| di Diego
Giachetti
La sera del 2 maggio 2005,
alla baracca recuperata del Campo di Fossoli a Carpi, durante l’incontro
con i Modena City Ramblers (MCR) per parlare di storia e memoria
della Resistenza, organizzato dall’Istituto Storico di Modena
nell’ambito delle iniziative 60 volte Resistenza, con manifesta
soddisfazione e orgoglio, Stefano Bellotti, in arte Cisco, cantante
del gruppo, annunciava che il loro ultimo lavoro, Appunti partigiani,
uscito il 22 aprile stava già esaurendo le circa 30 mila
copie prodotte e s’impossessava del quarto posto nella classifica
della vendita dei cd. Un gran risultato, se si ricorda il senso
del disco: un progetto speciale ideato per celebrare i sessant'anni
dalla Liberazione sfidando revisionismi e strumentalizzazioni di
quella storia, rispondendo ad essi con quindici canzoni “resistenti”
(tra le quali Bella ciao, Auschwitz, Oltre il ponte, I ribelli
della montagna, La guerra di Piero, Spara Juri, Pietà l’è
morta, Viva l’Italia) e con aiuti “partigiani”
di prestigio. Infatti, hanno collaborato al cd Goran Bregovic, Francesco
Guccini, Moni Ovadia, Bandabardò, Piero Pelù, Coro
delle Mondine di Novi, Billy Bragg, Casa del vento, Bunna (Africa
Unite), Fiamma, Paolo Rossi, Gang, Ginevra Di Marco e l’ex
partigiano Germano Nicolini.
L’idea degli Appunti Partigiani – si può leggere
nel loro sito www.ramblers.it
- non nasce solo dalla voglia di ricordare e celebrare i sessant’anni
della liberazione dell’Italia dal nazifascismo, difatti le
canzoni riprodotte non appartengono tutte al repertorio popolare
dell’epoca della Seconda Guerra Mondiale. Ci sono anche brani
composti in tempi recenti o comunque successivi alla liberazione
perché si è voluto ripercorrere “sessant’anni
di musica resistente” nella convinzione che non sia proprio
il caso di scrivere e cantare l’ennesimo “epitaffio
sulla lapide di un periodo morto e sepolto”, ma di ribadire
concetti e idee portanti su cui le generazioni, e non solo quella
che ha vissuto la guerra, devono formare i loro principi e valori
morali. Così – scrivono i MCR - ricordare e raccontare
le piccole e grandi storie dei partigiani, di chi ha lottato a rischio
della propria vita e delle vittime innocenti, deve contribuire alla
costruzione di una società con una forte coscienza civile,
di libertà e solidarietà.
Gli
appunti, infatti, si prendono per ricordare cose essenziali e importanti
e per poterle sviluppare e trattare in seguito. Non sono qualcosa
di definitivo e compiuto, ma rappresentano gli elementi di un discorso
da costruire. Un concetto che Marino Severini dei Gang ha sintetizzato
così: “La memoria della resistenza innerva la lotta
per cambiare il mondo d’oggi”. Non si è trattato
quindi della produzione di una colonna sonora per le manifestazioni
in calendario per le celebrazione di 60° anniversario della
Liberazione, ma di un investimento per il futuro, un gruppo di appunti
in parole e musica per stimolare la ricerca rispetto al bisogno
di liberazione che serpeggia oggi tra le popolazioni globalizzate.
La resistenza in musica non è un monumento al passato, vuole
essere ed è un discorso vivo, che sprigiona energia nuova
perché non è rimasto bloccato nella sue forme precedenti.
I valori sono riletti, rimusicati e ricantati seguendo le evoluzioni
dei suoni, innestandoli su ritmi nuovi; e anche quando si utilizzano
le parole “vecchie” della tradizione esse, attraverso
la musica nuova, diventano consone al tempo presente, attuali. La
resistenza musicale di oggi affonda le sue radici nel rock, nei
generi con esso confinanti e si propone attraverso gruppi che nei
devastanti anni ottanta hanno scelto il campo dell’antifascismo
e dell’antirazzismo, hanno opposto resistenza all’omologazione
culturale, musicale e politica del pensiero unico globale.
