| La
rotta del capitano col bouzouki
di Elisa Testa
Creuza
de ma 2005. Sono passati vent’anni più uno e sembra
ieri. Sembra perché non tutti erano pronti: chi nel grembo
degli anni a venire, chi già nel circolo tracciato a matita
degli ascolti e chi, in attesa, non credeva che sette tracce raccolte
e desiderate come un lungo sonno potessero andare oltre le previsioni
regionali dai vicoli stretti.
Quando si parte per un viaggio non si conoscono le porte
che reggono un cielo mediterraneo di attese; se la rotta, persa
sui cocci dell’altrove, viene modificata, si può restare
in due sul battello segnato dalle linee incrociate di musica e parole.
Gli scogli della partenza si affacciano su un mare solido di apparenze:
appena appoggi il piede, il riflesso si spezza nelle profondità
e trovi i sogni riposti, cullati dalle sedie a dondolo degli anni
spinti a vele incrociate. Così Mauro Pagani
entra a passo solare sulla terra sabbiosa delle coste sonore ricercate,
fondendo la musica per chi non può esserci.
La sedia del capitano viene occupata accavallando le gambe nell’idea
rilassata del conducente che imbraccia l’elettricità
di un bouzouki accordato alla turca, non alla greca. Il percorso
è fatto dei sassi più belli trovati come sorprese,
si apre sul blu studiato di Genova, quello delle panchine o delle
reti sporche sulle rive di acqua salata.
La voce stereofonica in “Al fair”
circonda l’orecchio della tecnica teatrale che regge gli ingressi
di bordo, ogni nota è il nome di un pezzo sgretolato di inizio.
Il finale prevede voce ferma e tranquilla, applausi cadenzati e
bis ripetuti, anche se siamo a Torino, dove ogni tanto si arriccia
il naso ai viaggi rumorosi. In mezzo, lo sviluppo del giro che qualcuno
rifarà, è mescolato nelle perfette misure del trasporto.
La voce arriva roca e masticata sugli albori di “Creuza
de ma”, si gonfia lentamente divenendo tonda
e rossa nella trafficata “Jamin-a”,
per poi modulare come inchiostri a pastello la circonferenza dell’ascolto,
appesa alla batteria netta e precisa, senza marmellata di fondo
(Peter Gabriel ci ha abituati bene alla moda “senza piatti”
e alla pulizia del viso dello sferragliare cadenzato). Gli strumenti
si cambiano nelle giuste misure del richiesto e l’impasto
arriva diretto, mediterraneamente unito.
Lavorare con le mani sul pianoforte è come pestare sulle
percezioni giunte dal sonno e se la tessitura nasce integra, la
voce non può che calcarne la forma adatta nell’incontro
a incastro umano.
E’ successo in Creuza, nel 1984, quando due
mani sono state usate per i sogni e due per la lingua, prima inventata,
poi raccolta dai vicoli stretti, fatti di coltelli e donne che si
danno per poco e un giro di accordi.
Il disco lascia aperta la strada per salti a due piedi nel tempo,
macchina diabolica di possibilità prese e posate ad un concerto
memorabile che non veste gli abiti stretti del rifacimento, ma le
tuniche ampie, un po’ balcaniche, del ritorno.
“Tra dieci anni, magari, qualcun altro intraprenderà
a sua volta il viaggio e ne farà un altro. Per ora si chiama
Creuza De Ma 2004, ma si può far meglio” (da: “Mauro
Pagani: il viaggio infinito” ).
La strada dell’andata e del ritorno è una e sempre
la stessa, ma le rotte sono infinite, come i frammenti inediti,
seminati nel mare già solcato del vinile; chiudono un cerchio
tornando nel punto del mai fatto, per pigrizia o per fascino ipotetico.
Alcmane diventa genovese nella ninna nanna dedicata
al capitano perso, presente nei discorsi spenti come mozziconi alle
prime luci nel bar.
La paternità mediterranea, presunta o reale, diventa paradigma
delle attese colmate da un giro fatto una volta e ripetuto, forse
troppo totale, troppo coerente per essere autentico. In fondo, che
importanza ha una risposta dettata dall’amore invece che dalla
ossea ricostruzione? La tradizione naviga a brandelli ghiacciati,
filologicamente ordinati negli archivi, mentre un incontro può
cambiare i colori delle attese. Cosa possiamo fare? Stare ad ascoltare
immaginando il mediterraneo o supporre una zuppa sostitutiva? Le
note effettive ci piacerebbero? Soddisferebbero una domanda di autenticità
rimandata?.
Non mi spingo oltre e mi infilo tra gli scaffali di world music
che raccolgono come contenitori vuoti i suoni dal mondo liofilizzati,
cerco non lontano la voce Mauro Pagani e trovo Creuza all’etichetta
nominale di due autori, mi guardo intorno e non vedo altre brigate
di porto. Forse ho dimenticato le raccolte di musiche italiane compatte,
quelle allergiche alle invenzioni, autenticamente vestite di globale
raccolta popolare: dalla tarantella sintetica alla curenta nordica
del buon contadino. Fate voi.
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aggiornamento: 19-12-2005 |