Di
Mantova città mi piace quasi tutto: dal cibo,
alla gente, questo strano crogiuolo di lombardo-veneti-emiliani,
ai suoi laghi, al suo salame, soprattutto al suo salame!
Mi piace il Festivaletteratura (di cui ho perso una
sola edizione per cause di forza maggiore) e mi piace
anche che dallo scorso anno la mia città lombarda
preferita sia stata scelta come fondale per il Mantova
Musica Festival o MMF che dir si voglia. Cosa non
funziona allora? Cosa non mi piace e non mi piace
così a priori da parlarne addirittura prima
che il Festival inizi o in contemporanea con i suoi
primi passi. Beh, non mi piace proprio il festival
di quest'anno. Non riesco a condividere con gioia
quasi niente del suo programma, non ho aspettative
positive, anche se continuo a sperare di venire clamorosamente
smentito.
E' difficile arrivare alla seconda puntata di qualsiasi
cosa. E' difficilissimo ripetersi. Lo sanno anche
gli artisti: la difficoltà del secondo film,
del secondo disco, del secondo libro.Evidentemente,
per proprietà transitiva questa smania passa
anche ai Festival. In particolare si fatica a ripetersi
se, ancora prima di partire, si perdono i pezzi e
(peraltro) dall'augusta sede dell'organizzazione si
fa finta di niente. Franco Fabbri
ha dovuto dichiarare da solo di non fare più
parte della direzione artistica del Festival da cui
se n'è dovuto andare per divergenze insanabili.
Ma non è solo questo: il dubbio fondamentale
è che si prende in mano il progetto, lo si
gira di sotto in sopra, lo si legge da destra a sinistra
e, alternato, da sinistra a destra, per cercare un
senso, un suono, un'idea. Niente. Dal Mantova Musica
Festival di quest'anno esce un silenzio di idee assordante.
E questa è forse la cosa peggiore che può
capitare a un festival che, bene o male, era nato
"contro". Contro Sanremo di Tony Renis.
Ma anche contro un modo di fare spettacolo e cultura.
Ecco: "cultura" è
la parola più assente e vituperata e maltrattata
di questa edizione. Non si capisce (e credo che la
causa fondamentale sia la sua assenza) quale sia la
cultura di spettacolo che il MMF voglia proporre e
quindi, in fin dei conti, quale sia la radice profonda
del suo stesso esistere. Solo un festival in più?
Potevamo farne a meno.
Credo che il MMF voglia caratterizzarsi soprattutto
per tutto quello che "non è":
non è un raduno di gente di
sinistra come poteva essere un Parco Lambro, non
è il Festival della canzone d'autore:
per quello fa egregiamente la sua parte il Club Tenco.
Non è il Festival di Sanremo (e meno
male!). Non è una scrematura
verticale del panorama della "popular music"
italiana. Non è un evento
commerciale. Ma non è nemmeno
fatto per beneficienza. Non è
un evento politico. Ma non rinuncia
ad imparentarsi con la politica. Per finire
non è retto, coordinato, organizzato
da professionisti del settore. Anzi, le conoscenze
musicali di Dalla Chiesa si rifanno più al
Festival di Sanremo che al Club Tenco. La filosofia
del grande nome è perseguita, ma non portata
a fondo per mancanza di fondi. Però i partecipanti
vengono suddivisi (non ufficialmente) in esordienti
e in big. La differenza la si misura in termini di
minuti suonati. Eh sì, perché il MMF
non è nemmeno un festival della canzone!
Ma del cantante, del suo repertorio: solo che in dodici
minuti cadauno (tanti ne sono riservati quest'anno
a chi si esibisce all'Ariston) quanta parte di repertorio
pensate possa entrarci? Due canzoni? Massimo tre.
E in tre brani abbiamo forse la foto di un artista?
Ma dove convince ancora meno questo Festival è
proprio esaminando il programma voce per voce: all'Ariston,
che dovrebbe essere la ragione prima di questo radunarsi
sulle sponde del lago Superiore, sono arrivati in
24, sopravvissuti da una selezione di oltre 600 artisti,
selezionati da una Commissione di otto membri, il
cui padre nobile era Ricky Gianco (altri
nomi: Enzo Gentile, Gianni Mura, Antonio Silva.
