E’
un afoso tardo pomeriggio di maggio e quando ci mettiamo
in fila davanti ai cancelli non ancora aperti ci guardiamo
un po’ intorno. Per chi soprattutto negli ultimi
anni ha assistito a diversi concerti di De Gregori,
l’ampio ventaglio delle età dei presenti
non stupisce più; ci sono i ragazzini e ci
sono i loro padri e anche gli zii che sono un po’
più vecchi dei padri.
Quello che incuriosisce di più è il
fatto di trovarsi fra chi ha la maglietta con i versi
di qualche canzone e chi è li con la faccia
di chi ascolterà il concerto cercando di fare
un po’le pulci al proprio beniamino (caratteristica
che contraddistingue alcune fasce del popolo degregoriano);
ci troviamo tra i capelli rasta e le giacche di tweed,
tra chi tracanna birra e chi spasima per l’apertura
dei cancelli perché appena arrivato all’interno
dovrà assolutamente bere un caffè macchiato
con latte parzialmente scremato, tiepido mi raccomando.
Entriamo all’interno del Forum e prendiamo posto
alla destra del palco.
Alle 21:15 circa si spengono le luci e risuonano nel
forum i primi accordi di “Vai in Africa, Celestino”
il primo singolo estratto dal nuovo cd “Pezzi”
che il pubblico accoglie a dovere. Una ripresa sia
dal punto di vista musicale che semantico di “Everything
is broken” di Dylan, ma anche una canzone che
con il suo serrato rimando a una visione dietro l’altra
ci ricorda il De Gregori di “Cose”
e dei “Muscoli del Capitano”.
De Gregori è senza chitarra e incita il pubblico
batte le mani, lo invita a partecipare.
Senza chitarra rimane anche per “Caterina”
(dedicata a Caterina Bueno la cantante di musica popolare
che lo aveva portato in tour appena ventenne nel 1971)
e per “A Pà” la canzone dedicata
a Pier Paolo Pasolini che dopo le ultime “rivelazioni”
della cronaca emoziona se possibile un po’di
più, con i versi del poeta(però portati
in prima persona non in terza persona come nella poesia
originale) che chiudono la canzone “ ..E voglio
vivere come i gigli nei campi, come gli uccelli nel
cielo campare e voglio vivere come i gigli nei campi
e sopra i gigli e i campi volare”.
A questo punto De Gregori imbraccia la chitarra ed
è subito “Tempo Reale”
spietato affresco degli aspetti del nostro paese che
è sempre più difficile mandare giù
e che dopo la sentenza per Piazza Fontana si ha voglia
di cantare ancora più forte. “Tempo Reale”
piace, forse ci sono tante cose che il suo pubblico
soprattutto, aveva voglia di sentir dire da lui ed
è sempre il pubblico a sottolineare con forza
i riferimenti ad un “paese di ricchi e di esuberi
e tasse pagate dai poveri” e ai “segni
di gesso per terra” per i quali non c’è
mai “nessun colpevole”. Del nuovo pezzi
vengono eseguite anche “Gamba di legno
a Parigi” ,“Il panorama
di Betlemme” e il blues di “Numeri
da scaricare”, mancano invece tutte
le canzoni che avrebbero richiesto il suono del mandolino
del rimpianto Marco Rosini scomparso prematuramente
appena terminate le registrazioni del disco.
E’ un concerto dove non manca quasi niente,
ci sono “Generale” ed
“Alice” (dove la prima
strofa viene lasciata al coro del pubblico)c’è
la “Leva Calcistica della classe 1968”
(con Arianti all’Hammond) e “L’aggettivo
mitico”. “Bambini venite
parvulos” è rock come da Fuoco
Amico in poi. Non manca “Dr.
Dobermann” e non manca “Atlantide”
e la sua sinestesia meravigliosa del “barattolo
di birra disperata”, Atlantide è uno
dei manifesti della poetica di De Gregori (mi perdonerà
il termine uno che è “solo” un
cantante) perché è in Atlantide (una
delle canzoni che meglio ci fa capire la rivoluzione
di contenuti e semantica che De Gregori ha portato
nella musica italiana) che trova una delle sue massime
esplicitazioni il suo essere anti-didascalico quel
suo darti un indizio per capire di cosa si sta parlando
e poi basta, poi divagare: perché sia la sensibilità
di chi ascolta a costruire il resto, a lasciarsi trasportare
dalle suggestioni che ci suggerisce la musicalità
delle parole legate a doppio filo con la musica (e
qui sta la differenza con la poesia e la cosa che
rende la canzone una forma di letteratura così
speciale e soprattutto con una sua dignità
artistica autonoma).
Rimmel, forse il suo più grande
classico, non delude il pubblico con quel suo parlare
d’amore senza nominarlo mai direttamente, quel
suo darci un input iniziale anche qui e poi parlare
d’altro, quel suo dire addio senza dirlo ma
solo ricordandoci una vecchia foto, dove quello è
tutto quel che rimane alla fine della persona amata.
Del resto anche nell’ultimo disco si ricorda
che “fu senza saluto il più compiuto
addio”.
