Caro
Endrigo,
lo che sei morto ma voglio scriverti lo stesso. Anzi,
dato che per te io sono uno sconosciuto, ti darò
del lei.
Ho 51 anni, vivo a Trieste, faccio lo scrittore (in
particolare, ma non solo, di libri per bambini e per
adolescenti, con la EL e la Einaudi Ragazzi, tradotti
in cinque lingue). Ma ho anche pubblicato un manuale
sulla schizofrenia, una guida per insegnanti sulla
prevenzione del suicidio giovanile, testi teatrali,
racconti, articoli: un po’ di tutto.
Credo di essere una persona felice: molto amo e molto
sono amato. Forse ora lei si starà chiedendo:
“Ma perché mi scrive? E soprattutto perché
mai lo fa solo adesso che sono morto?”
Proprio questo è il motivo della mia
lettera.
Vede, io non ho mai scritto a qualcuno che non c’è
più e così sto forse tergiversando un
po’ troppo. Cerco allora di venire presto al
dunque. Una ventina di giorni fa, mi chiesero di partecipare
a un incontro pubblico in suo ricordo e, dato che
scrivo libri, di fare un intervento sull’ Endrigo
scrittore. Poco potevo dire: io avevo solo un vago
ricordo delle sue canzoni e della sua faccia triste
e ironica, provavo solo una generica simpatia e stima
per la sua persona e avevo soltanto visto più
e più volte in libreria il suo romanzo "Quanto
mi dai se mi sparo?".
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Endrigo scrive con mano sicura
e con prosa sciolta. Ha qualche piccolo difetto,
ma decisamente di quelli minori per essere un
"non addetto ai lavori". Buon uso dell'aggetivazione,
sintassi corretta e piacevole, trama avvolgente
e ben congegnata, un giusto ricorso ai ricordi
d'infanzia.In generale si tratta di un libro da
consigliare a occhi chiusi e non solo adesso.
E non solo perché Endrigo non c'è
più. (Segue) |
Comunque
ho detto di sì all’invito e sono subito
andato a comprare il suo libro. Strada facendo ho
cominciato a pensare a cosa avrei detto a quell’incontro.
E l’ho capito subito: mi sarei scagliato contro
l’ipocrisia delle celebrazioni post-mortem,
contro l’ignavia e la stupidità di chi
attende i funerali per scoprire gli artisti. Avrei
citato il caso di Philip Dick, uno
scrittore di fantascienza che io amo molto e che leggo
da quando avevo dodici anni, nel 1966.
In vita, Dick era stato completamente ignorato dalla
critica e dal grosso pubblico, rimanendo segregato
nel ghetto dei libri di consumo e, all’interno
di questo recinto, chiuso nell’ulteriore steccato
della fantascienza. Eppure, mentre spesso era costretto
a mangiare le poco costose scatolette per cani, Dick
scriveva romanzi e racconti appassionanti e profetici,
che mettevano in scena con lucida follia il nostro
pazzo mondo e le nostre fragili vite.
Poi nel 1982 Philip morì e io mi sentii triste
e più solo, avendo perso un amico che non avevo
mai incontrato ma che accompagnava da tanto tempo
la mia esistenza. Sulla stampa italiana pochi diedero
la notizia: nel mio piccolo, io lo feci su un settimanale
di Trieste cui collaboravo. Poi, per un beffardissimo
scherzo del destino, dopo la morte Dick divenne famoso,
sempre più famoso: il film Blade runner, l’attenzione
crescente di grandi case editrici e di giornalisti,
altri film, l’influenza crescente su scrittori
giovani e sull’intero immaginario di fine secolo.
Quanto mi faceva e mi fa incazzare, questa riscoperta
postuma!
Mi chiedevo e mi chiedo: ma dov’erano, tutti
questi criticonzoli mentre Dick era ancora vivo e
mangiava cibo per cani? Perché non avete mai
avuto il coraggio, l’intelligenza, la curiosità,
di uscire dagli illuminati ed affollati vialoni della
letteratura conosciuta? Perché non vi siete
mai inoltrati nelle stradine secondarie, forse buie
e sporche, ma rigonfie di carne e di passione?
E allora, all’incontro su Sergio Endrigo,
ho detto queste cose. Estendendole anche a me, che
non avevo nessun titolo per parlare di lei, se non
la confessione del demerito di averla ignorata.
Eppure, quando avevo dodici o tredici anni e guardavo
San Remo o Canzonissima, mi piaceva ascoltarla, le
sue canzoni (Dove credi di andare, Teresa,
Canzone per te, Girotondo intorno al mondo)
mi sembravano belle e lei mi sembrava così
elegante e adulto. Ricordo che con mia sorella ci
divertivamo a imitare il suo modo di cantare, la sua
voce così diagonale, il suo modo obliquo di
muovere la bocca e di protendere la mascella.
Ma forse io ero troppo piccolo per apprezzarla davvero
e allora, quando nel 1968 scoccò l’ora
dei miei primi amori e del mio interesse per la politica,
la colonna sonora della mia vita fu Lucio Battisti
e poi il rock. Lei scivolò nell’armadio
del passato, come tante altre cose che si dimenticano.
Nel frattempo leggevo sui giornali del successo che
le sfuggiva, il suo impegno civile, la sua collaborazione
con i poeti, la sua serietà umana e professionale.
Ma solo “leggevo”, perché non comprai
mai un suo disco né andai mai a un suo concerto.
Avevo sentito, con una punta di sottile dolore, che
una sera a Trieste lei si trovò davanti a sedici
spettatori e che questa delusione la convinse a smettere
di cantare in pubblico. Sapevo della stima di molte
persone, un rispetto e un’ammirazione che la
accarezzavano. Poi avevo appreso della sua morte e
avevo letto alcuni articoli, così saturi di
affetto, e mi erano tornati alla mente molte istantanee
degli anni Sessanta, della televisione in bianco e
nero, del suo modo di muovere le mani a disegnare
nell’aria i suoi versi.
Però, le ripeto, non avevo mai mosso un solo
passo per avvicinarmi a lei e alla sua arte.
Fino a pochi giorni fa, quando appunto mi chiesero
di parlare di lei.
E allora le cose sono cambiate.
Perché ho letto il suo romanzo e mi è
piaciuto: ci ho scoperto un uomo in carne e ossa,
un uomo pieno di cultura e di curiosità, di
ironia e di amore per il mondo. E poi ho cominciato
ad ascoltare una doppia raccolta delle sue vecchie
canzoni. Alcune non le avevo mai sentite, altre invece
non le riavvicinavo da tanti, tanti anni.
Le trovo bellissime, delicate e profonde, dolenti
o ironiche, con melodie struggenti, con un erotismo
insolito per quell’epoca. Ma adesso è
inutile che io mi metta a fare il neofita che scopre
l’acqua calda: una figura non so se più
patetica o più irritante.
Volevo solo dirle che mi dispiace profondamente di
non aver fatto prima questi pochi passi verso di lei.
So che le avrei scritto subito e che mi sarei rivolto
a lei in vita e che forse la mia lettera le avrebbe
donato un minuto di piacere.
Perciò mi scuso amaramente per il mio imperdonabile
ritardo e la ringrazio di cuore
Luciano