Persone di qualità insomma). Ma, anche qui
qualche conto non torna. In primo luogo la Commissione
ha avuto la netta impressione di essere scavalcata
e quasi dimenticata dalla direzione artistica. Fabbri
doveva fungere da cerniera ed è saltato. In
secondo luogo tra i selezionati troviamo due nomi
che c'erano lo scorso anno: Scraps Orchestra
e Gigi Marras. Entrambi non hanno
lavori nuovi. Come mai solo loro due tornano all'Ariston?
Gli Scraps giocano in casa, perché sono di
Mantova, ma Marras? E' vero, tornano anche i Vallanzaska,
ma almeno promossi: da partecipanti a ospiti.
Scendiamo in profondità nei criteri di selezione:
abbiamo un bel lotto di sconosciuti accanto a qualche
nome di qualità. E fin qui niente di grave,
anzi, sembrerebbe che tutto funzioni. Poi approfondiamo
l'analisi: su dodici gruppi nove fanno reggae! Ma
quando mai? E' questa la percentuale che rappresenta
la musica in Italia? Non posso crederci! Alcuni dei
nomi presentati non fanno musica memorabile: parecchi
degli scartati sì. Ma soprattutto ben 5 dei
24 hanno rapporti discografici con la Upfolkrock di
Annibale Bartolozzi che, guarda caso, è un
rappresentante dalle Commissione selezionatrice, nonché
il curatore della raccolta del Festival (il disco
triplo dello scorso anno). Tutto casuale? Non so,
non so.
Proseguiamo l'esame con i "grossi nomi",
quelli rubricati sotto la voce "concerti",
quelli scelti dalla Direzione artistica che quindi
suonano, da soli, lo stesso tempo di tutti quelli
dell'Ariston messi assieme: Mauro Pagani,
niente da dire. Elio e le Storie Tese:
io mi chiedo dove stia la qualità, ma posso
essere minoranza. Sono comunque anni che gli Elii
girano a vuoto. Enzo Avitabile: mah? Grande? Oppure
sono i Radiodervish? Questi sono
bravi sì, ma siamo sicuri che debbano presentarsi
due categorie sopra a Max Manfredi (tanto per fare
un nome)? Gli Africa Unite con Architorti:
oh, guarda un po'! Ancora reggae, ancora ritmi in
levare anche tra gli "ospitoni!" Spinetti
e Magoni: vabbuo. Noiosetti, ma bravi. Ma
hanno fatto solo un disco! Per Riccardo Tesi
e Maurizio Geri un plauso. Poi ci sono gli Eventi
Speciali: nome roboante per Elio, Roy Paci
e i Mercanti di Liquore, che fino
allo scorso anno erano un gruppo di cover deandreiane
e ora sono un "evento" da 15 euro più
due di prevendita perché sono assieme a Paolini.
Sono bravi, molto bravi, ma essere un "evento"
stroncherebbe chiunque!
Ma c'è ancora un dubbio: perché i cantautori
storici sono sostanzialmente fuori da questo festival?
C'è solo Roberto Vecchioni
(e in posizione defilata, ospite all'Ariston e non
per Una vita in musica o per un concerto). Edoardo
Bennato è stato aggiunto all'ultimo
momento al posto di Morgan. All'Ariston, come ospite
ci sono Teresa De Sio e Eugenio Finardi.
Ma De Gregori? Venditti? Bubola (che pure lo scorso
anno c'era)? Guccini? Lolli? Dalla? Luigi Grechi?
Ron? Goran Kuzminac? E se non Paolo Conte non si poteva
provare con suo fratello Giorgio? Sembra quasi che
la generazione dei 50-60enni sia stata snobbata in
massa. Perché mai?
Per concludere: che ne è stato di quella lodevole
iniziativa delle "canzoni della libertà"
di cui si parlava nel bando di concorso? Si diceva
testuale: "Per garantire una partecipazione il
più possibile omogenea nei diversi campi della
creazione musicale, la seconda edizione del Mantova
Musica Festival è strutturata secondo sette
filoni tematici e di genere (indicati qui sotto con
nomi convenzionali)". E più sotto si specificava:
"La classificazione è mirata a una partecipazione
il più possibile equilibrata, ma non implica
che le rassegne e i concerti del Festival siano necessariamente
divisi secondo queste categorie". E' vero, ma
le categoria sono state rispettate? O c'è troppa
musica in levare signori miei e poca, pochissima libertà?
