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Canzoni d'autore al Piccolo

I Sulutumana: sarà canzone d'autore ... o "sarà di più"?
di Giorgio Maimone

La metamorfosi di un teatro. Il Piccolo/Teatro Studio si presenta desolantemente vuoto mercoledì sera, pochi minuti prima dell’inizio del concerto dei Sulutumana. Oppure, capovolgendo il bicchiere, si presentava “solo mezzo pieno”. Poi il concerto inizia: solo tre Sulutumana sul palco: Michele, Giamba e Nadir, da sinistra a destra, e una canzone nuova che presumo chiamarsi “Volano lontano”. A poco a poco entrano anche gli altri: Andrea Aloisi va alle tastiere anziché al violino, Andreotti alla fisarmonica, Pitch prende posto sullo sfondo e si occupa dei cori e alla batteria siede Samuel “Sammy” Cereghini, il “nuovo”. Dopo la prima canzone Michele scruta in sala e celia: “Ma c’è qualcuno?” e Giamba: “Sì, gli applausi non possono essere registrati”. Metamorfosi di un teatro, si diceva: date due ore di tempo e un concerto dei Sulutumana e il Piccolo/Teatro Studio, coi suoi magnifici mattoni a vista e le sue balconate a comprendere la platea, diventerà un culla calda e avvolgente, tutta tesa a tributare il giusto tributo ai preziosi musici discesi dal lago. .

La musica dei Sulutumana è fatta di una sostanza simile alla rugiada, le note sanno del vento lieve dei pomeriggi di maggio, la parole gemme incastonate esattamente dove dovrebbero stare e gli strumenti conoscono così bene la loro parte da prescindere dall’esecutore: sanno già cosa suonare. Come i cavalli ammaestrati di Tom Mix che si trovano sempre sotto la finestra quando l’eroe si getta di sotto per sfuggire ai villain di turno. Ecco: quello fanno i Sulutumana. Danno l’impressione di trovare con naturalezza soluzioni che sembrano sempre le migliori per condurre in porto canzoni che non sono mai “fragili vascelli”, ma agili prahos, veloci e adatti alle manovre.
E’ una dichiarazione d’amore? Massì, lo sanno anche loro che stravedo per i Sulutumana, i migliori che abbiamo.
Antemare


A narrare il
mutare delle forme in corpi nuovi
mi spinge l'estro
o dei
Se queste sono vostre metamorfosi
ispirate il mio disegno
così
che il canto delle origini del mondo
si
snodi ininterrotto sino ai miei giorni

Prima del mare
del cielo e della terra e tutto il resto
dell'univarso
il caos
materia inerte corpo senza forma
non c'erano Titano e Febe
così
che lungo i margini dei continenti
non stendeva Anfitrione le sue larghe braccia

La nostra faccia nel vento
i nostri occhi nel firmamento
il nostro fuoco la luce
la nostra voce che canta pace

E per quanto lì ci
ci fosse tutto ciò che conosciamo
tra tempo e spazio
la terra
non era calpestabile ne' l'onda
la si poteva cavalcare
l'aria
di prima delle origini del mondo
era
priva di luce e nulla aveva forma ferma

Ogni cosa si
contrapponeva all'altra prima che
un Dio e natura
d'amore
il cielo dalla terra distinguevano
tratto fermo di un disegno
così
cantavano le origini del mondo
prima
dei popoli di pace dell'età dell'oro

La nostra faccia nel vento
i nostri occhi nel firmamento
il nostro fuoco la luce
la nostra voce che canta pace

Se possibile la serata del Teatro Studio, all’interno della azzeccata rassegna “Canzone d’autore”, ha messo meglio in risalto i pregi dei Sulu: una maggiore maturità esecutiva, più sicura padronanza del palco (per quanto Nadir a fine spettacolo abbia detto: “normalmente dopo due-tre pezzi l’emozione se ne va. Qui siamo alla fine e non mi è ancora passata!” e di sicuro parlava per tutti) , ottimo gioco di squadra e persistente magia della quieta fabbrica di canzoni della piccola orchestra dei laghi brianzoli. Il teatro è l’ambiente ideale per questo gruppo che ha messo le sue radici, come duo nell’88 e si è costituito dieci anni dopo come insieme da camera (pianoforte, violino, contrabbasso, fisarmonica, flauto, chitarra classica) a cui fanno da contraltare chitarra elettrica, batteria, percussioni grandi e piccole. Li avevo ascoltati in pub, in piazze, in locali fumosi, persino nei palasport e me li ero sempre gustati: ma il teatro è la dimensione ideale: raccolta, intima, segreta, discreta.

