La
metamorfosi di un teatro. Il Piccolo/Teatro Studio si
presenta desolantemente vuoto mercoledì sera,
pochi minuti prima dell’inizio del concerto dei
Sulutumana. Oppure, capovolgendo il bicchiere, si presentava
“solo mezzo pieno”. Poi il concerto inizia:
solo tre Sulutumana sul palco: Michele, Giamba e Nadir,
da sinistra a destra, e una canzone nuova che presumo
chiamarsi “Volano lontano”. A poco a poco
entrano anche gli altri: Andrea Aloisi va alle tastiere
anziché al violino, Andreotti alla fisarmonica,
Pitch prende posto sullo sfondo e si occupa dei cori
e alla batteria siede Samuel “Sammy” Cereghini,
il “nuovo”. Dopo la prima canzone Michele
scruta in sala e celia: “Ma c’è qualcuno?”
e Giamba: “Sì, gli applausi non possono
essere registrati”. Metamorfosi di un teatro,
si diceva: date due ore di tempo e un concerto dei Sulutumana
e il Piccolo/Teatro Studio, coi suoi magnifici mattoni
a vista e le sue balconate a comprendere la platea,
diventerà un culla calda e avvolgente, tutta
tesa a tributare il giusto tributo ai preziosi musici
discesi dal lago. .
La
musica dei Sulutumana è fatta di una sostanza
simile alla rugiada, le note sanno del vento lieve
dei pomeriggi di maggio, la parole gemme incastonate
esattamente dove dovrebbero stare e gli strumenti
conoscono così bene la loro parte da prescindere
dall’esecutore: sanno già cosa suonare.
Come i cavalli ammaestrati di Tom Mix che si trovano
sempre sotto la finestra quando l’eroe si getta
di sotto per sfuggire ai villain di turno. Ecco: quello
fanno i Sulutumana. Danno l’impressione di trovare
con naturalezza soluzioni che sembrano sempre le migliori
per condurre in porto canzoni che non sono mai “fragili
vascelli”, ma agili prahos, veloci e adatti
alle manovre.
E’ una dichiarazione d’amore? Massì,
lo sanno anche loro che stravedo per i Sulutumana,
i migliori che abbiamo.
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Antemare

A narrare il
mutare delle forme in corpi nuovi
mi spinge l'estro
o dei
Se queste sono vostre metamorfosi
ispirate il mio disegno
così
che il canto delle origini del mondo
si
snodi ininterrotto sino ai miei giorni
Prima
del mare
del cielo e della terra e tutto il resto
dell'univarso
il caos
materia inerte corpo senza forma
non c'erano Titano e Febe
così
che lungo i margini dei continenti
non stendeva Anfitrione le sue larghe braccia
La
nostra faccia nel vento
i nostri occhi nel firmamento
il nostro fuoco la luce
la nostra voce che canta pace
E
per quanto lì ci
ci fosse tutto ciò che conosciamo
tra tempo e spazio
la terra
non era calpestabile ne' l'onda
la si poteva cavalcare
l'aria
di prima delle origini del mondo
era
priva di luce e nulla aveva forma ferma
Ogni
cosa si
contrapponeva all'altra prima che
un Dio e natura
d'amore
il cielo dalla terra distinguevano
tratto fermo di un disegno
così
cantavano le origini del mondo
prima
dei popoli di pace dell'età dell'oro
La
nostra faccia nel vento
i nostri occhi nel firmamento
il nostro fuoco la luce
la nostra voce che canta pace
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Se
possibile la serata del Teatro Studio, all’interno
della azzeccata rassegna
“Canzone d’autore”, ha messo
meglio in risalto i pregi dei Sulu: una maggiore maturità
esecutiva, più sicura padronanza del palco
(per quanto Nadir a fine spettacolo abbia detto: “normalmente
dopo due-tre pezzi l’emozione se ne va. Qui
siamo alla fine e non mi è ancora passata!”
e di sicuro parlava per tutti) , ottimo gioco di squadra
e persistente magia della quieta fabbrica di canzoni
della piccola orchestra dei laghi brianzoli. Il teatro
è l’ambiente ideale per questo gruppo
che ha messo le sue radici, come duo nell’88
e si è costituito dieci anni dopo come insieme
da camera (pianoforte, violino, contrabbasso, fisarmonica,
flauto, chitarra classica) a cui fanno da contraltare
chitarra elettrica, batteria, percussioni grandi e
piccole. Li avevo ascoltati in pub, in piazze, in
locali fumosi, persino nei palasport e me li ero sempre
gustati: ma il teatro è la dimensione ideale:
raccolta, intima, segreta, discreta.
