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Sulutumana: Decanter

Giamba e Pich

di Silvano Rubino
Presentazione di Decanter al Teatro Sociale di Como


Piccolo resoconto sentimentale
(e non critico)
“I Sulutumana entrano nel mondo del rock”. Ecco pronta l’etichetta da critici frettolosi, quelli che si meritano l’ironia di Giamba, sul palco del Sociale di Como, la sera del 21 maggio 2005, magica sera in cui ci si ritrova a festeggiare l’atto terzo del cammino dei cavalieri, “Decanter”. I critici frettolosi hanno bisogno di definizioni semplici, di categorie in cui incasellare, inserire, paragonare. E i Sulutumana, da questo palco, fanno sapere che ancora una volta non ci stanno, che hanno voglia di continuare a sentirsi chiedere “ma che genere fate?” e a non saper – o non voler – rispondere, se non “il genere Sulutumana”. Certo, la fisarmonica rimane a riposare ai piedi di Giamba per molto più tempo di quanto non fosse mai accaduto in passato, certo qualche spina in più è stata attaccata, qualche suono più elettrico fa la sua comparsa. Ma è molto semplice: è solo che il viaggio continua. I territori musicali da esplorare sono talmente tanti - si devono essere detti i ragazzi – perché fermarsi a quelli già battuti?

E allora a noi ascoltatori resta solo da evitare di sperticarci in definizioni. Sprofondiamo nella rossa poltrona e lasciamoci guidare per mano. Perché sul palco del Sociale “siore e siori” il decanter con l’annata 2005 del vino prodotto in quel di Eupilio, in quell’aria speciale che naviga tra laghi e montagne, è fonte inesauribile di talento, intelligenza, impegno e leggerezza, insieme. Il che vuol dire che non è cambiato niente, cari critici frettolosi. Forse possiamo notare che i ragazzi si muovono con maggiore agio sul palcoscenico, che sanno nascondere meglio l’emozione di ogni debutto (e quanti sono stati, in questi anni!), che Giamba inserisce le letture con arte da consumato calcatore di palchi teatrali, che i tempi teatrali dello spettacolo sono quasi perfetti, senza sbavature, frutto del consueto, caparbiamente perseguito, duro lavoro di gruppo, che è poi il loro segreto. Forse possiamo notare che Samuel ha portato nuovi colori a percussioni e batterie, che Cecco, muovendosi con la sua coppola tra pianoforte e tastiere, ha ampliato la sua tavolozza di colori. Che la nuova chitarra di Michele ogni tanto emana inediti profumi di praterie.

Ma ci sarà tempo per fare le pulci al disco, di dire quali canzoni ci piacciono di più, quali meno, di quali influenze, omaggi si nutra ciascuna di esse. Di come la tavolozza delle liriche si sia fatta più o meno ampia, di come prevalga il registro lirico su quello narrativo. In questa sera di primavera non abbiamo voglia di fare i critici e vestiamo solo i panni degli ammiratori, degli amici. E quindi fanculo le definizioni. Ci metto due secondi a emozionarmi, basta la prima canzone, “Amore d’Egitto”, per capire che non devo preoccuparmi, che l’alchimia scatta di nuovo. Respiro insieme ai ragazzi l’affetto che pervade come una nebbia questo teatro pieno di stucchi dove ci si sente tra amici, saluto con gioia il ritorno, a tempo parziale, dei flauti e degli aggeggi di Pich, ascolto le nuove canzoni, quelle vecchie col vestito nuovo, quelle vecchie col vestito vecchio. Batto le mani, i piedi, canticchio.

E quando sul finale in crescendo di “Sarà di più”, le luci del teatro si accendono tutte, magicamente, per pochi secondi, cadono le distanze tra palcoscenico e platea. E, per un lunghissimo momento, ci sentiamo anche noi in cammino in quel viaggio, insieme ai ragazzi sul palco, un cammino cominciato un po’ di tempo fa, che noi abbiamo sempre seguito con affetto e rispetto. Buona fortuna, cavalieri. Continuate a stupirci, noi saremo con voi.



