“Si
intitola semplicemente “Pezzi” il nuovo
album di inediti di Francesco De Gregori in uscita
il prossimo 25 marzo, a quattro anni di distanza da
“Amore nel pomeriggio”. Il lavoro si preannuncia
immediato nei suoni e negli arrangiamenti, trasposizione
della dimensione live prediletta dall’artista."
Questo in sintesi quanto si legge in rete,
riverberato e amplificato da più parti, e non
a caso: un nuovo album di inediti del “Principe”
è indubbiamente un evento. “Pezzi”
arriva a quattro anni dal precedente, splendido “Amore
nel pomeriggio”. Un tempo sufficientemente lungo
per meditare, riconsiderare, analizzare, forse cambiare
rotta o chissà, continuare su quella nota,
percorsa e collaudata.
Continuo la lettura. "Dal 22 marzo, in anteprima-esclusiva
su Radio Capital, tutte le canzoni; da martedì
22, Francesco De Gregori parlerà ogni giorno
alle 12.45 del suo nuovo album con Mary Cacciola.
Sabato 26 marzo, dalle 13 alle 14, lo "Speciale
Francesco de Gregori". Radio Capital sarà
anche media partner del tour che partirà con
quattro date pilota: il 17 maggio a Palermo, il 19
a Roma, il 21 a Milano e il 23 a Torino.”
Grazie alla gentilezza di un amico (di cui racconto
a fine articolo, per non annoiare inutilmente "quelli
che non glie ne può importare di meno")
vengo in qualche modo ammessa all'Evento dedicato
al gotha del giornalismo musicale italiano e ai fan.
WOW! Paura!
Il pubblico è misto, fatto di giovani (i fans)
e meno giovani (il gotha). Il Deg è decisamente
invecchiato (compie 54 anni il 4 aprile) ma è
in forma, sembra contento di essere lì a suonare
e saltella come un grillo.
Attacca con A Pa, la vecchia canzone
dedicata a Pasolini. Forse vuol essere una dedica,
o un riconoscimento a un ispiratore, al suo modo di
osservare, analizzare, comunicare... “il
mio nuovo lavoro ha l’impronta di Pasolini,
intellettuale lucido e silente”, dirà
in un intervista.
La band intervalla brani tratti dal nuovo lavoro -
molto belle Gambadilegno a Parigi
e Numeri da scaricare, con quel suo
ritmo trascinante e strascicato da treno (la chitarra
ricorda quella di Neil Young nella colonna sonora
di Dead man, e il ritmo fa pensare
proprio a quel treno che corre e corre e corre e traversa
gli States da est a ovest mentre il paesaggio cambia
e la chitarra insiste e si ripete e martella) –
a pezzi noti come Un guanto e Compagni
di viaggio, tutte rifatte in questa chiave
decisamente rock e lontana da qualsiasi tentazione
cantautoral-melodica.
Nonostante le parole dicano “Nessuno che ti
chiama, nessuno che ti chiede se vuoi ballare”
c’è gente che si agita e nei momenti
più “tranquilli” fa la sua timida
comparsa anche qualche accendino.
I suoni sono queli tradizionali del folkrock americano
anni ‘70-’80. Non c’è spazio
per “la musica etnica, la contaminazione”,
nessuna apertura. Lui procede dritto e duro controtendenza,
armato di chitarra e accompagnato da altre tre - Lucio
Bardi e Paolo Giovenchi all'acustica e all'elettrica
e Alessandro Valle alla pedal steel guitar, più
basso - Guido Guglielminetti, tastiere - Alessandro
Arianti, e batteria - Alessandro Svampa. Nulla di
innovativo dal punto di vista musicale, quello che
ci sono i suoni sporchi e dissonanti tipici di Dylan
e a lui così cari.
I
testi non sono riuscita ad ascoltarli molto, non era
la situazione ideale e la band picchiava duro. Ma
il clima generale è di denuncia alla società,
di fumo e di rovine, più qualche annotazione
intimista. Il tutto riletto strizzando l’occhio
non solo al menestrello di Duluth, ma anche a quell’altro
vecchio amore che risponde al nome di Leonard Cohen.
