Una Brigata di memoria, di cultura, di utopie,
di speranze, d'informazione, dell'uomo.
















Canzoni d'autore al Piccolo

Davide Van De Sfroos: un grande affabulatore per il Piccolo
di Giorgio Maimone

“Vacca boja che frecc ch’el fa sta sira! “El frècc uramai el m'ha mangiaa el paltò”, cumè al dis lu. Tel chi el bar. Cià valà che andemm al bancon a bev un campari o a cercà l’universo in un bicer del Cynar!”,

Entriamo nel bar e, sorpresa, ci sono già tutti: il Genesio, Stefan Magutt, il Mariano, la barista quella con le tettone, i musicanti … e soprattutto Davide. Che entra assieme a noi, si toglie il cappotto e il cappello e si mette ad ascoltare i musicanti, impegnati in un tango d’assaggio. Angapiemage Galliano Persico inizia a distillare magie “violinare” accompagnato dagli altri tre membri del Libertango. Davide si siede al tavolo, preparato con un fiasco di vino, quattro bicchieri e un mazzo di carte; assieme a lui Marco "Python" Fecchio, il nuovo chitarrista rock blues (anche se in realtà si tratta di un ritorno al fianco di Davide, con cui aveva collaborato ai tempi di "Manicomi") che dovrà impegnarsi non poco per non far rimpiangere Claudio Beccaceci, Francesco Motta alla chitarra acustica e un bravo batterista (Massimiliano Malavasi).

Il bar è ricostruito all’interno del Teatro Studio del Piccolo Teatro di Milano dove mercoledì 19 gennaio è iniziata una delle più interessanti manifestazioni musicali dell’anno per quanto riguarda Milano. Assieme ad “Acrobatici Anfibi” al Matatu e alla prossima serie di spettacoli di Carlo Fava con ospiti alla Salumeria della Musica, “Canzoni d’autore” allinea al Piccolo Teatro Studio per quattro appuntamenti alcuni dei migliori esponenti della terza generazione dei cantautori di area tendenzialmente lombarda o nord-occidentale. Dopo Van De Sfroos (in replica il 20 gennaio) ci saranno Carlo Fava il 22 e 23, i Sulutumana il 26 e 27 e GianMaria Testa il 29 e 30 gennaio.

In dieci giorni sfila quindi in pratica quanto di meglio è dato sentire oggi dalle nostre parti (se togliamo Testa che è di Cuneo, le città natali degli altri tre stanno in un raggio di 40 chilometri!). Ha una logica, in questo senso, partire dall’unico di questi cantori che si esprime nella lingua locale (o, meglio, nel dialetto laghèe). E Davide dimostra subito di meritare tanta stima, allestendo un vero spettacolo, nuovo, organico, denso e pure lungo. Sono tre ore tonde più due bis, senza intervalli, ma passano veloci e leggere.

Siamo in un teatro e Davide si adegua. Il metodo da lui seguito ricorda Dario Fo, del tipo “ci ragiono e canto”. Affabulatorio e fluviale (più che lacustre) Davide si perde letteralmente nel suo mondo e a colpi, a piccoli tocchi, a spruzzi di “arcivernice”, quella del professor Alambicchi, sul “Corrierino dei Piccoli” degli anni ’60, che dava vita alle cose inanimate, ce lo restituisce nello spazio scenico del Teatro Studio. Dopo poco dall’inizio non siamo più seduti a cerchi attorno a un gruppo di musicisti con cantante: siamo sulla pubblica piazza di Tremezzo e stiamo guardando da dietro i vetri l’interno della Pensione Magnolia ed il suo bar, cercando di familiarizzare coi tipi strani che lo popolano.

Davide ne fa le voci, assume i tratti caratteriali, i tic, perfino alcuni aspetti somatici e, sempre alla Dario Fo, abbina gesti e mozziconi di parole, quello che serve a ricreare con la sola scenografia della parola, un ambiente, un mondo, una vita, mille vite.Unico limite la chitarra e il microfono che lo costringono a una permanenza forzata a centro scena, da cui si riscatta nei brevi attimi in cui lascia spazio all’orchestra da sola e si siede a osservarla al tavolino del bar. Così a suo agio nella parte che, a un certo punto, mentre la band suona, invita a gesti uno spettatore ad accomodarsi al tavolo per bere un bicchiere di vino con lui.