Anam-ji

All’alba i tuoi occhi blu cadevano dalle nuvole
Ed il silenzio lassù era voce mutabile
Precipitare dell’acqua, della terra le lacrime
Il rischiarare del cielo ed era un canto, un volo.
Era la gola del mondo, il suo respiro più profondo,
il suo respiro il suo battito.
Era la gola del mondo, il suo respiro più profondo,
il suo respiro il suo battito
Vieni da dove non sai e non sai dove andrai … Anam-ji
Scordi i nomi delle stelle, il tuo nome
Guarda: voli senza ali, guarda … sali.
Non hanno forma o parole la bellezza e la verità
In un dicembre di sole le hai trovate o chissà
Le nevi della montagna, le foreste dell’anima.
Chi avrà il coraggio di perdersi la via troverà
Ed il tuo passo leggero apre le porte del mistero
Tra rivelarsi e nascondersi.
E senza nome e catene, senza follia e senza ragione
Eri bellezza, eri verità.
Vieni da dove non sai e non sai dove andrai … Anam-ji
Scordi i nomi delle stelle, il tuo nome
Guarda: voli senza ali, guarda … sali.
Era la gola del mondo, il suo respiro più profondo,
il suo respiro il suo battito.
Era la gola del mondo, il suo respiro più profondo,
il suo respiro il suo battito
Vieni da dove non sai e non sai dove andrai … Anam-ji
Scordi i nomi delle stelle, il tuo nome
Guarda: voli senza ali, guarda … sali.

Il tuo culo

Vorrei essere la tua pancia, l’onda del tuo respiro
Vorrei essere l’oceano calmo che ti attraversa
Vorrei essere il tuo centro, il bottone del tuo ventre,
il tuo braccio che mi abbraccia.
Vorrei essere la tua mano quando stai sotto la doccia
Vorrei essere il tuo suono, le tue lacrime di gioia
Vorrei essere le tue gambe che si immergono nel mare
Il tuo vento nei capelli, il tuo collo nella sciarpa,
vorrei essere il tuo piede quando esce dalla scarpa.
Vorrei essere il tuo naso impreciso sinuoso
La tua bocca, il sorriso ah ah ah fragoroso
La tua lingua mentre scioglie il gorgonzola,
vorrei essere le tue orecchie quando è festa e c’è la banda
per le strade e nelle piazze, vorrei essere la tua schiena
per un’ora di carezza vorrei essere ciliegie
sulle cime dei tuoi seni, vorrei essere i tuoi occhi
che si riempiono di cielo
Vorrei essere la tua pancia, l’onda del tuo respiro
Vorrei essere l’oceano calmo che ti attraversa
E vorrei essere il tuo suono, le tue lacrime di gioia
Vorrei essere le tue gambe che si immergono nel mare
Il tuo vento nei capelli, il tuo collo nella sciarpa,
vorrei essere il tuo piede quando esce dalla scarpa.
Vorrei essere i tuoi sensi, il tuo gioco preferito
Vorrei essere i tuoi occhi quando si aprono al mattino
E si riempiono di cielo mentre schiudi le persiane
Vorrei essere il tuo culo.


Da grandi

Sto in piedi sulla mia spina dorsale
Ma il veleno di donna per me è stato letale.
Non inciampo nelle mie bugie
E’ mio il segno che devo lasciare
Dalla gente che conosco, dalla strada che percorro
Non ho nulla da imparare.
Sul ciglio lascio misere ricchezze
Da grandi si fantastica e si sogna
piante in autunno si spogliano e cantano
ad ogni passo frusciano poesie
Borse degli occhi in fondo alle giornate
Incontro ad un abbraccio e poca luce
lentissime carezze si lasciano durare all’infinito.
Nel tuo giardino entro per rubare
E per il gusto di bagnarlo
E ogni volta quando è tempo di saluti
tra chi parte e chi resta
Tra chi parte e chi resta amico mio.
Ti deve tendere l’abbraccio
e a chi per primo tocca dire addio?

Da grandi si fantastica e si sogna
Donne in autunno si vestono ed escono
Ad ogni passo frusciano poesia
Borse degli occhi in fondo delle giornate
In fondo ad un abbraccio e poca luce
Lentissime carezze si lasciano durare all’infinito.

