Vengano
signori e signore, qui si dissipa il talento! E non
a manciate, a sassolini, a piccoli pezzetti di pane.
No, signori e signore, qui lo si getta a piene mani,
a carrettate, a container. Ci sono le gru nel porto
che lavorano a ritmo pieno per scaricare tutto questo
ben di dio che risiede nel cervello, nelle mani, nella
voce del “più grande artista sconosciuto
al vasto pubblico”. Max Manfredi è una
sorta di genio rinascimentale; è barocco in ogni
sua accezione, dal fisico, al modo di comporre, da come
si presenta a come si atteggia.
È
un personaggio di rilievo. E per questo destinato
a raccogliere a mani basse consensi di critica e più
contenuti ritorni di pubblico. Che se la critica contasse
qualcosa Max dovrebbe vendere più di Ramazzotti.
Ma al massimo Max vende Centerbe e non Ramazzotti!
Ecco “Centerbe”, già
un estratto d’erbe particolarmente letale e
dal sapore difficilmente accettabile, nonché
canzone storica di Max, è anche un estratto
del Max-pensiero, della Max-essenza.
Max
è così bravo, così eclettico,
così versatile e geniale che può fare
una canzone sul Centerbe. E non solo, la sa musicare
e arrangiare con classe, fino a renderla un brano
“quasi accettabile”. Quasi. Perché
il Centerbe è cattivo! E la canzone un esercizio
di stile con qualchje immagine di deciso vigore ("Ragazze
vestite di rosso, tristi come cespugli di more / in
cerca di un marito fulmineo o di uno straccio d'amore").
Max la esegue da più di un decennio, sicuro
che la sua bravura sarà il collante su cui
far riposare il tutto. Oppure è a me che ne
sfugge il senso? “Centerbe”, comunque,
compare anche come quinta traccia del nuovo disco
dal vivo: titolo provvisorio “Live in
blu”, edito da Storie di Note, presumibilmente
in autunno, inciso da Max Manfredi e La Staffa
dal vivo lunedì 28 giugno al Teatro Blu di
Milano.
Grande
serata, bel teatro, Max in forma e la Staffa una grande
formazione composta dal vecchio sodale Federico
Bagnasco al contrabbasso e pianificazioni,
da Matteo Nahum alle chitarre e bouzouki,
da Roberto Piga al violino, da Giampiero
Lobello alla tromba e flicorno, da Dado
Sezzi: minibatteria e percussioni e da Matteo
Baccani: vibrafono.
Una
sera di grande musica, nel calido bagnoappiccicoso
della Milano tutta da sudare, col buffo compenso che
le nostre urla, i nostri applausi, perfino i nostri
cori entreranno nel disco dal vivo di Max. Max è
compreso e intenso: suona e canta come gli suggeriscono
gli angeli del mestiere (e pare che gli suggeriscano
un gran bene) e gli arrangiamenti nuovi, se non hanno
fatto mettere la minigonna ai vecchi motivi, come
diceva De André degli arrangiamenti Pfm, hanno
comunque completato e arricchito una veste che già
fiorita era. E piena di svolazzi e di trine.
Le
trame musicali di Max non sono mai banali, ma dal
vivo l’impreziosimento è palese: e se
“Danza Composta” era
già ricca al naturale, “Via G.Byron,
poeta” ci guadagna decisamente, “Otto
topi” è restituita in una grande
versione con tempi dilatati e sapori jazz e blues
più marcati; “Tra virtù
e degrado” mantiene il suo splendore,
ma si arricchisce ulteriormente di spezie e di aromi.
Ma una grande canzone resta una grande canzone..
Tuttavia
è altrove che dobbiamo andare a cercare le
perle: in una dolcissima “Coriandoli
d’acqua” (“avrò
avuto 18 anni quando l’ho scritta” minimizza
Max), in un’epica “Molo dei Greci”,
dove vengono rivissute, tra le trame della canzone,
gli ultimi 50-100 anni della città dei Genova
e del suo porto, e soprattutto in una sopraffina “Tabarca”.
