“Questo
non è un concerto. E’ un ritrovo tra amici,
una zingarata”. “Certo è una serata
un po’ strana, ma in fin dei conti anche il vocabolo
“strano” è strano di per sé:
non possiamo prescindere dall’omicidio di Baldoni,
ma più in generale credo ci sia confusione. Ad
esempio con la Storia. Una volta mi era chiaro capire
qual era il passato e qual era il presente. Ora non
è più così. Ad esempio per voi,
quando inizia il passato? Gli anni ‘70/80/90 sono
anni del passato o del presente? Non lo so più.
Fino a qualche giorno fa lo sapevo. Se lo sapete voi
scriveteci dei bigliettini e mandateceli”. “Adesso
noi faremo una decina di canzoni tristi e malinconiche,
ma poi arrivano le ballerine brasiliane. Un attimo di
pazienza”.
L'importanza
della memoria, di riflettere su quello che sta succedendo
e anche di usare la parola come un'arma ("Analfabetizzazione").
Claudio ha sempre detto che la canzone che gli sarebbe
piaciuto scrivere nella vita è “La storia”
di De Gregori:
“La
storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso.
La storia siamo noi, siamo noi queste onde nel mare,
questo rumore che rompe il silenzio,
questo silenzio così duro da masticare”.
E’
un Lolli pieno di verve quello che affronta i 500
spettatori circa che in un venerdì di fine
agosto si sono spostati fino alla periferia spettacolare
e autostradale di Milano per assistere allo “StukazzPalace”,
all’interno del Festival dell’Unità
(ah no, si chiama Festa da qualche anno ormai. Ho
denunciato la mia età!) al ritorno milanese
del maestro bolognese e del suo sodale Paolo
Capodacqua. Vladimiro ed Estragone dei palcoscenici
di tutta Italia. Il giorno prima a Barletta, il giorno
dopo a Tarquinia a portare carichi di poesia e buone
canzoni.
Canzoni
che cambiano e accanto ad alcuni pezzi ormai classici,
come “La ballata del Pinelli”
o “Curva Sud” o “Adriatico”,
“I musicisti di Ciampi”
o “Analfabetizzazone”,
pezzi meno frequentati di recente come “Anna
di Francia” (“In questi tempi
in cui vivere la politica è così difficile,
il ricordo di un’epoca, senza cadere nella retorica
delle bandiere rosse, in cui la politica era più
semplice e, relativamente, più gioiosa”),
“Da zero e dintorni”, “Quando
la morte avrà”, “Dita”, “Folkstudio”.
Completano il quadro “La fine del cinema
muto”, una conclusiva travolgente “Ho
visto anche degli zingari felici”,
dal gran finale chitarristico con un Paolo Capodacqua
scatenato in virtuosistici e magici solismi.
“Non
sarò per te un orologio,
il lampadario che ti toglie il reggiseno,
quando è tardi, è notte e tu sei stanca
e la tua voglia come il tempo manca.
Non sarò per te un esattore
di una lacrima ventuno volte al mese,
non conterò i giorni alle tue lune
per far l'amore senza rimborso spese”.
Come
ciliegine sulla torta due canzoni dello stesso Capodacqua,
traduzioni da Brassens. Utilizzati anche per dare
il tempo a Claudio di percorrere tutta la distanza
dal proscenio al fondo palco. (“Più
che un palco questa è una specialità
olimpica. Ci sono tempi molto lunghi per percorrerlo”).
Claudio
è in forma e parla “di questo viaggio
senza senso” e della leggerezza di muoversi
come musicisti che non hanno un senso né una
direzione. Però alcuni temi fondo, alcuni filoni,
vengono accennati nel corso del concerto: la memoria
(Pinelli. “E, lo dico prima che mi portino
via, questa non è una canzone politicamente
corretta. Fa nomi e cognomi”), il rapporto
col potere (“Adriatico”. “Tutti
gli scrittori cercano di avere un’immagine del
potere. Ecco l’immagine che credo di aver trovato
io è questa del mare. Immobile, presente, soffocante”.