Carosello

Suono la mia chitarra sotto una pioggia allegra
E lascio che la notte venga a prendermi
E cade la mia voce la mia voce lieve sopra la neve
E non baratto i sogni con la realtà
Anima e testa calma e tempesta
Aspetto l’alba per addormentarmi
Accendo il giorno, vado a dormire
Ora che non è più tardi e presto te ne andrai
Luna pallida tra le nuvole
Non sarà una sigaretta ad uccidermi
Non saranno vino e grappa a confondermi
Mi basta la tua luce per vederci chiaro
Fino in fondo al buio
Luna pallida quando tornerai
Suonerò la mia chitarra e tu canterai
Canterò le mie canzoni, tu le ascolterai
Nello spazio di una notte sta l’eternità
Dell’oro del mattino io posso fare a meno
E lascio che rubarvelo di bocca siate voi
E sul più bello di questo carosello
Passo la mia palla di terra e creta
Chitarra dita voce, fiume sorgente e foce
Scendo nel mio letto verso il mare
E’ mezzogiorno … sento chiamare, c’è qualcuno
che mi cerca e che mi ascolterà
luna pallida tra le nuvole …


dei Sulutumana

"Batte la strada fitta pioggia / Goccia a goccia / Un nuovo segno, un’altra /
traccia sulla faccia"
"La scopa della strega"


Qualche assaggio dal loro sito:

La scopa della strega
Il posto che nessuno ha conosciuto
Anam-ji


Decanter: canzone per canzone, vino per vino.
I Sulutumana su Bielle

Immagina i Sulutumana

1. Anam-ji - E’ ispirata alla lettura del libro "Un altro giro di giostra" di Tiziano Terzani ( Longanesi editore,
copyright © 2004). Non è facile spiegare le emozioni che il diario degli ultimi anni di vita di quest’uomo ha suscitato nel nostro animo. Il risultato di queste emozioni è una canzone che ripercorre il
periodo di “eremitaggio” dell’autore ai piedi della catena himalayana, alla ricerca di un sé che si tolga di dosso ogni cosa superflua, compreso il proprio nome, per aspirare ad essere semplicemente e totalmente parte dell’universo che lo compone e che lo circonda. Anam-ji significa appunto “il senza nome”. La musica di questo brano fluttua tra atmosfere d’arpa che richiamano il silenzio della notte e i ritmi percussivi di chitarra basso e tamburi che intendono esprimere l’energia della natura creatrice.

2. Il tuo culo - E’ un divertito excursus anatomico attraverso il corpo di una donna visto dagli occhi e dal cuore di chi l’ama e la desidera. La musica si rifà alle atmosfere del dixieland e alle allegre
ballate jazz zigane in stile Django Rainhardt.

3. Da grandi - Qui l’atmosfera musicale è ispirata alla musica europea del nostro tempo. I SULUTUMANa abbandonano l’aspetto prevalentemente acustico, eccezion fatta per le percussioni e il
pianoforte, per addentrarsi in un ambiente sonoro più moderno e avvolgente, dal respiro largo ed incalzante al tempo stesso. Il testo di questa canzone è costituito da una serie di pensieri catturati alle spalle e messi di getto su carta una sera d’autunno, dopo un addio.

4. Carosello - Un uomo canta le sue notti insonni, i suoi sogni da sveglio, e cerca la sua strada alla luce
della luna, camminando sulle corde della sua chitarra, come un funambolo solitario nella
DECANTER - SULUTUMANa
penombra notturna. E’ una canzone che arriva da una stanza di casa, cullata da un clarino e
ritmata dal cajon.

5. Volano lontano - La musica di questo brano è un torrente in piena che si trascina a valle una rosa scivolata dalle mani. E’ un brano dagli accenti tipicamente rock, morbido ed energico, che racconta di un abbandono, della forza di guardare avanti e dell’inutilità delle parole.

6. Inverno in fiore - E’ una ballad molto raffinata ed elegante eseguita dal quartetto costituito da pianoforte,
contrabbasso, chitarra e batteria. Il testo è una traduzione, con conseguente rielaborazione
in “chiave canzone”, di alcuni proverbi della Vallassina, che è la zona di provenienza dei
SULUTUMANa. Unire a questa musica delle parole antichissime è stato un gioco affascinante,
così come è interessante scoprire che alcuni detti popolari, anche tradotti in lingua non
perdono di forza ed incisività e, casomai, acquistano eleganza.

