Una Brigata di memoria, di cultura, di utopie,
di speranze, d'informazione, dell'uomo.
















Festival

Club Tenco 2001
di Lucia Carenini

L'aria mi sembra un tantino moscia. Sarà perché è la prima sera, sarà per la laconicità e le frasi di circostanza del telegramma inviato dal Deg a giustificazione della sua assenza, ma la partenza mi pare un po' scricchiolante.
Silva fa un ingresso un po' da divo presentando Teresa de Sio alla quale è affidata "Lontano lontano", sigla ufficiale di apertura. La De Sio, che non si dimostra particolarmente simpatica, è però indubbiamente brava e coinvolgente nella sua interpretazione spagnoleggiante del brano. Si accenna a "Come fiori in mare", un CD progetto di rilettura di Tenco come uomo e come artista, affidato ad un gruppo di artisti sia affermati che emergenti. (in seguito chiederò della documentazione. Mi verrà risposto che è riservata ai giornalisti importanti! Ok. Io non solo non sono importante, non sono nemmeno una giornalista, ma non mi pare un bel modo per promuovere dei giovani).


Entra Pacifico, vincitore della targa per l'opera prima. Ha problemi con la chitarra. Esegue un pezzo suo, poi "La periferia" come omaggio a Endrigo. È accompagnato alla tromba da Marco Brioschi (notevole), ma personalmente non mi convince moltissimo. Non conosco bene il suo album e forse parlo a sproposito, ma c'erano secondo me esordienti migliori. Seguono i La Crus, anche loro non al massimo, poi Ute Lemper, premio Tenco dello scorso anno, che invece brilla con quel suo stare in bilico tra Liza Minnelli e Marlene Dietrich sconfinando a tratti in Nina Hagen. Canta con quella sua voce all'occasione dolce e all'occasione roca "Streets of Berlin", poi "Lola" (da brividi) e ancora "The purple avenue" di Tom Waits e "Little water song", scritta per lei da Nick Cave. Spiega che è la storia di una donna affogata dal proprio marito e si rammarica di non averla potuta cantare con Nick l'anno scorso. Poi ancora "Amsterdam" di Jacques Brel, in una versione acida nella parte in inglese e molto Edith Piaf nella parte in francese. Applausi a scroscio impongono un bis (solo due in tutta la rassegna, il suo e quello di Sergio- evento-Cammariere): "Les feuilles mortes". La canta sdraiata sul piano. Intervallo.

Attacca il Parto delle nuvole pesanti. Travestiti da crociati si scatenano in un "Lorlando", aspra ballata di Endrigo sulle crociate, estremamente attuali in questi giorni di conflitti tra civiltà cristiana e islamica. Smessi i costumi continuano con una "Ballata dell'ex" in versione taranta-tammuriata. Mi chiedo che faccia stia facendo Endrigo, ma secondo me gli piace.

È il turno di Bruno Lauzi, che commenta brevemente il suo ex odio per la "tenco una setta". Dice di essere stato escluso per 25 edizioni (tutte le precedenti) per ragioni secondo lui politiche, ma di essere stato chiamato con scuse per il tributo a Endrigo e "siccome la guerra oggi purtroppo si fa per davvero, mi sembra stupido continuare queste polemiche". Aggiunge qualcosa sulla sua vecchia ruggine con Endrigo a proposito di "La donna del sud" alla quale il cantautore triestino rispose con "Il treno che viene dal sud", poi dice che però è stato proprio Endrigo a volerlo lì. E che lui è felice di esserci. Canta "La rosa bianca" e "Via Broletto 34". Ed è musica. La sua voce è rimasta fresca a dispetto degli anni. Non è uno dei miei interpreti preferiti e forse non mi piace nemmeno molto come persona, ma…
Si Continua con Capossela, sempre vulcanico, poliedrico, scatenato e ta-ra-ta-zum-pa (vuole essere un complimento). Enrico Deregibus gli consegna la targa, dicendo che è felice di farlo perché lui, Capossela, i premi li ritira. Battutaccia chiaramente indirizzata al grande assente DeGregori. Capossela ribatte che beh, lui sì, questo premio l'ha vinto in coppia, ma si tratta di una coppia virtuale… che l'altra metà c'è ma non si vede e che forse quello è il segreto del loro successo come coppia. Dice anche che avrebbe preferito una macchina intera, che si era portato la patente apposta, ma si accontenta della targa. Poi si tuffa nelle sue "Notti di Lubecca", nei pianoforti e nelle manovelle. È geniale capitan Capossela con la sua ciurma. Anche se sono in formazione ridotta rispetto a quella del tour riescono una volta di più stupire e a coinvolgere. Con i loro strumenti squinternati che sembrano usciti dalle figurine degli amici di Gioele: il violomba, violino con la tromba (grande Edoardo de Angelis); le perchiglie, percussioni con bottiglie; la violega, violoncello con la sega; la piàtola, pianoforte nella scatola (magistralmente sunato da un Pascal Comelade-Papageno); il pallocoppio, palloncino che viene gonfiato a dismisura fino a prodursi in uno scoppio finale e chi più ne ha più ne metta. Termina con "Bolle di sapone", dedicata a Endrigo in ricordo della gioventù ed eseguita con corde pizicate e campanelli.

A rimetterci per il funambolismo di Capossela sono gli Acquaragia Drom, molisani, giovani (finalmente!), che raccontano al pubblico la loro interazione secolare con i Rom divenuti stanziali e presenti sul loro territorio. Musica decisamente folk, se si dice ancora così, fatta di suoni mediterranei e zigani, di saltarelli, di tradizioni profonde e di una lingua tutta loro. Il loro omaggio a Endrigo consiste ne "La guerra". Spiegano di aver avuto quache problema nella traduzione: in lingua romanes la parola "guerra" infatti non esiste. Ce ne sono altre simili, ma guerra no. E vorrà ben significare qualcosa….

Ultimo aggiornamento: 25-10-2001
HOME