“Perché
quest'Adriatico
si muove così, così piano
eppure è così fanatico
e forte,
perché fa scomparire sempre
tutto quello che noi costruiamo
perché non ci abbandona mai
e poi perché noi non lo dimentichiamo...”
Il
secondo tema è l’amore. “Perché
in Italia è quasi impossibile scrivere canzoni
d’amore. Le hanno già scritte tutti,
i Ramazzotti, gli Averna, i Limoncelli. E non c’è
parte del corpo che non abbiano nominato. Ecco perché
abbiamo scelto di parlare delle dita: così
piccole così importanti per fare l’amore.
Le dita di Dio risale a una particolarità di
Volterra dove il cielo è sempre in movimento
e a volte le nuvole lo coprono quasi tutto, ma il
sole filtra lo stesso con lunghi raggi rettilinei
che raggiungono la terra”.
“Ci
sono le dita di Dio stamattina nel cielo
e ti stanno disegnando una buona giornata
in cui ci sarò, ci sarai, ci saremo
e ci potremo toccare chiedendo: com'è andata?
Ci sono le dita di Dio stamattina nel cielo
e ti stanno accendendo una bella luce
in cui ti muoverai bella come sei,
sulla musica intensa di questa voce”.
“Visto
che mi manca il registro ironico … o almeno
dicono così … io non lo so. Dicono che
faccio canzoni tristi. Mi manca il registro ironico?
(Nooo, coro dal pubblico). Beh, dicono di sì.
E allora non restano che due registri: il lirico (e
l’abbiamo appena sentito) e il tragico (che
ora arriva). Oddio … tragico … piccolo
piccolo. E’ una canzone del … (cerca)
‘76/77… Sono tutte del ‘76/77 le
mie canzoni? Una piccola avvertenza prima di cominciare:
nel testo è ripetuta 19 volte la parola “compagna”.
Se a qualcuno dovesse dar disturbo … è
avvisato.
“Ti
viene mai compagna
la voglia di rinascere
con una gamba sola
magari anche, anche senza sigarette,
ma anche senza la fretta assurda
della nuova metropolitana
e senza il bisogno di sentirti naufragare
in un'isola lontana”.
“Il
secondo tipo d’amore è l’amore
verticale. Per via di discendenza. Cesaroni
del Folkstudio, un padre che ha cercato di farmi crescere
(“Folkstudio”) e ora un padre che ha invece
cercato di non lasciarmi crescere (“Quando la
morte avrà”). Per finire un padre lontano
che ha insegnato a noi tutti come scrivere canzoni
che non fossero uguali a quelle dei Ramazzotti, Averna
e Limoncello (“I musicisti di Ciampi”).
Al Folkstudio ha suonato anche gente importante:
Bob Dylan, Francesco De Gregori … con
lui c’erano altri due … ma ti uno proprio
non mi ricordo il nome (irride Venditti – NdR).
So solo che fa il tifo per la Roma”.
“I
musicisti di Ciampi non gli volevano bene
lo accompagnavano così, senza passione,
e mentre lui cantava e moriva
loro facevano la loro professione”.
Credo
di aver riportato più o meno tutto. Restano
le emozioni che sono cosa grande, ma che sulla carta
(o su video) si distribuiscono male e in gruppi irregolari.
Si ammassano, si addensano, si separano così
tanto da non lasciare traccia. Perché parlare
allora di questo senso di allargamento del respiro
che percepisco quando Lolli canta? Perché mi
sembra che solo lui riesca a dare forma adeguata a
determinati momenti di smarrimento etico ed estetico?
Le canzoni di Lolli mi sembrano sempre un viaggio,
più in fondo, più in là, più
lontano. A cercare forme di ribellioni o di resistenza
che possono passare anche per il coraggio di parlare
ancora di “fasci” nelle canzoni, di dire
ancora “compagna”. Ma senza che questo
sia antiquariato, residuo bellico, scoria radioattiva.
E’ scoria attiva, è una bella capacità
di pensare che non ci deve mai lasciare. Le canzoni
di Claudio Lolli non sono inni. Sono di più.
Sono inviti al pensiero.