C'è
un disco dei God Machine, "A last laugh in a
place of dying". Un disco incredibile su vita
e morte, scritto e registrato mentre il bassista del
gruppo moriva di cancro al cervello. Un'opera indimenticabile
di rara bellezza. Lo sto ascoltando ora. Mentre dalla
mia finestra sfilano le ambulanze, i pompieri e migliaia
di persone. Una processione carnale e spirituale da
quadro di Bosch. A ship of fools, sembriamo. Gli occhi
sgomenti e le mani che tremano.
Anche ora. Sempre di più da quando siamo passati
dall'ipotesi "incidente" a quella "attacco
terroristico". Un mio collega non risponde al
telefono, poi diventano due. Dobbiamo chiamare la
moglie. Io non ho veramente voglia di farlo. Penso
a mia moglie, a mia madre, penso a mia sorella che
mi chiama urlandomi "ma dove sei? come stai?!"
Mio fratello che mi chiama subito dopo e fa, "Oh
'icche tu fai aì lavoro?". Già.
Cosa ci faccio? Tanti fratelli che guardano il mondo
dagli schermi dei loro computer. Io che osservo la
vita crescere nella pancia di mia moglie attraverso
gli occhi dell'ecografia. Un'altra vita che nasce,
mentre altre muoiono nelle gallerie esplose e negli
autobus del lavoro o delle vacanze.
Il bassista dei God Machine sapeva di morire e ci
ha lasciato un omaggio incredibile di talento e di
bellezza. Umana e sovrumana. Tanti muoiono ogni giorno
senza saperlo e senza sapere che sono destinati. Io
sono in ufficio, la mia stazione preferita di Aldgate,
nell'Est di Londra, devastata da una bomba.
Ascolto i God Machine e lavoro. Come sempre, come
dopo l'11 settembre, come dopo tutti i mercoledì
e venerdì neri, come dopo la morte di un amico.
Come dopo la nascita di mio nipote. Come dopo la morte
di mio nonno. Come dopo la fine del tempo e tutti
gli eventi che lo accompagnarono. Come dopo le elezioni
di Bush. Come dopo la morte di Gesu Cristo. Come dopo
la fine della guerra, di una qualsiasi.
Come dopo la morte di un qualsiasi passeggero di un
qualsiasi treno. Lavoro come sempre, come ogni giorno
della mia vita. Se non di finanza, mi occupo di altro,
lavoro su di me. Sui confini della mia umanità,
resa dolorosa e dolente in questo istante di notizie
ammozzate. Lavoro, faccio il mio dovere di buon cittadino,
offro i miei posti letto ai miei colleghi che non
possono tornare a casa stanotte. Vorrei offrire un
posto letto anche a chi ha messo queste bombe, per
parlare con queste anime aliene e capire cosa li muove.
Che, seduti ai bordi del letto con un pigiama pulito
ed una camomilla o un' echinacea in mano tutti sappiamo
esser più aperti e solidali. Vorrei capire
cosa porta qualcuno ad odiare gli altri. Non una persona
in particolare, ma Gli Altri. Non si parla di religione
qui, questo è un odio barbarico, cieco, insano,
talmente scientificamente calcolato che vengono i
brividi. Non so quante macchine rimarranno nei parcheggi
di Londra stasera, quanti bambini chiederanno della
loro madre negli asili e nelle scuole dell'Essex.
Non so quante persone cercheranno di mettersi in contatto
con qualcuno e non avranno altro che un messaggio
di segreteria telefonica. Non lo so.
Sono lungo, lo so. Lavoro, faccio quello che devo
fare. Prima di andare a casa metterò via le
carte confidenziali. Chiuderò il computer e
dirò una preghiera anch'io. Intanto qualcuno
dovrà chiamare la moglie del collega.
Perchè fa parte del lavoro. Come la mia collega,
di 23 anni, cui ho dovuto raccontare di altri episodi
simili, di stare tranquilla. Lavora, le dico.
Magari chiama i tuoi amici, ma intanto lavora. Sull'operazione
e su di te.
Far uscire tutto il buono ed il creativo che l'anima
umana ci dona. Un saluto a tutti ragazzi, grazie.