7. La scopa della strega - E’ un brano dall’andamento allegro ed incalzante, colorato da tromba, sax e steel drum. Il mondo è il paese delle meraviglie o degli orrori, a seconda degli occhi con cui lo si osserva e
questa è una canzone che parla dei segni che la vita ci lascia sul corpo e sulla faccia, ma anche nell’anima.
“I segni sulla fronte erano l’età, i segni sulle mani erano il destino, i segni sulle ginocchia
erano il bambino”.

8. Il posto che nessuno ha conosciuto - La musica di questo brano evoca atmosfere tra il comico e il sinistro, qualcosa di misterioso
che però non fa paura, anzi mette allegria. Sembra di inerpicarsi lungo sentieri infiniti senza
fare fatica e senza sapere dove porteranno, pare che alla fine ci sia il posto che nessuno ha
conosciuto, che è poi il sentiero stesso che non finisce mai, che si lascia dietro i ricordi, che
ascolta le storie della gente, che rivela orizzonti sempre nuovi. Madre e figlio passeggiano
lungo questo sentiero verso, e attraverso, il posto che nessuno ha conosciuto.

9. Amore d’Egitto - Questa canzone è stata scritta in occasione della nostra tournée nel Mar Mediterraneo. E’ una descrizione della città di Alessandria d’Egitto, con il suo glorioso passato, che si respira
tra le rovine, il caos e le speranze del presente; ma soprattutto negli sguardi di donne
bellissime e nella luce dei loro occhi sorridenti. In questo brano, così come nell’ultimo, la
musica è fortemente ispirata alle suggestioni del Mar Mediterraneo, crocevia di popoli e
culture millenarie sulle sponde del quale i SULUTUMANa hanno avuto l’onore di proporre la
loro musica ottenendo entusiasti consensi.

10. Antemare - E’ un inno alla pace che abbiamo composto in occasione di un tour che si è svolto lungo i porti del Mediterraneo e si è concluso ad Atene all’apertura dei Giochi Olimpici del 2004. Il
testo è tratto dal primo libro delle Metamorfosi di Ovidio e la musica si ispira ad un componimento classico di Karl Ditters Von Dittersdorf. L’ultima parola di questo disco è
certamente anche la più importante: PACE.

Nadir
I Sulutumana by themselves

Il nuovo viaggio in musica dei SULUTUMANa comincia ai piedi della catena montuosa dell’
Himalaya con il brano che apre la raccolta e prosegue attraverso i luoghi e i nuovi orizzonti
dell’immaginario sonoro del gruppo per approdare infine nel Mar Mediterraneo, con due
canzoni frutto della tournée fatta nell’estate 2004 in occasione dei Giochi Olimpici di Atene.
La musica dei SULUTUMANa si arricchisce di colori e sfumature. L’intreccio dei suoni degli
strumenti acustici con i suoni sintetici di tastiere e pedaliere elettroniche, formano una
trama musicale coerente e robusta che si snoda lungo tutto il percorso del disco e che
propone dieci brani che spaziano nei diversi generi musicali amati dai SULUTUMANa: la
canzone d’autore, il jazz, la musica classica, il pop-rock, la musica etnica…
Pianoforte, contrabbasso (basso fretless), chitarre e batteria: questo è il nucleo musicale
portante del nuovo disco, la piattaforma ritmica e sonora dell’intera opera, intorno alla quale
si ricamano le trame di tutti gli altri strumenti (violino, fiati, fisarmonica, percussioni…) .
Il titolo del disco deriva anzitutto dall’amore per il vino e per i prodotti della natura e della
sapienza umana in generale, il decanter è l’ampolla di cristallo all’interno della quale il vino si
ossigena e si purifica prima di essere bevuto. Anche la musica dei SULUTUMANa passa
attraverso un procedimento analogo, essa infatti deve sedimentare fino a far risaltare la
purezza, la trasparenza e la genuinità che la compongono; i ricordi e le passioni decantano e
si raccontano attraverso il disco, come il vino in un’ampolla di cristallo. La musicalità del
nome di questo oggetto è stata altrettanto determinante per la scelta del titolo DECANTER.


