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Simon & Garfunkel al Colosseo

Andando a caccia dei propri ricordi

di Alfredo Ranavolo

Chissà se quegli anni erano davvero migliori. Chissà se sognare di più bastava perché lo fossero. Chi, come il sottoscritto (per evidenti motivi anagrafici) non ne ha riprova sulla propria pelle, spesso e volentieri quegli anni lì li ha sognati sulle note delle canzoni di Simon & Garfunkel.

Roba da darsi i pizzicotti per una serata intera, allora, la possibilità di vederli per una sera di nuovo insieme. Lì sul palco a darti la sensazione per un paio d’ore che il passato possa tornare davvero. Ché da lontano sembra proprio così. La chioma quasi andata di Paul si nota poco, il segno degli anni sulla voce di Art è ancora di là da scoprire. Basta guardare poco sui maxischermi e tanto verso il palco. Che poi è la tecnologia stessa a darci una mano, dato che, tolto quello centrale alle spalle del duo, dalla destra del palco dell’area riservata poco visibile, dopo poche note di “Old friends” smettono di mandare immagini, con buona pace della Telecom (che, comunque, sempre sia lodata per l’organizzazione dell’evento).

E, insomma, sì…son proprio loro. Con le stesse movenze delle immagini di repertorio, con la stessa distanza in centimetri e (ma diciamolo sottovoce) in senso inverso anche in talento. Ma si è qui per ricordare, non per fare le pulci. Anche se nel settore invitati l’aria, per quisquilie, si surriscalda più di una volta. D’altra parte il “presenziometro” segna valori altissimi, nonostante sia sabato 31 luglio. Vuoi che in mezzo ai convenuti non ce ne siano di quelli che “dovevano esserci” ma a cui di quei due signori attempati lassù non gliene può fregare di meno?

Meglio, decisamente meglio tenerli verso il palco gli occhi. Lasciandoli ogni tanto vagare in un tour del colpo d’occhio. Non restituirà le suggestioni del Central Park, ma chi la conosce sa che è una cornice ancor migliore, quella dei Fori Imperiali (e chi non la conosce si cosparga il capo di cenere).

Dopo l’incipit in cui la scena e tutta dei due che iniziarono facendosi chiamare “Tom & Jerry”, salgono gli strumentisti e il concerto prende una prima piega rock con “Hazy shade of winter” e “I’m a rock”, prima di ripiegare sull’intimista “Kathy’s song”. “la più bella canzone d’amore scritta da Paul Simon” dice Garfunkel in stentato italiano.
Anche le leggende hanno le loro leggende, e così i vecchi amici se ne sono portati dietro di ancora più vecchi: gli Everly brothers (quelli di “Dream”). A loro lasciano un po’ di spazio prima di intonare insieme “Bye bye love”, l’ultimo dei loro classici.

Si capisce che il concerto ha cominciato la discesa verso le perle. E così si giunge all’inarrivabile brivido di quelle note e poi il primo verso: “Hello darkness my old friend…”. L’inizio di “The sound of silence” riconcilia, restituisce alla sua dimensione quello che qualcuno (peste lo colga) ha pensato si potesse remixare con bassi pesanti.
Va bene…gli intrecci vocali non saranno perfetti come furono, ma l’emozione passa sopra le imperfezioni. E se la reunion è davvero solo business, per una sera lasciateci essere ingenui.

Giusto due immagini da “Il laureato” per riprendersi e via con “Mrs Robinson”. Simon istrioneggia piegato sulle gambe e con la chitarra in mezzo, consumato frontman che sa come non apparire patetico nonostante i quasi 63 anni.
A differenza del sodale, non ci prova nemmeno a smozzicare parole in italiano, ma quando introduce “The only living boy in New York” par di rivivere insieme a lui gli stessi momenti di compassata solitudine (get the news I need on the weather report/I can gather all the news I need on the weather report/Hey, I've got nothing to do today but smile/Da-n-da-da-n-da-da-n-da-da here I am/The only living boy in New York/Half of the time we're gone but we don't know where/And we don't know here).

Prima di concedersi per gli immancabili bis, i due intonano l’intensissima “Like a bridge over troubled waters”, inno di solidarietà come pochi. E, solidale col ragazzone riccio, il pubblico teme per le coronarie di Garfunkel quando si lancia sulle note più alte di una canzone che fu simbolo e che, ahilui, non può più accarezzare in maniera soave come una volta.

La conclusione è affidata a “The boxer” e “The 59th St. Bridge song”, poi tutti a caccia dei propri ricordi (per chi ne ha), delle proprie suggestioni (per chi si deve accontentare), ma con la consapevolenza che di quel giorno di oltre trent’anni dopo si potrà sempre dire il più classico dei “io c’ero”.

Ultimo aggiornamento: 05-08-2004
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