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Claudio Lolli a Milano

"Questo non è un concerto di Claudio Lolli"
di Giorgio Maimone

“Questo non è un concerto. E’ un ritrovo tra amici, una zingarata”. “Certo è una serata un po’ strana, ma in fin dei conti anche il vocabolo “strano” è strano di per sé: non possiamo prescindere dall’omicidio di Baldoni, ma più in generale credo ci sia confusione. Ad esempio con la Storia. Una volta mi era chiaro capire qual era il passato e qual era il presente. Ora non è più così. Ad esempio per voi, quando inizia il passato? Gli anni ‘70/80/90 sono anni del passato o del presente? Non lo so più. Fino a qualche giorno fa lo sapevo. Se lo sapete voi scriveteci dei bigliettini e mandateceli”. “Adesso noi faremo una decina di canzoni tristi e malinconiche, ma poi arrivano le ballerine brasiliane. Un attimo di pazienza”.

L'importanza della memoria, di riflettere su quello che sta succedendo e anche di usare la parola come un'arma ("Analfabetizzazione"). Claudio ha sempre detto che la canzone che gli sarebbe piaciuto scrivere nella vita è “La storia” di De Gregori:

“La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso.
La storia siamo noi, siamo noi queste onde nel mare,
questo rumore che rompe il silenzio,
questo silenzio così duro da masticare”.

E’ un Lolli pieno di verve quello che affronta i 500 spettatori circa che in un venerdì di fine agosto si sono spostati fino alla periferia spettacolare e autostradale di Milano per assistere allo “StukazzPalace”, all’interno del Festival dell’Unità (ah no, si chiama Festa da qualche anno ormai. Ho denunciato la mia età!) al ritorno milanese del maestro bolognese e del suo sodale Paolo Capodacqua. Vladimiro ed Estragone dei palcoscenici di tutta Italia. Il giorno prima a Barletta, il giorno dopo a Tarquinia a portare carichi di poesia e buone canzoni.

Canzoni che cambiano e accanto ad alcuni pezzi ormai classici, come “La ballata del Pinelli” o “Curva Sud” o “Adriatico”, “I musicisti di Ciampi” o “Analfabetizzazone”, pezzi meno frequentati di recente come “Anna di Francia” (“In questi tempi in cui vivere la politica è così difficile, il ricordo di un’epoca, senza cadere nella retorica delle bandiere rosse, in cui la politica era più semplice e, relativamente, più gioiosa”), “Da zero e dintorni”, “Quando la morte avrà”, “Dita”, “Folkstudio”. Completano il quadro “La fine del cinema muto”, una conclusiva travolgente “Ho visto anche degli zingari felici”, dal gran finale chitarristico con un Paolo Capodacqua scatenato in virtuosistici e magici solismi.

“Non sarò per te un orologio,
il lampadario che ti toglie il reggiseno,
quando è tardi, è notte e tu sei stanca
e la tua voglia come il tempo manca.
Non sarò per te un esattore
di una lacrima ventuno volte al mese,
non conterò i giorni alle tue lune
per far l'amore senza rimborso spese”.

Come ciliegine sulla torta due canzoni dello stesso Capodacqua, traduzioni da Brassens. Utilizzati anche per dare il tempo a Claudio di percorrere tutta la distanza dal proscenio al fondo palco. (“Più che un palco questa è una specialità olimpica. Ci sono tempi molto lunghi per percorrerlo”).

Claudio è in forma e parla “di questo viaggio senza senso” e della leggerezza di muoversi come musicisti che non hanno un senso né una direzione. Però alcuni temi fondo, alcuni filoni, vengono accennati nel corso del concerto: la memoria (Pinelli. “E, lo dico prima che mi portino via, questa non è una canzone politicamente corretta. Fa nomi e cognomi”), il rapporto col potere (“Adriatico”. “Tutti gli scrittori cercano di avere un’immagine del potere. Ecco l’immagine che credo di aver trovato io è questa del mare. Immobile, presente, soffocante”.