Volano lontano

Una rosa sbiadita se ne sta sdraiata a sfiorire
La poso in un vaso sotto due ali d’argento
l’ascolto parlare
mi dice silenzi e singhiozzi e piccole risa
mi dice di un tempo in cui tutto era bello
la sua casa e il suo nuovo cappello
Ciao … anche tu mi mancherai
abbracciami sempre da dove sarai
non dimenticarlo mai
Volano lontano le parole
volano lontano.
Volano lontano le parole
volano lontano.
Una rosa recisa se ne sta distesa a sfiorire
Le strappo una piccola luce dagli occhi
L’ascolto parlare
Mi dice di quando rideva e ospitava gli amici
Mi dice di un tempo in cui tutto era bello
La sua casa e il suo nuovo cappello
Mi dice di ieri … di come tutto è cambiato.
Ciao … anche tu mi mancherai
abbracciami sempre da dove sarai
non dimenticarlo mai
Volano lontano le parole
volano lontano.
Volano lontano le parole
volano lontano.
Volano lontano … volano lontano le parole … piove
Come quando è bello far l’amore



Inverno in fiore

Sorte prepara cuci e taglia
Un bel vestito per ogni canaglia
Le scarpe ridono se piangono le tasche
E ai piedi sbocciano le primule
Chi si è imbarcato e va per mare
Chi assaggia il sale
Il dolce naufragare
Chi gioca a briscola, chi parla con la luna
E chi fortuna lo accompagnerà
Ti regalo, prendile se vuoi, queste parole di cento anni fa,
non perderle
puoi giocare a farne luce ed ombra, pioggia e danza,
bugia e verità … o musica
Amiamo amiamo in qualche modo
Coscienza e legni han sempre qualche nodo
Amiamo amiamo per tenere vivo il fuoco
Senza fretta amiamo poco a poco
Viene novembre e con le foglie
Nel vento volano cappelli e voglie
Tra nebbia e lago si nasconde un vecchio amore
Il canto antico di un inverno in fiore
Ti regalo, prendile se vuoi, queste parole di cento anni fa,
non perderle
puoi giocare a farne luce ed ombra, pioggia e danza,
bugia e verità … o musica.


"Disco dal sapore intenso e deciso, con un bouquet dalle variegate sfumature che ne esaltano il calore e l'armonia.Si accompagna tanto alla festa quanto alla meditazione. Servito a ogni temperatura e latitudine, contribuisce all'ottenimento di un clima sereno e disteso".
Confezionato all'origine dall'azienda artistica "Cantina SULUTUMANa" - Maggio 2005



Decanter: una recensione emozionale
di Leon Ravasi

E' sempre difficile fare una recensione dei Sulutumana per un Sulu-fan verace. La passione fa velo al supporto critico e la simpatia umana rende difficile usare in modo asettico gli strumenti critici consueti. Eppure "Decanter" è uscito e di Decanter ci tocca parlare. Diciamo subito che NON è un disco sulla scia di "Di segni e di sogni" e tantomeno de "La Danza". Rispetto a quei Sulutumana rappresenta uno "scarto" laterale: né un passo avanti, né un ritorno indietro. Semplicemente un cammino laterale. E non soltanto perché sono cambiati da quei dischi i due settimi della formazione, ossia il 30% circa (Antonello Matzuzi alla batteria e Angelo "Pich" Galli al flauto e agli aggeggi), ma perché i Sulutumana hanno deciso di cambiare stile e genere, forse anche per non restare imprigionati in un Sulutumana style che poteva diventare asfittico o peccare di manierismo. Ma "Decanter"è un buon disco oppure no? Senz'altro frammentario, ma sei canzoni su dieci sono di ottima levatura, due normali e due mi sembrano non altezza. Per ora. Ma sono sono al ventesimo ascolto. Datemi tempo. (segue)


Pich e Andrea

Un'intervista a Giamba
e ai Sulu tutti al Piccolo
di Silvano Rubino e Giorgio Maimone

