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Concerti

Cosa non mi piace del Mantova Musica Festival (e cosa sì)
di Leon Ravasi

Di Mantova città mi piace quasi tutto: dal cibo, alla gente, questo strano crogiuolo di lombardo-veneti-emiliani, ai suoi laghi, al suo salame, soprattutto al suo salame! Mi piace il Festivaletteratura (di cui ho perso una sola edizione per cause di forza maggiore) e mi piace anche che dallo scorso anno la mia città lombarda preferita sia stata scelta come fondale per il Mantova Musica Festival o MMF che dir si voglia. Cosa non funziona allora? Cosa non mi piace e non mi piace così a priori da parlarne addirittura prima che il Festival inizi o in contemporanea con i suoi primi passi. Beh, non mi piace proprio il festival di quest'anno. Non riesco a condividere con gioia quasi niente del suo programma, non ho aspettative positive, anche se continuo a sperare di venire clamorosamente smentito.

E' difficile arrivare alla seconda puntata di qualsiasi cosa. E' difficilissimo ripetersi. Lo sanno anche gli artisti: la difficoltà del secondo film, del secondo disco, del secondo libro.Evidentemente, per proprietà transitiva questa smania passa anche ai Festival. In particolare si fatica a ripetersi se, ancora prima di partire, si perdono i pezzi e (peraltro) dall'augusta sede dell'organizzazione si fa finta di niente. Franco Fabbri ha dovuto dichiarare da solo di non fare più parte della direzione artistica del Festival da cui se n'è dovuto andare per divergenze insanabili.

Ma non è solo questo: il dubbio fondamentale è che si prende in mano il progetto, lo si gira di sotto in sopra, lo si legge da destra a sinistra e, alternato, da sinistra a destra, per cercare un senso, un suono, un'idea. Niente. Dal Mantova Musica Festival di quest'anno esce un silenzio di idee assordante. E questa è forse la cosa peggiore che può capitare a un festival che, bene o male, era nato "contro". Contro Sanremo di Tony Renis. Ma anche contro un modo di fare spettacolo e cultura.

Ecco: "cultura" è la parola più assente e vituperata e maltrattata di questa edizione. Non si capisce (e credo che la causa fondamentale sia la sua assenza) quale sia la cultura di spettacolo che il MMF voglia proporre e quindi, in fin dei conti, quale sia la radice profonda del suo stesso esistere. Solo un festival in più? Potevamo farne a meno.

Credo che il MMF voglia caratterizzarsi soprattutto per tutto quello che "non è": non è un raduno di gente di sinistra come poteva essere un Parco Lambro, non è il Festival della canzone d'autore: per quello fa egregiamente la sua parte il Club Tenco. Non è il Festival di Sanremo (e meno male!). Non è una scrematura verticale del panorama della "popular music" italiana. Non è un evento commerciale. Ma non è nemmeno fatto per beneficienza. Non è un evento politico. Ma non rinuncia ad imparentarsi con la politica. Per finire non è retto, coordinato, organizzato da professionisti del settore. Anzi, le conoscenze musicali di Dalla Chiesa si rifanno più al Festival di Sanremo che al Club Tenco. La filosofia del grande nome è perseguita, ma non portata a fondo per mancanza di fondi. Però i partecipanti vengono suddivisi (non ufficialmente) in esordienti e in big. La differenza la si misura in termini di minuti suonati. Eh sì, perché il MMF non è nemmeno un festival della canzone! Ma del cantante, del suo repertorio: solo che in dodici minuti cadauno (tanti ne sono riservati quest'anno a chi si esibisce all'Ariston) quanta parte di repertorio pensate possa entrarci? Due canzoni? Massimo tre. E in tre brani abbiamo forse la foto di un artista?

