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Creuza di Siena

"Creuza de ma", disco fondamentale della musica italiana e non solo; "Creuza de ma" magico incontro fra due personalità tetradimensionali come Fabrizio De Andrè e Mauro Pagani, fenomeni della parola e della musica; "Creuza de ma" che sette canzoni bastano a fare un mondo.
di Giorgia Fazzini

“Creuza de ma" bacino mediterraneo in cui irrimediabilmente naufraghi, dolcemente, se sei nato in riva al mare - perché ti frega dalla pancia, perché profuma davvero di salsedine; perché ha dentro il vento, il sole e le onde su cui il primo rimbalza, frammenta e fa correre il secondo. Sette canzoni che sono sette racconti di viaggio in barca a vela, in una lingua mista - il genovese di uno di Pegli che un po' se lo ricordava un po' lo ha tirato giù da dizionario e libri, e che il suo compagno di navigazione gli ha poi messo nel fiato capace di cavalcare i suoni mediterranei. "Creuza de ma" immaginato da Pagani in dieci anni di musica del mondo, e nato quando De Andrè decise di scommetterci un giro di carriera. Due marinai acquisiti, due Salgari per autodefinizione; un genovese che preferiva passare le proprie giornate a leggere sul letto e un bresciano che non si sa come è riuscito a sciogliere la pianura nel mare.

Una volta Gabriele Ferraris, lisciando i sassi liguri, lo ha definito "il Capolavoro Definitivo del Novecento italiano". Fosse stato solo italiano, David Byrne non si sarebbe sbrodolato come invece fece, sorpreso e ammaliato anche lui in quel maggio 1984.
E fortunatamente "Creuza de ma" non è nemmeno definitiva e novecentesca: perché nel 2004, col pretesto del ventennale, il marinaio bresciano riprende la barca e rifà il percorso - secondo la rotta che forse avrebbe seguito se nella tournee dell'Indiano deandreiano non avesse (intelligentemente) detto: "Sì, dai, il disco mediterraneo lo facciamo insieme".
Riarrangiare e ricantare "Creuza de ma".. Idea che riapre il vaso di Pandora e che accetta il rischio di farsi mandare a cagare dagli adepti del culto in nomine Faber. Insomma una rivoluzione copernicana - fatta per amore, sfizio e quel po' di curiosità - che allarga forme e contenuti, sbriglia dalla tradizione. E che Pagani decide di varare senza troppi clamori, in una cornice minore..in Piazza del Campo. Papùm.
Sarà il concertone finale della quarta edizione della "Città Aromatica", festival affidatogli dal combattente e appassionato Comune di Siena. Ohibò, Virgilio diceva che vince solo chi è convinto di poterlo fare, e quand'è così bisogna puntare in alto. Occhei, o la va o la spacca.

E come si rifà un disco immerso nel Mediterraneo? con venticinque musicisti che dalle spiagge di questa nostra cultura provengono, gli pare il minimo. Corrono il 25 e 26 agosto, Siena è come sempre splendida, e qualcosa di altrettanto magico prova a scardinare un capitolo storico della canzone. C'infiliamo nel dietrolequinte e questo è quel che ci siamo messi in tasca, da bravi ladruncoli a lezione.

Venticinque metri quadri scarsi, più o meno sarà piccola così la stanza in cui vengono montati e intrecciati gli strumenti e le loro code di cavo. Troviamo il modo di smaterializzarci in un angolo, da qui si vede e si sente tutto, e speriamo che Pagani si scordi di buttarci fuori a calci.

Spina dorsale del lavoro è la sua Wha Wha Band: Giorgio Cordini a chitarre, mandolino e bouzouki, Joe Damiani a batteria e djembe, Eros Cristiani a tastiere e fisa, Max Gabanizza al basso. A loro si aggiungono Arnaldo Vacca alla darboukka e qualsiasi altro aggeggio si possa percuotere, e Mauro Di Domenico con chitarra acustica. Pagani si giostra fra voce, violino, bouzouki, flauto, oud, impaginazione e direzione delle danze, smarrimenti di cellulare, interviste, traduzioni e probabilmente un rinnovo del patto col rosso cornuto con zoccoli e forcone. Le sette canzoni di Creuza saltan fuori e vengono menate per bene, con gran circo di percussioni e corde. Venticinque metri quadri sono davvero troppo pochi per nascondere il sorriso da bambino alle giostre.. Pardon, le canzoni non son sette ma sei, perché "No ragazzi, la Pittima non la farei. Sempre che gli esegeti non mi rompano le balle..". L'occhiata a rasoio non serve, figuriamoci se i rompiballe o esegeti che dir si voglia, avrebbero messo parola, lì ingrumati nell'angolo. Il pranzo merita accenno, perché, nel paradiso di cinghiale e compagnia bella, si va a mangiare da un egiziano.. (a cosa non si rinuncia per mantenere la concentrazione)

Col passare delle ore via via sgranella dall'aereo anche la compagine sarda: gli Andhira il cui trio di voci femminili farà policromo coro in alcune creuzate, e Gavino Murgia con launeddas, sax e quella voce che esce da una caverna non meglio identificata. E anche Andrea Parodi, che quando arriva alla sera, tranquillo come se fosse un caffè, versa nell'aria la sua voce meravigliosa così a cappella. Alzi la mano chi non s'è sciolto.