È sorprendente costatare come una serie di gruppi musicali
nati negli anni novanta, in pieno revisionismo storico, abbiano
ripreso e interpretato una memoria resistenziale riaggiornandola
musicalmente e facendosi in questo modo portatori di memoria e coscienza
storica, come direbbero gli storici di professione. La musica ha
per i giovani una potente funzione formativa nell’ambito dell’identità
culturale, e allo storico non può sfuggire come essa e le
canzoni possano diventare “produttrici di senso comune”,
di coscienza, di memoria. Sorge a questo punto un interrogativo
che Stefano Pivato ha posto con tono provocatorio nel suo libro
La storia leggera. L’uso pubblico della storia nella
canzone italiana (Il Mulino, 2002). Sarebbe il caso di
domandarsi se nell’ambito della comunicazione di massa e dei
linguaggi giovanili hanno fatto opinione storica e civile “Renzo
De Felice, Ernesto Ragionieri, Paolo Spriano, Rosario Romeo e tutta
la generazione degli storici negli anni sessanta e settanta, oppure
Jovanotti, Manu Chao, Francesco De Gregori e Paolo Conte”
e, nel nostro caso, I MCR.
La
Resistenza delle generazioni post-comuniste
Osservando gli eventi da un punto di vista storico un dato
appare singolarmente evidente: quello che è stato per decenni
considerato l’inno della lotta partigiana, Fischia il vento,
negli ultimi due decenni è stato soppiantato da Bella ciao,
oggi cantata in molti raduni e convegni dei giovani no-global e
colonna musicale di pezzi di cortei “in mano” ai giovani
dei centri sociali che sfilano dietro camion che trasmettono a tutto
volume musica da ballare mentre si marcia. Fischia il vento era
stato l’inno dei partigiani, ripreso anche da canzoni scritte
per le generazioni successive e le loro lotte. Lo riprese Fausto
Amodei nel 1960, quando compose Per i morti di Reggio Emilia inserendovi
la strofa: “di nuovo come un tempo,/ sopra l’Italia
intera/ fischia il vento/ urla la bufera/. Uguale è la canzone/
che abbiamo da cantare/ scarpe rotte eppur bisogna andare”;
la citò alcuni anni dopo Paolo Pietrangeli in Contessa: “se
il vento fischiava/ ora fischia più forte”. Finiti
gli anni Settanta, chiuse le piazze come luogo d’incontro,
scambio di saperi e di musica dagli anni di piombo, dalla repressione
e dalla disco music, quel genere musicale perdeva ragione di essere.
Negli anni Ottanta i futuri MCR sono giovani studenti, alcuni di
loro ricordano quel periodo come momento di “assoluta normalizzazione”,
in cui “tutti i nostri amici andavano in giro a vendere fondi
d’investimento” . Gli anni Novanta si presentano al
costituendo gruppo originario dei MCR con il crollo del muro di
Berlino, la crisi irreversibile dei regimi a Democrazia Popolare
dell’Est europeo e lo sfascio dell’URSS nel 1991. Soprattutto,
però, la loro vita è segnata da ciò che accade
in Italia: i primi arresti per mani pulite, gli avviso di garanzia
per Craxi, lo scioglimento della DC, il cambio di nome del PCI,
gli omicidi da parte della mafia di Falcone e Borsellino, il referendum
che nel 1993 introduce il sistema maggioritario. Esemplificativa
di questo contesto e della lettura che ne danno i MCR è la
canzone Quarant’anni, contenuta nel cd Riportando tutto a
casa del 1994 (lo stesso anno in cui scende in campo Silvio Berlusconi
con Forza Italia e vince le elezioni):
Ho quarant'anni qualche
acciacco troppe guerre sulle spalle
troppo schifo per poter dimenticare
ho vissuto il terrorismo stragi rosse stragi nere
aereoplani esplosi in volo e le bombe sopra i treni
ho visto gladiatori sorridere in diretta
[…] ho visto bombe di stato scoppiare nelle piazze
e anarchici distratti cadere giù dalle finestre
ma ho un armadio pieno d'oro di tangenti e di mazzette
di armi e munizioni di scheletri e di schifezze
ho una casa piena d'odio, di correnti e di fazioni
di politici corrotti, i miei amici son pancioni”.
