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Ricordi

Sergio Endrigo: amare scuse per un ritardo
di Luciano Comida

Caro Endrigo,
lo che sei morto ma voglio scriverti lo stesso. Anzi, dato che per te io sono uno sconosciuto, ti darò del lei.

Ho 51 anni, vivo a Trieste, faccio lo scrittore (in particolare, ma non solo, di libri per bambini e per adolescenti, con la EL e la Einaudi Ragazzi, tradotti in cinque lingue). Ma ho anche pubblicato un manuale sulla schizofrenia, una guida per insegnanti sulla prevenzione del suicidio giovanile, testi teatrali, racconti, articoli: un po’ di tutto.

Credo di essere una persona felice: molto amo e molto sono amato. Forse ora lei si starà chiedendo: “Ma perché mi scrive? E soprattutto perché mai lo fa solo adesso che sono morto?”

Proprio questo è il motivo della mia lettera.

Vede, io non ho mai scritto a qualcuno che non c’è più e così sto forse tergiversando un po’ troppo. Cerco allora di venire presto al dunque. Una ventina di giorni fa, mi chiesero di partecipare a un incontro pubblico in suo ricordo e, dato che scrivo libri, di fare un intervento sull’ Endrigo scrittore. Poco potevo dire: io avevo solo un vago ricordo delle sue canzoni e della sua faccia triste e ironica, provavo solo una generica simpatia e stima per la sua persona e avevo soltanto visto più e più volte in libreria il suo romanzo "Quanto mi dai se mi sparo?".

Endrigo scrive con mano sicura e con prosa sciolta. Ha qualche piccolo difetto, ma decisamente di quelli minori per essere un "non addetto ai lavori". Buon uso dell'aggetivazione, sintassi corretta e piacevole, trama avvolgente e ben congegnata, un giusto ricorso ai ricordi d'infanzia.In generale si tratta di un libro da consigliare a occhi chiusi e non solo adesso. E non solo perché Endrigo non c'è più. (Segue)

Comunque ho detto di sì all’invito e sono subito andato a comprare il suo libro. Strada facendo ho cominciato a pensare a cosa avrei detto a quell’incontro. E l’ho capito subito: mi sarei scagliato contro l’ipocrisia delle celebrazioni post-mortem, contro l’ignavia e la stupidità di chi attende i funerali per scoprire gli artisti. Avrei citato il caso di Philip Dick, uno scrittore di fantascienza che io amo molto e che leggo da quando avevo dodici anni, nel 1966.

In vita, Dick era stato completamente ignorato dalla critica e dal grosso pubblico, rimanendo segregato nel ghetto dei libri di consumo e, all’interno di questo recinto, chiuso nell’ulteriore steccato della fantascienza. Eppure, mentre spesso era costretto a mangiare le poco costose scatolette per cani, Dick scriveva romanzi e racconti appassionanti e profetici, che mettevano in scena con lucida follia il nostro pazzo mondo e le nostre fragili vite.

Poi nel 1982 Philip morì e io mi sentii triste e più solo, avendo perso un amico che non avevo mai incontrato ma che accompagnava da tanto tempo la mia esistenza. Sulla stampa italiana pochi diedero la notizia: nel mio piccolo, io lo feci su un settimanale di Trieste cui collaboravo. Poi, per un beffardissimo scherzo del destino, dopo la morte Dick divenne famoso, sempre più famoso: il film Blade runner, l’attenzione crescente di grandi case editrici e di giornalisti, altri film, l’influenza crescente su scrittori giovani e sull’intero immaginario di fine secolo.

Quanto mi faceva e mi fa incazzare, questa riscoperta postuma!
Mi chiedevo e mi chiedo: ma dov’erano, tutti questi criticonzoli mentre Dick era ancora vivo e mangiava cibo per cani? Perché non avete mai avuto il coraggio, l’intelligenza, la curiosità, di uscire dagli illuminati ed affollati vialoni della letteratura conosciuta? Perché non vi siete mai inoltrati nelle stradine secondarie, forse buie e sporche, ma rigonfie di carne e di passione?

E allora, all’incontro su Sergio Endrigo, ho detto queste cose. Estendendole anche a me, che non avevo nessun titolo per parlare di lei, se non la confessione del demerito di averla ignorata.

Eppure, quando avevo dodici o tredici anni e guardavo San Remo o Canzonissima, mi piaceva ascoltarla, le sue canzoni (Dove credi di andare, Teresa, Canzone per te, Girotondo intorno al mondo) mi sembravano belle e lei mi sembrava così elegante e adulto. Ricordo che con mia sorella ci divertivamo a imitare il suo modo di cantare, la sua voce così diagonale, il suo modo obliquo di muovere la bocca e di protendere la mascella.

Ma forse io ero troppo piccolo per apprezzarla davvero e allora, quando nel 1968 scoccò l’ora dei miei primi amori e del mio interesse per la politica, la colonna sonora della mia vita fu Lucio Battisti e poi il rock. Lei scivolò nell’armadio del passato, come tante altre cose che si dimenticano. Nel frattempo leggevo sui giornali del successo che le sfuggiva, il suo impegno civile, la sua collaborazione con i poeti, la sua serietà umana e professionale.

Ma solo “leggevo”, perché non comprai mai un suo disco né andai mai a un suo concerto.
Avevo sentito, con una punta di sottile dolore, che una sera a Trieste lei si trovò davanti a sedici spettatori e che questa delusione la convinse a smettere di cantare in pubblico. Sapevo della stima di molte persone, un rispetto e un’ammirazione che la accarezzavano. Poi avevo appreso della sua morte e avevo letto alcuni articoli, così saturi di affetto, e mi erano tornati alla mente molte istantanee degli anni Sessanta, della televisione in bianco e nero, del suo modo di muovere le mani a disegnare nell’aria i suoi versi.

Però, le ripeto, non avevo mai mosso un solo passo per avvicinarmi a lei e alla sua arte.
Fino a pochi giorni fa, quando appunto mi chiesero di parlare di lei.
E allora le cose sono cambiate.

Perché ho letto il suo romanzo e mi è piaciuto: ci ho scoperto un uomo in carne e ossa, un uomo pieno di cultura e di curiosità, di ironia e di amore per il mondo. E poi ho cominciato ad ascoltare una doppia raccolta delle sue vecchie canzoni. Alcune non le avevo mai sentite, altre invece non le riavvicinavo da tanti, tanti anni.

Le trovo bellissime, delicate e profonde, dolenti o ironiche, con melodie struggenti, con un erotismo insolito per quell’epoca. Ma adesso è inutile che io mi metta a fare il neofita che scopre l’acqua calda: una figura non so se più patetica o più irritante.

Volevo solo dirle che mi dispiace profondamente di non aver fatto prima questi pochi passi verso di lei. So che le avrei scritto subito e che mi sarei rivolto a lei in vita e che forse la mia lettera le avrebbe donato un minuto di piacere.

Perciò mi scuso amaramente per il mio imperdonabile ritardo e la ringrazio di cuore

Luciano

11-10-2005
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