“Creuza
de ma" bacino mediterraneo in cui irrimediabilmente
naufraghi, dolcemente, se sei nato in riva al mare -
perché ti frega dalla pancia, perché profuma
davvero di salsedine; perché ha dentro il vento,
il sole e le onde su cui il primo rimbalza, frammenta
e fa correre il secondo. Sette canzoni che sono sette
racconti di viaggio in barca a vela, in una lingua mista
- il genovese di uno di Pegli che un po' se lo ricordava
un po' lo ha tirato giù da dizionario e libri,
e che il suo compagno di navigazione gli ha poi messo
nel fiato capace di cavalcare i suoni mediterranei.
"Creuza de ma" immaginato da Pagani in dieci
anni di musica del mondo, e nato quando De Andrè
decise di scommetterci un giro di carriera. Due marinai
acquisiti, due Salgari per autodefinizione; un genovese
che preferiva passare le proprie giornate a leggere
sul letto e un bresciano che non si sa come è
riuscito a sciogliere la pianura nel mare.
Una volta Gabriele Ferraris, lisciando
i sassi liguri, lo ha definito "il Capolavoro
Definitivo del Novecento italiano". Fosse stato
solo italiano, David Byrne non si sarebbe sbrodolato
come invece fece, sorpreso e ammaliato anche lui in
quel maggio 1984.
E fortunatamente "Creuza de ma" non è
nemmeno definitiva e novecentesca: perché nel
2004, col pretesto del ventennale, il marinaio bresciano
riprende la barca e rifà il percorso - secondo
la rotta che forse avrebbe seguito se nella tournee
dell'Indiano deandreiano non avesse (intelligentemente)
detto: "Sì, dai, il disco mediterraneo
lo facciamo insieme".
Riarrangiare e ricantare "Creuza de ma"..
Idea che riapre il vaso di Pandora e che accetta il
rischio di farsi mandare a cagare dagli adepti del
culto in nomine Faber. Insomma una rivoluzione copernicana
- fatta per amore, sfizio e quel po' di curiosità
- che allarga forme e contenuti, sbriglia dalla tradizione.
E che Pagani decide di varare senza troppi clamori,
in una cornice minore..in Piazza del Campo. Papùm.
Sarà il concertone finale della quarta edizione
della "Città Aromatica", festival
affidatogli dal combattente e appassionato Comune
di Siena. Ohibò, Virgilio diceva che vince
solo chi è convinto di poterlo fare, e quand'è
così bisogna puntare in alto. Occhei, o la
va o la spacca.
E come si rifà un disco immerso
nel Mediterraneo? con venticinque musicisti che dalle
spiagge di questa nostra cultura provengono, gli pare
il minimo. Corrono il 25 e 26 agosto, Siena è
come sempre splendida, e qualcosa di altrettanto magico
prova a scardinare un capitolo storico della canzone.
C'infiliamo nel dietrolequinte e questo è quel
che ci siamo messi in tasca, da bravi ladruncoli a
lezione.
Venticinque
metri quadri scarsi, più o meno sarà
piccola così la stanza in cui vengono montati
e intrecciati gli strumenti e le loro code di cavo.
Troviamo il modo di smaterializzarci in un angolo,
da qui si vede e si sente tutto, e speriamo che Pagani
si scordi di buttarci fuori a calci.
Spina dorsale del lavoro è la
sua Wha Wha Band: Giorgio Cordini a chitarre, mandolino
e bouzouki, Joe Damiani a batteria e djembe, Eros
Cristiani a tastiere e fisa, Max Gabanizza al basso.
A loro si aggiungono Arnaldo Vacca alla darboukka
e qualsiasi altro aggeggio si possa percuotere, e
Mauro Di Domenico con chitarra acustica. Pagani si
giostra fra voce, violino, bouzouki, flauto, oud,
impaginazione e direzione delle danze, smarrimenti
di cellulare, interviste, traduzioni e probabilmente
un rinnovo del patto col rosso cornuto con zoccoli
e forcone. Le sette canzoni di Creuza saltan fuori
e vengono menate per bene, con gran circo di percussioni
e corde. Venticinque metri quadri sono davvero troppo
pochi per nascondere il sorriso da bambino alle giostre..
Pardon, le canzoni non son sette ma sei, perché
"No ragazzi, la Pittima non la farei. Sempre
che gli esegeti non mi rompano le balle..". L'occhiata
a rasoio non serve, figuriamoci se i rompiballe o
esegeti che dir si voglia, avrebbero messo parola,
lì ingrumati nell'angolo. Il pranzo merita
accenno, perché, nel paradiso di cinghiale
e compagnia bella, si va a mangiare da un egiziano..
(a cosa non si rinuncia per mantenere la concentrazione)
Col passare delle ore via via sgranella
dall'aereo anche la compagine sarda: gli Andhira il
cui trio di voci femminili farà policromo coro
in alcune creuzate, e Gavino Murgia con launeddas,
sax e quella voce che esce da una caverna non meglio
identificata. E anche Andrea Parodi, che quando arriva
alla sera, tranquillo come se fosse un caffè,
versa nell'aria la sua voce meravigliosa così
a cappella. Alzi la mano chi non s'è sciolto.
