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Akuaduulza

"Davide Van De Sfroos, il gotico lacustre e i sogni dei pesci"
di Lucia Carenini

C’è vento sul Lario e sembra quasi che l’acqua, il cielo i monti sullo sfondo si siano coalizzati nel voler render tangibile l’atmosfera gotico-lacustre scelta da Davide Van De Sfroos per il suo ultimo disco. Lui, anfitrione sorridente, sornione e fuori dal tempo, ci accoglie e ci intrattiene con tutta la sua arte affabulatoria per presentarci "Akuaduulza".

“Se vogliamo parlare del tema, dello stile, dell’ambient, l’ho chiamato gotico, non per richiamare il conte Dracula, ma perché come potete vedere in una giornata come oggi, il lago non ha nulla a che fare con un’immagine da cartolina. Se ora mi mettessi davanti all’ingresso di quella villa lì a fianco, non sarei fuori luogo. Sarei dentro una cornice che esiste. Non sono vestito da Star Trek, sono vestito da un qualcosa che sicuramente ha a che fare con il fantomatico cancello della copertina ma anche con tutto quello che è il delirio delle canzoni” - dice disinvolto guardandosi la marsina di pizzi e velluti creata dalle ragazze di "Lou", l'atelier milanese che gli ha realizzato i costumi di scena per la sua prossima tournée.

“Iniziamo dalla copertina, che è la prima cosa che si vede. C’è un cancello, e dietro un losco figuro con tanto di acqua, montagna e cielo color alga. Dal punto di vista iconografico, una strizzata d’occhio al lago di Como, ma anche a tutte le altre zone di acqua dolce, ma anche quelle paludose”


E in effetti la Louisiana, New Orleans e Baton Rouge, il delta del Mississippi - terre di palude e d’acqua dolce - e con loro la tipologia di artisti che queste terre d’acqua hanno creato - hanno influenzato l’atmosfera del disco.

“Noi rimaniamo gente di acqua dolce. Dopo dischi che rappresentavano il personaggio a suo agio nella sua zona - come in Breva e Tivan - poi quelli che partono, che vanno altrove, che può essere anche un altrove che è dentro - come in E semm partii - e ancora un compendio che unisce vecchio e nuovo nella dimensione live - e abbiamo Laiv, adesso cosa succede? Quest’anno o facevo un disco così, col rischio che me lo ascoltavo io o al massimo lo facevo ascoltare agli amici da ubriaco, oppure scrivevo un libro. Ma ora è che nato il disco, spero proprio che potrà essere una sbronza collettiva".

"Il ringraziamento a Paolo Conte era doveroso, ma non per piaggeria, ma perché è giusto dir grazie. Io so che Paolo Conte, che peraltro chi mi conosce sa che stimo, ha detto delle cose estremamente belle su di me. Quindi salutarlo e dire grazie è il minimo che io possa fare".

"Per fare questo disco sono sceso in cantina, fisicamente. L'ho adibita ad un qualcosa che suonasse reale, credibile, vivo e sono riuscito a fare quello che sognavo di fare da tanto tempo. Sentivo il bisogno di essere dal vivo anche in sala di registrazione, e almeno tre canzoni sono nate direttamente di fronte al microfono, non esistevano prima. C’era un testo su un taccuino e nulla più. Volevo un suono abbastanza aggressivo, la voce credibile, non ritoccata, senza giochetti di piste e pro-tools.”

Il personaggio che ha reso possibile tutto questo è Alessandro Gioia, il produttore artistico di Akuaduulza. Veronese, ha respirato aria di lago anche lui. Un lago diverso, va bene, ma questo forse gli ha permesso di entrare così bene in sintonia con Davide, che ha conosciuto durante il servizio militare. Gioia ha fornito i mezzi tecnici, gli organi Hammond d’epoca, ma soprattutto la sua conoscenza musicale e il suo entusiasmo.