Tabarca, luogo mitico come l’isola che non c’era
di gucciniana memoria che però, in realtà,
c’era.. Feudo dei genovesi, o meglio dei pegliesi
per secoli, da quando nel 1544 Carlo V concede alla
famiglia Lomellini di Pegli l'isola di Tabarca al
largo della costa tunisina, per praticarvi la pesca
del corallo e il commercio in generale. Vista la sovrappopolazione
dell’Isola a Tabarca a un certo punto fu proibito
sposarsi. I pegliesi dopo poco si trasferirono sull’isola
di San Pietro al largo della Sardegna. Da tutto ciò
Max ne trae materiale per una raffinata folk-song
di altri tempi, in cui la musica e le parole sembrano
superare le nebbie del tempo e volare alte per evocare
epoche finite, isole misteriose, marinai in servizio
e le insidie della dimenticanza.
Max
ricorda e fa ricordare e qui sta una parte del suo
valore. Quando cita la chitarra di Taraffo (ne “Il
molo dei Greci”) o parla dei vicoli e del porto
o dell’atteggiamento delle persone. E non è
il vocabolario solo a blandire il desueto, ma evocativa
è la voce, il vibrato dell’armonia, quel
suo modo così caratteristico di muovere l’indice
della mano destra sul manico della chitarra per ottenerne
un effetto “mandolino”, forse anche la
sua maledetta aria da carbonaro ottocentesco. Così
anacronistico e fuori dal tempo che da uno così
tutto potresti aspettarti tranne che faccia canzoni
di mestiere. Eppure le fa. E sono tra le più
belle sulla piazza. Se solo sostituisse il “Centerbe”col
Pigato! Ora l’ansia dell’attesa. Ci vogliono
meno di nove mesi per fare un disco live? ("Spero
che esca per settembre/ottobre" - Parola
di Max).
LE
CANZONI: Danza composta / Coriandoli d'acqua (inedita)
/ Tra virtù e degrado/ La ballata degli otto
topi / Centerbe / Via G. Byron, poeta/ Tabarca (inedita)
/ Natale fuoricorso / Molo dei Greci (inedita) / Notti
slave / La ASL non passa l'amore / La fiera della
Maddalena.
I
bis: “Il regno delle Fate”, “Caterina”
e “Storie del Porto di Atene”.
Tralasciamo le ultime due, che sono ormai
dei classici e spendiamo solo due parole due sul "Regno
delle fate" che, se non mi sbaglio, ha avuto
un primo titolo molto più bello (ossia "Cinema
a colori"). E' una canzone di una bellezza
smagliante, timida, trattenuta, scritta in punta di
penna e suonata in punta di dita. Con un testo che
fa poesia dal momento del respiro che precede il canto
fino all'ultimo sussurro. Questa gemma di elevato
valore non sarà sul disco dal vivo, ma farà
parte di un successivo lavoro in studio di Max, forse
il favoleggiato "Azulejos", forse altro.
Per ora non ci resta che rincorrerla in qualche concerto
dal vivo.
“Finalmente
si fa un live. È un modo per recuperare vecchie
"perle", canzoni ormai scandalosamente fuori
catalogo (non solo perché il cantautore è
come il maiale, non si butta via niente; ma perché,
lungi dall'intorbidarle, il tempo le ha dotate di
nuova freschezza, e le bottiglie son migliorate invecchiando)
Poi per la gioia e l'impegno di affrontare nuove orchestrazioni
con un gruppo colorito: contrabbasso, chitarre e plettri,
minibatteria e percussioni, violino, tromba e vibrafono.
