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Viva Milano! Da Nada a Bubola girando per librerie

di Giorgio Maimone

Viva Milano. Se in meno di 24 ore riesce ad allinearti, praticamente gratis, una proposta musicale che va da Nada a Massimo Bubola, passando per Lino Straulino, Alessio Lega e Isa. E sia resa grazia anche a quei maxiempori della cultura che sono Fnac e Feltrinelli, impegnati a gara in un tentativo (spesso riuscito) di proporre alla visione e all’ascolto i migliori esponenti della musica d’autore italiana.

Il week end in musica inizia in Piazza Piemonte alle 19 di venerdì: Nada ha da presentare i suoi dolori in musica, un ultimo album (“Tutto l’amore che mi manca”) intriso di sofferenza e di rock, di rock e di ortica, di follia e di mal d’anima (il massimo per una Malanima!). Il contrasto con il tono tetro dell’album è la sua aria da ragazza (anche se ormai Nada ha toccato le 50 primavere), le calzettine corte che si appoggiano su un paio di zoccoli, l’eterno ondeggiare con cui si attacca al microfono.

Ma ritorniamo al malessere se osserviamo con altri occhi il suo continuo lento ondeggiare, il corpo appesantito che, sotto un ampio camicione, non sembra certo più quello di una bimba e il tono scuro delle sue parole, accentuato dalla sua voce pesante e graffiata. Confessioni impudiche, dolori tanto grandi da non riuscire a tenerli dentro. Nada soffre e ce lo canta a tempo di rock, a chitarre elettriche sguainate, a basso sanguinario, a batteria da combattimento, ma soprattutto ce lo incide sulla pelle con il modo tutto suo di fare rotolare le parole in un ruggito.

Persino i suoi vezzi da bambina, i suoi vuoti di memoria ora fanno affetto sì, ma anche timore. Perché quella ragazza con la faccia da bimba sta così male? Amori finiti, affetti irrealizzati, solitudine, inverni dell’anima e pochi, pochissimi sprazzi di sole. Indubbiamente aver lavorato con Cesare Basile e John Parish per preparare quest’album non deve averle semplificato la vita, ma tiene la scena con sicurezza. E’ contenta di essere con noi. E il pubblico è partecipe e affettuoso. Non le nega l’applauso e, con sorpresa sua, dimostra di conoscere già i brani del disco, uscito da non più di due settimane.

Propone quasi tutti i brani del cd (saltando solo quelli scritti da altri), sostanzialmente sulla base di una scaletta simile a quella del disco. Un’ora di spettacolo tirato e vibrante, con qualche chiacchiera in mezzo, ma limitata, e l’annuncio della partenza di una tournee. Mi convince tanto la performance da spingermi a comprare anche il libro (“Le mie madri” – Fazi editore) uscito circa un anno fa, per cercare di scorgere alcuni dei motivi di questo malessere. Due brani del libro sono diventati nel frattempo due canzoni. Il libro è intenso, diretto e crudo. Il disco è un coltello: non maneggiatelo se avete paura di farvi male.

Lino Straulino è ospite di Acrobatici Anfibi, dove fa da padrone di casa Alessio Lega che si esibisce con il maestro Marco Spiccio alle tastiere e Isa ai cori. Straulino è solo con la chitarra, ma è un grande, sia come artista che come uomo. La serata è introdotta dalle poesie di Anna Lamberti Bocconi ed è un piccolo trionfo anche per gli intrepidi nocchieri di Acrobatici Anfibi e del Circolo Arci Matatu. Ma della lunga chiacchierata con Lino, personaggio vero e uomo piacevole come pochi altri, parleremo più a lungo in altra sede. Comunque sia, due ore di musica difficile da ascoltare al prezzo di un bicchiere di birra sarebbe stata davvero un’occasione da non perdere.