Ma i musicisti sono anche allstar straniere
di cui da mesi si favoleggia. Emil Zrihan, controtenore
israeliano dalla voce potente e braccia altrettanto
spiegate; gli viene chiesto di accennare il suo pezzo
per provare dal vivo quel che è stato studiato
su disco, lui attacca e ci cotona i capelli. Stargli
dietro sarà un'impresa. Poi c'è Mouna
Amari, con Parodi già vista alla "Città
Aromatica" e che con Di Domenico e Vacca potete
trovare nei due dischi napoletani di Ranieri prodotti
da Pagani; viso dolcissimo, voce di più e un
oud grande come lei. E arrivano anche il trio persiano
Moshen Kassarosafar Ensemble e il sestetto turco Istanbul
Oriental Ensemble, e il corridoio si affolla di custodie
dalle forme più strane in cui finalmente vediamo
da vicino strumenti come zarb, salterio, keman, tar..
Sembra un film, è un bazar di forme e colori,
un meraviglioso incrocio di lingue incomprensibili,
francese masticato e italiano a far battute. Il turco
al dumbek martella così velocemente che si
dubita abbia una mano di almeno dodici dita, nelle
stanze la gente prova o registra in vista del disco
che uscirà testimone di tutto lo spettacolone,
perché nel caso qualcosa domani non vada per
il verso giusto, far tornare certa gente negli studi
di Milano è improponibile. Scende il buio e
anche la palpebra, ultimi dettagli rimandati, buona
notte se capite che significa buonanotte.
Il 26 in conferenza stampa vien confermato
che il concerto prende a pretesto e ha come nucleo
centrale la "Creuza de ma" di ricorrenza,
ma sarà un progetto più ampio, che comprenderà
anche altre canzoni del repertorio paganico e alcuni
brani degli ospiti invitati; il titolo "I sentieri
del maestrale" è quindi ben motivato,
perché è il vento che gonfia le vele
e porta in giro uomini, sementi e idee. E il maestrale,
quando tira, lo fa davvero forte.
Nel pomeriggio il soundceck comincia col rannuvolarsi
del cielo, Samuele Bersani ce la fa, Pacifico no (i
loro due set seguiranno "I sentieri del maestrale");
s'interrompe tutto perché viene giù
il diluvio, e con lui pure tutti i santi, perché
non dimostra alcuna intenzione di levarsi dai piedi.
Crescono le ore e l'agitazione di artisti e del Comune,
sono a rischio mesi di lavoro, una fetta di cuore
e un botto di soldi. Spegniamo lo schermo, la scaramanzia
se ne inventa sempre una. Alle sette riaccendiamo,
buttiamo il naso in su e miracolo, non piove più,
e addirittura - perché quella degli ottimisti
è una razza spudorata - il cielo è rosa
di tramonto. Fra un freddo porco ma Siena ce l'ha
fatta anche sto anno, il destino si è arreso
a Pagani e Parodi che in trent'anni non hanno mai
perso una data per maltempo (battere sessant'anni
di culo è effettivamente roba seria). Pian
piano la gente scivola nella conca dell'immortale
piazza, torre e palazzi si colorano e si parte, vediamo
se il sogno sta in piedi.
Pagani farà da padrone di casa,
spiegando quel che serve per capire cosa sta succedendo
e perché. Il viaggio apre e scorre la sua pellicola:
ecco un brano giovincello, quell' "Europa Minor"
che nel 78 dava l'anima nel disco con cui il marinaio
bresciano esordì in uscita dalla Premiata Forneria
Marconi; poi la dolcezza di "Quanta sabedes amar",
uno dei primi brani d'amore profano che Martim Codax
scrisse nel 1200 e che disarma: "venite con me
al mare alto, e vedremo il mio amato e ci bagneremo
nelle onde". Quindi le sei signore di "Creuza
de ma": inselvatichite di rock e tradizioni bastarde,
e ributtate nel mercato dei quartieri popolari, come
nella versione battente di "Sinan Capudan Pascià";
oppure allungate nel cinematografo di nostro mondo,
come quando lo straziante racconto palestinese di
"Sidun" viene riproposto a tre voci e lingue,
Pagani in genovese, Zrihan in israeliano e Amari in
arabo. Emozioni profonde, entusiasmate o premute;
e le orecchie sorprese ed educate, quando fra le canzoni
"nostre" (da incorniciare anche la parodiana
perla "No potho reposare"), intervengono
quelle che ciascun ospite ha portato con sé
dall'altra parte del Mediterraneo.
Un totale diciassette episodi, con
la titletrack "Creuza de ma" messa in pratica
nel ruolo di 'ritorno' che ha in teoria, e quindi
in coda a tutte; e alla fine il bis scoppiettante
con "Megu Megun", nipotino di "Creuza
de ma" pubblicato nel secondo lavoro De Andrè-Pagani
("Le Nuvole", 1990).
Il desiderio si è realizzato,
i musici si danno pacche sulle spalle e maghetto Pagani
gira con un sorriso che lo precede.
Adesso s'aspetta il disco live, dicono che le registrazioni
siano venute bene e che non uscirà fra dodici
anni ma a fine ottobre. Ci crediamo, come abbiamo
creduto alla magia di "Creuza de ma", la
prima e la seconda. O forse dovremmo dire, più
giustamente: l'una e l'altra.