Non
so quanti dei lettori conoscano quel gruppo pugliese
che, a ritmo di reggae, canta “è l’ignoranza
che crea l’intolleranza”. Comunque, non
è un concetto poi tanto originale, sta di fatto
che a questa tesi ne segue un’altra, abbastanza
logica e altrettanto antica: è la cultura che
libera l’uomo. Ora: parlare di cultura nel 2005,
in occidente, è un po’ come parlare di
sesso nel 1500, in Vaticano. Non che manchi del tutto
il materiale culturale ma, a quanto pare, non si riesce
a fare a meno di spacciarlo per semplice merce.
Da questa parte, ossia dalla parte di chi
crede che la musica sia cultura, è una vita
dura quella di oggi. Se proviamo a ricercare
ciò che il mercato offre in primo piano, lo
scenario è abbastanza imbarazzante: ciò
che prevale su tutto, infatti, è l’immagine.
L’artista - o il proprietario del copyright,
sarebbe più corretto dire - è un essere
bello, di solito, con un che di trasgressivo (dal
punto di vista formale) e, invece, perfettamente in
linea con il sistema. Riflettori accesi sull’ultimo
video di Madonna, sulla nuova fidanzata di Ricky Martin,
sul nuovo reato di Eminem o sull’ultima follia
di Marylin Manson.
Scusate: ma la musica? Ah be’,
quella viene da sé. E questo sullo scenario
internazionale. In Italia lo specchio fedele della
musica scelta ed imposta dall’alto per il povero
gregge è il Festival di Sanremo. Non una rassegna
musicale, bensì un galà, “una
sorta di pratica divinatoria coatta per leggere la
nostra società”, come recita una definizione
azzeccata apparsa sul Corriere della Sera del 27/2/2001.
Immagine, insomma: risultato di una tattica di lotta
con la concorrenza. Musica capitalista, oserei
dire.
Fosse solo questo, ossia prodotti musicati venduti
ad altissimo prezzo: che se li comprino chi lo desidera.
Il fatto è che alla rete del mercato non sfuggono
nemmeno i pesci buoni, se non pochi fortunati-sfortunati.
Mi spiego: anche chi prova a fare cultura con il pentagramma,
è spesso costretto a cedere le proprie opere
alle mayor discografiche che traggono un guadagno
ingiustificatamente eccessivo, in cambio di una promozione
su larga scala. Ritorna, insomma, il disco visto come
puro prodotto commerciale e nient’altro. Chi
non cade nella rete è “fortunato”,
perché è riuscito a trovare in sé
la forza di volontà per non vendersi; “sfortunato”,
perché solo un miracolo potrà procurargli
un’apprezzabile notorietà.
Come rimediare al fatto che un certo pubblico
vorrebbe arricchirsi di cultura, senza per questo
impoverirsi di fatto? Sarà facile
concordare con me che 20 euro per un cd non sono affatto
ragionevoli. C’è, addirittura, chi in
passato ha sostenuto che i prodotti culturali (i cd,
ad esempio) e le loro manifestazioni (i concerti)
debbano essere gratuiti. E scusate se non sembra per
niente una pazzia. La cultura, anche e soprattutto
in Italia, diventa quindi semplice industria, roba
da ricchi.
L’attrazione che genera il mercato dalla ragazzina
per Ricky Martin, e quella che genera la cultura da
un’altra ragazzina per un vero artista, unisce
i due oggetti contro i 20 euro e li spinge allo scambio
di musica via internet.
Ed ecco la festa dell’ipocrisia: le case discografiche
sono pronte a sostenere che la pirateria fa calare
le loro vendite e, quindi, fa aumentare i prezzi.
Cioè, si nega il fatto che il peer-to-peer
sia nato quando già i cd costavano 40 000 lire
(in Italia, dove l’iva sui cd è la più
alta d’Europa). Senza contare la negazione dei
dati: tanto è vero che, secondo le stime di
Forrester Research, “nel 2003 la musica acquisita
digitalmente vale 220 miliardi di lire su scala globale:
quindi sola una modesta fetta del totale”.
Poi
ci si guarda intorno e si vede, per esempio, che i
cd del Manifesto (tutti ad 8 euro)
e di etichette indipendenti (dai 12 in giù)
hanno vendite sensibili e scarsissima diffusione via
internet. Il TG1 annuncia che la compilation di Sanremo
2005 ha venduto il triplo di quella del 2004 e domanda:
“perché è di qualità maggiore
o perché sta 10 euro anziché 20?”.
Ora, sapendo che la qualità non c’è
quasi, la risposta non è ovvia? Quindi…eureka!
Perché non abbassare i prezzi, visto che conviene
a venditore ed acquirente? Perché è
un fatto di principio, di apparenza, di immagine:
la grande mano del mercato non può dimostrarsi
debole davanti al pubblico.
Allora, signori miei, chi scarica non si senta in
colpa oppure, se si sente in colpa, boicotti chi atrofizza
la cultura. Finché la musica non verrà
riconosciuta come tale, anche dallo Stato.