Ma i musicisti sono anche allstar straniere di cui da mesi si favoleggia. Emil Zrihan, controtenore israeliano dalla voce potente e braccia altrettanto spiegate; gli viene chiesto di accennare il suo pezzo per provare dal vivo quel che è stato studiato su disco, lui attacca e ci cotona i capelli. Stargli dietro sarà un'impresa. Poi c'è Mouna Amari, con Parodi già vista alla "Città Aromatica" e che con Di Domenico e Vacca potete trovare nei due dischi napoletani di Ranieri prodotti da Pagani; viso dolcissimo, voce di più e un oud grande come lei. E arrivano anche il trio persiano Moshen Kassarosafar Ensemble e il sestetto turco Istanbul Oriental Ensemble, e il corridoio si affolla di custodie dalle forme più strane in cui finalmente vediamo da vicino strumenti come zarb, salterio, keman, tar.. Sembra un film, è un bazar di forme e colori, un meraviglioso incrocio di lingue incomprensibili, francese masticato e italiano a far battute. Il turco al dumbek martella così velocemente che si dubita abbia una mano di almeno dodici dita, nelle stanze la gente prova o registra in vista del disco che uscirà testimone di tutto lo spettacolone, perché nel caso qualcosa domani non vada per il verso giusto, far tornare certa gente negli studi di Milano è improponibile. Scende il buio e anche la palpebra, ultimi dettagli rimandati, buona notte se capite che significa buonanotte.

Il 26 in conferenza stampa vien confermato che il concerto prende a pretesto e ha come nucleo centrale la "Creuza de ma" di ricorrenza, ma sarà un progetto più ampio, che comprenderà anche altre canzoni del repertorio paganico e alcuni brani degli ospiti invitati; il titolo "I sentieri del maestrale" è quindi ben motivato, perché è il vento che gonfia le vele e porta in giro uomini, sementi e idee. E il maestrale, quando tira, lo fa davvero forte.
Nel pomeriggio il soundceck comincia col rannuvolarsi del cielo, Samuele Bersani ce la fa, Pacifico no (i loro due set seguiranno "I sentieri del maestrale"); s'interrompe tutto perché viene giù il diluvio, e con lui pure tutti i santi, perché non dimostra alcuna intenzione di levarsi dai piedi. Crescono le ore e l'agitazione di artisti e del Comune, sono a rischio mesi di lavoro, una fetta di cuore e un botto di soldi. Spegniamo lo schermo, la scaramanzia se ne inventa sempre una. Alle sette riaccendiamo, buttiamo il naso in su e miracolo, non piove più, e addirittura - perché quella degli ottimisti è una razza spudorata - il cielo è rosa di tramonto. Fra un freddo porco ma Siena ce l'ha fatta anche sto anno, il destino si è arreso a Pagani e Parodi che in trent'anni non hanno mai perso una data per maltempo (battere sessant'anni di culo è effettivamente roba seria). Pian piano la gente scivola nella conca dell'immortale piazza, torre e palazzi si colorano e si parte, vediamo se il sogno sta in piedi.

Pagani farà da padrone di casa, spiegando quel che serve per capire cosa sta succedendo e perché. Il viaggio apre e scorre la sua pellicola: ecco un brano giovincello, quell' "Europa Minor" che nel 78 dava l'anima nel disco con cui il marinaio bresciano esordì in uscita dalla Premiata Forneria Marconi; poi la dolcezza di "Quanta sabedes amar", uno dei primi brani d'amore profano che Martim Codax scrisse nel 1200 e che disarma: "venite con me al mare alto, e vedremo il mio amato e ci bagneremo nelle onde". Quindi le sei signore di "Creuza de ma": inselvatichite di rock e tradizioni bastarde, e ributtate nel mercato dei quartieri popolari, come nella versione battente di "Sinan Capudan Pascià"; oppure allungate nel cinematografo di nostro mondo, come quando lo straziante racconto palestinese di "Sidun" viene riproposto a tre voci e lingue, Pagani in genovese, Zrihan in israeliano e Amari in arabo. Emozioni profonde, entusiasmate o premute; e le orecchie sorprese ed educate, quando fra le canzoni "nostre" (da incorniciare anche la parodiana perla "No potho reposare"), intervengono quelle che ciascun ospite ha portato con sé dall'altra parte del Mediterraneo.

Un totale diciassette episodi, con la titletrack "Creuza de ma" messa in pratica nel ruolo di 'ritorno' che ha in teoria, e quindi in coda a tutte; e alla fine il bis scoppiettante con "Megu Megun", nipotino di "Creuza de ma" pubblicato nel secondo lavoro De Andrè-Pagani ("Le Nuvole", 1990).

Il desiderio si è realizzato, i musici si danno pacche sulle spalle e maghetto Pagani gira con un sorriso che lo precede.
Adesso s'aspetta il disco live, dicono che le registrazioni siano venute bene e che non uscirà fra dodici anni ma a fine ottobre. Ci crediamo, come abbiamo creduto alla magia di "Creuza de ma", la prima e la seconda. O forse dovremmo dire, più giustamente: l'una e l'altra.

Ultimo aggiornamento: 28-10-2004
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