Ed anche per proporre tre inediti (tra antichi e nuovi,
comunque inediti) come assaggio del prossimo cd in
studio. Infine per riunire un pugno di amici e farli
partecipare all'evento, per suonare con più
calore (psichico, la temperatura è già
abbastanza bollente). È consentito gridare
"Bravi" "Grande", "Nudi"
etc. Non è permesso a nessun titolo l'invito
"Andate a lavorare". (Max Manfredi)
Botta
e risposta con Max Manfredi
di Silvano Rubino
Caro
Max, ieri sera, stremato dal caldo, non ho avuto la
forza di rimanere un
secondo di più nel bel Teatro Blu per farlo
di persona. Quindi ti faccio i miei complimenti via
e-mail per lo splendido concerto. Sottoscrivo quello
che scrive sul sito il mio illustre collega Giorgio,
aggiungo solo che da genovese trapiantato a Milano
spero non si avveri la profezia del presentatore della
serata, che si è augurato che di te si possa
dire presto che sei un milanese di adozione. Non potrei
accettare di trovare, nelle tue canzoni, piazza San
Babila invece di piazza Manin, i navigli invece dei
miei amati vicoli. La geografia nel "cantautorato"
(come ami dire tu...) ha la sua bella importanza.
E ieri, grazie anche all'ottima acustica e alla tua
non comune capacità di scandire i testi, mi
sono goduto parola per parola la geografia immaginaria
e immaginifica delle tue liriche, dove Genova (fonte
inesauribile di nostalgia per il sottoscritto...)
riveste un ruolo così importante. Che bella,
poi, "Il regno delle fate", per uno che
ha fatto tante volte quel viaggio dalla pianura al
mare... Quello di ieri sera è stato un evento
eccezionale, ma il fatto è che non dovrebbe
esserlo: uno con il tuo talento - accompagnato da
musicisti di questo valore - dovrebbe fare concerti
così quasi ogni sera, in giro per l'Italia,
se fossimo in un paese meno folle. Quindi l'augurio
è questo: tante serate come quella di ieri
(magari con l'aria condizionata). Un augurio per te,
ma soprattutto per un pubblico bisognoso di storie
ben scritte e di buona musica. Un pubblico che, lo
sappiamo, in giro c'è, anche se a volte sembra
nascondersi troppo bene.
Un saluto
Silvano
Parola
di Max
Ti
ringrazio molto, son lettere come questa che mi danno
non dico il coraggio di continuare - una ostinazione
paradossale non mi manca - ma la misura di come il
mio lavoro possa trovare e meritare un pubblico. Non
è tanto il pubblico che si nasconde, sono i
mediatori che latitano o sono impotenti o in malafede.
Certo, fuori Italia può essere diverso. Spero
tanto di trovare un passaggio a nordovest, o nordest,
che mi affranchi dalla necessità di rimanere
a fare i conti solo con la situazione italiana; dove
comunque ho qualche estimatore, e spero di riuscire
ad aumentarne il numero. Milanese di adozione, no,
non è il massimo. Ma rispetto al ghetto genovese,
forse Milano è una piattaforma più virtuosa
( o più virtuale!).
Almeno proviamoci...
A me poi piacciono i posti piccoli....
Sul fatto che l'eccezionalità dell'evento dovrebbe
ripetersi, come succede nei concerti di Vasco o nel
miracolo della messa, io non posso che essere d'accordo.
Il problema è trovarli, questi concerti (pagati).
O meglio: trovarli, o che ti trovino loro, non è
difficile. E' difficile poterli pianificare, con un
certo standard di qualità che riguardi la formazione
e la pubblicità, il periodo, etc. E' il "mercato"
che è folle, non soltanto il paese. Pensa che
per un esperto di marketing, non la canzone o la canzone
d'autore è considerata "nicchia",
ma l'intera produzione musicale! Figurati me, un rappresentante
"cult" di una nicchia di mercato di un mercato
di nicchia... siamo alla spirale ricorsiva! Speriamo
quindi in tante altre serate, in Italia o altrove,
con l'aria condizionata, e magari anche con un po'
di pubblico condizionato - dalla pubblicità
e dalla critica - a riempire i teatri, per curiosità
o per sopravvenuto affetto, come succede coi "colleghi
fortunati" ancorché meritevoli!
A presto
Max