Perché
i Sulutumana vanno ascoltati, prima ancora che capiti:
ascoltati con tutti i sensi, ma meglio ancora che
non siano quelli più immediati. Non ascoltateli
solo con le orecchie, insomma, e non cercato un approccio
solo razionale. La band di Canzo sta un attimo più
in là e sa emozionare e “parlarti in
stereo”, colpendo la tua attenzione da più
lati contemporaneamente, fino a vincerti e avvincerti.
E
così, proprio perché sono in teatro,
possono proporre come secondo brano “A
testa in giù”, oltre quattro
minuti di solo musica rarefatta, con un'unica ma pregnante
frase cantata: “Scivoli nel cuore tra le
briciole del mio dolore, spezzi il filo dei pensieri,
corri nel mio sangue a testa in giù”.
Coraggiosi. Ma la scommessa è vinta: il pubblico
segue in silenzio e applaude con vigore. Come per
la successiva “Blu bulgaro, punto”.
Variazione
sul tema: dopo tanti anni a fornire la stessa versione
dei brani, al Teatro Studio, Giamba, Michele e soci
hanno scelto di dare nuova veste a molti brani tra
i più antichi, quelli di "La
danza" per intenderci: l’effetto è
spiazzante. Non sempre convince. Le due esigenze di
pubblico e orchestra si scontrano: i musicanti, stanchi
di vedere canzoni sempre con lo stesso vestito le
vorrebbero cambiare, il pubblico, fedele a quanto
ha imparato, immutabile, dal supporto digitale, mal
tollera la violenza su quelli che ormai per il Sulut-fan
sono dei classici. Ci vorrà tempo e ci vorranno
altri ascolti per capire quali versioni siano meglio
o peggio. Di sicuro sono diverse.
La
lista dei brani sottoposti a lifting è lunga:
“Zucca senza sale” diventa
quasi un rock (forse ci guadagna), accelerano bruscamente
i tempi “La danza” e
“Il Frigo” (ci perde),
diventano altre canzoni, completamente altre “Cussesumaiami”
e “Sarà di più”.
Leggere variazioni per “Marisa Puchenia”,
“L’eclissi” e “Ribes”.
Restano intonse dal primo disco “Carlina
Rinascente” e “Viola”
(meno male!), mentre il secondo album, “Di
segni e di sogni”, subisce un attacco più
moderato.
C’è
da dire che “Cussesumaiami”
così arrangiata era presente sul cd con 6 brani
in versione inedita allegato ad “Angeli
a perdere”, il libro di Johnny 99
uscito per la collana “Contagi”.
E riascoltato su cd appare comunque dotato di una
sua pregnanza e giustificazione. Difficile dirlo per
“Il frigo” di cui, purtroppo,
si perdono tutte le parole, sparate a raffica ed affastellate
le une sulle altre. Già il ritmo della prima
versione era vorticoso, non c’era bisogno di
alzarlo.
Ma
sono episodi che nulla tolgono al grande valore della
proposta che, nel sottofinale, si arricchisce di altre
due gemme: un altro inedito (“Anam Ji”),
e “Antemare”, che inedito
non è, ma per me è un primo ascolto.
Quest’ultimo brano, su testo dalle “Metamorfosi”
di Ovidio e musica del compositore austriaco
Karl Ditters Von Dittersdorf è
un inno per la pace, destinato ai porti del Mediterraneo
che ospitano le Navi Scuola della Marina Militare
e gli spettacoli della rassegna “Sport e cultura
per la pace”. E’ la prima volta che sento
“Antemare”: so che ce ne saranno molte
altre. Così come non mancherò di cercare,
appena possibile, il loro terzo album, anche perché
conterrà, in bella evidenza nello scrigno,
una perla come “Anam Ji”, ispirata dalla
lettura di un libro di Tiziano Terzani.
Ogni canzone di Giamba e soci, ormai si caratterizza
strettamente come “produzione Sulutumana”.
E’ difficile sbagliarsi: musiche ariose, testi
intelligenti e poetici, arrangiamenti aperti identificano
con sufficiente certezza il prodotto.
C’è
solo tempo per i bis: “Carlina Rinascente”
(togliere Carlina Rinascente sarebbe come
togliere mezzo concerto dei Sulutumana), “Comandante
Che Guevara”, “El Carretero” ...
e gli auguri per Michele che oggi
compie 38 anni. E stasera si replica.