Sono
gli anni in cui in Italia e nel mondo si comincia a sviluppare quello
che sarà chiamato il movimento dei movimenti, all’interno
del quale comincia ad emergere la generazione dei post-comunisti,
cioè quelli cresciuti dopo la fine della guerra fredda, dell’URSS,
del PCI. Soprattutto questa componente giovanile esprime una rivolta
etica, precedente ad una ragione sociale, perché la condizione
materiale di questi giovani è ancora indefinita e ruotante
attorno a lavori instabili, brevi e precari. Quest’impulso
morale ed etico alla rivolta ha caratterizzato e caratterizza il
movimento contro la globalizzazione e nasce dallo sdegno, forte
e passionale, contro le ingiustizie della globalizzazione liberista.
Troppo evidente è il contrasto tra i popoli e i poteri degli
istituti internazionali occulti che governano i processi economici
e finanziari, nonché le politiche borsistiche che affamano
il mondo. Sorge quasi spontaneo il rifiuto dello strapotere delle
multinazionali, il desiderio di riappropriarsi della propria vita,
il sogno contenuto in un altro mondo possibile. L’irriducibilità
etica e morale al liberismo contiene un’avversione latente
al capitalismo, potenzialmente disposta a tramutarsi in coscienza
politica e sociale. Tuttavia tale processo non è necessariamente
lineare e inevitabile, anzi incontra delle difficoltà nuove,
arranca con difficoltà quando si tratta di costruire un percorso
politico, non riesce a trovare un paradigma nuovo di riferimento.
Avvertono che un altro mondo è possibile, ma non è
ancora ben definito e praticabile; certo nessuno pensa di rifarsi
a quelli che considerano i fallimentari modelli del socialismo reale.
Cresce una generazione nuova, che agisce in assenza di grandi partiti
comunisti, come fu il PCI in Italia, o stati di riferimento (URSS,
Cina, Cuba); una generazione e un movimento che si muovono su “coordinate
post-comuniste”, non tanto perché esprimono un giudizio
negativo sul comunismo in quanto tale, ma semplicemente perché
“vengono dopo quell’esperienza” e camminano “sopra
le sue macerie” . Quindi il giudizio è sospeso, domina
la cautela circa le prospettive storiche future, risulta difficile
illudersi su speranze radiose di soli dell’avvenir che sorgono
e, conseguentemente, cade in disuso l’obiettivo della conquista
della rossa primavera, come prometteva Fischia il vento.
Birra
e lambrusco
Nei primissimi anni novanta giravano per Modena cinque o
sei persone che si conoscevano perché avevano la comune passione
per l’Irlanda. Qualcuno di loro, fin dal 1989, era già
stato in quel paese, altri ci andarono dopo. Fu così che
scoprirono quella gente, quel modo di fare musica, le fisarmoniche,
i violini, la musica popolare nei pub. Entusiasti, per due anni
cantarono e suonarono rebel song irlandesi, poi cominciarono a variare
il repertorio, mantenendo lo stesso spirito ma allargando l’idea
al materiale popolare scritto in italiano. In fondo i temi delle
canzoni irlandesi e di quelle italiane non erano così distanti
e le sofferenze, le speranze, i timori e le passioni del popolo,
della gente comune, erano uguali in tutto il mondo. Era quindi possibile
“ritornare a casa” riportare il materiale musicale irlandese
nella realtà del nostro paese. Anziché continuare
a cantare canzoni di protesta contro il dominio inglese, si sentivano
pronti “per scrivere un rebel song contro l’Italia dei
cattivi che stava mostrando il suo vero volto” , per evocare
storie di fatica, di lavoro e di lotta della pianura padana e, sempre
attraverso la sonorità della musica celtica, riproporre classici
del canto sociale italiano.