Ma dove convince ancora meno questo Festival è proprio esaminando il programma voce per voce: all'Ariston, che dovrebbe essere la ragione prima di questo radunarsi sulle sponde del lago Superiore, sono arrivati in 24, sopravvissuti da una selezione di oltre 600 artisti, selezionati da una Commissione di otto membri, il cui padre nobile era Ricky Gianco (altri nomi: Enzo Gentile, Gianni Mura, Antonio Silva. Persone di qualità insomma). Ma, anche qui qualche conto non torna. In primo luogo la Commissione ha avuto la netta impressione di essere scavalcata e quasi dimenticata dalla direzione artistica. Fabbri doveva fungere da cerniera ed è saltato. In secondo luogo tra i selezionati troviamo due nomi che c'erano lo scorso anno: Scraps Orchestra e Gigi Marras. Entrambi non hanno lavori nuovi. Come mai solo loro due tornano all'Ariston? Gli Scraps giocano in casa, perché sono di Mantova, ma Marras? E' vero, tornano anche i Vallanzaska, ma almeno promossi: da partecipanti a ospiti.

Scendiamo in profondità nei criteri di selezione: abbiamo un bel lotto di sconosciuti accanto a qualche nome di qualità. E fin qui niente di grave, anzi, sembrerebbe che tutto funzioni. Poi approfondiamo l'analisi: su dodici gruppi nove fanno reggae! Ma quando mai? E' questa la percentuale che rappresenta la musica in Italia? Non posso crederci! Alcuni dei nomi presentati non fanno musica memorabile: parecchi degli scartati sì. Ma soprattutto ben 5 dei 24 hanno rapporti discografici con la Upfolkrock di Annibale Bartolozzi che, guarda caso, è un rappresentante dalle Commissione selezionatrice, nonché il curatore della raccolta del Festival (il disco triplo dello scorso anno). Tutto casuale? Non so, non so.

Proseguiamo l'esame con i "grossi nomi", quelli rubricati sotto la voce "concerti", quelli scelti dalla Direzione artistica che quindi suonano, da soli, lo stesso tempo di tutti quelli dell'Ariston messi assieme: Mauro Pagani, niente da dire. Elio e le Storie Tese: io mi chiedo dove stia la qualità, ma posso essere minoranza. Sono comunque anni che gli Elii girano a vuoto. Enzo Avitabile: mah? Grande? Oppure sono i Radiodervish? Questi sono bravi sì, ma siamo sicuri che debbano presentarsi due categorie sopra a Max Manfredi (tanto per fare un nome)? Gli Africa Unite con Architorti: oh, guarda un po'! Ancora reggae, ancora ritmi in levare anche tra gli "ospitoni!" Spinetti e Magoni: vabbuo. Noiosetti, ma bravi. Ma hanno fatto solo un disco! Per Riccardo Tesi e Maurizio Geri un plauso. Poi ci sono gli Eventi Speciali: nome roboante per Elio, Roy Paci e i Mercanti di Liquore, che fino allo scorso anno erano un gruppo di cover deandreiane e ora sono un "evento" da 15 euro più due di prevendita perché sono assieme a Paolini. Sono bravi, molto bravi, ma essere un "evento" stroncherebbe chiunque!

Ma c'è ancora un dubbio: perché i cantautori storici sono sostanzialmente fuori da questo festival? C'è solo Roberto Vecchioni (e in posizione defilata, ospite all'Ariston e non per Una vita in musica o per un concerto). Edoardo Bennato è stato aggiunto all'ultimo momento al posto di Morgan. All'Ariston, come ospite ci sono Teresa De Sio e Eugenio Finardi. Ma De Gregori? Venditti? Bubola (che pure lo scorso anno c'era)? Guccini? Lolli? Dalla? Luigi Grechi? Ron? Goran Kuzminac? E se non Paolo Conte non si poteva provare con suo fratello Giorgio? Sembra quasi che la generazione dei 50-60enni sia stata snobbata in massa. Perché mai?

Per concludere: che ne è stato di quella lodevole iniziativa delle "canzoni della libertà" di cui si parlava nel bando di concorso? Si diceva testuale: "Per garantire una partecipazione il più possibile omogenea nei diversi campi della creazione musicale, la seconda edizione del Mantova Musica Festival è strutturata secondo sette filoni tematici e di genere (indicati qui sotto con nomi convenzionali)". E più sotto si specificava: "La classificazione è mirata a una partecipazione il più possibile equilibrata, ma non implica che le rassegne e i concerti del Festival siano necessariamente divisi secondo queste categorie". E' vero, ma le categoria sono state rispettate? O c'è troppa musica in levare signori miei e poca, pochissima libertà?