Poi ci stanno le canzoni. E anche qui ci sono novità. Ma, per così dire, restano quasi sullo sfondo, così presi siamo dalle storie che racconta. Le canzoni di Van De Sfroos, però, non sono mai casuali: la trama di fondo da lui intrecciata fa sì che racconti, poesie e canzoni trapassino glio uni nelle altre senza frizioni e senza causare danni.

Conta poco che si ascoltano alcune riprese come “La nocc” o “L’esercito dei dudes cadregh”, o ancora, la magnifica resa della traduzione italiana di "Franks wild years" di Tom Waits che diventa "I ann selvadegh del Francu", altri classici inamovibili come “Pulenta e galena fregia”, “Sugamara”, “Trenu trenu”, “I cauboi”, "Il Genesio" o nuove proposte come una meravigliosa “Nostra signora dei platani e dei panni stesi” che è un recitarcantando sopra la musica del tango “Oblivion” di Astor Piazzolla di luminosa bellezza. C’è anche un inedito (l’unico) dal prossimo disco che si intitola “Akuaduulza” e che uscirà il 17 febbraio: “Cara Madonna” che è “un misto tra le ave maria che siamo abituati a sentire e una nuova forma di preghiera, adatta alle circostanze. La musica è presa da un tema di Pachelbel, compositore tedesco del ‘700”. “Cara Madonna” contiene così tante parole da riempirci un disco intero, più che una canzone sola e bisognerebbe rimeditarle tutte, ma il tema prende e questa invocazione di spiritualità laica affascina anche il pubblico pagante che con un puntuale applauso lo sottolineerà. Tra l’altro chissà se Davide si ricorda di “Rain and tears” degli Aphrodites Child? Una bella canzone di grande successo, del 1968, con la musica composta su un canone dello stesso Pachelbel.

Non è un inedito, in quanto non uscirà su disco, ma è pur sempre una prima volta, la chiusura dello spettacolo che Davide affida a una riproposizione della "Canzone di Pinocchio", cantata da Nino Manfredi nella versione televisiva della favola curata da Comencini, la migliore mai realizzata. E Davide fa precedere la canzone da una lunga (e improvvisata?) considerazione sui paralleli tra il fabbricante di burattini Geppetto e questo artigiano fabbricante di canzoni che siede sul palco del teatro. Nessuno dei due sa che fine farà il proprio prodotto, perché se ne andrà per il mondo da solo. Poi lo tireranno di qua e di là, cercando tutti di appropriarsene, ma l’autore se ne starà a casa sua, indifferente a tutti questi tentativi, perché una volta che una canzone è uscita ed ha preso il volo … non è più cosa sua.

E chi ha orecchie da intendere (o polemiche da riattizzare) può considerarsi servito.

Resterebbero tante cose da ricordare: la svolta country rock che ha preso la musica di Davide, ormai totalmente lontano da qualsiasi reminiscenza celtica o debito con i Pogues e diretta più verso zone comuni con Guy Clark o John Hiatt o John Mellencamp, come dimostra la nuova versione di “L’esercito dei dudes cadregh”, molto più carica e grintosa della precedente. Oppure di una grande “Breva e Tivan” fatta solo con piano (altra grande novità negli spettacoli di Davide!) e violino: delicata, magica, sognante, rallentata, quasi un’altra canzone. Di quanto continua a mancare Claudio Beccaceci con la sua chitarra sognante. O di come sia sempre bella "San Macacu e San Nissoen". Oppure parlare della poesia “Tre cuori” o di altre fatte nel corso delle tre ore di fascinazione. Ma sarebbe troppo. Cercate di vederlo. Grande spettacolo: da non perdere.

Ultimo aggiornamento: 20-01-2005
HOME