Perché i Sulutumana vanno ascoltati, prima ancora che capiti: ascoltati con tutti i sensi, ma meglio ancora che non siano quelli più immediati. Non ascoltateli solo con le orecchie, insomma, e non cercato un approccio solo razionale. La band di Canzo sta un attimo più in là e sa emozionare e “parlarti in stereo”, colpendo la tua attenzione da più lati contemporaneamente, fino a vincerti e avvincerti.

E così, proprio perché sono in teatro, possono proporre come secondo brano “A testa in giù”, oltre quattro minuti di solo musica rarefatta, con un'unica ma pregnante frase cantata: “Scivoli nel cuore tra le briciole del mio dolore, spezzi il filo dei pensieri, corri nel mio sangue a testa in giù”. Coraggiosi. Ma la scommessa è vinta: il pubblico segue in silenzio e applaude con vigore. Come per la successiva “Blu bulgaro, punto”.

Variazione sul tema: dopo tanti anni a fornire la stessa versione dei brani, al Teatro Studio, Giamba, Michele e soci hanno scelto di dare nuova veste a molti brani tra i più antichi, quelli di "La danza" per intenderci: l’effetto è spiazzante. Non sempre convince. Le due esigenze di pubblico e orchestra si scontrano: i musicanti, stanchi di vedere canzoni sempre con lo stesso vestito le vorrebbero cambiare, il pubblico, fedele a quanto ha imparato, immutabile, dal supporto digitale, mal tollera la violenza su quelli che ormai per il Sulut-fan sono dei classici. Ci vorrà tempo e ci vorranno altri ascolti per capire quali versioni siano meglio o peggio. Di sicuro sono diverse.

La lista dei brani sottoposti a lifting è lunga: “Zucca senza sale” diventa quasi un rock (forse ci guadagna), accelerano bruscamente i tempi “La danza” e “Il Frigo” (ci perde), diventano altre canzoni, completamente altre “Cussesumaiami” e “Sarà di più”. Leggere variazioni per “Marisa Puchenia”, “L’eclissi” e “Ribes”. Restano intonse dal primo disco “Carlina Rinascente” e “Viola” (meno male!), mentre il secondo album, “Di segni e di sogni”, subisce un attacco più moderato.

C’è da dire che “Cussesumaiami” così arrangiata era presente sul cd con 6 brani in versione inedita allegato ad “Angeli a perdere”, il libro di Johnny 99 uscito per la collana “Contagi”. E riascoltato su cd appare comunque dotato di una sua pregnanza e giustificazione. Difficile dirlo per “Il frigo” di cui, purtroppo, si perdono tutte le parole, sparate a raffica ed affastellate le une sulle altre. Già il ritmo della prima versione era vorticoso, non c’era bisogno di alzarlo.

Ma sono episodi che nulla tolgono al grande valore della proposta che, nel sottofinale, si arricchisce di altre due gemme: un altro inedito (“Anam Ji”), e “Antemare”, che inedito non è, ma per me è un primo ascolto. Quest’ultimo brano, su testo dalle “Metamorfosi” di Ovidio e musica del compositore austriaco Karl Ditters Von Dittersdorf è un inno per la pace, destinato ai porti del Mediterraneo che ospitano le Navi Scuola della Marina Militare e gli spettacoli della rassegna “Sport e cultura per la pace”. E’ la prima volta che sento “Antemare”: so che ce ne saranno molte altre. Così come non mancherò di cercare, appena possibile, il loro terzo album, anche perché conterrà, in bella evidenza nello scrigno, una perla come “Anam Ji”, ispirata dalla lettura di un libro di Tiziano Terzani. Ogni canzone di Giamba e soci, ormai si caratterizza strettamente come “produzione Sulutumana”. E’ difficile sbagliarsi: musiche ariose, testi intelligenti e poetici, arrangiamenti aperti identificano con sufficiente certezza il prodotto.

C’è solo tempo per i bis: “Carlina Rinascente” (togliere Carlina Rinascente sarebbe come togliere mezzo concerto dei Sulutumana), “Comandante Che Guevara”, “El Carretero” ... e gli auguri per Michele che oggi compie 38 anni. E stasera si replica.

 

Ultimo aggiornamento: 27-01-2005
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