Ma questa della politica era lo scorso anno e lo è
ancora di più quest'anno il nodo scoperto del
MMF. Anche Franco Fabbri nel suo documento di addio
scrive che uno dei suoi compiti pensava fosse: "Rimediare
all’attenzione scarsa che la prima edizione
aveva riservato a istituzioni storiche e recenti dell’opposizione
musicale in Italia ... una disattenzione che nel 2004
poteva essere attribuita alla fretta, ma che nel 2005
si rivelerebbe un vero e proprio accanimento contro
i musicisti d’opposizione, del tutto inspiegabile
alla luce delle premesse che hanno portato alla fondazione
del MMF". Guardatevi attorno, leggete il
programma: è rimasto qualcosa di questo? O
siamo tornati a "la politica non si mescoli con
la musica"?
Cosa mi piace del Mantova Musica Festival
Gli showcase sono forse i momenti più interessanti:
ci sono degli ottimi nomi e i concerti sono gratuiti:
sembra quasi un'altra mano che abbia fatto le scelte,
soprattutto un altro orecchio. Patrizio Fariselli,
Alessio Lega, i Fratelli
Mancuso, i Tancaruja (a
proposito, avete notato quanti sardi sono presenti?),
Stefano Vergani, i Sulutumana.
Tutto bene? Sì, se non fosse che Vergani e
Lega (bravi, bravissimi, soprattutto il secondo) hanno
alle spalle un solo disco e per Vergani pure appena
uscito. Altri misteri.
Tutto sbagliato, tutto da rifare come avrebbe detto
Bartali? No. C'è anche qualcosa che funziona
bene e che mostra, da parte di chi l'ha organizzato,
che si possono ottenere buoni risultati impiegando
le mitiche celluline grige alla Poirot. "Una
vita in musica", curato da Enzo
Gentile, che si è avvalso della collaborazione
di Enrico De Angelis, ha un bellissimo
programma: Giovanna Marini, Mauro Pagani,
Edoardo Bennato, Pino Pavone amico e sodale
di Piero Ciampi (e sarà l'occasione
per parlare e mostrare filmati inediti del grande
livornese), Jovanotti, Shel Shapiro, Alice,
i Modena City Ramblers e Stefano Bollani.
Chapeau!
Così come altrettanto cappello mi sembra il
caso di dedicare alla sezione libri che presenta un
bellissimo programma, interessante e vivace e sempre
con ospiti musicali. Merito del lavoro di Emilia
Cestelli ed Enrico De Regibus.
Giancarlo Onorato, Assante & Castaldo,
L'anima dei poeti, Vignola e Giustini, i libri di
Vecchioni ed Enzo Gentile ("Legata
a un granello di sabbia" sulle canzoni per l'estate
che esce in occasione del Festival), Alda
Merini con Pamela Villoresi, Gino
Paoli e Ornella Vanoni con Enrico De Angelis,
Fausto Mesolella e altro ancora.
Piatto ricco!
Non parlo per carenza di cultura mia personale dello
spazio jazz, curato da Gaetano Liguori
(che comunque è nome che fa garanzia) e di
quello di Musica Contemporanea (Walter Prati).
Ma mi tolgo un piccolo sassolino dalla scarpa con
il Dopofestival. Come nelle trasmissioni televisive
c'è l'ospite fisso: Pippo Pollina.
Non ci stava da nessuna parte. Né all'Ariston,
né come vita in musica, né come concerto
e gli si è inventato un ruolo ad hoc. Mah?
Ce n'era bisogno?
Resta Hyde Park. In teoria sarebbe una bella idea:
"una sorta di Hyde Park della musica dove avranno
possibilità di esibirsi, previa iscrizione,
artisti e gruppi che iniziano a farsi conoscere".
Peccato che ad Hyde Park siano finiti in maggioranza
i gruppi che non sono stati presi all'Ariston come
i bravissimi Piccola Bottega Baltazar
o Fabrizio Consoli (e come sarebbe
toccato anche ai Luf o ai Caffè Sport e ad
altri che hanno rifiutato). Se Hyde Park è
il "luogo del recupero" ecco che non è
più la mitica "opportunità per
quei musicisti che solitamente di possibilità
per esprimersi liberamente, davanti a un grande pubblico,
non ne hanno..."