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Sbiellature

La mano del mercato strozza la musica
di Antonio Piccolo

Non so quanti dei lettori conoscano quel gruppo pugliese che, a ritmo di reggae, canta “è l’ignoranza che crea l’intolleranza”. Comunque, non è un concetto poi tanto originale, sta di fatto che a questa tesi ne segue un’altra, abbastanza logica e altrettanto antica: è la cultura che libera l’uomo. Ora: parlare di cultura nel 2005, in occidente, è un po’ come parlare di sesso nel 1500, in Vaticano. Non che manchi del tutto il materiale culturale ma, a quanto pare, non si riesce a fare a meno di spacciarlo per semplice merce.

Da questa parte, ossia dalla parte di chi crede che la musica sia cultura, è una vita dura quella di oggi. Se proviamo a ricercare ciò che il mercato offre in primo piano, lo scenario è abbastanza imbarazzante: ciò che prevale su tutto, infatti, è l’immagine. L’artista - o il proprietario del copyright, sarebbe più corretto dire - è un essere bello, di solito, con un che di trasgressivo (dal punto di vista formale) e, invece, perfettamente in linea con il sistema. Riflettori accesi sull’ultimo video di Madonna, sulla nuova fidanzata di Ricky Martin, sul nuovo reato di Eminem o sull’ultima follia di Marylin Manson.

Scusate: ma la musica? Ah be’, quella viene da sé. E questo sullo scenario internazionale. In Italia lo specchio fedele della musica scelta ed imposta dall’alto per il povero gregge è il Festival di Sanremo. Non una rassegna musicale, bensì un galà, “una sorta di pratica divinatoria coatta per leggere la nostra società”, come recita una definizione azzeccata apparsa sul Corriere della Sera del 27/2/2001. Immagine, insomma: risultato di una tattica di lotta con la concorrenza. Musica capitalista, oserei dire.

Fosse solo questo, ossia prodotti musicati venduti ad altissimo prezzo: che se li comprino chi lo desidera. Il fatto è che alla rete del mercato non sfuggono nemmeno i pesci buoni, se non pochi fortunati-sfortunati. Mi spiego: anche chi prova a fare cultura con il pentagramma, è spesso costretto a cedere le proprie opere alle mayor discografiche che traggono un guadagno ingiustificatamente eccessivo, in cambio di una promozione su larga scala. Ritorna, insomma, il disco visto come puro prodotto commerciale e nient’altro. Chi non cade nella rete è “fortunato”, perché è riuscito a trovare in sé la forza di volontà per non vendersi; “sfortunato”, perché solo un miracolo potrà procurargli un’apprezzabile notorietà.

Come rimediare al fatto che un certo pubblico vorrebbe arricchirsi di cultura, senza per questo impoverirsi di fatto? Sarà facile concordare con me che 20 euro per un cd non sono affatto ragionevoli. C’è, addirittura, chi in passato ha sostenuto che i prodotti culturali (i cd, ad esempio) e le loro manifestazioni (i concerti) debbano essere gratuiti. E scusate se non sembra per niente una pazzia. La cultura, anche e soprattutto in Italia, diventa quindi semplice industria, roba da ricchi.

L’attrazione che genera il mercato dalla ragazzina per Ricky Martin, e quella che genera la cultura da un’altra ragazzina per un vero artista, unisce i due oggetti contro i 20 euro e li spinge allo scambio di musica via internet.

Ed ecco la festa dell’ipocrisia: le case discografiche sono pronte a sostenere che la pirateria fa calare le loro vendite e, quindi, fa aumentare i prezzi. Cioè, si nega il fatto che il peer-to-peer sia nato quando già i cd costavano 40 000 lire (in Italia, dove l’iva sui cd è la più alta d’Europa). Senza contare la negazione dei dati: tanto è vero che, secondo le stime di Forrester Research, “nel 2003 la musica acquisita digitalmente vale 220 miliardi di lire su scala globale: quindi sola una modesta fetta del totale”.

Poi ci si guarda intorno e si vede, per esempio, che i cd del Manifesto (tutti ad 8 euro) e di etichette indipendenti (dai 12 in giù) hanno vendite sensibili e scarsissima diffusione via internet. Il TG1 annuncia che la compilation di Sanremo 2005 ha venduto il triplo di quella del 2004 e domanda: “perché è di qualità maggiore o perché sta 10 euro anziché 20?”. Ora, sapendo che la qualità non c’è quasi, la risposta non è ovvia? Quindi…eureka! Perché non abbassare i prezzi, visto che conviene a venditore ed acquirente? Perché è un fatto di principio, di apparenza, di immagine: la grande mano del mercato non può dimostrarsi debole davanti al pubblico.

Allora, signori miei, chi scarica non si senta in colpa oppure, se si sente in colpa, boicotti chi atrofizza la cultura. Finché la musica non verrà riconosciuta come tale, anche dallo Stato.

30-05-2005
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