Davide Van De Sfroos e compari nel disco suonano di tutto. I musicisti hanno improvvisato, giocato, sperimentato con quello che si trovava in cantina, con un violino del deserto, con degli strani flauti aztechi, con un aggeggio usato dagli sciamani per comunicare con i defunti chiamato "viento de la muerte". E poi ancora con percussioni gitane, chitarre acidognole, violini, scatole di latta dei biscotti e giocattoli dei bambini.

"In "Caramadona" c'è una frase che farà discutere e che non vorrei che diventasse di più di quello che è. Tra i personaggi che si rivolgono a questa ipotetica Caramadona, che è un'esclamazione ancor più che una divinità, c'è un soldato senza memoria che dice: "Un longobardo o un feddayn ormai fa mea differenza". E qui, apriti cielo! Ha detto Longobardo e Feddayn, è una chiara dimostrazione...
No. avrei potuto dire "marine e vichingo"; quello che volevo dire è semplicemente che quando un ha fatto una guerra e ha perso la memoria se ne ricorda solo il brutto. Non importa l'etnia o la divisa: io ricordo solo di aver ucciso e di essere stato in parte ucciso. E questo ricollegandomi a Sciur Capitan, che la dice lunga su come la penso in materia di guerre".

“Quando uno si diverte di fronte a un microfono, quando uno si lascia andare, ne escono delle sonorità come possono essere quelle di Tom Waits o di Springsteen quando in Nebraska suona nel corridoio di casa sua. Non sarei mai riuscito a fare pezzi simili in una sala d’incisione. Poi è stato fatto un lavoro di alchimia non per cercare di aggiungere ma di sottrarre tutto quello che non era necessario: così ad esempio in “Madame Falena” è uscito un sound da “festa nella palude”, mentre in “Fendin” Alessandro Gioia fa vedere tutto il suo amore per Peter Gabriel, Brian Eno, e perché no, anche David Sylvian. Sono mille le citazioni possibili.”

“L’avventura è stata questa: scendere in cantina, portare i musicisti davanti a un pezzo semicostruito e aspettare che liberassero le loro energie. Importantissimo è stato Angapiemage Galliano Persico. In "Akuaduulza", dove lui è coarrangiatore - ha interpretato il pezzo e ne ha costruito una struttura, una spina dorsale - il suo violino ha fatto da parte drammatica e colonna sonora. Ma dove volevamo il violino cajun lui ha suonato in maniera cajun. Importantissimo anche Marco Fecchio detto Phyton, che ha portato qualcosa come 12 chitarre - e che chitarre - suonando, improvvisando e creando colore per ogni pezzo e inserendovi dei suoni che arrivavano da altrove, ma soprattutto che arrivavano dal suo spirito di grande frequentatore del blues. Marco, più che il virtuosismo fine a se stesso, si è sforzato di creare delle zone mentali e sonore e delle sfumature da utilizzare a seconda dei brani.”

“Quasi tutte le canzoni sono pensate, prima ancora che cantate, in quella lingua magica che è il laghée. Canzoni accomunate dal sentore umido dell’acqua, che raccontano storie, leggende e fantasie di chi vive sulle sponde di questo lago che in giornate come oggi non ha niente a che vedere con la cartolina, ma fare benissimo da scenografia a figure come nobili decaduti che poi forse erano semplicemente dei malati di mente o a black ballad dove una donna vestita da sposa - come in un film di Peckimpah - sta su una sedia a dondolo con tanto di fucile in mano e ricorda di aver ucciso suo marito il giorno delle nozze perché l’ha beccato nel fienile mentre la stava tradendo. Cose che sono successe. Io le ho sentite raccontare ”.


Del disco parleremo meglio in sede di recensione: il primo ascolto non solo conferma le già note doti poetiche di Van de Sfroos, ma fa pensare a una nuova direzione musicale - già anticipata dalle ultime apparizioni pubbliche- e fa davvero sperare che possa trattarsi del disco della svolta.

Racconto raccolto il 16-02-2005
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