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Canzoni d'autore al Piccolo

Gianmaria Testa: l'uomo di pioggia
di Moka

Se dovessi scegliere due elementi per definire Gianmaria Testa, direi che è un uomo di Aria e di Acqua. Ma la sua acqua non ha nulla a che vedere col mare. Al massimo è acqua di fiume, ma è soprattutto acqua di pioggia, di nebbia, di bruma. Avete fatto caso quanto piove, nelle canzoni di Gianmaria? E che c’è poca luce, che è quasi sempre notte, o sera o mattina presto? Ecco, questa è la sua atmosfera e così è la sua musica: ti gocciola dentro fino ad imbibirti.

Così, il 29 e il 30 gennaio, per la rassegna “Canzoni d’autore”, Gianmaria Testa piove dentro al Piccolo di Milano. Era la sua prima volta a Milano dall'uscita di "Altre Latitudini" e la sua seconda volta al Teatro Studio. Con lui Enzo Pietropaoli al contrabbasso e Piero Ponzo al clarinetto e sax. Quasi buia la sala del Piccolo quando entra con la sua chitarra e i suoi minimalismi. Soffuso e gentile, presenta le prime canzoni alla maniera di “Il valzer di un giorno”, ossia messe a nudo, spogliate di tutti i “lustrini”, di tutto ciò che non sia la carezza della chitarra e della voce.

“Dentro la tasca di un qualunque mattino/dentro la tasca ti porterei/nel fazzoletto di cotone e profumo/nel fazzoletto ti nasconderei//e con la mano, che non veda nessuno/e con la mano ti accarezzerei”.

Parla, Gianmaria. Collega con un esile filo di aquilone le sue canzoni. Spiega che la sua generazione non ha nulla di “concreto” da lasciare come eredità ai figli. “Non abbiamo fatto la resistenza, per il ’68 era presto e per il ’77 era già tardi, così ci restano soltanto delle idee fragili, come transatlantici di carta o aeroplani a vela”

E poi dall’aria all’acqua dei piccoli fiumi, e dopo i fiumi entrano in scena Ponzo e Pietropaoli. E sono tre uomini in nero, che quasi si dissolvono nel nero dello sfondo, ma voce, chitarra, clarino e contrabbasso, ah, quelli si fanno sentire e impregnano l’aria e l’anima. E nella “Città lunga” è ancora nebbia e pioggia e sono ancora ricordi umidi e soffusi

“Dalla finestra del mio ufficio si vede un trapezio di cielo tra i due palazzi di fronte. Che a rigor di logica questo trapezio dovrebbe essere un rettangolo, ma non abbiamo ancora capito se ad essere storto sia il muro o la finestra. Nel mio ufficio lavoriamo di solito in due e a volte facciamo un gioco: se nella strada che porta alla stazione passa non dico una donna, ma un qualsiasi essere di sesso femminile, chi sta alla finestra dice "Guarda", l'altro arriva a vedere e poi si commenta. Sì, lo so che è un gioco ignobile, ma mi ci sono prestato: la vita dei ferrovieri è anche questo. Bene, una volta, era mattina presto, forse mancava un quarto alle sei, vado alla finestra e vedo una luna bellissima. Rossa, enorme, stava tramontando, la più bella luna che io abbia mai visto. Almeno a Cuneo. Così dico "Guarda". Il mio collega arriva e guarda verso il basso. La strada era così buia che anche fosse passata Nastassia Kinski non ce ne saremmo accorti. Allora io indico verso l'alto. Lui guarda le finestre del palazzo di fronte. Ma niente nemmeno lì. Visto che il mio dito imperterrito continua a indicare verso il cielo, alza lo sguardo e finalmente vede la luna. Così guarda me, tace, e torna a sedersi alla scrivania.” Ed è "Comete"

Davide Van De Sfroos
Entriamo nel bar e, sorpresa, ci sono già tutti: il Genesio, Stefan Magutt, il Mariano, la barista quella con le tettone, i musicanti … e soprattutto Davide. Che entra assieme a noi, si toglie il cappotto e il cappello e si mette ad ascoltare i musicanti, impegnati in un tango d’assaggio. (segue)

Non si può sicuramente dire che Testa appartenga al filone sociale della canzone d'autore, ma non rinuncia comunque a prendere una posizione politica per presentare “Dentro al cinema”: “Io non so come la vedete voi qui a Milano, ma per me, da un po’ di tempo stare in Italia è come essere al cinema a vedere un brutto film. Ti ci hanno portato, tu non ci volevi andare, ma uscire prima della fine non è molto bello… Lo sapevi già che il regista non era un granché, ma è proprio un brutto film” e attacca con un arrangiamento molto jazzato e un lungo assolo di contrabbasso a ricamare note.

Ora Gianmaria inforca la chitarra elettrica e materializza “Solo per dirti di no” e poi “L’automobile”, con quella sua atmosfera quasi buscaglionesca. E qui sono sax e contrabbasso a sottolineare il mood di una notte che sgocciola nelle nuvole di un’alba e nella tristezza di un addio. E ancora “Come di pioggia”, quella che scioglie gli amori di sabbia. Che è una delle canzoni più umide. Marciapiedi bagnati, vapore dal catrame, terra umida e caldo che abbraccia. Fino a quando lei non mette su “La voce da combattimento” e lui, appena entrato in casa, esce e va a farsi un giro. Sotto la pioggia.

Carlo Fava
Uno spettacolo fatto di binomi, quello monologhi-canzoni, ma soprattutto quello pubblico-privato. La riflessione sulla dimensione pubblica, su quello che ci piace e soprattutto non ci piace è una cosa che sempre meno interessa all’italiano medio, all’”uomo flessibile”
(segue)

E poi si vola leggeri sulle colline de la “Veduta aerea”, perché il secondo elemento di Gianmaria è l'aria, quella delle mongolfiere, quella del vento. E di seguito una struggente “Gli amanti di Roma” fatta solo alla chitarra e poi fischiettata nel quasi buio di una sala rapita e silenziosa, dove il pubblico di un gelido inverno trattiene anche i colpi di tosse fino a quando scoppiano gli applausi alla fine delle canzoni.

Legge “Naufragi”, una poesia di Erri De Luca tratta da “Lavori sull’acqua”. Accenna al fatto che la poesia introduce alla presentazione in anteprima mondiale un assaggio del suo nuovo lavoro “Sì, lo so che se lo dice Springsteen fa un altro effetto, ma è un’anteprima mondiale anche questa…” La nuova canzone parla di luci lasciate accese alla porta di casa. Luci per la notte e anche per il giorno che arriva. Ma una luce accesa a una porta è inutile al giorno, come una voce di giorno si spegne se nessuno risponde e un nome si perde per sempre se nessuno lo chiama.

Seguono ad una ad una le altre canzoni, intervallate da brevi aneddoti, da racconti di vita, da piccoli spunti, quasi invisibili che però lui coglie e ci ricama e ci regala. La sua voce è velluto, e ci parla di viaggia interiori, di amori presenti o passati, di sensazioni, di piccoli rumori e colori. I suoi fidi compagni lo sostengono e lo esaltano, disegnando trame di note attorno alle sue parole, evocando ritmi che vanno dal tango al jazz al valzer e creando suggestioni calde, intense, avvolgenti, che ci seguiranno anche fuori dal teatro, in una fredda notte d'inverno.

Ultimo aggiornamento: 31-01-2005
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