C’è “La storia” nella
nuova discussa versione con la doppia voce di Paolo
Giovenchi che appare già molto più oliata
di quella sentita al “concertone” del
1° Maggio, con una sferzata all’attualità
quando il testo viene modificato e diventa “..ed
è per questo che la storia da i brividi, perché
nessuno la può.. negare”, ma queste sono
cose che chi è troppo impegnato ad accusare
De Gregori di revisionismi e tradimenti alla causa,
non riesce a sentire. L’amatissima “Il
bandito e il campione” scritta dal
fratello Luigi Grechi (e recentemente
inserita in una compilation del giro d’Italia,
cantata live proprio da Luigi Grechi) è sempre
una delle canzoni più attese dal pubblico e
come al solito scatena grande partecipazione.
Manca “L’abbigliamento di un fuochista”
eseguita due giorni fa a Roma con Ambrogio
Sparagna.
Da “Prendere e Lasciare”
del 1996 vengono estratte “L’agnello
di Dio” eseguita come in “mix”
e “Compagni di viaggio”
che dal primo maggio in poi è diventato uno
stupendo rock, travolgente e più dilanyato
che mai. Oltre al normale cambiamento che subiscono
molte canzoni nelle versioni live, qui forse c’è
anche un tentativo di rifare un po’ più
suo un disco che(come ha dichiarato qualche giorno
fa in un’intervista) se tornasse indietro non
lascerebbe più, dandogli totale carta bianca,
nelle mani di Corrado Rustici. De Gregori mette l’armonica
spesso e volentieri e il risultato è sempre
suggestivo, il pubblico spesso canta a squarciagola,
a volte lo anticipa, a volte rimane spiazzato e De
Gregori (tanto per sfatare un luogo comune ridicolo),
non sembra proprio arrabbiarsi.
L’ultima canzone è “La
valigia dell’attore” la canzone
scritta per essere interpretata da Alessandro
Haber, uno dei migliori lavori di De Gregori
che l’autore interpreta “da attore”
senza chitarra.
Dopo due minuti i bis. Rientra da solo ci rivolge
le uniche parole della serata (a parte i grazie e
la presentazione del gruppo)“..siete troppo
carini, quelli sopra e quelli sotto..” imbraccia
la chitarra e partono le note di “Pezzi
di vetro” una delle canzoni più
amate che viene cantata da tutti i presenti dall’inizio
alla fine e il risultato è da pelle d’oca.
Rientra Arianti e va alle tastiere e partono le note
della “Donna Cannone”,
di nuovo tutti in coro e tutti diligenti nell’eseguire
l’ ”applauso del pubblico pagante”,
De Gregori nuovamente senza chitarra dirige il pubblico
come se stesse dirigendo un’orchestra. “La
donna cannone” non sarà la più
bella canzone di De Gregori ma dal vivo rappresenta
quasi sempre uno dei momenti migliori, o quantomeno
più emozionanti, del concerto. Rientra la band
ed è l’ultima canzone, “Buonanotte
Fiorellino” in una lunga versione rock
con armoniche e chitarre elettriche in evidenza.
L’unica canzone acustica è “Pezzi
di vetro” per il resto è un concerto
rock nel vero senso della parola. E come tutti i concerti
rock al Filaforum penalizzato da una acustica imbarazzante.
La Band presentata come “la migliore d’Italia”
(se ho captato bene perché durante la presentazione
l’acustica era scesa al livello di vergognosa.),
merita davvero una menzione speciale. Alessandro
Arianti alle tastiere e all’Hammond,
dopo aver diviso il palco nel 2001 2002 con
Toto Torquati ritorna più maturo e
completo; Alessandro Svampa alla
batteria perfetto nel suo ruolo di metronomo. Il “capobanda”
Guido Guglielminetti (anche produttore
di “Pezzi”) al basso sembra quasi un allenatore
in campo; lascia un’ottima impressione il nuovo
acquisto Alessandro Valle alla pedal
steel guitar. Infine alle chitarre i superlativi Lucio
Bardi e Paolo Giovenchi uno alla sinistra
e uno alla destra di De Gregori (forse anche questo
un richiamo al Dylan dei concerti 2002?).
Sentendo alcuni assoli di Giovenchi impreziosire le
parti musicali di alcune canzoni viene spontaneo pensare
che nelle registrazioni di “Pezzi” avrebbe
forse meritato un po’più spazio.
Un concerto senza risparmio, importa a qualcuno che
non dialoghi con il pubblico dopo quasi due ore e
mezza di concerto senza respiro? Un concerto che consiglio
anche ai non ammiratori. Un concerto di ottima musica.
Noi ammiratori invece torniamo a casa più contenti
di quando siamo entrati, più leggeri. Magari
c’è ancora qualcuno che si chiede ancora
perché “Alice guarda i gatti..”
e il sottoscritto vorrebbe tanto sapere se Nino alla
fine quel rigore l’ha buttato dentro o no..
il bello forse sta proprio nel fatto che non lo sapremo
mai. In fondo lo sappiamo tutti che “..non è
mica da questi particolari che si giudica un giocatore”.