L’esperienza vissuta con la musica irlandese, consente ai
MCR di cogliere suoni e le tradizioni dei popoli oppressi come segnali
di contestazione ad un potere economico ormai globale. Diventa così
facile e possibile accomunare “la figura del partigiano a
quella del disoccupato, l’emigrante di fine Ottocento e i
senza casa delle povertà del nuovo millennio, i vagabondi
dei cantastorie e gli emarginati della società globale”;
già negli anni novanta, si afferma una musica globale, ricca
di suoni, strutture, atmosfere differenti senza più alcuna
cittadinanza: “ormai priva di confini la musica miscela ritmi
africani con quelli del rock e della ricerca elettronica, suoni
asiatici con melodie balcaniche, ritmi sudamericani con ritmi indiani.
E quella miscelanza di sonorità diviene un composito universo
di suoni che evoca la differenza e la vivacità delle culture
di fronte al fenomeno della globalizzazione” .
Il
movimento globale costruisce una globale che abolisce il concetto
di “straniero”; In parte un processo simile era già
in corso dagli anni cinquanta e sessanta con il dilagare della musica
rock e di quella dei Beatles. Anche i giovani di allora avevano
trovato una koinè musicale comune, ma ancora il loro linguaggio
“era definito, strutturato, riducibile a schema, indiscutibilmente
occidentale e condizionato dalla barriera di una lingua dominante,
l’inglese”; e quando quella cultura musicale si era
aperta alle altre musiche del mondo “l’aveva fatto senza
mettere in discussione il punto di partenza: era l’occidente
che si apriva all’oriente, il Nord al Sud, mai viceversa.
L’Occidente era il centro, il resto variegata periferia”.
Oggi invece si assiste alla nascita di una musica che “sente
le tradizioni dei vari popoli del mondo non come una curiosità
da scoprire, ma come parte del proprio patrimonio culturale. Sono
cittadini del mondo che si nutrono delle mille culture del pianeta”,
in questo modo salta “anche la schiavitù della lingua”
.
La Resistenza era per i MCR un incontro quasi obbligato, anche per
il fatto che la Resistenza in Emilia Romagna ebbe un accentuato
aspetto di partecipazione popolare, denso e consistente, capace
di segnare l’esperienza e la memoria di un’intera popolazione,
diventando nel tempo patrimonio comune e condiviso e tramandato
di generazione in generazione.
Iniziano
così a lavorare su questo tema. Pubblicano L’unica
superstite (1996), riferita alla strage della località
la Bettola in provincia di Piacenza avvenuta la notte del 24 giugno
del 1944, quando un gruppo di partigiani tentò di far saltare
il ponte sul Crostolo. L’azione fallì e i tedeschi
per rappresaglia uccisero tutti quelli che trovarono sul posto,
cioè le persone che dormivano in una locanda lì vicina.
Solo una persona, la zia Lilli di uno del gruppo, che aveva 11 anni
si salvò la vita grazie ai nonni che le si strinsero attorno
e la ripararono dalle pallottole. Poi per sfuggire all’incendio
si gettò dalla finestra spaccandosi le gambe. La zia Lilli
raccontò la sua storia che fu trasformata in canzone. Segue
La marcia del diavolo, dedicata a un
misfatto della resistenza, la vicenda del comandante Diavolo (1996)
al centro qualche anno fa di un acceso dibattito, nel corso del
quale si riesumò un episodio che vide come protagonista l’ex
comandante partigiano Germano Nicolini. Ma già del 1994 iniziano
a lavorare alla riedizione di Bella ciao,
reinterpretandola con un ritmo celtico-emiliano. Si accorgono che
quando la eseguono i giovani si scatenano nel pogo perché,
a differenza delle canzoni militanti e popolari, basate sul canto
e le parole, “i linguaggi musicali odierni s’intrecciano
con i linguaggi del corpo. Musica, canto e ballo si fondono insieme,
impegno e divertimento si coniugano senza antinomie”, determinando
una fusione tra l’aspetto ludico e l’aspetto partecipativo
e d’impegno alle manifestazioni, nelle quali la musica e le
parole dei testi non hanno un immediato messaggio pedagogico-educativo
da trasmettere, ma servono ad aggregare, a sincronizzare i corpi
degli individui sullo stesso ritmo, nello zompare assieme, un modo
di comunicare che non richiede una lingua, e il pensiero e la coscienza
sembrano venire dopo, essere una conseguenza più che un dato
di partenza. La funzione della musica, della canzone, del concerto
all’interno della manifestazione sta cambiando. Essa non è
più l’ancella del corteo, non si limita a fornire “la
colonna sonora a un film interpretato da altri, ma vive essa stessa
le fatiche della costruzione della storia”, poiché
“diventa un pezzo significativo della politica alla quale
regala anche un linguaggio nuovo” .