Prima che esca il nuovo disco e che diventi impegnativo parlare di tutte le canzoni dei Sulutumana, proviamo a parlarne adesso: una per una dalla prima all'ultima in ordine di disco. Per spiegare come sono nate, chi le ha scritte,d a dove è venuto lo spunto. Iniziamo? La prima è "Pomeriggio".
Giamba: "Dunque, Pomeriggio è una canzone di un abbandono. Che però diventa chiaro solo alla fine. Per il resto è la descrizione di un luogo fisico. E non è l'unica canzone in cui descrivo un luogo fisico che poi diventa un luogo mentale. Un paese da queste parti che è messo su un cucuzzolo ed è dotato di un rimbombo fenomenale! Tu puoi sentire un motorino smarmittato a valle e il rumore ti accompagna per tutta la salita. Così come gli altri dettagli: "il baccano dei pollai", la "trivella della cava" ... Quindi è una sorta di ipnosi tra il silenzio e il rumore del paese, che sfocerà in questo abbandono.
Poi c'è "La danza" ...
"Oh, dunque... "La danza" nasce come testo prima che come canzone, che ho scritto una sera tornando dal lavoro ... il lavoro era una Fiera, di Pasqua, a Como. E anche qui c'è il contrasto tra il caos di dodici ore di fiera e la solitudine della stanza. L'ombra di fumo era un'ombra di fumo reale, perché era il fumo di un bastoncino di incenso che bruciava e disegnava sul muro quest'ombra quasi materica, che sembrava viva, più reale l'ombra che il fumo stesso. Poi, seguendo le suggestioni, sono partito per la tangente ...
"La danza" è una delle canzoni più vecchie che hai scritto?
"Sì, sicuramente. O quella o "Sarà di più", che più o meno è dello stesso periodo. "Sarà di più" è nata a sua volta come testo libero e poi è stata aggiunta la musica. Da lì in poi è sempre successo il contrario: ossia partire dalla musica per arrivare alle parole.
Ma tu hai iniziato a scrivere prima di entrare nei Sulutumana?
Direi "dopo". Prima sono nati i "primi" Sulutumana, poi, contemporaneamente ho iniziato a scrivere e sono nati i Sulutumana attuali.
E questo risale al ...?
Al 1997 più o meno.
E prima non avevi mai "osato"?
No, ma hai detto giusto. "Osato"! (seguirà)

La scopa della strega

Batte la strada fitta pioggia
Goccia a goccia
Un nuovo segno, un’altra
Traccia sulla faccia
Domani è un fiore che
Sboccia nella roccia
Domani è un frutto
Maturo nella buccia
Mastro orologio ha intarsiato
Un’altra ruga
Beata estate sole scalda
Vento asciuga
La terra tace e ascolta
Dio che prega
Coda di luce è la scopa della strega.
A poco a poco sarai le tue parole
Voce d’estate canterai
Il tuo temporale
Sarai fiorire di vocali sulle aiuole,
sarai granello, sarai sabbia, sarai sale.
La lama sfiora il collo
E il collo non si sposta
Sopra le spalle
Ci deve essere una testa
Vivere e uccidersi ma
Senza farlo apposta
Il tempo sibila e
Schiocca la sua frusta.
Battito e battito sarai
Passo su passo
E sarai cellula e cellula te stesso
E prima o poi
O precisamente adesso
Un muro altissimo sarai
Sasso su sasso.
Mano sinistra sarai
Mappa del destino
Sarai ginocchi sbucciati di bambino
E sarai fronte larga
Specchio del cammino
Sarai l’amante addormentato lì vicino
Batte la strada fitta pioggia
Goccia a goccia
Un’altra traccia,
un nuovo segno sulla faccia
La terra tace e
Ascolta dio che prega
Coda di luce è la scopa della strega.
E poco a poco sarai le tue parole
Voce d’estate canterai
Il tuo temporale
Sarai fiorire di vocali sulle aiuole,
sarai granello, sarai sabbia, sarai sale.

