Tinariwen: "Anassakoul"
I
Tinariwen hanno combinato le forme musicali tradizionali touareg e del Mali
con una moderna sensibilità ribelle e radicale: strumenti tradizionali
come il liuto teherdent ed il flauto utilizzato dai pastori sono stati abbandonati
in cambio di chitarra elettrica, basso e batteria, mantenendo però
il tradizionale violino ad una corda del Mali. Nel deserto senza uffici postali
e senza telefono, la musica dei Tinariwen diventò un potente strumento
di ribellione: testi sul risveglio della coscienza politica e sui problemi
degli esuli o sulla repressione attuata dal Mali nei confronti dei Touareg
con la loro espulsione in Algeria, che sono veri e propri inni per l'indipendenza
del popolo touareg. Le loro cassette erano proibite sia in Mali che in Algeria
e chiunque trovato in possesso delle loro musiche rischiava la prigione...
evolutionmusic.it
Se il rock è la musica ribelle per antonomasia e ribelli i Tinariwen
lo sono per natura, come definire altrimenti che rock la musica di questa
leggendaria formazione di musicisti-guerriglieri del Mali? Non rock degli
"uomini blu", in ogni caso: touareg - nell'idioma sahariano tamashek
"abbandonati da dio" - è infatti un nome che questa etnia
nomade del Sahara respinge con fermezza, rivendicando piuttosto il diritto
a chiamarsi imajeghen, ossia "uomini liberi".
Elio
Bussolino - Kataweb Musica
Arriva dal Sud del Sahara la proposta più roots di questo 2004 e –
lo sottoscriviamo qui senza alcun ombra di dubbio – uno dei migliori
dischi di questo anno. Il gruppo guidato da Ag Ahlahib, cantante principale
e primo chitarrista, usa gli strumenti elettrici come vera e propria sfida
rivoluzionaria, come espressione dei propri lamenti nomadi e delle proprie
oppressioni. Tutto ciò in una musica che ricorda non poco i boogie
primordiali di John Lee Hooker, o i riff di Bo Diddley accompagnata da battiti
di mani e da ritmi che non stonerebbero nelle migliori orchestre tribaliste
del Nord Brasil. Tutte queste parole per descrivere - ma solo lo lontanamente
, ne siamo coscienti – il viaggio misterioso di questi nomadi d’Africa,
sospinti dal vento e dalla speranza.
Ernesto
de Pascale - Il popolo del blues
Non capita tutti i giorni di imbattersi in una leggenda. Di vederla stanca
per il lungo viaggio. Di aspettare che acqua fresca e panini ne risollevino
il corpo. E poi di poterci parlare. La leggenda si chiama Tinariwen. Prima
di loro, ha scritto un giornalista francese, «non esisteva nemmeno l’idea
di un gruppo musicale, tra i tamashek, i tuareg del nord del Mali».
Dopo gli accordi di pace del 1992, i Tinariwen hanno deposto i kalashnikov,
ma hanno tenuto le chitarre.
«L’esperienza dell’esilio è stata una delle fonti
di ispirazione della nostra musica», riprende Abdalla, «ma soprattutto
nelle nostre canzoni vogliamo raccontare la vita del nostro popolo e i problemi
che lo circondano. La situazione sanitaria è difficile, le scuole non
ci sono e il deserto sta cambiando. Vivere nel deserto è sempre più
difficile». Oltre che essere la vita dei tamashek, il deserto è
stato il palcoscenico che ha lanciato i Tinariwen. Da quattro anni, all’inizio
di gennaio, nell’oasi di Essakane si svolge un festival di tre giorni.
È il cuore della musica che condensa tra le dune le tradizioni di questo
pezzo d’Africa con quello che oltre l’Atlantico ha preso il nome
di Blues.
di
Enzo Mangini - Carta. org
Parola di Bielle
Ad "Amassakoul" dei Tinariwen, conviene dare più, molto più,
di un ascolto distratto. Praticamente è blues che arriva dallo sprofondo
del Mali. Musicisti-guerriglieri, armati degli strumenti occidentali (chitarra
elettrica, basso e batteria). Sono Tuareg che suonano come John Lee Hooker,
in grado di far convivere la slide guitar con il didgeridoo o il flauto di
canne. Mi dicono che anche i testi, che si rifanno alle tematiche dell'esilio
e della transumanza, tipiche del loro popolo, con l'aggiunta di un forte appello
politico al risveglio delle coscienze, siano di alta qualità poetica.
Ma su questo "passo". Non passo invece sulla musica che è
coinvolgente e ricca e controcorrente. Diciamo che hanno capovolto gli stilemi
della odierna "musica mediterannea", valicando loro, al contrario,
il canale di Sicilia e l'Atlantico intero. Non per tutti. O forse sì.
O comunque sarebbe meglio se per tutti fossero. Questo è il loro secondo
disco. Esiste anche un "The radio Tisdsas sessions" che non sono
riuscito a procurarmi.