L’eterno
presente della Resistenza globale
Perfettamente “no-global” i MCR contaminano
e sono contaminati. Dalla resistenza irlandese all’oppressione
inglese sono approdati alla riscoperta della resistenza nell’Emilia
Romagna, e poi altre ancora. L’occasione per scoprire nuove
resistenze musicali e umane fu offerta dalla vittoria dell’Ulivo
di Romano Prodi alle elezioni del 1996. Un fatto che li entusiasmò
anche troppo, difatti subito provarono una certa delusione. Come
ricorda Cisco, quasi subito cominciò ad affiorare “la
delusione per la situazione politica e sociale in Italia, e questo
ci spinse a cercare energia, forza, lotte in un altro immaginario”
che trovarono nei paesi dell’America Latina: Messico, Guatemala,
Cuba, Bolivia, alla ricerca dell’utopia che stava morendo
per delusione nell’Italia prodiana. Un bisogno di utopia che
andava soddisfatto, pena il venir meno della verve poetica, perché,
come osservava Alberto “non puoi mica scrivere una canzone
su quale dovrà essere il futuro dell’INPS. Puoi fare
una canzone sulla Resistenza, non sulla Bicamerale” .
Nasce così la raccolta Terra e libertà
(1997), dove si cantano utopie, rivoluzioni, speranze e resistenze;
si evocano Emiliano Zapata, di Pancho Villa, Paddy Garcia, “nei
bei giorni della rivoluzione” e di quelli (Marcos e l’EZLN)
che continuano la loro lotta:
nell'Alto e nella Selva
Lacandona
insieme agli uomini con il passamontagna
un indio guarda e sorride, tira fuori il suo fucile
hasta siempre e ricomincia il sogno
(Il ritorno di Paddy Garcia).
Dove ”il fuoco della
speranza è ancora acceso” e ancora “mi puoi chiamare
“partigiano, bandito oppure illuso” (Il Ballo di Aureliano).
Dove è possibile, almeno idealmente, incontrare Che Guevara
e rassicurarlo:
dormi tranquillo
perché non finisce qui
l'avventura è ripartita
resta intatta l'ultima idea
e da qualche parte del mondo
c'è qualcuno come te
che prepara un nuovo viaggio
(Transamerika).
Temi,
emozioni, sogni, che ritornano nel 2002 nel cd Radio
Rebelde dal nome dell’emittente fondata da Che
Guevara ai tempi della lotta nella Sierra Maestra a Cuba, che comprende
il brano La legge giusta, ispirato dai fatti accaduti a
Genova in occasione del G8 del 2001. Il termine Resistenza subisce
un’estensione semantica, storica e spaziale, capace di contenere
tutti i fenomeni di opposizione alle ingiustizie che ci sono nel
mondo, ovunque ci si batte per la libertà e contro l’oppressione
c’è Resistenza, ovunque è possibile cantare
in lingue, musiche e parole diverse Bella ciao. Che Guevara
sta assieme al partigiano emiliano, il contadino messicano affianca
il giovane no-global, la lotta contro la mafia di Peppino Impastato
(vedi la loro canzone I cento passi, contenuta nel cd Viva
la Vida, Muera la Muerte! del 2004) si muove nella
stessa arena storica globale nella quale operano Pancho Villa, Emiliano
Zapata e tanti e tanti altri. Così almeno la vedono i Modena
City Ramblers.
Discografia
- Combat folk, 1993
- Riportando tutto a casa, 1994
- La grande famiglia, 1995
- Terra e libertà, 1997
- Raccolti, 1999
- Fuori campo, 1999
- Radio rebelde, 2002
- Modena city remix, 2003
- Gocce, 2003
- Viva la vida! Muera la muerte!, 2004
- Appunti Partigiani, 2005
Ultimo
aggiornamento: 11-06-2005 |