Il posto che nessuno ha conosciuto


Vieni c’è un posto molto bello non lontano
Dove non ci disturberà nessuno
Un posto che ci andavo da bambino
Sfioravo gli aeroplani con la mano,
il mondo si faceva piccolino
un posto scrigno dove ho custodito
di tutta la mia via ogni segreto
il posto che nessuno ha conosciuto
ancora un po’ di strada e poi ci siamo
e sul mio braccio come su un cuscino
appoggi la tua testa mentre andiamo
E dal tuo collo scendo sul sentiero
Che arriva dritto fino alla tua mano
Ma dimmi di quel mondo in bianco e nero
Raccontami di quando io non c’ero
La prima volta che hai detto “ti amo”
Raccontami la vita sulla pelle
Come cadono gli anni sulle spalle
Cuciti a maglia come un caldo scialle
Che caccia via gli inverni e le illusioni
C’è un posto molto bello mamma vieni
Ci andavo a catturare le canzoni
Ad appoggiare i piedi sopra i sassi
A muover dell’amore i primi passi
C’è un posto che nessuno ha conosciuto
Tra la mela e il peccato,
vieni che un posto c’è
tra le more e le castagne
dove il sole non si spegne …
Il posto che nessuno ha conosciuto
Vieni c’è un posto
tra le more e le castagne
un posto dove il sole non si spegne …
E batte tutto il giorno sulle vigne
Che abbondano di grappoli succosi
Il posto dei momenti meglio spesi
Il posto dei silenzi tanto attesi
Il bosco scrigno dove ho custodito
Di tutta la mia vita ogni segreto.
Le cose che di me non hai capito,
il bene che ogni tanto ti ho voluto,
quello che ho detto
e quello che ho taciuto
c’è un posto tra le mela ed il peccato
e adesso mamma
che ormai sono grande
mi piace questa vita che si spende
mannaggia a questo tempo
che si prende
per sempre i nostri giorni e non li rende.

Amore d'Egitto

Canzoni a piedi nudi nel teatro
Si fa largo il respiro del passato
Suoni di viole a gamba,danze d’amore
Una domanda di pace appesa al mare.
Addio parole,
affanno di spiegare
Fumi di “shisha” e ritmi di darbouke
Sguardi oltre l’orizzonte, veli a svelare
Volti e dolci contorni delle donne
gente fiume di voci e di sudore
Odori mi percorrono dappertutto
E non c’è meta verso cui io sia diretto
ecco che viene il mio amore d’Egitto.
La pelle tra le luna ed il deserto
rami le nude mani a cielo aperto
fondo di turkish coffe nel bicchiere
E’ il suo nome che è scritto
e non so dire
Labbra in silenzio tessono
baci di seta pura
Occhi e gesti raccontano storie di oggi e di allora
Ti amo come ho amato l’attesa di incontrarti
Amo sorriderti amo salutarti.
Canzoni a piedi nudi nel teatro
Nel profondo respiro del passato
Suoni di viole a gamba, danze d’amore
una risposta di pace appesa al mare
Sorriderti mi piace, salutarti
attendo di incontrarti da altre parti
E non c’è meta verso cui io sia diretto
Shukran, addio amore mio d’Egitto
Labbra in silenzio tessono
baci di seta pura
Occhi e gesti raccontano
storie di oggi e di allora
Ti amo come ho amato l’attesa di incontrarti
Amo sorriderti, amo salutarti.

Antemare

A narrare il
mutare delle forme in corpi nuovi
mi spinge l'estro o dei
Se queste sono vostre metamorfosi
ispirate il mio disegno
così che il canto delle origini del mondo
si snodi ininterrotto sino ai miei giorni

Prima del mare
del cielo e della terra e tutto il resto
dell'univarso il caos
materia inerte corpo senza forma
non c'erano Titano e Febe
così che lungo i margini dei continenti
non stendeva Anfitrione le sue larghe braccia

La nostra faccia nel vento
i nostri occhi nel firmamento
il nostro fuoco la luce
la nostra voce che canta pace

E per quanto lì
ci fosse tutto ciò che conosciamo
tra tempo e spazio
la terra non era calpestabile ne' l'onda
la si poteva cavalcare l'aria
di prima delle origini del mondo
era priva di luce e nulla aveva forma ferma

Ogni cosa si
contrapponeva all'altra prima che
un Dio e natura d'amore
il cielo dalla terra distinguevano
tratto fermo di un disegno
così cantavano le origini del mondo
prima dei popoli di pace dell'età dell'oro

La nostra faccia nel vento
i nostri occhi nel firmamento
il nostro fuoco la luce
la nostra voce che canta pace.

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