Il
concerto di Davide Van De Sfroos rappresenta quest’anno
l’evento inaugurale della ormai tradizionale
rassegna estiva “The Rhythm of the Lake”
promossa dall’agenzia Four One di Como diretta
da Vittorio Quattrone. Proprio perché la manifestazione
non è certo al suo primo anno certe approssimazioni
organizzative lasciano un po’a desiderare. Ci
presentiamo alla biglietteria davanti all’entrata
circa un’ora prima dell’inizio.
Vado a prendere tre biglietti ai quali viene comunque
applicata la maggiorazione di prevendita, la metto
sul ridere con le altre persone in fila e mi accingo
a pagare i 51 euro necessari con una banconota da
50 e una da 10. A quel punto la signorina addetta
alla vendita (che un attimo prima avevo sentito diligentemente
difendere, davanti a una signora che chiedeva chiarimenti,
la legittimità del far pagare ancora la prevendita),
appurato che non avevo un euro in moneta mi dice di
darle 50 che andava bene lo stesso. Quindi se andava
bene lo stesso immagino che la prevendita potesse
non essere pagata. In compenso ci regalano una deliziosa
locandina del concerto. Concerto che doveva iniziare
alle 21 peccato che alle 21:05 ancora ci fossero tecnici
su delle scale intenti a sistemare le luci.
Arriviamo
circa un’ora prima dell’ inizio del concerto
e ne approfittiamo per una passeggiata lungo il parco
stupendo di Villa Erba che è stata per qualche
anno la dimora di Luchino Visconti che, non c’è
che dire, si trattava davvero bene. Arriviamo davanti
alla Villa dove è montato il palco e la location
è proprio stupenda tanto che lo stesso Van
De Sfroos durante il concerto farà notare che
quella “è una sera speciale” perché
non capita spesso di suonare di fronte all’Akuaduulza,
cioè all’acqua dolce (che è appunto
il titolo del suo ultimo lavoro discografico).
Vedere un concerto di Van De Sfroos a Como è
inevitabilmente qualcosa di particolare. Il contrasto
principale è determinato dal fatto che fuori
dai confini regionali (ma forse anche solo provinciali)
vedere Van De Sfroos è una cosa che si fa oltre
che con un po’di curiosità, con lo spirito
di chi va a vedere un evento culturale. A Como è
diverso, metà dei presenti lo conosce personalmente
(tre quarti dei presenti a precisa domanda vi risponderebbe
di essere un suo amico d’infanzia), alcuni lo
hanno davvero visto cominciare, hanno ascoltato le
sue prime cassette nel mangianastri in macchina, quando
ancora i dischi non erano nei negozi. In poche parole
a Como è una serata con un vecchio amico, con
una persona che si sente vicina. Lo si capisce dalle
tovaglie a terra come se si andasse a un pic-nic,
lo si capisce da tre deliziose signore sulla sessantina
che aspettano il concerto sedute su uno sgabello portato
da casa.
In questa atmosfera da festa di famiglia vengono quasi
ignorati i camion e le telecamere di Rai Due dirette
dal regista Giovanni Ribet presenti per girare un
documentario che andrà in onda nell’ambito
del programma Palcoscenico documentario che conterrà
le immagini di De Sfroos ripreso sia live che nei
luoghi del cuore; più o meno sullo stile di
“Buena Vista Social Club” il film sui
musicisti cubani come Compay Segundo o Ibrahim Ferrer
diretto da Wim Wenders.
Quando alle 21:30 entrano i musicisti e cominciano
a suonare una musica gitana l’atmosfera più
che da festa di paese si fa da film di Goran Brègovic
e l’interprete principale come da copione non
si fa attendere, in camicia arancio, gilet e lungo
giaccone di pelle (del quale si libererà subito);
accenna due passi di danza e il concerto può
cominciare. El Baron, Madame Falena e La Balera ci
portano veloci ad Akuaduulza la suggestiva title track
dell’ultimo disco che viene introdotta in sardo.
Van De Sfroos nel numero dell’ “Isola
che non c’era” dell’ottobre 2002
parlando di un giorno da ragazzino quando scoprì
la Sardegna ricordava che quel giorno capì
che “la mia terra era mia madre e le avrei sempre
voluto bene, ma che mi ero innamorato”. Questo
sentimento sembra durare perché proprio Akuaduulza
viene introdotta in sardo e verso la fine del concerto
Davide ci regala una stupenda cover di Zirichiltaggia
di Fabrizio De Andrè .
Van
De Sfroos ha una gran voglia di raccontare e raccontarsi.
Raccontare da dove nascono le descrizioni presenti
in una canzone come ad esempio “Balera”
che è un affresco dei luoghi che hanno visto
i suoi esordi. Ma anche voglia di raccontarci le leggende
del lago dalle quali prende spunto per canzoni come
“Nona Lucia” e “Fendìn”
( che nasce dalla leggenda delle sette streghe di
Torno).
Attesissimi
e accolti da grande entusiasmo sono i classici come
“De Sfroos”, “Sguarauunda”
e “Cyberfolk”; prima di suonare “La
Nòcc” De Sfroos rimprovera scherzosamente
il figlio di tre anni che segue il concerto sotto
il palco oltre le transenne (per fortuna viste le
sfrenate danze improvvisate nelle prime file) ricordandogli
che “…non è che puoi dirmi tutto
come quando siamo a casa…” Il gruppo è
composto da una nutrita sezione di fiati (ben nove
elementi) e da Marco Fecchio alla chitarra “rossa”
e Edo Perlasca alla chitarra “bianca”,
Silvio Centamore alla batteria, Max Malavasi alle
percussioni, Saro Calandi alla fisarmonica, Alessandro
Parilli al basso, Tiziana Zancada voce balli e coreografie,
Viviana Tello e Chiara D’Amico sono le ballerine.
Una menzione speciale la merita Angapiemagie Anga
Galiano Persico al violino ma il lavoro di tutti è
superlativo e contribuisce in canzoni come “Il
paradiso dello Scorpione”, “Il Corvo”
la stessa “Zirichiltaggia” o “Shymmtakula”(che
nel finale sfuma nella tarantella e nella tammùrriata”
prima di finire con una citazione di ”Ho visto
un re), a creare un’ atmosfera di grande coinvolgimento
che sarebbe perfetta per il festival della Taranta.
Ma è quando De Sfroos intona una delle sue
ballate che vengono toccati i punti più alti
del concerto. E se “La ninna nanna del contrabbandiere”
e i suoi sentimenti di misericordia laica ci fanno
tornare in mente “Il Pescatore” di De
Andrè allora “Sciùur Capitan”
(oltretutto arricchita nel finale da due strofe della
“Canzone del Piave”,il canto che intonavano
gli alpini durante la prima guerra mondiale) viene
spontaneo associarla alla “Guerra di Piero”
(sto esagerando?).
Il primo dei bis è “Véntanas”
che eseguita chitarra e voce, proprio sulle rive del
lago che l’ha ispirata rappresenta forse il
momento più suggestivo di tutta la serata.“Hoka
Hey”, “Pulènta e galèna
frègia”in versione quasi reggae e l’immancabile
“La Curiera” chiudono la serata. O meglio,
Van De Sfroos lascia il palco mentre il suo gruppo
continua a suonare per tutti quelli, e sono ancora
tanti, che hanno ancora voglia di ballare.
Proprio come succede alle feste tra amici. Alle feste
che riescono bene naturalmente.