Mi imbatto invece in Massimo Bubola in modo del tutto casuale, girando per la Fnac in cerca del nuovo disco di Marcello Murro (“Bonora”). Un quarto d’ora dopo inizia un incontro con Massimo di presentazione di “Segreti trasparenti” (“E’ più che altro una post-fazione – ironizza Massimo – il disco è uscito in febbraio!”). Vedo il violino di Michel Gazich, vedo la chitarra di Massimo Bubola ed è gioco forza sedermi ad aspettarlo.

Sala piena e pubblico molto attento. Massimo parla molto, stimolato da Rosario Pantaleo dell’Isola che non c’era. Racconta la genesi del suo album e tanto altre storie correlate. L’impressione è che potrebbe tirare fino al giorno dopo raccontando. Tanta è la voglia di dire che le parole gli si accavallano al parlare. Nelle pause riesce a infilare tre perle di canzoni: “La sposa del diavolo”, “Fiume Sand Creek” in una versione spaziale, compresa di armonica (“Per questo dovrete pagare un euro extra uscendo dalla sala” celia) e l’immancabile, ma gradita “I cieli di Irlanda”.

“La musica d’autore - dice Bubola - è una “specie in via d’estinzione” e bisognerebbe fare come fa Slow Food per il cardo Gobbo a Nizza o per altri prodotti in via d’estinzione, creare dei presidi per . cercare di salvarla. C’è poi la consueta polemica se la canzone sia poesia o meno … i sogni sono la vita … una cosa un po’ alla Marzullo. Vediamo che nel resto d’Europa il songwriting non ha crisi, non ha soluzione di continuità, ha una maturità costante. In questo Paesi bisogna un po’ riprendere il filo del discorso e mantenerlo”.

“Sto facendo in questo periodo un corso all’Università di Padova sulla scrittura delle ballate. La ballata nasce come una forma di poesia, in rima e metrica. I libri sono, in fin dei conti, una cosa recente. I libri, intesi come diffusione di massa presso la buona borghesia iniziano dopo la seconda metà dell’800 Prima la poesia era solo orale e bisognava memorizzarla”.

“Le ballate dei fatti di sangue ci sono sempre state: erano le forme di cronaca dell’epoca e una tradizione culturale italiana. Come la Baronessa di Carinni o le storie di banditi maremmani. Abbiamo fatto un po’ di ricerca su questa canzone, “La sposa del diavolo”, che nasce nel ‘300 in Scozia come prima stesura e sembra riferirsi a un fenomeno diffuso nella vita italiana di allora. Tra la gente che lavorava nei porti, stanca della vita stanziale non era raro il caso di spose che scappavano coi marinai. Di questa stessa canzone ci sono diverse versioni: una di Bob Dylan e una recente di Natalie Merchant”.

“Per le ballate, in un epoca in cui le canzoni non venivano selezionate né da Dj né da altri, c’era una sorta di selezione naturale, un po’ come per le barzellette. Quelle che sopravvivevano evidentemente avevano un legame più forte con la realtà”.

“In un momento come l’attuale, dove stiamo perdendo i riferimenti della canzone d’autore e in Italia si fanno sempre meno dischi, io tendo ancora di più ad andare alle radici. Un po’ anche per controbilanciare questo senso di smarrimento che c’è. Vedo anche i ragazzi di 20 anni con cui lavoro all’Università che hanno questo senso di smarrimento. Loro è come se avessero meno informazione. Noi avevamo 5 radio e conoscevamo 300 artisti, loro hanno 300 radio e 5 artisti”.

“Poi bisogna tenere presente che è scomparso De Andrè cinque anni fa, Gaber da poco. Stiamo perdendo pezzi importanti di questa forma di canzone d’arte che ha quasi 50 anni se partiamo da Natalino Otto. Dobbiamo cercare di non depauperare e desertificare l’immaginario collettivo che ci è stato formato in gran parte dalle canzoni che hanno inventato un linguaggio dei sentimenti nuovo, Un po’ come ha fatto Shakespeare 500 anni prima”.

Applausi e ovazioni per il prode Massimo anche per l’analisi sullo stato della musica in Italia, in buona parte condivisibile.

Ultimo aggiornamento: 23-05-2004
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