Leonard Cohen: "Dear Heather"

Il Buscadero - Junion Bonner's choiche

Splendido nuovo album per il grande cantautore canadese. Un disco di ballate influenzate dal folk, con la grande voce dell’autore che si misura con ballate lente e sensuali, profonde e romantiche. Un lavoro dai profumi intensi, giocato sulle voci, dotati di testi letterari e molto più accessibile dei precedenti.

Da Rockol (Alfredo Marziano)

Ci sono dischi, film e romanzi inestricabilmente legati al tempo e al luogo in cui sono stati concepiti e realizzati, prodotto di ambienti e periodi storici specifici. Altri vivono in una terra di nessuno, in spazi non circoscritti, in una dimensione di apparente atemporalità. Canzoni e album di Leonard Cohen appartengono sempre più spesso a questa seconda specie. C’entrano anche la geografia e l’atteggiamento mentale di un uomo che, a settant’anni compiuti (a settembre), sembra prendere sempre più distacco dalle cose terrene: il monastero zen di Mount Baldy, California, dove ha trascorso alcuni anni in isolamento e in preghiera, e Los Angeles, dove è tornato oggi a vivere e a lavorare, sono, nella loro siderale distanza concettuale, due “non luoghi” per eccellenza. Di qui, forse, la scarsa o nulla preoccupazione che Cohen mostra di risultare anacronistico, fuori dal tempo, con la sua musica a volte scarnificata fino alle ossa, altre volte avviluppata in suoni fin troppo vellutati o goffamente modernisti (un atteggiamento di imperturbabilità, il suo, condiviso da altre anime inquiete e introspettive ai confini del pop: Van Morrison, per esempio).
Il nuovo disco segue per buona parte questo secondo sentiero: le cadenze lente e letterarie con cui porge le parole, quella voce catramosa e solcata dalla vita, restano uno spettacolo straordinariamente affascinante. A volte sopraffatto e ingabbiato, però, dall’angelico contrappunto vocale di Sharon Robinson e Anjani Thomas (anche coproduttrici), dai sax notturni e dai ritmi felpati, dal jazz gospel blues un po’ di maniera, da quei fondali elettronici persistenti che stonano come le macchie di colore aggiunte a un bel film in bianco e nero per un malinteso desiderio di attualità.

Da Linus (Riccardo Bertoncelli)

E' un disco di cui non comprendo il perché ma che soprattutto non so definire. è come se Cohen, dopo averlo voluto, si fosse ritratto, lasciandolo a mezz'aria: fatto di vuoto e assenza, della sua voce che si leva a cantare ma poi si placa e parla, e volentieri cede il posto a quella di Anja Thomas, e di canzoni che non aspirano a solidità e rotondità ma tremolano fragili e fugaci, e basti così, germogli che non cresceranno mai ("sono canzoni trasparenti", leggo nelle note di Pico Iyer: "appunti di un notes, ricette appese sulla porta di un frigorifero").

Da Mescalina (Maurizio Pratelli)

Possiamo parlare male di Leonard Cohen? No, non possiamo farlo. Nessuno può mettere in discussione il suo patrimonio artistico, la quantità di canzoni che il poeta canadese ha scritto in quasi quarant’anni di carriera, ponendo delle pietre fondamentali per la costruzione della storia del rock. Possiamo parlare male dell’ultima opera di un uomo settantenne che per pubblicarla ha deciso di interrompere l’ennesimo esilio? Purtroppo sì. Se pensiamo che la carriera letteraria di Cohen era iniziata con la pubblicazione di poesie e romanzi, tra cui l’ottimo “The Beautiful Losers”, prima di esordire nel mondo discografico con l’epocale “Songs of Leonard Cohen”, ascoltando le canzoni di questo nuovo lavoro verrebbe da pensare che sarebbe stato meglio tornare al primo e mai sopito amore.

Parola di Bielle

Non convince questo nuovo Cohen. Bisogna ascoltarlo perché è Cohen. Ma anche così non convince. E non se ne capisce il motivo di andarsi a imbarcare nell'opera di un disco nuovo se (a settant'anni peraltro) non si è fortemente motivati. Fatti i debiti paragoni scuscita perplessità simili a quelle che può provocaro Paolo Conte con "Elegia". Se non fosse che all'avvocato di Asti mancano forse forti motivazioni, ma la classe e la musicalità sono rimaste intatte. Qui Cohen sembra più che altro vittima delle circostanze. E mancano anche quei colpi d'ala chepure avevano risollevato "Ten new song" dalla noia di Mrs Robinson (la produttrice).