Ha
una faccia da pugile simpatico. E anche l’atteggiamento
con cui tiene il ring, pardon, il palcoscenico, ricorda
quello del pugile. Se vogliamo persino la voce. Ma un
pugile di quelli dal cuore d’oro e dalla mascella
di cristallo, quelli di cui si parla nei film, con un
destino da canaglia impunita, magari protagonista di
qualche scazzottata per strada o di un tentativo di
rapina in banca. Ieri sera ha rapinato soltanto una
fetta dei nostri cuori.
Federico Sirianni, in concerto al Nidaba di
via Gola a Milano, con una bella porzione dell’Orchestra
Molotov al seguito (Vito Miccolis, cajon, bongos, piatti
e ammenicoli percussivi; Giorgio Fiorini, contrabbasso;
Raffaele Rebaudengo violino tzigano e mariachi), con
il rafforzo di Mario Congiu alla chitarra elettrica.
Il
ring, pardon,
il palco, è piccolissimo e a stiparvicisi in
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ci vuole soprattutto una bella fantasia, oltre che
una gestione degli spazi minimi di estrema precisione.
TEMPO
È tempo di grondare amore sotto
il temporale
Tempo di soffiare come vento di grecale
Tempo di colare a picco fra le tue lenzuola
E il tuo silenzio più veloce d'ogni mia
parola
È
tempo di sentirti dentro, fuori, sopra e sotto
respirare il tuo profumo in mezzo al letto
sfatto
Regalarti fiori freschi come primavera
Irradiarti di comete al buio della sera
È
tempo di sfilarti l'armatura e riposare
Fra i segreti appesi come croci su un altare
Tempo di specchiarti nel mio desiderio ardente
Fra le pagine più belle scritte come
non si scrive niente
È
tempo che i tuoi occhi non diventino più
tristi
Che il cristallo possa sciogliersi sulle tue
vesti
Tempo che la luna faccia in pieno il suo dovere
Perché t'innamori senza farti mai cadere
È
tanto tempo che ti cerco che mi sembra eterno
Tempo di scaldarci perché arriverà
l'inverno
Tempo che il mio sangue torni a scorrere veloce
Soltanto per il suono della tua voce
È
tempo di lasciarsi dolcemente abbandonare
Nel ricordo oltremarino farsi addormentare
Tempo che io stringa la tua vita nella mia
Perché l'inferno resti sempre e solo
ovunque tu non sia
Ovunque tu non sia
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L’archetto
del violino minaccia a più ripresa il cappello
di Sirianni, lo stesso cappello che tocca il cielo
sopra il palco (non molto sopra i due metri) al momento
dei saluti finali. Ciò nonostante il locale
è bello, la Guinness buona, la gente chiacchiera,
ma segue anche con attenzione e le canzoni sono belle.
La gente
segue anche per il sospetto che il pugile dallo sguardo
buono possa stancarsi, scendere dal palco e ingaggiare
rissa coi disturbatori. Ma in realtà segue
perché è sedotta dalla grinta che Federico
ci mette, anche nei pezzi moderati e più meditativi.
Chiaro che in un locale con birra al seguito i pezzi
mossi prendono il sopravvento.
Ma l’interesse
non è solo per osservare la capacità
di tenere il palco di Sirianni e soci (anche Congiu
si concede una parentesi di un paio di brani suoi,
degli onesti e coinvolgenti rockacci “comme-il-faut”).
L’interesse principale è dato dal fatto
che Federico Sirianni ha presentato per la maggior
parte materiale nuovo e questo materiale si stacca
abbastanza da quello presentato sul suo (bel) disco
“Onde clandestine”.
La deriva
balcanica è quasi del tutto abbandonata e si
fa strada un sano sentimento tra lo stradarolo e il
rock. E non a caso uno degli ultimi spettacoli di
Sirianni si chiamava “A metà strada tra
i Balcani e il West”. Il disco potrebbe essere
in uscita per fine maggio, ma su queste cose è
meglio non scommetterci: “e io – dice
Federico – su queste cose sono l’ultima
ruota del carro. Sono solo quello che scrive le canzoni
e le canta”. L’approccio musicale comunque,
e Federico conferma, “è tutto un po'
meno balkan folk e un po' più musicalmente
schizofrenico”.
Qualche
titolo nuovo? “Alle sette della sera”,
la canzone con cui ha vinto a Recanati, la delicata
“Tempo”, molto intensa, e l’energetica
“Dal basso dei cieli”.
Se dal buon giorno si vede il mattino … è
in arrivo un bel mattino carico di canzoni. Sempre
che il pugile si tolga i guantoni per suonare …