Ma questa della politica era lo scorso anno e lo è ancora di più quest'anno il nodo scoperto del MMF. Anche Franco Fabbri nel suo documento di addio scrive che uno dei suoi compiti pensava fosse: "Rimediare all’attenzione scarsa che la prima edizione aveva riservato a istituzioni storiche e recenti dell’opposizione musicale in Italia ... una disattenzione che nel 2004 poteva essere attribuita alla fretta, ma che nel 2005 si rivelerebbe un vero e proprio accanimento contro i musicisti d’opposizione, del tutto inspiegabile alla luce delle premesse che hanno portato alla fondazione del MMF". Guardatevi attorno, leggete il programma: è rimasto qualcosa di questo? O siamo tornati a "la politica non si mescoli con la musica"?



Cosa mi piace del Mantova Musica Festival


Gli showcase sono forse i momenti più interessanti: ci sono degli ottimi nomi e i concerti sono gratuiti: sembra quasi un'altra mano che abbia fatto le scelte, soprattutto un altro orecchio. Patrizio Fariselli, Alessio Lega, i Fratelli Mancuso, i Tancaruja (a proposito, avete notato quanti sardi sono presenti?), Stefano Vergani, i Sulutumana. Tutto bene? Sì, se non fosse che Vergani e Lega (bravi, bravissimi, soprattutto il secondo) hanno alle spalle un solo disco e per Vergani pure appena uscito. Altri misteri.

Tutto sbagliato, tutto da rifare come avrebbe detto Bartali? No. C'è anche qualcosa che funziona bene e che mostra, da parte di chi l'ha organizzato, che si possono ottenere buoni risultati impiegando le mitiche celluline grige alla Poirot. "Una vita in musica", curato da Enzo Gentile, che si è avvalso della collaborazione di Enrico De Angelis, ha un bellissimo programma: Giovanna Marini, Mauro Pagani, Edoardo Bennato, Pino Pavone amico e sodale di Piero Ciampi (e sarà l'occasione per parlare e mostrare filmati inediti del grande livornese), Jovanotti, Shel Shapiro, Alice, i Modena City Ramblers e Stefano Bollani. Chapeau!

Così come altrettanto cappello mi sembra il caso di dedicare alla sezione libri che presenta un bellissimo programma, interessante e vivace e sempre con ospiti musicali. Merito del lavoro di Emilia Cestelli ed Enrico De Regibus. Giancarlo Onorato, Assante & Castaldo, L'anima dei poeti, Vignola e Giustini, i libri di Vecchioni ed Enzo Gentile ("Legata a un granello di sabbia" sulle canzoni per l'estate che esce in occasione del Festival), Alda Merini con Pamela Villoresi, Gino Paoli e Ornella Vanoni con Enrico De Angelis, Fausto Mesolella e altro ancora. Piatto ricco!

Non parlo per carenza di cultura mia personale dello spazio jazz, curato da Gaetano Liguori (che comunque è nome che fa garanzia) e di quello di Musica Contemporanea (Walter Prati). Ma mi tolgo un piccolo sassolino dalla scarpa con il Dopofestival. Come nelle trasmissioni televisive c'è l'ospite fisso: Pippo Pollina. Non ci stava da nessuna parte. Né all'Ariston, né come vita in musica, né come concerto e gli si è inventato un ruolo ad hoc. Mah? Ce n'era bisogno?

Resta Hyde Park. In teoria sarebbe una bella idea: "una sorta di Hyde Park della musica dove avranno possibilità di esibirsi, previa iscrizione, artisti e gruppi che iniziano a farsi conoscere". Peccato che ad Hyde Park siano finiti in maggioranza i gruppi che non sono stati presi all'Ariston come i bravissimi Piccola Bottega Baltazar o Fabrizio Consoli (e come sarebbe toccato anche ai Luf o ai Caffè Sport e ad altri che hanno rifiutato). Se Hyde Park è il "luogo del recupero" ecco che non è più la mitica "opportunità per quei musicisti che solitamente di possibilità per esprimersi liberamente, davanti a un grande pubblico, non ne hanno..."

01-06-2005
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