(Ad esempio ne “Il panorama di Betlemme”
ci sono dei riferimenti a “The Captain”.
Se siano voluti non lo so, ma io ce li ho trovati).
Il concerto va avanti per un'ora e mezza circa; è
un rock possente, con un'energia da far invidia ai
giovincelli che si agitano sulla pista. Come già
detto lui è di ottimo umore. Concede non uno
ma, badaben, badaben due diversi bis. Tra le canzoni
un a Buonanotte fiorellino elettrica,
il singolo Vai in Africa, Celestino
e la finale Il bandito e il campione
- "L'ha scritta mio fratello, che stasera
è in sala. Parla di un tempo in cui i campioni
erano forse meno drogati di adesso e i banditi erano
sicuramente meno banditi".
Appendice: le mie (dis)avventure in un mondo
non mio.
Quando ho letto su internet delle date pilota mi son
chiesta cosa fossero esattamente. Mi hanno detto che
sarebbero state quattro anteprime rivolte alla stampa,
ai fan club e agli ascoltatori di Radio Capital Mi
hanno detto anche che la data milanese non sarebbe
stata il 21 marzo al Filalorum, come precedentemente
comunicato, ma ai Magazzini Generali. Magazzini Generali?
(È un locale parecchio trendy) Radio Capital?...
Che c’azzecca Radio Capital con De Gregori non
lo capisco. Evidentemente sponsorizza; non sto a sottilizzare
troppo, però la mia pelle ha un leggero senso
di disagio e mi viene in mente quella frase "Tu
da che parte stai? Stai dalla parte di chi ruba nei
supermercati, o di chi li ha costruiti? Rubando!"
.
Sorvoliamo. La stampa, dicevo. Ok, io non sono la
stampa, ma forte del fatto che scrivo sul web e su
una rivista musicale che si occupa esclusivamente
di canzone d’autore mando una bella mail e chiedo
un accredito. Probabilmente sono così affaccendati
che non vengo nemmeno degnata di una risposta. Vabbè.
Mi attacco al telefono. Mi viene risposto, abbastanza
educatamente, a dire il vero, che di accrediti non
ce ne sono più. Va bene, penso. Ci sta.
No. In effetti non ci sta mica tanto. Ai Magazzini
Generali non ci sono mai stata, ma so che sono grandi.
Possibile che ci sia tutto questo pienone? Arriva
a mio soccorso un amico. Mi dice di avere un invito
per due persone e di essere solo. Se voglio, posso
andare con lui. Non sono convintissima, ma "Se
non si va non si vede". E se non si vede come
si fa a parlare di una cosa? Il fine giustifica i
mezzi. Accetto.
Arriva la fatidica sera. Gente tanta, ma il posto
è davvero enorme. Ci sarebbero potute stare
tranquillamente almeno altre 100 persone senza pestarsi
troppo. Alora è proprio me che non volevano,
oppure sono di quelli che vedono internet-come-il-demonio-che-copia-e-masterizza...
Mi qualifico e parlo con l’addetto stampa. La
signora mi risponde che no, la cartellina niente,
non me la può dare, sono contate. Capisco,
il solito discorso dei “Giornalisti Importanti”.
Wow, se da una parte sentirsi dire in più o
meno belle parole “per te non ce n’è”
può essere spiacevole, il fatto di non essere
considerata “uno dei nostri” mi fa quasi
felice. Non voglio proprio essere una di voi.
Così il disco non l’ho ascoltato, eccetto
per i brani trasmessi “in esclusiva su Radio
Capital” e non so se davvero sia, come ha dichiarato
lo stesso de Gregori “La prima volta che
un mio disco suona esattamente come suonerà
dal vivo con la mia band”. Posso solo dire
che è contenuto in un digipack e che - Udite!
Udite! contiene finalmente un libretto dei testi.
La copertina è grigia, serigrafata a pezzi
di puzzle, come per sottolineare il fatto che si parla
di frammenti di un mondo che vengono analizzati e
descritti, girati e rivoltati per tentare di incastrarli.
E che una volta ricomposto il quadro, ne esce un paesaggio
completamente grigio