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Concerti

C'è quasi tutto. Ed è quasi tutto rock
Francesco De Gregori – 21-05-05 Milano, Filaforum.
di Luca Bartolini

E’ un afoso tardo pomeriggio di maggio e quando ci mettiamo in fila davanti ai cancelli non ancora aperti ci guardiamo un po’ intorno. Per chi soprattutto negli ultimi anni ha assistito a diversi concerti di De Gregori, l’ampio ventaglio delle età dei presenti non stupisce più; ci sono i ragazzini e ci sono i loro padri e anche gli zii che sono un po’ più vecchi dei padri.

Quello che incuriosisce di più è il fatto di trovarsi fra chi ha la maglietta con i versi di qualche canzone e chi è li con la faccia di chi ascolterà il concerto cercando di fare un po’le pulci al proprio beniamino (caratteristica che contraddistingue alcune fasce del popolo degregoriano); ci troviamo tra i capelli rasta e le giacche di tweed, tra chi tracanna birra e chi spasima per l’apertura dei cancelli perché appena arrivato all’interno dovrà assolutamente bere un caffè macchiato con latte parzialmente scremato, tiepido mi raccomando.

Entriamo all’interno del Forum e prendiamo posto alla destra del palco.
Alle 21:15 circa si spengono le luci e risuonano nel forum i primi accordi di “Vai in Africa, Celestino” il primo singolo estratto dal nuovo cd “Pezzi” che il pubblico accoglie a dovere. Una ripresa sia dal punto di vista musicale che semantico di “Everything is broken” di Dylan, ma anche una canzone che con il suo serrato rimando a una visione dietro l’altra ci ricorda il De Gregori di “Cose” e dei “Muscoli del Capitano”. De Gregori è senza chitarra e incita il pubblico batte le mani, lo invita a partecipare.

Senza chitarra rimane anche per “Caterina” (dedicata a Caterina Bueno la cantante di musica popolare che lo aveva portato in tour appena ventenne nel 1971) e per “A Pà” la canzone dedicata a Pier Paolo Pasolini che dopo le ultime “rivelazioni” della cronaca emoziona se possibile un po’di più, con i versi del poeta(però portati in prima persona non in terza persona come nella poesia originale) che chiudono la canzone “ ..E voglio vivere come i gigli nei campi, come gli uccelli nel cielo campare e voglio vivere come i gigli nei campi e sopra i gigli e i campi volare”.

A questo punto De Gregori imbraccia la chitarra ed è subito “Tempo Reale” spietato affresco degli aspetti del nostro paese che è sempre più difficile mandare giù e che dopo la sentenza per Piazza Fontana si ha voglia di cantare ancora più forte. “Tempo Reale” piace, forse ci sono tante cose che il suo pubblico soprattutto, aveva voglia di sentir dire da lui ed è sempre il pubblico a sottolineare con forza i riferimenti ad un “paese di ricchi e di esuberi e tasse pagate dai poveri” e ai “segni di gesso per terra” per i quali non c’è mai “nessun colpevole”. Del nuovo pezzi vengono eseguite anche “Gamba di legno a Parigi” ,“Il panorama di Betlemme” e il blues di “Numeri da scaricare”, mancano invece tutte le canzoni che avrebbero richiesto il suono del mandolino del rimpianto Marco Rosini scomparso prematuramente appena terminate le registrazioni del disco.

E’ un concerto dove non manca quasi niente, ci sono “Generale” ed “Alice” (dove la prima strofa viene lasciata al coro del pubblico)c’è la “Leva Calcistica della classe 1968” (con Arianti all’Hammond) e “L’aggettivo mitico”. “Bambini venite parvulos” è rock come da Fuoco Amico in poi. Non manca “Dr. Dobermann” e non manca “Atlantide” e la sua sinestesia meravigliosa del “barattolo di birra disperata”, Atlantide è uno dei manifesti della poetica di De Gregori (mi perdonerà il termine uno che è “solo” un cantante) perché è in Atlantide (una delle canzoni che meglio ci fa capire la rivoluzione di contenuti e semantica che De Gregori ha portato nella musica italiana) che trova una delle sue massime esplicitazioni il suo essere anti-didascalico quel suo darti un indizio per capire di cosa si sta parlando e poi basta, poi divagare: perché sia la sensibilità di chi ascolta a costruire il resto, a lasciarsi trasportare dalle suggestioni che ci suggerisce la musicalità delle parole legate a doppio filo con la musica (e qui sta la differenza con la poesia e la cosa che rende la canzone una forma di letteratura così speciale e soprattutto con una sua dignità artistica autonoma).

Rimmel, forse il suo più grande classico, non delude il pubblico con quel suo parlare d’amore senza nominarlo mai direttamente, quel suo darci un input iniziale anche qui e poi parlare d’altro, quel suo dire addio senza dirlo ma solo ricordandoci una vecchia foto, dove quello è tutto quel che rimane alla fine della persona amata. Del resto anche nell’ultimo disco si ricorda che “fu senza saluto il più compiuto addio”.

