L'aria
mi sembra un tantino moscia. Sarà perché
è la prima sera, sarà per la laconicità
e le frasi di circostanza del telegramma inviato dal
Deg a giustificazione della sua assenza, ma la partenza
mi pare un po' scricchiolante.
Silva fa un ingresso un po' da divo presentando Teresa
de Sio alla quale è affidata "Lontano
lontano", sigla ufficiale di apertura. La De
Sio, che non si dimostra particolarmente simpatica,
è però indubbiamente brava e coinvolgente
nella sua interpretazione spagnoleggiante del brano.
Si accenna a "Come fiori in mare", un CD
progetto di rilettura di Tenco come uomo e come artista,
affidato ad un gruppo di artisti sia affermati che
emergenti. (in seguito chiederò della documentazione.
Mi verrà risposto che è riservata ai
giornalisti importanti! Ok. Io non solo non sono importante,
non sono nemmeno una giornalista, ma non mi pare un
bel modo per promuovere dei giovani).
Entra Pacifico, vincitore della targa per l'opera
prima. Ha problemi con la chitarra. Esegue un pezzo
suo, poi "La periferia" come omaggio a Endrigo.
È accompagnato alla tromba da Marco Brioschi
(notevole), ma personalmente non mi convince moltissimo.
Non conosco bene il suo album e forse parlo a sproposito,
ma c'erano secondo me esordienti migliori. Seguono
i La Crus, anche loro non al massimo, poi Ute Lemper,
premio Tenco dello scorso anno, che invece brilla
con quel suo stare in bilico tra Liza Minnelli e Marlene
Dietrich sconfinando a tratti in Nina Hagen. Canta
con quella sua voce all'occasione dolce e all'occasione
roca "Streets of Berlin", poi "Lola"
(da brividi) e ancora "The purple avenue"
di Tom Waits e "Little water song", scritta
per lei da Nick Cave. Spiega che è la storia
di una donna affogata dal proprio marito e si rammarica
di non averla potuta cantare con Nick l'anno scorso.
Poi ancora "Amsterdam" di Jacques Brel,
in una versione acida nella parte in inglese e molto
Edith Piaf nella parte in francese. Applausi a scroscio
impongono un bis (solo due in tutta la rassegna, il
suo e quello di Sergio- evento-Cammariere): "Les
feuilles mortes". La canta sdraiata sul piano.
Intervallo.
Attacca il Parto delle nuvole pesanti. Travestiti
da crociati si scatenano in un "Lorlando",
aspra ballata di Endrigo sulle crociate, estremamente
attuali in questi giorni di conflitti tra civiltà
cristiana e islamica. Smessi i costumi continuano
con una "Ballata dell'ex" in versione taranta-tammuriata.
Mi chiedo che faccia stia facendo Endrigo, ma secondo
me gli piace.
È il turno di Bruno Lauzi, che commenta brevemente
il suo ex odio per la "tenco una setta".
Dice di essere stato escluso per 25 edizioni (tutte
le precedenti) per ragioni secondo lui politiche,
ma di essere stato chiamato con scuse per il tributo
a Endrigo e "siccome la guerra oggi purtroppo
si fa per davvero, mi sembra stupido continuare queste
polemiche". Aggiunge qualcosa sulla sua vecchia
ruggine con Endrigo a proposito di "La donna
del sud" alla quale il cantautore triestino rispose
con "Il treno che viene dal sud", poi dice
che però è stato proprio Endrigo a volerlo
lì. E che lui è felice di esserci. Canta
"La rosa bianca" e "Via Broletto 34".
Ed è musica. La sua voce è rimasta fresca
a dispetto degli anni. Non è uno dei miei interpreti
preferiti e forse non mi piace nemmeno molto come
persona, ma
Si Continua con Capossela, sempre vulcanico, poliedrico,
scatenato e ta-ra-ta-zum-pa (vuole essere un complimento).
Enrico Deregibus gli consegna la targa, dicendo che
è felice di farlo perché lui, Capossela,
i premi li ritira. Battutaccia chiaramente indirizzata
al grande assente DeGregori. Capossela ribatte che
beh, lui sì, questo premio l'ha vinto in coppia,
ma si tratta di una coppia virtuale
che l'altra
metà c'è ma non si vede e che forse
quello è il segreto del loro successo come
coppia. Dice anche che avrebbe preferito una macchina
intera, che si era portato la patente apposta, ma
si accontenta della targa. Poi si tuffa nelle sue
"Notti di Lubecca", nei pianoforti e nelle
manovelle. È geniale capitan Capossela con
la sua ciurma. Anche se sono in formazione ridotta
rispetto a quella del tour riescono una volta di più
stupire e a coinvolgere. Con i loro strumenti squinternati
che sembrano usciti dalle figurine degli amici di
Gioele: il violomba, violino con la tromba (grande
Edoardo de Angelis); le perchiglie, percussioni con
bottiglie; la violega, violoncello con la sega; la
piàtola, pianoforte nella scatola (magistralmente
sunato da un Pascal Comelade-Papageno); il pallocoppio,
palloncino che viene gonfiato a dismisura fino a prodursi
in uno scoppio finale e chi più ne ha più
ne metta. Termina con "Bolle di sapone",
dedicata a Endrigo in ricordo della gioventù
ed eseguita con corde pizicate e campanelli.
A rimetterci per il funambolismo di Capossela sono
gli Acquaragia Drom, molisani, giovani (finalmente!),
che raccontano al pubblico la loro interazione secolare
con i Rom divenuti stanziali e presenti sul loro territorio.
Musica decisamente folk, se si dice ancora così,
fatta di suoni mediterranei e zigani, di saltarelli,
di tradizioni profonde e di una lingua tutta loro.
Il loro omaggio a Endrigo consiste ne "La guerra".
Spiegano di aver avuto quache problema nella traduzione:
in lingua romanes la parola "guerra" infatti
non esiste. Ce ne sono altre simili, ma guerra no.
E vorrà ben significare qualcosa
.