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Il grande vecchio: Guccini in concerto a Milano

di Leon Ravasi

Le ciliegie in maggio, le susine in giugno, i fichi in settembre, i cachi in ottobre e i concerti di Guccini. La neve a Natale, la nebbia di novembre, il solleone d’agosto e i concerti di Guccini. L’amore delle mamme, la passione dei sensi, il dolore di chi resta e i concerti di Guccini. Tutto il mondo gira per cicli: le stagioni, le tappe della vita, le maturazioni dei frutti, persino le biciclette. E poi ci sono i concerti di Guccini. Che sono immutabili. Costanti nel tempo. Cerimonie laiche di indefettibile bellezza.

Non c’è niente da fare: l’inizio è “Canzone per un’amica”, la fine è “La Locomotiva”, l’ossatura del concerto è l’ultimo disco uscito, il penultimo è regolarmente dimenticato e poi ci sono un po’ di chicche di ripescaggi che variano di volta in volta, lasciando quasi sempre fuori”Stanze di vita quotidiana”. E così è stato anche questa volta.

Folla delle grandi occasioni. Intasamento di macchine all’esterno ancora alle 21, ora prevista di inizio del concerto. Dodicimila persone stimate. Il 70% ha meno di 25 anni. Ci sono anche bambini. Noi “vecchi” siamo minoranza. Molti hanno anche i loro figli, da altre parti, spersi in platea, da dove sventolano bandiere cubane, argentine (in onore di Flaco) e anche una solitaria bandiera rossa. E cartelloni e striscioni di vario tipo su cui il Guccio ironizza benevolmente. Non gli viene niente da dire quando su uno striscione che legge a voce alta fino in fondo trova scritto “25 euro sono troppi!” (il costo del biglietto della serata). Glissa. D’altra parte sarebbe penoso spiegarlo. Non per fare i conti in tasca a nessuno, ma 25 euro moltiplicati per dodicimila fa 300.000 euro!

Ma poco importa. L’ingresso in scena del maestrone di Pavana è segnato da un’ovazione. Replicata quando dice “Grazie” e riproposta in occasione del “Buonasera”. Tant’è che Guccini ritiene opportuno ironizzare: “Non ho ancora detto niente! Non è che buona sera sia poi … So fare di meglio!” Poi attacca con le battute sul lifting e con una sorta di identificazione burlesca con “cavaliere” (“Il nostro leader maximo … si fa per dire”). “Scusate sono stato via un po’ di tempo … mi sono fatto il lifting”. “Com’è che tutti dicono questa è la banda di Flaco, questa è la banda di Vince, questa è la banda di Ellade e nessuno dice mai questa è la banda di Guccini! Ma sono io che ci ho messo i soldi!”. “Ho in mente di prendere due chitarristi. Due punte, due chitarristi. Poi anche due batteristi, due pianisti, due di tutto, insomma”. Applausi.

Il vecchione è in forma. 64 anni ben portati, un po’ appesantito nella sua camicia rossa fuori dai pantaloni, jeans neri, ma ancora agile e scattante, in grado persino di improvvisare inverosimili mossette rock durante una sciamannata versione di “Blue suede shoes” di Carl Perkins. “Le mosse le ho provate per ore davanti allo specchio, ma la difficoltà di tradurre una canzone ascoltando il disco …” Tutto ciò per introdurre “La ziatta”.

Vediamo la scaletta: venti canzoni (contando Blue suede shoes). Fuori programma solo “Farewell”, “Shomer ma mi-llailah?” e “Scirocco”. Forse non appartengono alla scaletta fissa nemmeno “Autogrill” e “Il vecchio e il bambino”. Poi, oltre ai pezzi del nuovo disco (tutti tranne La tua libertà, inedito dal 1970 che per Guccini avrebbe potuto rimanere tale), gli (diciamo così) “evegreen” del maestrone: “Auschwitz”, “Dio è morto”, “Cyrano” (evegreeen recente, ma molto amato). Niente “Avvelenata”, come da qualche tempo ormai, nonostante le richieste.

Più di due ore e mezza di concerto tenuto con voce potente e sicura, toccando pochissimo la chitarra e solo sulle vecchie canzoni. “Il mio gruppo ogni tanto mi costringe a suonare la chitarra. No, perché io sarei più bravo di Flaco … bravo come Flaco … un po’ meno bravo di Flaco … Insomma quando Flaco è arrivato suonava così bene la chitarra che gli ho detto suonala tu! Ma ogni tanto mi costringono”.

L’applausometro: tra i “classici” Cyrano ormai inizia a superare “Dio è morto”. Tutti in piedi sotto il palco appena parte la frase: “venite pure avanti”. Come se fosse una parola d’ordine 5000 ragazzini del parterre scattano come un sol uomo e si ammassano alle transenne. Lumini e affetto per “Auschwitz” e “Il vecchio e il bambino”. Cori per Autogrill e Farewell (la mia preferita). Scirocco se la ricordano in pochi, ma piace.

Tra le canzoni nuove primato assoluto per “Canzone per il Che” di Flaco-Montalban-Guccini, seguita da “Piazza Alimonda”. Non a caso il furbo Guccini le piazza in pre-chiusura di concerto a a ridosso degli ultimi due classici. Il ordine calante poi “Cristoforo Colombo”, “Una canzone”, “Certo non sai”, “Odysseus”. “La ziatta”, penalizzata dal modenese di cui, grazie anche ad un’acustica infame, non si capisce una fava e “Vite”, in cui invece Guccini sembra credere molto, ricevono solo applausi di cortesia. Peccato per “La ziatta”, ma “Vite” è davvero un episodio minore.

Che dire di più? Guccini è amato, amatissimo. Quindi il suo concerto trascende lo spazio artistico, prescinde il parco e si svolge in buona parte in platea. Belle facce, giovani ed entusiaste: belle facce pronte a capire i messaggi che il maestrone di Pavana continua a snocciolare dal palco. Oltre al rito, la partecipazione che, se non è libertà come diceva Gaber, è pur sempre un buon segnale.

E allora, per dirla col Guccio, cantiamo in coro “trionfi la giustizia proletaria” e andiamocene a casa felici, sollevando l’ormai anchilosato pugno chiuso.

Ultimo aggiornamento: 03-02-2004
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