C’è “La storia” nella nuova discussa versione con la doppia voce di Paolo Giovenchi che appare già molto più oliata di quella sentita al “concertone” del 1° Maggio, con una sferzata all’attualità quando il testo viene modificato e diventa “..ed è per questo che la storia da i brividi, perché nessuno la può.. negare”, ma queste sono cose che chi è troppo impegnato ad accusare De Gregori di revisionismi e tradimenti alla causa, non riesce a sentire. L’amatissima “Il bandito e il campione” scritta dal fratello Luigi Grechi (e recentemente inserita in una compilation del giro d’Italia, cantata live proprio da Luigi Grechi) è sempre una delle canzoni più attese dal pubblico e come al solito scatena grande partecipazione.

Manca “L’abbigliamento di un fuochista” eseguita due giorni fa a Roma con Ambrogio Sparagna.
Da “Prendere e Lasciare” del 1996 vengono estratte “L’agnello di Dio” eseguita come in “mix” e “Compagni di viaggio” che dal primo maggio in poi è diventato uno stupendo rock, travolgente e più dilanyato che mai. Oltre al normale cambiamento che subiscono molte canzoni nelle versioni live, qui forse c’è anche un tentativo di rifare un po’ più suo un disco che(come ha dichiarato qualche giorno fa in un’intervista) se tornasse indietro non lascerebbe più, dandogli totale carta bianca, nelle mani di Corrado Rustici. De Gregori mette l’armonica spesso e volentieri e il risultato è sempre suggestivo, il pubblico spesso canta a squarciagola, a volte lo anticipa, a volte rimane spiazzato e De Gregori (tanto per sfatare un luogo comune ridicolo), non sembra proprio arrabbiarsi.

L’ultima canzone è “La valigia dell’attore” la canzone scritta per essere interpretata da Alessandro Haber, uno dei migliori lavori di De Gregori che l’autore interpreta “da attore” senza chitarra.

Dopo due minuti i bis. Rientra da solo ci rivolge le uniche parole della serata (a parte i grazie e la presentazione del gruppo)“..siete troppo carini, quelli sopra e quelli sotto..” imbraccia la chitarra e partono le note di “Pezzi di vetro” una delle canzoni più amate che viene cantata da tutti i presenti dall’inizio alla fine e il risultato è da pelle d’oca. Rientra Arianti e va alle tastiere e partono le note della “Donna Cannone”, di nuovo tutti in coro e tutti diligenti nell’eseguire l’ ”applauso del pubblico pagante”, De Gregori nuovamente senza chitarra dirige il pubblico come se stesse dirigendo un’orchestra. “La donna cannone” non sarà la più bella canzone di De Gregori ma dal vivo rappresenta quasi sempre uno dei momenti migliori, o quantomeno più emozionanti, del concerto. Rientra la band ed è l’ultima canzone, “Buonanotte Fiorellino” in una lunga versione rock con armoniche e chitarre elettriche in evidenza.

L’unica canzone acustica è “Pezzi di vetro” per il resto è un concerto rock nel vero senso della parola. E come tutti i concerti rock al Filaforum penalizzato da una acustica imbarazzante.
La Band presentata come “la migliore d’Italia” (se ho captato bene perché durante la presentazione l’acustica era scesa al livello di vergognosa.), merita davvero una menzione speciale. Alessandro Arianti alle tastiere e all’Hammond, dopo aver diviso il palco nel 2001 2002 con Toto Torquati ritorna più maturo e completo; Alessandro Svampa alla batteria perfetto nel suo ruolo di metronomo. Il “capobanda” Guido Guglielminetti (anche produttore di “Pezzi”) al basso sembra quasi un allenatore in campo; lascia un’ottima impressione il nuovo acquisto Alessandro Valle alla pedal steel guitar. Infine alle chitarre i superlativi Lucio Bardi e Paolo Giovenchi uno alla sinistra e uno alla destra di De Gregori (forse anche questo un richiamo al Dylan dei concerti 2002?).

Sentendo alcuni assoli di Giovenchi impreziosire le parti musicali di alcune canzoni viene spontaneo pensare che nelle registrazioni di “Pezzi” avrebbe forse meritato un po’più spazio.
Un concerto senza risparmio, importa a qualcuno che non dialoghi con il pubblico dopo quasi due ore e mezza di concerto senza respiro? Un concerto che consiglio anche ai non ammiratori. Un concerto di ottima musica.

Noi ammiratori invece torniamo a casa più contenti di quando siamo entrati, più leggeri. Magari c’è ancora qualcuno che si chiede ancora perché “Alice guarda i gatti..” e il sottoscritto vorrebbe tanto sapere se Nino alla fine quel rigore l’ha buttato dentro o no.. il bello forse sta proprio nel fatto che non lo sapremo mai. In fondo lo sappiamo tutti che “..non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore
”.

26-05-2005
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