nuovo disco degli U2 sembra possa ridefinire un'epoca, un periodo della nostra storia. Da sempre, da "Boy" in poi. I quattro irlandesi hanno attraversato più di venti anni di vita a raccontarci le loro mutazioni umane ed a descriverci le urgenze del cambiamento.
E, come nelle migliori encicliche papali, ogni volta ci sono argomenti nuovi, un tentativo della fede rock di definire le sfide correnti, il debito dei paesi poveri, il conflitto israelo-palestinese. La fame in Africa. Anche se in fondo, i temi delle liriche di Paul Bono I sono sempre I soliti, grazia divina, vita-morte-amore, bellezza trascendente, carnalità e trasparente materialità di esser in un QUI-ORA! Post punk e blues bianco. L'urgenza assassina di comunicare e il dolore nel farlo. Come un papa sofferente per i mali del mondo, Bono declama le sue frasi. Ed ogni volta, per ogni disco, sembra che il tutto possa implodere, ritrovandoci con gli U2 che son diventati gli Status Quo od i Pooh. O peggio, i Rolling Stones. Un circo del rock. E con “Pop”, oh se questo rischio lo corsero. Anche se leggerei quel disco come il tentativo di ingraziarsi un pubblico ed un momento musicale non loro, il crossover dance, la techno. Tempi di ottimismo relativo.
Ma (grazie a Dio?) il mondo prese un'altra svolta. Il finto ottimismo delle start-up, di internet, della pace in Irlanda, del benessere per tutti trascinato via da migliaia di tragedie e di eventi memorabili. E Bono con i suoi ragazzi, si son sentiti di nuovo incaricati di portare il Grand Sound of Rock attorno al mondo.

Questi ragazzi funzionano bene quando il mondo va in malora o quando ci sono cambiamenti in corso, “Achtung Baby” e “Zooropa”, la loro breve escursione nella giovane Europa nascente, sono stati dischi interessanti, dolorosi. Pieni di contraddizioni e di emozioni forti. Ma mancava l'elevazione del pugno verso l'alto. Introspezione? No grazie.

Questo disco è il secondo del ritorno alla cruda immediatezza degli esordi. Non alle cime di “Joshua Tree”. Se non altro perché l'hanno già inciso. Insomma, non è una Rerum Novarum, ma sicuramente una Laborem Exercens. Anche per la musica. Per i suoni. Un disco rock come si faceva una volta. 12 canzoni ognuna diversa dalle altre. Dallo stomper di "Vertigo" alla ligabuiana (non sto scherzando, ascoltatela...) “Sometimes You Can't Make it on your own”, dedicata al padre. Le chitarre si accumulano in riffs e shuffle da moto perpetuo, insomma la solita vecchia chitarra di The Edge. Non sarà mai un virtuoso, ma ha inventato un suono tutto suo. Che i giovani oggi cercano di ripetere (The Killers, Interpol). Ai lati dei due, la sezione ritmica, basso e batteria pulsanti e precisi. Nessuna sbavatura, che non sia mai. La produzione, beh, non c'è. Nel senso che dopo la cura Eno-Lanois, gli U2 sono arrivati dove volevano essere ed ora possono permettersi di avere un amico come Lillywhite in studio e far a meno di tanti espedienti. Presa diretta o quasi. O quasi, direi, perchè il suono è curato, multistrato come si conviene alla più ricca rockband del pianeta. Il disco suona fresco. Interessante. Nero e bianco, finalmente.

Un disco perfetto, giusto ed adeguato per invitare alla fede rock tanti nuovi proseliti delle generazioni degli Hives, degli Strokes, degli Interpol. E per risvegliare la fede assopita dei giovani non più giovani che si sono trovati adolescenti e puri di fronte al battesimo che furono i primi quattro dischi fino a Joshua Tree. Battesimo (“Boy”), prima confessione (“October”), comunione (“War”) e cresima (“The Joshua Tree”). Da lì in poi, ogni disco suonò come una nuova missione nel mondo.

"The more you know the less you feel
Some pray for others steal
Blessings are not just for the ones who kneel, luckily...!" City of Blinding
Lights

Bentornati, confratelli irlandesi.