“Perché quest'Adriatico
si muove così, così piano
eppure è così fanatico
e forte,
perché fa scomparire sempre
tutto quello che noi costruiamo
perché non ci abbandona mai
e poi perché noi non lo dimentichiamo...”

Il secondo tema è l’amore. “Perché in Italia è quasi impossibile scrivere canzoni d’amore. Le hanno già scritte tutti, i Ramazzotti, gli Averna, i Limoncelli. E non c’è parte del corpo che non abbiano nominato. Ecco perché abbiamo scelto di parlare delle dita: così piccole così importanti per fare l’amore. Le dita di Dio risale a una particolarità di Volterra dove il cielo è sempre in movimento e a volte le nuvole lo coprono quasi tutto, ma il sole filtra lo stesso con lunghi raggi rettilinei che raggiungono la terra”.

“Ci sono le dita di Dio stamattina nel cielo
e ti stanno disegnando una buona giornata
in cui ci sarò, ci sarai, ci saremo
e ci potremo toccare chiedendo: com'è andata?
Ci sono le dita di Dio stamattina nel cielo
e ti stanno accendendo una bella luce
in cui ti muoverai bella come sei,
sulla musica intensa di questa voce”.

Visto che mi manca il registro ironico … o almeno dicono così … io non lo so. Dicono che faccio canzoni tristi. Mi manca il registro ironico? (Nooo, coro dal pubblico). Beh, dicono di sì. E allora non restano che due registri: il lirico (e l’abbiamo appena sentito) e il tragico (che ora arriva). Oddio … tragico … piccolo piccolo. E’ una canzone del … (cerca) ‘76/77… Sono tutte del ‘76/77 le mie canzoni? Una piccola avvertenza prima di cominciare: nel testo è ripetuta 19 volte la parola “compagna”. Se a qualcuno dovesse dar disturbo … è avvisato.

“Ti viene mai compagna
la voglia di rinascere
con una gamba sola
magari anche, anche senza sigarette,
ma anche senza la fretta assurda
della nuova metropolitana
e senza il bisogno di sentirti naufragare
in un'isola lontana”.

“Il secondo tipo d’amore è l’amore verticale. Per via di discendenza. Cesaroni del Folkstudio, un padre che ha cercato di farmi crescere (“Folkstudio”) e ora un padre che ha invece cercato di non lasciarmi crescere (“Quando la morte avrà”). Per finire un padre lontano che ha insegnato a noi tutti come scrivere canzoni che non fossero uguali a quelle dei Ramazzotti, Averna e Limoncello (“I musicisti di Ciampi”). Al Folkstudio ha suonato anche gente importante: Bob Dylan, Francesco De Gregori … con lui c’erano altri due … ma ti uno proprio non mi ricordo il nome (irride Venditti – NdR). So solo che fa il tifo per la Roma”.

“I musicisti di Ciampi non gli volevano bene
lo accompagnavano così, senza passione,
e mentre lui cantava e moriva
loro facevano la loro professione”.

Credo di aver riportato più o meno tutto. Restano le emozioni che sono cosa grande, ma che sulla carta (o su video) si distribuiscono male e in gruppi irregolari. Si ammassano, si addensano, si separano così tanto da non lasciare traccia. Perché parlare allora di questo senso di allargamento del respiro che percepisco quando Lolli canta? Perché mi sembra che solo lui riesca a dare forma adeguata a determinati momenti di smarrimento etico ed estetico? Le canzoni di Lolli mi sembrano sempre un viaggio, più in fondo, più in là, più lontano. A cercare forme di ribellioni o di resistenza che possono passare anche per il coraggio di parlare ancora di “fasci” nelle canzoni, di dire ancora “compagna”. Ma senza che questo sia antiquariato, residuo bellico, scoria radioattiva. E’ scoria attiva, è una bella capacità di pensare che non ci deve mai lasciare. Le canzoni di Claudio Lolli non sono inni. Sono di più. Sono inviti al pensiero.

Ultimo aggiornamento: 29-08-2004
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